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Archivio per maggio 2012

Scrivere di catechismo e di Chiesa in questi giorni può sembrare in contraddizione con quello che i giornali ci raccontano e lo è. Una contraddizione che conosco bene da quando all’Università, Pontificia, dove a Roma ho studiato psicologia, avevo compagni di corso missionari e ho scoperto che la Chiesa vive tante realtà diverse, dal Vaticano e la Curia Romana al cuore dell’Africa nera o della Colombia non governativa. Per me, proveniente da famiglia cattolica apostolica e democristiana, fu uno shock. Ma la vera risposta che mi ha chiarito forse l’ho trovata solo tempo fa in un’intervista letta sempre sulla mia rivista preferita, e unica che leggo,  Acqua e sapone in un’intervista allo scrittore Maurizio Maggiani. “È possibile conciliare la fede in Gesù con la lotta per il potere economico e politico? «Questa è una follia che dura da secoli, nata probabilmente con il patto scellerato fatto dalla Chiesa con l’imperatore Costantino (Editto di Milano nell’anno 313 d.C. – ndr). Da quel momento i veri cristiani iniziarono a sparire, condizionati dall’idea folle di cristianizzare lo Stato. Durante tutta la Sua predicazione Gesù non ha mai detto che seguendoLo si sarebbe raggiunto il potere; proprio gli scribi e i farisei, religiosi diventati una casta di potenti senza anima e senza fede, vollero la Sua Crocefissione. Il Vangelo è molto chiaro su questo tema, ma ancora oggi, da parte di alcuni gruppi cattolici come Comunione e Liberazione, Neocatecumenali o altri, c’è l’assurda idea di poter controllare il potere. Io sono familiare ai cattolici impegnati nelle parrocchie e nelle comunità: a loro interessa solo vivere con dignità e bellezza la loro fede, ma provano un evidente disagio per la palese incoerenza di tanti politici che si dicono cristiani». Cosa vuol dire per lei l’Avvento del Natale e la nascita di Gesù? «Gesù è la mano e l’orma del Creatore sulla storia dell’uomo: in questo senso è pienamente uomo e pienamente Dio. Personalmente, anche se non mi piace descrivermi perché potrei peccare di superbia, non ho paura di esprimermi su certi argomenti e penso di essere cristiano. Non so se sono disposto a mettere in pratica fino in fondo ciò che Gesù chiede a chi Lo vuole seguire, ma mi piacerebbe dire che sono cristiano perché accolgo, discuto, converso, a volte mi arrabbio e mi rappacifico con la Parola del Cristo. Io voglio vivere con dignità e bellezza e non con profitto e soddisfazione: ma per riuscirci ho bisogno della Buona Novella».” (Maurizio Maggiani)

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Domenica abbiamo avuto, io e i miei bambini di seconda elementare, l’ultima lezione di catechismo, ci rivedremo a ottobre. Cosa abbiamo fatto in tutto questo anno? Ho parlato loro di San Francesco, di Dio Padre e soprattutto ho raccontato la vita di Gesù, dall’annuncio di Gabriele Arcangelo, “vuol dire Primo angelo, comandante degli Angeli”, fino a quest’ultima domenica di Pentecoste in cui “gli Apostoli rinchiusi spaventati nel Cenacolo ricevono, dopo che Gesù Risorto è asceso al cielo, lo Spirito Santo sotto forma di fiammelle e cominciano a parlare tutte le lingue degli uomini.” Abbiamo sempre imparato tutto sotto forma di domande e ogni volta che qualcuno ne indovinava una riceveva cento punti in una gara che serviva solo per sentirsi bravi, per divertirsi e sentirsi campioni di conoscenza. Ma io spero in realtà che siano diventati anche campioni di quella bontà e pazienza che fa toccare a Tommaso le sue ferite, quella comprensione e coraggio che fa chiedere il perdono per i propri uccisori, quella generosità che sfama migliaia di persone con pane e pesce nel corpo e con parole di vita nell’anima, quella sicurezza e profondità che provoca rispondendo alla domanda -Dove abiti?- con una proposta concreta di mettersi in gioco -Vieni e vedi-. E quella capacità infinita di rispetto e fiducia che davanti all’adultera condannata propone ai suoi accusatori -Chi è senza peccato scagli la prima pietra- e a lei, rimasta  sola dopo che tutti se ne sono andati, umiliati dalla loro stessa arroganza -Neanche io ti condanno, va e non peccare più-.

