Come qualcuno saprà, collaboro con una associazione Il-dono onlus che segue ragazze-madri e donne che hanno interrotto la gravidanza attraverso la rubrica Chiedi ad un’esperto e con le mie storie.
Questa volta farò un bell’intreccio, tra la rubrica, una storia e questo spazio che sfrutto per pubblicarla, metto anche la risposta, così si comprende il tutto. Mi sono sentita di fare così, davanti al dolore non si scherza.
Dopo un’ incidente stradale è possibile andare in depressione maggiore fino a tentare il suicidio a causa di un aborto? Anche dopo molti anni da quando è successo l’aborto..
Il vero problema della depressione, e quello che la rende una malattia, è che non si riesce, come dire a ritrovare il bandolo della matassa. Se io sto male per un motivo, che so, ho perso il lavoro, so già dove devo agire, quali azioni intraprendere per recuperare. Ma se apparentemente non c’è nesso tra il mio stato d’animo e quello che faccio, o comunque niente riesce a farmi stare meglio?
E’ come se mancasse un pezzo e i conti non tornano. Ma come succede?
Io, per tutte le difficoltà di tipo emotivo e psicologiche uso spesso questo esempio.
Se mi rompo una gamba e non me ne accorgo, posso andare avanti un po’, ma ad un certo punto il dolore sarà così forte che dovrò affrontare la cosa, farmi curare. Ma se mi “rompo” il cuore, siamo capaci di far finta di niente, certe volte è l’unica soluzione che riusciamo a trovare, a sopportare. Perchè abbiamo paura del nostro dolore, della nostra impotenza, delle conseguenze, dei sensi di colpa, di inadeguatezza, e chi più ne ha più ne metta. E si costruisce un equilibrio, finchè regge e che ci limita certo la vita, ma insomma si tira avanti. Spesso non si sa neanche di stare male, e si riesce veramente a non sentirlo. Ma come su una palafitta se qualcosa si smuove si rischia di far cadere giù tutto. Allora si va a cercare quale potrebbe essere la causa, si scava, si ipotizza.
Ma la soluzione non è trovare la trave che si è spaccata, che ha ceduto. Il punto, molto più difficile, è recuperare la capacità di contatto con noi stesse, imparare a sentire per poter riconoscere dove siamo e dove vogliamo andare, di cosa abbiamo bisogno e cosa ci fa male. Volersi bene, sembra scontato, ma lo sappiamo davvero fare?
Mi permetto di raccontarti una storia che ho scritto molto tempo fa e che rappresenta un’esperienza di quello che spesso ci succede quando perdiamo la capacità di ascoltarci e di ricordarci chi siamo. Restiamo vive, ma con un pezzo di morte dentro e come il protagonista della storia ci “portiamo”, ma non camminiamo con noi. Eppure solo con l’amarci, ascoltarci, accettarci, accompagnarci e nutrirci si può “risorgere”, andare oltre, perchè dietro al dolore, proprio laggiù sta il nostro cuore. La pubblico appositamente e per la prima volta per te nel mio blog, spero che leggerla ti possa aiutare come aiutò me scriverla. E credimi, andrà tutto bene.