Feeds:
Articoli
Commenti

Archivio per la categoria ‘le mie storie’

Ieri anche se è iniziato l’Avvento, con i miei bambini del catechismo abbiamo parlato di Noè e allora mi è tornata alla mente la mia storia della goccia. Lo so che è vecchia e che certo molti qui l’avranno già letta, ma ripensarci mi ha portato tanti ricordi dolci, posso?

Storia della goccia
C’era una volta una piccola goccia che usciva da un rubinetto che perdeva, se ne stava lì attaccata e non andava né su né giù. Non si divertiva e non era per niente soddisfatta di quella posizione “Vorrei uscire da qui, conoscere terre nuove e trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
Mentre era lì che rifletteva arrivò davanti alla finestra la Fata del Vento. La minuscola Fata del Vento viaggiava nel cielo sopra un minuscolo cocchio trainato da una lumachina dorata che lasciava una minuscola scia di polvere dorata là dove lei passava. La lumachina aveva fiutato un desiderio da esaudire, le lumachine dorate possono riconoscere i desideri nell’aria anche se si trovano molto distanti.
La goccia quando la vide la chiamò subito: “Fata del Vento ti prego, puoi aiutarmi? Voglio uscire da qui e andare a conoscere terre nuove e trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
La Fata rispose: “Posso trasportarti con il mio soffio e lasciarti dove tu desideri”.
Allora la goccia salutò il rubinetto e si preparò a partire.
Un soffio leggero, ma continuo la trasportò fuori dalla finestra e oltre, sopra i tetti e le strade. La goccia guardava giù, vide un largo prato verde e se ne innamorò.
“Qui!”, esclamò, “Qui andrà bene!”
La Fata la depose su un filo d’erba accanto a una goccia di rugiada proprio mentre passava di lì una coccinella.
“Grazie Fata del Vento!”, salutò cortesemente la goccia, ma la Fata era già ripartita, trainata dalla lumachina attratta da nuovi desideri che affioravano qua e là. Trascorse dei giorni felici la goccia immersa in quel verde di cui si beava, ma piano piano ci si abituò e cominciò a desiderare nuovi colori e nuove terre.
Arrivò allora la Fata del Sole, che la sua lumachina dorata aveva sentito il desiderio e si avvicinò al filo d’erba dove la goccia si trovava.
“Fata del Sole”, subito si fece avanti la piccolina, “Puoi aiutarmi? Desidero tanto trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
La Fata del Sole rispose: “Posso trasportarti in cielo col mio calore e farti arrivare fino a una nuvola”.
“Va bene”, rispose la goccia e salutati il filo d’erba e la coccinella si preparò a partire.
Un calore tenue ma continuo la rese leggera leggera e così iniziò a salire e si ritrovò in mezzo a una nuvola, insieme a milioni di gocce uguali a lei.
“Grazie Fata del Sole”, salutò cortesemente, ma anche lei era già volata via.
Adesso vedeva tutte le sfumature dal bianco, al grigio fino al nero di tutte le nuvole che incontrava e ne restò affascinata.
Ma dopo un po’ di tempo anche questi colori cominciarono a sembrarle sempre gli stessi e cominciò a desiderarne ancora di nuovi e nuove terre.
Allora lo vide, il posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice e desiderò con tutta se stessa di raggiungerlo.
Subito arrivò la Fata della pioggia e la goccia subito le chiese se poteva aiutarla ad arrivarci. La Fata poteva trasportarla con la pioggia, ma non sarebbe stato sufficiente. Il suo desiderio era però così ardente che lo sentirono anche le lumachine della Fata del Vento e della Fata del Sole che giunsero lì sulla nuvola.
La Fata della Pioggia fece piovere la piccola goccia, la Fata del Vento la trasportò col suo soffio fino all’orizzonte e la Fata del Sole la sollevò e la fece risplendere col suo calore e così la piccolina si ritrovò nel luogo che aveva visto: una miriade di colori che tante piccole gocce come lei creavano stagliandosi contro l’azzurro del cielo.
La goccia si sentì finalmente a casa e quando si girò per ringraziare le sue amiche fate vide che tutte e tre si inchinavano a salutare il grande Padre Arcobaleno.
Ed è lì che lei si trova ora e vive felice e anche tu potrai vederla e gioire insieme a lei ogni volta che davanti a te incontrerai il grande arco colorato dell’arcobaleno.

