Anche stamattina l’ennesima notizia di alcuni giovani, minorenni, che hanno picchiato selvaggiamente un ragazzo che si era avvicinato alla ragazza di uno del gruppo: risposta, è stato pestato. Certe volte mi chiedo a cosa possa servire, oltre che a far stare bene me, questo mio scrivere e raccontare la mia esperienza di mamma, in confronto a situazioni tanto gravi e e pesanti. Mi chiedo se io non possa trovare un altro modo per dare il mio contributo, per costruire una società migliore, per fare fronte a questi fenomeni, per dare diverse opportunità a questi ragazzi. Allora mi torna in mente un dialogo, uno scambio di battute di molto tempo fa che non ho mai dimenticato e che da allora mi ha sempre ispirato. Si trova nel film Mery per sempre di Marco Risi del 1989, ambientato nel carcere minorile di Palermo, protagonisti i ragazzi reclusi, violenti e immersi in un mondo staccato dalla nostra realtà, un incubo vero, dove contano le botte, il difendersi, la legge del più forte, l’odio per il nemico. Unico faro di umanità un professore che accetta di insegnare lì e il suo rapporto con loro è la storia, con una speranza, del film. Le parole che mi hanno colpito e che mi porto dentro sono nella risposta che un giovane Claudio Amendola, pestato dalle guardie, dà a Michele Placido che interpreta il professore. Quando l’insegnante gli spiega che non ha mai pestato nessuno -forse perchè ho sempre pensato che è meglio usare la testa che le mani- il ragazzo osserva -e si vede che vicino a te c’era gente che usava prima la testa che le mani.-
Io a quale categoria voglio appartenere?
Non posso raggiungere quei ragazzi, non ho niente da dare loro in prima persona, però posso contribuire a costruire un mondo che usi il dialogo, la capacità di mediare, di confrontarsi, di pensare e riflettere, dove ci sia sempre più gente che usa “prima la testa delle mani.” Questo lo so, lo voglio e lo posso fare, anche per loro.
Anche per loro
febbraio 22, 2012 di caterinacomi