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Così tante notizie che mi cresce l’ansia e penso al futuro dei miei figli. Per calmarmi penso che bisogna avere una visione e mi è tornata alla mente e al cuore quella di Silvana (De Mari) e del suo Prestatore che ingaggia il mercenario Rankstrail per uno strano compito.
E domani vado ad un convegno sulla conversione ecologica, a scoprire le nostre mucche e la visione descritta con termini scientifici.

“I montoni sono il nostro nemico” disse il Prestatore.
“I montoni?” chiese perplesso il Capitano.
“Sapete che differenza passa tra una vacca e un montone?”
“Si”, rispose Rankstrail con sicurezza “le vacche sono più grandi”.
“Vero, ma c’è n’è un’altra ancora più importante” insistette il vecchio.
“I denti delle vacche tagliano, quelli dei montoni strappano” spiegò. “Capite cosa vuol dire?”
Il vecchi spiegò che fino a pochi anni prima piccole vacche pascolavano prati pieni di trifoglio e di fiori ai piedi delle colline, le cui sommità erano occupate da boschi di querce e pini dalle grandi chiome. I denti delle vacche tagliavano l’erba, che quindi poi rispuntava più forte di prima, più verde, più folta (…) ricopriva il mondo e nutriva le vacche e le sue radici trattenevano l’acqua della pioggia, che non scappava via nelle fessure della terra inaridita come faceva ora.
Le Piogge Infinite avevano annegato anche le vacche nel fango e nella miseria e quando l’alternanza delle stagioni si era ripristinata per non indebitarsi e non farsi strozzare dagli strozzini, la gente non aveva comprato altre vacche, ma montoni. I montoni vanno bene dove ci sono cespugli, arbusti, non sui pascoli: lì sono un disastro, strappano l’erba con tutte le radici e dopo poche stagioni la terra inaridisce  e muore: prima diventa ocra, poi si spacca in fessure che all’inizio sono piccole e rare, poi ricoprono il mondo, mentre la polvere comincia a velare gli orizzonti e i sogni degli uomini di poter avere qualcosa da portare a casa la sera. E’ allora, per vivere, che si cominciano a tagliare gli alberi, e i boschi si trasformano in steppe e brughiere che nelle violente piogge autunnali franano e nel vento estivo seccano sotto il sole. I mandriani diventano boscaioli. Prima le querce, poi i pini, vengono abbattuti e cadono: li si mette sui carri e li si va a vendere al Nord come legna da ardere. Sapete questo cosa vuol dire? Le radici degli alberi trattengono l’acqua. Dove non ci sono alberi l’acqua viene inghiottita dalla terra e scompare. Ogni estate diventa più lunga e più secca di quella che l’ha preceduta. Tutto diventa giallo. Il fango diventa polvere. Dobbiamo riportare le vacche e ridare lavoro agli uomini o la siccità renderà la terra sterile e la disperazione spingerà quegli stessi uomini verso il fondo (…). Io non sono uno strozzino, ma un Prestatore. Non voglio strozzare la gente, ma prestare il denaro, così che la gente possa risorgere e il mondo ritorni verde.”
Il capitano scosse la testa.
“Non potreste darglieli e basta, i soldi? Alla gente, voglio dire. Oppure, se non ne avete abbastanza da regalarli, dateglieli senza farvene restituire di più, come gli strozzini, fatevi almeno restituire l’eguale. Questo sarebbe più decente: sono poveri. Io odio gli strozzini.”
“Anche io odio gli strozzini. Sono un Prestatore: il denaro non lo regalo, ma lo presto, perchè è solo così che la ricchezza si moltiplica. Non solo la mia ricchezza: quella di tutti. Prestatemi la forza della vostra spada e io farò di questa terra un giardino. Il denaro non si può regalare perchè finisce subito e perchè l’obbligo della gratitudine è un’umiliazione e gli uomini umiliati non combattono e non vincono. Un prestito in pari dove si restituisce la stessa somma che si è ricevuta, è comunque un gesto affidato alla generosità del Prestatore e la generosità per definizione si esaurisce e impone l’umiliazione della gratitudine.  Un prestito dove bisogna restituire una piccola parte di più crea ricchezza sia per il Prestatore che per il ricevente: questa è una situazione ripetibile all’infinito che crea la prosperità di un paese.”
Da Silvana De Mari, L’ultimo orco, Salani Editore