Read Full Post »

I figli, li vediamo grandi o piccoli spesso a prescindere da come realmente sono. Chi avrebbe pensato che mio figlio insieme ad un suo amico a dieci anni suonati avrebbe ancora ascoltato e apprezzato, durante la merenda, una delle storie del mio libro? Eppure quando le raccontavo era piccino, ma in fondo sua sorella, altrettanto presa, era più o meno come lui ora..

“Storia della galleria (contro la noia mentre si viaggia)
Quando il viaggio è lungo e l’abitudine alle storie ormai consolidata, per trovare qualche elemento nuovo occorre trasformare il viaggio stesso in un’avventura che scacci la noia, e in un lungo tragitto è difficile non attraversare neanche una galleria…

STORIA DELLA GALLERIA

C’era una volta una famiglia che stava facendo un bel viaggio con la propria macchina e tutti erano contenti perché andavano in vacanza ed era una bella giornata con il cielo azzurro e il sole che splendeva in mezzo a qualche piccola nuvoletta bianca bianca.
Arrivarono ad un certo punto all’imbocco di una galleria e mentre procedevano, aspettando di rivedere la luce, si resero conto, quando finalmente ne uscirono,  che il tempo era improvvisamente cambiato. Il cielo era scuro e rossastro, come se fosse scesa improvvisamente la notte  e un odore molto acuto e cattivo filtrava attraverso le bocchette. Non c’erano più neanche le altre macchine e neanche le strisce e i cartelli ai lati della strada, che anzi non sembrava proprio per niente una strada. Il babbo spense il motore. Sentirono uno strano brontolio, ai lati si intravedevano strane montagne senza cielo sullo sfondo: tutto nero.
Scesero dalla macchina. Il terreno era caldo ed elastico e anche un po’ umido.
Dove erano finiti? Un vulcano? Una grotta? Un sotterraneo?
Sentirono dei movimenti e ogni dubbio svanì: erano finiti nella pancia di un drago. Doveva essersi addormentato a bocca aperta proprio davanti all’imbocco della galleria mentre loro ne stavano uscendo e ora si stava svegliando.
Salirono in macchina, chiusero le sicure e si  misero le cinture, dovevano scappare da lì.
Il padre mise in moto e per fortuna le ruote camminavano bene sulla pancia, gola o quello che era. Ma evidentemente ora che il drago era sveglio li sentiva. Cominciò a tossire, come quando mangiando ci va qualcosa di traverso e in effetti era proprio così!
Grandi scossoni sbattevano la macchina qua e là, riuscivano comunque a procedere ogni volta che il drago smetteva di tossire e poterono così percorrere quella incredibile autostrada. Finalmente in lontananza apparve il cielo azzurro che non era svanito, ma soltanto scomparso dalla loro vista, finiti com’erano dentro quella enorme creatura.
Lì davanti però apparvero anche i denti, o zanne che fossero, grossi come colonne attraverso i quali la macchina sarebbe dovuta passare per uscire fuori senza essere, diciamo così, masticata.
Ma l’azzurro del cielo li guidava e il desiderio di raggiungerlo era così forte che il padre lanciò la macchina a tutta velocità. Il gran rumore provocò così tanto fastidio al drago che pensò bene di sputarli spingendoli con la sua lingua grossa come un’onda scura e gigantesca.
Si ritrovarono fuori e la luce del sole li abbagliò tanto che non riuscirono a tenere gli occhi aperti.
Quando finalmente poterono guardarsi intorno si accorsero che erano fermi, il motore spento, adagiati sopra una nuvola. Non cadevano, non salivano, non andavano né avanti né indietro, semplicemente sostavano lì sopra, come se si fossero fermati ad una piazzola, del drago non c’era traccia, si apriva davanti a loro una distesa immensa di azzurro come mai vista prima.
Non ebbero il coraggio di scendere dalla macchina, perché anche se la nuvola teneva chissà cosa sarebbe potuto succedere alla superficie umida e opaca al contatto dei loro corpi.
Si guardarono intorno proprio come se si trovassero a volare su un aereo, ma capivano che le somiglianze finivano qui.
Non sapendo veramente cosa fare, aspettando l’arrivo di un’idea, tirarono fuori i panini e fecero merenda. Per il momento potevano essere contenti di essere usciti dalla pancia del drago e rallegrarsi per l’incredibile vista. E godersi la merenda.

