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Archivio per luglio 2009

Giornata in piscina.
Ho portato mio figlio, mia figlia, mia nipote,  la migliore amica e il migliore amico di mia figlia.
Ma come succede quella che ha dato più da fare era la più piccola, 4 anni e mezzo, la figlia della mia amica.
Dopo aver parlato al cellulare di sua madre con i suoi amici o fidanzati non ci ha voluto dire chi fossero, dopo averci ascoltato, per davvero, le canzoncine, dopo aver litigato con mio figlio che non  le aveva fatto prendere in mano la lucertola viva che lui aveva catturato e aver avuto per indennizzo, da me, la sua pistola ad acqua, che lui avrebbe preferito gli avessi tagliato una mano, e averlo schizzato insieme al di lei fratello, non sapeva più veramente cosa inventarsi per aspettare l’interminabile tempo che divide il tempo del pranzo da quello dell’agognato nuovo bagno.
Così le ho raccontato quello che io e sua mamma ci sorbivamo da bambine, in spiaggia.
Le nostre mamme non parlavano di minuti e ore, ma di quando il cibo fosse arrivato dalla bocca, dov’era entrato, al pancino, all’altezza dell’ombelico. Così la domanda fatidica era -dov’è ora?-e la risposta era il gesto della mano che si trovava sempre troppo in alto, alla gola, allo sterno, in mezzo alle costole,  per arrivare finalmente al liberatorio ombelico che segnava la fine del supplizio.
Eppure ora è un bel ricordo, tenero.
Chissà se i miei figli avranno la stessa sensazione con un meno poetico percorso, quello delle supposte di antinfiammatorio per il mal d’orecchio, che mia figlia sui tre, quattro anni aveva spessissimo.
Durante la notte, sempre di notte le veniva!, mentre si aspettava l’effetto antidolorifico, le raccontavo che la supposta dal sederino all’orecchio doveva fare una lunga strada.
Allora prendeva un carrellino, come quelli del supermercato, ma piccolissimo, quindi con ruote piccolissime che anche se giravano velocemente, facevano pochissima strada e bisognava avere pazienza che lui piano piano arrivava all’orecchio a portare la medicina. Qualche volta c’era anche un carrellino figlio che seguiva la sua mamma con ruotine ancor più piccole.
Mio figlio, per fortuna, ne ha avuto molto meno bisogno, ma quelle poche volte, ha voluto anche lui -la supposta coi carrellini-

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Il bicchiere

Ieri sera, mentre portavo di peso mio figlio, puzzolente e appiccicoso, a fare la doccia che lui non voleva saperne, per ovviare alla sua resistenza mi è tornata alla mente questa storiella vera, un po’ schifosetta, ma si sa che ai bambini, come ricordò Michela, le storie di cacca e pipì piacciono sempre.
-Ma lo sai che cosa mi è successo una volta quando ero piccola?-
Si è già dimenticato che non voleva fare la doccia e si lascia bagnare tranquillo.
- Ero a letto che dormivo e sognavo che mi scappava la pipì e però la dovevo fare in un bicchiere. Allora prendevo la mira, per noi femmine è difficile prendere la mira, mica abbiamo il pisello come voi maschi e così io provavo e provavo a prendere la mira.
Finalmente mi sembrò di aver trovato il punto giusto e così feci la pipì e invece mi svegliati a letto tutta…-
-Bagnata!-
-Bravo! La pipì mi scappava davvero e così me l’ero fatta addosso, dopo tutta quella fatica! Mannaggia ad essere sognona!-
-E pisciona!-
-Hai ragione.-
-Mamma, mi scappa la pipì anche a me!-
-Fermo, bisogna prima uscire dalla doccia!-
Così da un problema risolto si passa ad un altro, e poi, tra preghierine, bacini della buonanotte e addormentature, si arriva un pezzo avanti.

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Ci sono frasi invece che non vorresti che ti risuonassero dentro così chiaramente, anche se comunque ti fanno capire delle cose di te.
“Mia madre aveva il senso  del dovere granitico dei figli non desiderati e non amati. Aveva sempre dovuto pagare il fatto di essere al mondo: a lei non era mai stato permesso di considerarlo un dono.” (Silvana De Mari, La bestia e la bella, pag.22)
Non voglio fare la vittima, ma poco dopo si trova “Il suo perfezionismo e il suo astio hanno rovinato la mia infanzia. Dopo aver conosciuto mia nonna glieli perdono. Ognuno fa quello che può, come può.”
Siamo un anello di una catena, e non sempre di quello che ci portiamo dietro riusciamo a scegliere il meglio per dare ai nostri figli, il positivo.
Ma possiamo trasformarlo: “Il presente cambia i colori del passato” (sempre lei).
La fantasia ha fatto molto per me, ora da mamma e quando ero bambina.