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E’ sempre la grande domanda che torna, davanti al dolore, quello inevitabile di una calamità naturale e quello evitabile della volontà scellerata di uccidere e distruggere vite, di soli sedici anni, poteva essere mia figlia che infatti ha chiesto come prima cosa se fosse successo vicino a noi. Anche lei arriva col pulmann in anticipo e sta fuori ad aspettare di entrare. Ma forse prima delle domande e delle risposte, quello che so è che davanti al dolore ognuno di noi si ricorda che siamo esseri umani e soffre, sinceramente per persone estranee che mai ha conosciuto, come non pensare ai familiari delle ragazze o degli operai?, e mai conoscerà. Eppure il dolore è sincero, la rabbia, il senso di impotenza e il desiderio di fare qualcosa. Dietro a tutto questo la nostra capacità di coinvolgerci, di amare, di sentire. Senza, la vita cosa diventa?
“La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera.
E quello stesso pozzo che fa scaturire il vostro riso fu più volte colmato dalle lacrime vostre.
Come potrebb’essere altrimenti?
Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.
La coppa in cui versate il vostro vino non è la stessa coppa cotta nel forno del vasaio?
E il liuto che addolcisce il vostro spirito non è lo stesso legno intagliato dal coltello?
Quando siete felici, se scruterete il vostro cuore, troverete che è ciò che vi ha fatto soffrire a darvi ora la gioia,
E quando siete afflitti, guardate ancora nel cuore, e scoprirete che state piangendo solo per ciò che vi ha reso felici.
. . . . .
Alcuni di voi dicono, “La gioia è più grande del dolore” e altri dicono, No, il dolore è più grande”.
Ma io dico a voi che sono inseparabili.
Essi giungono insieme, e quando l’una siede a tavola con voi, ricordate che l’altro dorme nel vostro letto.
In realtà, oscillate tra il dolore e la gioia come i piatti d’una bilancia.
Solo se vuoti, state fermi e in equilibrio.
E quando il tesoriere vi alzerà per pesare il suo oro e il suo argento,
allora la gioia o il dolore dovranno per forza sollevarsi o cadere. “(Gibran, Il profeta)

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In questi giorni sono molto indaffarata e con la testa affollata dalle mille cose che mi riempono le giornate. Facco fatica a mantenere una struttura e un contesto di riferimento soprattutto con mio figlio che ha dieci anni e a cui poco interessa se ci sono progetti che mi prendono e che mi mettono sullo sfondo questioni più di routine. Per lui la vita scorre tranquilla ed eccitante, con i suoi tempi e le sue abitudini come è giusto che sia. Pensavo questo stamattina, andando a prendere il pulmino, mentre lui recitava a voce alta come al solito, le preghiere nell’unico minuto della mattina in cui troviamo il tempo di farlo. Oramai questo momento è diventato un rito, non soltanto religioso, di quelli che ti fanno sentire a casa, al sicuro, come tanto bene spiega la volpe al piccolo principe e che a sua volta io cerco di mettere in pratica con il piccolo principe del mio cuore. Un brano che ho già messo qui parlando dei capelli dei miei figli, ma che ogni tanto mi piace rileggere, spero così anche a voi.
In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo… “
“Chi sei?” domandò il piccolo principe, “sei molto carino… “
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste… “
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire “addomesticare”?”
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire” disse il piccolo principe.
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano… “
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… “
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
” Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
” Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità.
Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
” Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
” Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe.
” E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io
mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi… “
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore …del grano”.
(Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery)