Qui finisce la storia, o almeno questa parte. Qualche volta è utile imparare la pazienza e accontentarsi di quello che si ha, restando sospesi sulla fine di un racconto o sopra una nuvola.”

Read Full Post »

Scrivendo una puntata per la mia rubrica alla radio ho ripreso una delle storie del mio libro, quella che inventai, inutilmente devo dire, per invogliare i miei disordinatissimi figli ad essere ordinati. Mi sono accorta che non l’ho ancora messa nel blog. Eccola qua, magari con i vostri funziona..

Storia di Michelino

Michelino era un bambino tanto tanto disordinato, che giocava con tutte le sue cose sparse dappertutto, e anche se la mamma gli diceva di sistemare, lui non metteva mai in ordine.
Un giorno se ne stava in mezzo a tutti i suoi giochi, quando gli cascò il suo primo dentino. Chiamò subito a voce alta la mamma per farglielo vedere, ma la mamma era un po’ indaffarata e gli disse di aspettare un momento. Michelino appoggiò il dentino e continuò a giocare. Dopo pochi minuti arrivò la mamma per vedere il dentino
-Allora Michelino, fammi vedere la bocca- gli disse. – ora bisogna mettere il dentino sotto il cuscino così stanotte vengono i topini e ti portano un regalino-.
-Mamma, non lo trovo!- disse Michelino tutto spaventato. Non si ricordava dove lo aveva appoggiato mentre giocava, non aveva fatto molta attenzione e ora chissà quante cose aveva spostato nel frattempo. La mamma un po’ lo brontolò, ma Michelino era così triste che non gli disse granché e continuò a cercare anche lei. Non ci fu niente da fare, il dentino non si trovò e a Michelino toccò andare a dormire senza averlo messo sotto il cuscino.
-Mamma, speriamo che riescano a trovarlo i topini- disse tutto sconsolato e si addormentò.
Nella notte ecco due topini pronti per prendere il dentino da portare alla Regina dei Topini dei denti da latte, che così avrebbe scelto il regalo da mettere sotto il cuscino di Michelino.
-Ehi! Non c’è niente qui sotto!- disse il primo topino, che era un maschietto.
-Non è possibile!- disse il secondo topino, che era una femminuccia. Ma possibile o impossibile che fosse, il dentino non si trovava. Allora si guardarono intorno e vedendo il gran disordine in cui si trovava la stanza intuirono cos’era accaduto.
-Proviamo a guardare qui intorno, magari lo ha perso in mezzo a tutte queste cose.-
E così cercarono dappertutto, ma il dentino non spuntava. Alla fine la topina disse che era meglio andare a parlare alla Regina. Il topino, prima di ripartire, voleva salire dentro una delle macchinine di Michelino.
-Solo un giretto e poi andiamo.-
E cosa trovò il topino dentro la macchinina? Proprio il dentino che Michelino aveva appoggiato lì, mentre giocava, soprappensiero, e non gli era proprio venuto in mente di guardarci dentro.
-Eccolo! Era qui!- gridò il topino -Andiamo!- e partirono subito per andare dalla Regina. La quale mandò un regalo davvero speciale per Michelino. Quando la mattina Michelino si svegliò si accorse subito che c’era qualcosa sotto il cuscino.
-Mamma! L’hanno trovato!- chiamò tutto emozionato. Ma quando alzò lo sguardo rimase a bocca aperta e anche la mamma appena entrò. La sua stanza era completamente cambiata, tutti i giocattoli erano in ordine dentro tanti contenitori allegri e colorati. La camerina sembrava più grande e bella, come non aveva mai visto prima. E sotto il cuscino? Michelino trovò tante etichette adesive colorate di macchinine, costruzioni, robot, soldatini, e così via da attaccare sui contenitori.
-Messaggio ricevuto- disse ad alta voce pensando alla Regina dei Topini dei denti da latte e da quel giorno imparò ad essere ordinato e a trovare da solo le cose.
(Lui, nel mondo delle favole…)