Volevo, o forse volavo, lassù nei meandri della mia fantasia dove vedevo castelli incantati con grandi cavalli bianchi lì fuori a brucare, scoiattoli che si rincorrevano e maghi che sperimentavano e sonnecchiavano, sognando di sperimentare.
Volavo lassù e vedevo villaggi con fontane magiche in mezzo, che guarivano ogni travaglio meno il dolore umano, quello vero.
Vedevo i bambini dall’alto e vecchie con le seggioline a guardarli davanti al tramonto, pensando forse al sole della loro vita che andava declinando all’orizzonte.
E vedevo me che guardavo fuori dalla finestra e respiravo con l’aria le emozioni che il paesaggio mi apriva dentro.
Questo e molto altro vedevo nei voli della  mia fantasia. E per vedere volavo lassù, lontano dal pianterreno, dal seminterrato della mia vita.
Così con ogni mio desiderio. Quando ne arrivava uno, quando sentivo che c’era qualcosa che volevo, prima ancora di vedere di cosa si trattasse, prima ancora di conoscere la delusione fredda del non poter chiedere né avere, fuggivo lassù tra le nuvole, in mezzo alle rondini.
E ogni volta che volevo, volavo.

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Non li sopporto!

Ci sono delle frasi che ti cambiano la vita, che ti accendono una lampadina e ti sciolgono nodi dentro che magari neanche sapevi di avere.
Un’amica della mia amica, l’insegnante di scuola materna, all’uscita della piscina con tutta la figliolanza.
Premessa: questa persona anche lei insegnante nella stessa scuola, quindi amante dei bambini, è riuscita a diventare mamma sulla soglia dei quarant’anni dopo vent’anni di matrimonio, dopo molto traversie e con due gravidanze passate in ospedale a letto con la flebo fissa.
Per finire si tratta di una persona molto religiosa, che frequenta molti incontri di preghiera e anche questo ti fa pensare che debba essere una persona molto spirituale e con un rapporto idilliaco con la realtà e soprattutto con la sua maternità.
I suoi figli, un maschio e una femmina di dieci e otto anni, sono vivaci e pieni di energia come tutti i bambini.
Mentre siamo tutte e tre lì all’uscita e loro ne combinano qualcuna, lei tranquilla tranquilla se ne esce con -non li sopporto!-
Lei, la mamma con la M maiuscola ammette candidamente che in quel momento non sopporta i suoi figli.
-Si può ammettere!- scopro, e anche che io non solo non lo avevo mai detto ad altre persone, ma non lo avevo mai ammesso neanche a me stessa.
Eppure, se si è umani, e si segue i propri figli veramente, il loro livello di energia è talvolta veramente insopportabile per un adulto mediamente fornito e motivato.
Da allora è più facile per me perdonarmi e accogliere i sentimenti, tutti quanti, che i miei figli mi suscitano, e ho compreso  che è normale, specie se fai la mamma a tempo pieno, cioè se da quando escono da scuola a quando ci ritornano sei sempre presente nella loro vita e loro nella tua, sentirsi un po’ prigioniera e soffocata, talvolta esasperata, insomma ogni tanto non sopportarli.
Adesso per esempio non sopporto quella ragazzina di quasi dodici anni che ha avuto i suoi occhiali da sole graduati, in quanto miope come la madre, e da allora si muove e si atteggia come se fosse sempre su di un set fotografico.
E ancor meno sopporto quella testolina che è convinta di essere inamorata e fidanzata con un sedicenne e tutto ora ha assunto per lei un’intensità che fino all’altro ieri neanche poteva immaginare cosicchè io non la riconosco più.
Rivoglio la mia bambina!
L’ho detto anche a lei, ma lei insiste di essere proprio lei mia figlia.
Per contenere la rabbia e l’irritazione condivido e delego il più possibile ad amiche, sue e mie, zie, zii, fratelli e cugine e chiunque abbia due orecchie disponibili, il supplizio di sentirla parlare senza sosta sempre del solito argomento, il suo grande amore.
Rimane il fatto che io, con il mio cuore straziato, preoccupato e spaventato, che non si è ancora ripreso e abituato, almeno per ora, non la sopporto.

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Ho trovato questa vecchia, si fa per dire, bibliografia che scrissi per degli adolescenti, il periodo in cui le letture ti formano dentro e ti rimangono, non ti lasciano più.