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Oggi è la festa della mamma, mentre cercavo qualcosa per la puntata alla radio di questa giornata, mi sono trovata a rileggere quello che misi qui alcuni anni fa. Chi se lo ricordava! Che commozione, ho pianto come una vita tagliata e ho pianto anche mentre raccontavo a mia figlia che avevo pianto e anche quando l’ho riletto ad un’amica. E anche ora per rimetterlo qui! Che posso farci? Volete vedere a voi che effetto fa?
“Dedicato a tutte quelle mamme che devono ancora partorire.
In questi giorni, scrivendo e pensando, mi è tornato in mente un momento speciale e prezioso della mia vita.
La sera prima che io diventassi mamma, ero ricoverata e il giorno dopo mi avrebbero messo la flebo e avrei partorito, eravamo con mio marito sul terrazzo dell’ospedale a guardare la campagna e il tramonto.
Avevo una fifa blu, ma ero anche curiosa e ci pareva incredibile sapere che il giorno dopo a quell’ora sarebbe stata lì con noi la nostra bambina.
Come quasi sempre quando non dormo, non mangio e non parlo, cantavo. Uno dei miei piccoli concerti privati a cui mio marito è ben abituato.
Guardavo il tramonto e cantavo. Cantavo questa canzone e pregavo, un’altra mamma.

Un abbraccio a tutte le mamme.

A proposito, colei che il giorno dopo illuminò il mio di viso si chiama Maria”

Ave Maria di De Andrè

E te ne vai, Maria, fra l’altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.”

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Ci sono giornate in cui penso di fare un buon lavoro con i miei figli e sono orgogliosa di loro, altre invece in cui mi ritrovo incapace, anormale o quanto meno problematica e preoccupata che tutto questo gli ricada addosso, mi sento in colpa, penso di fare danni, e mi chiedo come sapranno gestirli. Poi arrivano loro, le nostre continue fonti di sorpresa e di speranza a consolarmi, come mercoledì quando mio figlio dopo la sua prima vera gita scolastica, con pulmann e pranzo al sacco, è tornato entusiasta e mi ha mostrato i regali che aveva comprato certo per sè, ma anche per me e per mio marito e persino per sua sorella!, sapendo scegliere ad hoc secondo i nostri gusti. O come quando, un mese fa, ha scritto il classico tema di quarta elementare sulla primavera, che ho conservato, dimostrandomi, tra punti e virgola e punti esclamativi, che insieme alle tensioni e alle difficoltà, posso star tranquilla che c’è altro che lui si prende e si porta dentro dal nostro vivere insieme, dalla nostra banale, normale, a volte felice, a volte infernale, proprio come la vita, eccezionale ed ordinaria famiglia.

“Primavera
La primavera per me è la più bella stagione dell’anno, le giornate si allungano e fa buio più tardi  e si può ritornare ai giardini a giocare con gli amici!
L’aria è limpida e fresca; i profumi  sono dolci e più intensi! I fiori sugli alberi iniziano a sbocciare.
Le rondini ritornano dal sud a stormi interi!
Noi ragazzi non vediamo l’ora di rimettere le magliette a mezze maniche; ma la mia mamma non vuole e mi dice il proverbio – Di Aprile non ti alleggerire, di Maggio non ti fidare, di Giugno fai quello che ti pare!-, ma io l’ho modificato in -Di Marzo non ti fidare, di Aprile fai quello che ti pare e per gli altri mesi uguale!-
E poi infine arriveranno le ciliege: nella mia famiglia c’è sempre la guerra per conquistare più ciliege possibili tra me, il mio babbo e Maria, mia sorella!”

