“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: -Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo-. Ed egli rispose: -Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole.” (Luca, cap.2, 46-49)
Giuseppe sfidò la Legge, e la sua vita di conseguenza, per accogliere quel Figlio, che a dodici anni già si ribellò alla sua autorità. Quanto coraggio e quanto amore e che pazienza!
E i babbi, i papà che oggi festeggiano? Lo sanno quanto sono importanti?
“Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.”
Ma cosa succede lì nel mezzo, tra l’arco e la freccia?
Una piccola storia, perchè di piccole cose è fatta la vita, per gli archi babbi e per tutti noi frecce vive che ci siamo passati.
Il biglietto
Emilia sentiva che era arrivata l’ora di spiegarsi e di tentare di riannodare quel filo che da sempre l’aveva legata al padre e che da troppo tempo si era spezzato.
Desiderava che lui fosse felice e fiera di lei, era la cosa che più voleva nella sua vita. O lo era stata fino a poco tempo fa.
Non che non ci fossero state altre cose per cui impegnarsi e dedicare tutte le sue forze. Ma per quella ragazza il saperlo fiero, orgoglioso e felice di lei e per lei donava un sapore a tutte le cose da affrontare nella giornata che altrimenti sapevano di grigio e lasciavano la bocca impastata
Per Emilia le cose che interessavano a suo padre avevano un valore prezioso: erano il canale per arrivare alla sorgente di acqua fresca e cristallina di quella approvazione che la dissetava come nient’altro nella vita.
Aveva cercato di assomigliargli e di riuscire in quello che lui amava: il suo adorato sport, il nuoto, lo sci, la corsa. Si era dedicata con tutta se stessa ad allenarsi, a migliorarsi e aveva delle possibilità, e comunque era già la sua campionessa, questo le era bastato.
Poi, quel giorno però, aveva sentito quella musica dolcissima e sconosciuta per lei fino ad allora.
Non voleva allontanarsi, tanto meno deluderlo.
Era solo successo che l’incanto di quelle melodie avevano fatto sgorgare un’altra sorgente, una nuova acqua che non sapeva potesse esistere dentro di lei. A quei suoni si era ritrovata a vibrare di una nuova essenza, a vivere in un altro modo. Come avrebbe potuto chiudere le orecchie e il cuore?
Ma suo padre amava il silenzio, quello che accompagnava negli spazi aperti i suoi sport, per ascoltare i suoni della natura e quelli cadenzati e regolari dei movimenti che i muscoli stessi producevano. Avrebbe compreso?
Eppure quel suo cuore di ragazza si era svegliato e da allora non aveva voluto chetarsi più: voleva danzare con quella musica, conoscerla e tenerla nel suo profondo.
E se anche questo aveva significato entrare in un linguaggio, quello delle note, finora a lei sconosciuto, e durare fatica e sentirsi goffa e disorientata, magari per diventare una mediocre o forse pessima cantante, e se anche aveva dovuto abbandonare lo sport, gli allenamenti, le corse e le sfide, e sopportare il sapore del grigio e della bocca impastata, non era potuta tornare indietro.
Non aveva voluto, nè saputo fingere di non aver ascoltato, di non aver vissuto i cambiamenti avvenuti in lei.
Suo padre ne aveva sofferto, lo sentiva, era rimasto deluso per se stesso, e soprattutto per lei.
Ma la strada di Emilia era stata segnata e le sue energie e gli sforzi indirizzati al mondo dei suoni, alla melodia e all’armonia: con la voce esprimere i colori della vita.
Uno studio difficile e impegnativo, che non le aveva risparmiato delusioni e sconforto, sentirsi scoraggiata e triste quando otteneva scarsi risultati anche con un grande impegno, per poi trovarsi all’improvviso sollevata dai suoni sopra l’arcobaleno nel più azzurro del cielo.
Un minuto di volo allora poteva valere mille ore di sforzi e sacrifici, il costruire, la pazienza e la fatica perché sapeva che poi era là che sarebbe arrivata.
Per seguire la sua strada si era allontanata da lui, non per abbandonarlo, o per deluderlo, neanche per ribellarsi.
Aveva creduto di potergli stare sempre accanto, di diventare come lui, invece aveva scoperto che amare non vuol dire essere uguali, desiderare le stesse cose, neppure volendolo.
In quel fatidico giorno Emilia non sapeva se suo padre avrebbe compreso e apprezzato, magari si sarebbe invece irritato: lui certo non aveva desiderato e di sicuro mai immaginato di vederla così.
Eppure lei voleva tanto averlo accanto col suo sostegno, o anche solo con la sua presenza, anche piena di silenzio e di imbarazzo.
Perché, lo sapeva bene -sia che tu illumini col calore che il tuo cuore irradia nel mio lo spazio davanti a me, sia che siano altri gli occhi che mi seguiranno in questa giornata, la musica ci avvolgerà tutti e ci porterà dove vuole lei, nel luogo che ci ha riservato.-
Per questo sperava, desiderava e sognava davvero che lui venisse.
Tutte questi insoliti e laboriosi pensieri le vennero alla mente mentre scriveva quelle semplici parole:
“Caro papà mio,
ti mando il biglietto di invito per averti oggi con me al mio primo concerto.
Ti aspetto. Ti voglio bene.
Emilia”
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