Hermann Hesse, Siddartha, Narciso e Boccadoro, Demian, Il lupo della steppa, …
Uno scrittore che aiuta a crescere, un vecchio saggio che ci parla come nella vita reale è difficile incontrare.

Ansel Grun, Vivere il Natale, Non farti male, Come essere in armonia con se stessi, Queriniana
Un monaco benedettino che parla a modo suo del Natale e della spiritualità facendosi e facendoci comprendere

K. Gibran, Il profeta
Con la sua poesia parla al profondo di cose che soltanto la poesia può spiegare!

Antoine de Saint Exupery, Il piccolo principe
Una storia che può sempre dare nuovi spunti, a seconda di quando e come la si legge

Fred Uhlman, L’amico ritrovato
Una storia di amicizia e adolescenza che mi emozionò tantissimo

Luis Sepulveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Salani Editore
Impariamo da Zorba il rispetto per gli altri, lui, un vero educatore (il libro, non il film, comunque bellissimo come tutti i film di Enzo D’Alò)

Silvana De Mari, La bestia e la Bella, L’ultimo elfo, L’ultimo orco, Gli ultimi incantesimi, Salani Editore
Libri per ragazzi, ironici e divertenti, eppure molto profondi, adoro questa scrittrice!

Quino, Mafalda
Il fumetto della mia adolescenza, anche lui mi ha aiutato a crescere

Jane austen, Orgoglio e pregiudizio
Un classico, eppure rispetto a Federico Moccia, tanto tanto più moderno! (Secondo me!)

Buone letture e buoni lavori in corso!

E’ la frase che uso sempre per definire gli adolescenti.
Lo so sono ripetitiva, ma sono ben accette alternative, proposte, idee, integrazioni, qualsiasi titolo che ne valga la pena.

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Cammina nel sole

Oggi andiamo al mare, per il fine settimana, al nostro mare, il più vicino, con il camper. E se anche so che quando vedrò il sole tramontare dietro l’isola d’Elba mi sentirò piena di quel respiro ampio e luminoso che solo quell’orizzonte mi sa dare, stamattina presto la giornata mi sembrava una sfilza interminabile di cose da fare  e a cui pensare e -ma chi me l’ha fatto fare?-
Poi uno squarcio alla radio inaspettato, e quell’orizzonte mi ha fatto sapere che mi attendeva.
Tutto è diventato più leggero e più profondo, come sempre quando in fondo alle cose c’è qualcuno o qualcosa che ti aspetta, un panorama, l’universo intero, la tua anima, quella parte di te che Cammina nel sole.

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Ieri sono stata a caccia di formiche, quando si è mamme può capitare. E ho scoperto, o riscoperto, chissà se l’avevo già fatto, una cosa che occorre fare per trovare le formiche.
Tu guardi un pezzo di strada, di erba o di giardino e non vedi niente. Poi ti fermi, stai immobile e tieni lo sguardi rilassato sullo stesso pezzetto di terra e come per incanto dopo poco comincia a muoversi la vita, riesci a vedere le formiche, i fili d’erba che vibrano al vento. Ci siamo spostati in vari punti e sempre è stata la stessa cosa, non vedevo niente, poi mi fermavo e come per magia eccole che spuntavano con le loro zampette, qualcuna con un grosso fardello come loro sanno fare.
Mi sono detta -che splendida metafora per molti aspetti della mia vita!-
E me ne sono venuti in mente almeno un paio: quando mi sembra di non fare niente e mi affanno, mentre se mi fermo vedo che tante cose si muovono, solo che vanno sapute guardare e non sempre hanno i tempi e i modi che io vorrei.
O quando scrivo, se mi fermo, le mie storie spuntano come tante formichine.
Ma non ho un significato preciso su cui esprimermi e riflettere, se non questo: è importante fermarsi un pochino, trovare il modo di farlo, e lasciare che siano le nostre formichine a parlarci e catturarle per poi, come alla fine hanno fatto mio figlio e la sua amica, lasciarle libere di proseguire il loro cammino.
Ogni tanto una caccia di formiche è quello che ci vuole, meno male che ci sono i bambini ad insegnarcelo.