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Anche se in genere preferisco guardare un intero film, volente o nolente, oltre ai vari Ben Ten, Bakugan, Ninjia e Power Rangers che mi devo sorbire con mio figlio, dieci anni, mi toccano anche alcuni telefilm con mia figlia, quattordici, che abbandonati i cartoni e anche le serie più da ragazzini ormai sceglie solo MTV e le vicende di adolescenti ginnaste, liceali, impegnate in concorsi di ballo o di canto. Ma ce ne sono alcuni che mi piace seguire e che quando mi capita guardo anche da sola, per rilassarmi, ma anche per imparare. Perchè La vita secondo Jim racconta, divertendo, le vicende di una famiglia e soprattutto di una coppia con un marito sanguigno, concreto, infantile e istintivo,ma anche profondo, che deve relazionarsi con una moglie efficiente ed equilibrata, ma in realtà un po’ rigida e “perfettina” che lui riesce spesso a sgamare. Immaginate a chi assomigliano.. Tra scoppiettanti sfide e schermaglie riescono alla fine di ogni puntata a trovare un equilibrio tra le loro così diverse personalità, anche e soprattutto nella gestione dei figli. E’ stata così istruttiva la puntata in cui il marito si rende conto e fa comprendere anche alla moglie di come lei faccia fatica a sganciarsi dal terzo, ultimo e unico maschio dei loro figli!
Completamente diverso invece è Scrubs, telefilm ambientato in un ospedale che insieme alle risate e ad uno stile dissacrante del mondo medico propone in realtà tra le righe contenuti molto più alti e profondi di quello che l’apparente leggerezza al limite della demenzialità potrebbe far pensare. Come le parole del primario davanti alla ragazza obesa che vuole farsi restringere lo stomaco per dimagrire. Leggerezza e profondità, un unione irresistibile.

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Ieri sera, come immagino molti senesi e limitrofi come me, ho guardato una trasmissione sul Monte dei Paschi di Siena che qui da noi è una vera istituzione, o meglio quello che questa parola nel corso di tanti cambiamenti ora significa. Dei banditi, sono dei banditi, ho trovato un commento così stamattina, non mi sento di aggiungere altro, o meglio solo questo.
“Signore perdonaci, perdonaci per come siamo tremendi. Perdonaci per la nostra pochezza, la nostra inettitudine, nonostante Tu ci abbia fatto a Tua immagine e somiglianza, perdonaci per la nostra incapacità a scegliere il bene. Invece di imparare da Te, guarda cosa hai fatto della Tua Onnipotenza, ci hai creato insieme all’universo e lo hai messo ai nostri piedi, noi, appena abbiamo un briciolo di quel Tuo potere lo usiamo per tirare fuori il peggio, ci facciamo prendere dalla bramosia, ci crediamo al di fuori del bene e del male, sopra le regole, ce ne creiamo di nuove adatte al caso e lo chiamiamo alta finanza invece che rubare, invece che corromperci il cuore e l’anima, invece che distruggere là dove dovremmo far fiorire. E sì che siamo figli di quello stesso Adamo che ha voluto assaggiare la mela, senza capire che non è andando oltre i limiti che si costruisce la felicità, ma valorizzando quello che ci viene dato, ma insomma non abbiamo imparato niente, dobbiamo anche noi sbatterci la testa. Eppure siamo stati avvertiti -Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!-(Mt 7,13-14) che la tentazione è forte e subdola, che davanti al potere e al denaro si perde la lucidità, ma non ci è servito a molto. Eppure ci è stato spiegato che questi idoli non rendono felici -Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.-(Mt 6,19.21)
Perdonaci Signore se questo tuo dono della libertà, dell’intelligenza e delle capacità che ci hai dato lo utilizziamo così male, siamo banditi quando potremmo essere santi. Perdonaci.”

Lo so che io non ho avuto nessun ruolo nelle manovre del Monte dei Paschi, non sono neanche correntista!, ma davanti a tanto male operare, come essere umano, non posso non vergognarmi, non sentirmi parte di questa umanità caduta così in basso, come quando penso agli stupratori, ai pedofili, agli autori di genocidio. Penso che qualcuno debba vergognarsi, per ricordarci cosa siamo, cosa possiamo diventare, penso che almeno qualcuno quaggiù debba chieder perdono.

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Da ragazza, ragazzina, quando sognavo e aspettavo di innamorarmi, c’era una preghiera a cui ero molto legata che mi faceva sentire compresa e che mi consolava in questa attesa del vero amore.
Ieri mia figlia ha avuto il tema di italiano e dopo pranzo mi stava raccontando con entusiasmo quello che aveva scritto, visto che aveva parlato della sua grande passione, questo richiedeva il titolo, il suo amore per la lettura e sopra ogni altro libro per la saga di Harry Potter. Mi diceva delle sue osservazioni e riflessioni sui vari episodi e significati del libro, sui personaggi, sul finale. Poi però si è fermata perchè seduta sul divano c’era la sua nuova compagna di classe, con cui ora è legatissima, era a pranzo da noi, a cui ha letteralmente imposto, come ha fatto anche con me, di leggere Harry Potter perchè vuole condividere con lei tutto, come si fa a quest’età, e quindi anche questa parte così importante della sua vita. Allora, quando si è resa conto che stava raccontando aspetti della storia che le avrebbero sciupato il gusto di leggerla, l’amica è soltanto al primo volume, ha continuato a raccontarmi del tema, perchè non poteva e non voleva fermarsi, ma sottovoce, nell’orecchio, piano piano, per lasciarle l’incanto della scoperta.
Il suo amore per questa saga, che come ha scritto nel tema “è quella che più mi ha fatto crescere” e per la sua amica, a cui desidera che succeda altrettanto, mi ha appunto fatto ricordare la preghiera perchè “è un lungo tirocinio l’amore, e non vi sono diverse specie di amore: amare, vuol sempre solo dire abbandonare se stessi per darsi agli altri.”
Mi sembra, e ne sono grata, che il suo “tirocinio” stia procedendo proprio bene.

Amare Preghiera dell’adolescente

Signore, vorrei amare, ho bisogno d’amare.
Tutto il mio essere non è che desiderio:
Il mio cuore, il mio corpo,
si protendono nella notte verso uno sconosciuto da amare.
Le mie braccia brancicano nell’aria verso uno sconosciuto da amare.
Sono solo mentre vorrei essere due.
Parlo e nessuno è presente ad ascoltarmi.
Vivo e nessuno coglie la mia vita.
Perché essere così ricco e non aver nessuno da arricchire?
Donde viene quest’amore? Dove va?
Vorrei amare, Signore,
Ho bisogno d’amare.
Ecco stasera, Signore, tutto il mio amore inutilizzato.

Ascolta, Mio caro,
Fermati,
Fai, in silenzio, un lungo pellegrinaggio fino in fondo al tuo cuore.
Cammina lungo il tuo amore nuovo,
Così come si risale un ruscello per scoprirne la sorgente.
E al termine, laggiù in fondo, nell’infinito mistero della tua
anima turbata, Mi incontrerai,
perché io mi chiamo Amore piccolo,
ed Io non sono altro che Amore, da sempre,
E l’amore è in te.
Io ti ho fatto per amare, per amare eternamente.
Ed il tuo amore sarà un altro te stesso.
Lei sta cercando;
Rassicurati, è già sulla tua strada,
In cammino da sempre,
Sulla strada del Mio Amore.
Bisogna aspettare il suo passaggio,
Lei si avvicina,
Tu ti avvicini,
Vi riconoscerete,
Perché Io ho fatto il suo corpo per te,
Ho creato il tuo per lei,
Ho fatto il tuo cuore per lei, ho creato il suo per te,
E voi vi state ricercando nella notte,
Nella mia notte che diventerà luce
Se voi avrete fiducia in Me.
Conservati per lei, piccolo mio,
Come lei si conserva per te.
Io vi custodirò l’uno per l’altra,
E, giacché hai fame d’amore,
ho posto sul tuo cammino tutti i tuoi fratelli da amare.
Credimi, è un lungo tirocinio l’amore,
E non vi sono diverse specie di amore:
Amare, vuol sempre solo dire abbandonare se stessi
Per darsi agli altri.

Signore, aiutami a dimenticarmi per gli uomini miei fratelli,
Perché dando me stesso impari ad amare.

Michel Quoist

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