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Pensando alla gelosia tra fratelli di cui accennava Elena, non posso non ricordare questo episodio.
Un mio professore all’univesità, nono di dodici figli, ci raccontava che sua sorella maggiore, la madre era sempre nei campi a lavorare, chiamava lui e i suoi due tre fratellini più piccoli in cucina uno alla volta.
-Ti do questo pezzo di pane, ma lo do soltanto a te, vai a mangiarlo senza farti vedere da nessuno nel fienile, è il nostro segreto.-
Poi ne chiamava un altro, faceva la stessa cosa cambiando il posto dove andare a nascondersi. E così via.
E in questo modo ognuno di loro si sentiva unico e amato per se stesso.
Il bisogno di sentirsi al centro dell’universo non si può negare, ed è alla base del nostro senso di unicità e identità.  E quindi non si può neanche eliminare la gelosia, che ne è una componente.
L’esistenza della gelosia è un falso problema e ad una certa età è naturale, anche se non per tutti, provarla. Ma la bistecca da aggiungere per permettere di gestire questo sentimento è il pezzo di pane.
Se io mi sento amata e amata per ciò che sono io e soltanto io, la gelosia diminuisce per conseguenza, non ne ho bisogno. Ogni bambino vuole essere guardato, anche se per un attimo, e deve poterlo fare senza svettare in mezzo a tante altre teste.
Poi la competizione è un modo per crescere e la diversità, anche nel modo di essere trattati, per età, sesso, esigenze, fa parte della realtà che non si può negare perchè non ne abbiamo il potere.
Educare alla ricchezza e all’abbondanza che sta nella diversità e al valore dell’unicità in un mondo così complesso e globalizzato, imparare ad apprezzare invece che aver paura e sentirsi minacciati, un fratello o una sorella può essere utile oggi più che mai.
In una puntata di Zack e Cody, un telefilm che guardano i miei figli con protagonisti due gemelli, la mamma spiega ad uno dei due, arrabbiato e geloso, che è proprio per trattarli alla stessa maniera, essendo loro con interessi e caratteri  che ben poco hanno in comune, che deve usare comportamenti diversi.
Mio marito, che è una persona molto individualista, tratta i nostri figli sempre indipendentemente l’uno dall’altra, chiama -il mio ragazzo- e -la mia ragazza- e non dice mai questa frase al plurale, proprio non è nel suo stile.
E con ognuno di loro fa cose diverse, certe volte quasi escludendo quello non coinvolto. Lui, che è quello preposto ai gadgets, dico io, cioè ai regalini, giornalini, gormiti, figurine e cards varie, ha messo la regola che non si deve sempre comprare a tutti e due, ma in base a quello che uno desidera nel momento,  che non sempre coincide.
Io ogni tanto lo riprendo, perchè mi sembra quasi che escluda uno dei due a discapito dell’altro e, gli dico, ho paura della gelosia. Però grazie a questa riflessione, ora vedo le cose in modo diverso.
A ognuno in fondo il suo pezzo di pane.

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Le parole di Elena sulle gelosia aprono un altro bel  capitolo su cui riflettere di cui certo riparleremo. Nonostante odino e amino quelli che già hanno, i figli infatti, almeni i miei, non fanno altro che chiedere fratellini e sorelline.
In queste ultime settimane, fino a ieri sera, mi sono ritrovata in varie misure a contatto con quasi mamme, forse mamme?, ancora mamme? di nuovo mamme! Tornando ad argomenti che io con le mie amiche avevamo affrontato un po’ di tempo fa.
A chiudere questo ciclo è giunta la notizia di un’amica che si sposò a trentatre anni suonati e oggi, dopo undici anni di matrimonio aspetta il suo primo maschio che arriverà ad allietare la vita delle sue tre sorelle!
Con il commento acido di mia figlia -Si vede che a lei piacciono i bambini, non come te che ti sei fermata a due! Se siamo così belli come dici, ebbene sì, se ne fai un altro può diventare Miss o Mister Italia!-
-O magari presidente!- rincara pragmatico l’odiato, ma in questo caso complice fratello.
Magari al paese farebbe anche comodo un altro presidente, ma dovrà cercare altrove. Io, invece di pensare ad un altro figlio, per una di queste mamme, piena di impegni e con il tempo che passa, ho scritto comunque questa storia, che non accontenterà certo i miei figli. Speriamo almeno piaccia a voi come è piaciuta a lei.

LA PORTICINA

La prima volta che incontrai Iael era su di una nuvoletta, con aria concentratissima, guardava lontano.
-Ciao- dissi –Cosa guardi?-
-La porticina- rispose.
-Quale porticina?-
-La porticina color arcobaleno che si trova laggiù in fondo, non c’è niente di più bello per me!-
In seguito scoprii che tutte le notti Iael provava ad arrivare a quella porticina, ma non ci arrivava mai.
-Questa volta ho visto una signora con un ombrello che ha riparato anche me dalla pioggia, aveva un così bel sorriso che non ho più pensato alla porticina- mi raccontava una mattina.
-Stanotte ho visto un uomo in giacca e cravatta circondato di ragazze, non mi piaceva e copriva la porticina- mi diceva un’altra.
-Stanotte c’erano tante ombre e delle dita mangiucchiate, ieri invece ho visto dei microfoni e tanta musica, e di nuovo non ho più pensato alla porticina!-
E ogni mattino si ripresentava, con lo sguardo fisso sulla sua nuvoletta.
-L’altra sera, era anche la notte più corta dell’anno e non avevo molto tempo, la porticina si vedeva, ma era dietro ad una miriade di facce sorridenti che urlavano, cantavano e applaudivano, non ce l’ho fatta a non farmi trascinare anch’io…- mi ha detto.
-Vedrai che prima o poi ce la fai!- ho risposto con aria incoraggiante.
-Ma non resterà aperta per sempre!- mi ha detto.
Allora ho preso coraggio e ho chiesto per la prima volta -Ma perché vuoi andare dentro quella porticina?-
Iael mi ha guardata e ha sorriso.
-Perché qui non c’è nessuno con me. La porticina mi permetterà di diventare una persona e avere anch’io una famiglia, amici, conoscere il mondo. Nessuna scintilla di vita, da sola, può crescere. Ognuno di noi, per poter nascere deve essere concepito, prima che nel corpo di una donna nel cuore della sua mamma. E non posso entrare nel suo cuore, se non per quella porticina.-
-Posso aiutarti?- mi venne spontaneo da dire.
-Si! Prova a raccontargli di me, che lasci un po’di spazio per farmi trovare la sua porticina!-
Così ho scritto la sua storia e spero sempre che non ci sia, sulla nuvoletta, nel mio ultimo sogno del mattino. E di imbattermici invece un giorno in braccio alla sua mamma.
Quel pezzettino di cuore, son sicura, lo riconoscerei.

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Ieri sera abbiamo finalmente parlato con mia figlia -mamma c’è un ragazzo di 14 anni! Stiamo andando a prendere il gelato, sì, mi sono messa la crema, c’erano certe onde alte!- tutto regolare. Ma mentre con me e con il padre, l’ha chiamata lui alla fine, mettendo fine, come spesso succede, alle mie ansie e incertezze passando all’azione, è filato tutto liscio, sono rimasta sconcertata e colpita della reazione del fratello.
Mio figlio non ha aperto bocca, nel senso che lei gli ha parlato mentre io gli tenevo la cornetta all’orecchio, ma lui non ha proferito suono, non le ha risposto, detto niente, se non alla fine una pernacchia liberatoria.
E riflettendo poi mi sono resa conto che, come spesso si fa, per non mortificarlo perchè lei andava al mare da un’amica mentre lui restava a casa, lo abbiamo ignorato ed escluso da questo evento.
Ne abbiamo parlato poco con lui, non lo abbiamo coinvolto nei preparativi, che sono stati prevalentemente sistemare con il padre il cellulare: Messanger, il credito, il carica batteria, altro avvenimento in cui si è sentito piccolo, perchè ovviamente, avendo 7 anni, lui di regalo ha ricevuto un’altra cosa.
E mi è tornato in mente l’approccio sistemico, che si studia all’università.
Quello cioè di cui parlavo giorni fa, la famiglia è una “squadra che cambia”, un gruppo dove i cambiamenti di un elemento si ripercuotono sugli altri e vanno accettati ed elaborati, specialmente tutelando gli anelli più delicati di questa catena, i bambini.
E credetemi, non c’è professionista serio che lavori con i bambini, insegnante, allenatore, educatore, psicologo, ecc. se non va almeno a vedere qual è la situazione familiare, il “sistema” di cui fa parte, come ha fatto la logopedista da cui andò Michela.
E con lui abbiamo fatto la cosa peggiore che si può fare ad un bambino: lo abbiamo ignorato ed escluso.
Lui con il suo silenzio ci ha accusati del nostro, di averlo lasciato solo a gestire quello che anche per lui è stato un gran passo, restare per la prima volta senza la sorella, nella loro stanza, con noi e nella sua piccola vita.
Stasera racconterò certo qualcosa al telefono, davanti a lui, qualche avvenimento della sua giornata a mia figlia.  Poi vedremo.
A proposito di ripercussioni… ma lo sapete che ad andare in giro, nella fattispecie a vedere mio marito giocare a tennis con un collega, soltanto con mio figlio di 7 anni e senza la mini-sventola, mia figlia ha un superfisico, di dodici anni, mi sono sentita più bella e soprattutto più giovane?
Eh! La competizione madre-figlia, anche quello un bell’argomento!

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