Read Full Post »

Quest’anno ancora non ho mai parlato del Natale, ma perchè mi sono sfogata scrivendo le puntate per la mia rubrica alla radio. La prima: è iniziato il periodo natalizio è già ascoltabile , ma la seconda, andata in onda ieri, che mi piace molto, ve la trascrivo in anteprima. Chi mi legge riconoscerà tra le mie natalizie, la storia finale Biglietto di Natale.

“Siamo in Avvento, è iniziato il mese di dicembre, abbiate pazienza, Natale e le feste per me sono così, non posso tacere e farne a meno, non parlerò d’altro fino ad anno nuovo. Quindi fatevene una ragione!
Eccoci qua, finalmente il periodo che tutti aspettiamo e temiamo. Si, ne abbiamo anche paura, perché se non si riesce ad essere felici a Natale ci sentiamo tutti un po’ più tristi e incapaci, delusi da noi stessi, come bambini che scartano un regalo senza entusiasmo: se non ci riusciamo a Natale, quando mai sapremo godere di quello che ci circonda e la vita ci propone?
Io sono da sempre tra quelle fissate e che amano il Natale e riescono comunque a goderne e certo per questo, essere diventata mamma e aver avuto per anni due Gesù Bambini in giro per casa ha contribuito non poco. Ma devo dire che per poter essere felici per le feste che si avvicinano bisogna ricordarsi innanzitutto che il Natale è una festa religiosa, un’occasione spirituale, comunque la si voglia considerare. E il buio, la stagione e la natura sospesa, arrivano e sono lì per noi, per fermarci, per guardare le cose, almeno una volta, da una diversa prospettiva, dall’alto, ricordare che siamo piccoli, limitati e temporanei. La fine e il nuovo inizio rappresentano il momento giusto per staccare dagli affanni quotidiani e ridare spazio all’armonia, alle cose che contano veramente, quelle che durano. C’è una Luce che nasce, sia che la si veda come quella dell’anno che riparte, delle giornate che si riallungano, o del Natale cristiano, di Dio, del Signore che nasce in mezzo a noi. E’ lì, che bisogna andare a cercare il motivo per gioire, per ritrovare la capacità di guardarsi dentro, ed essere grati di tutti i doni che continuamente riceviamo. Allora i beni materiali, i regali, le cene, le feste, gli abiti e le luci scintillanti, che da soli sono ingombranti, vuoti e senza senso, diventano preziosi, perché tornano al loro posto, quello di strumenti, mezzi per festeggiare la vita, il dono, la Luce preziosa senza la quale non si può vivere, sia che sia quella fisica che illumina le nostre giornate che quella spirituale che illumina le nostre anime.
E la gioia quando è quella profonda, quella che illumina nel profondo, vuole essere condivisa e trasmessa, ai nostri figli per primi, e a chi ci circonda. Ecco che fare, acquistare o preparare regali non diventa più soltanto un dovere o un passatempo, ma un bisogno, un desiderio del nostro cuore. Che anche così diventa più caldo, più pieno, finalmente contento, come in questa mia piccola storia che vi dedico.

E così anche quell’anno era arrivato Natale.
Un Natale povero povero, senza addobbi e senza regali, pacchetti e fiocchi.
Me ne stavo triste davanti all’albero spoglio e le lacrime mi rigavano le guance.
Un soffio gelido entrò nella stanza e quando mi girai proprio lì davanti a me stava Babbo Natale.
“Il mio albero è spoglio” dissi.
Lui si avvicinò e con le sue manone mi sfiorò le guance. Le sue dita si bagnarono delle mie lacrime e con queste sfiorò il mio albero.
Ed ecco i rami si illuminarono tutti e cristalli di neve e fiori candidi come luce spuntarono ovunque.
Ma ero ancora senza doni. “Cosa regalerò?” Gli chiesi ancora.
Lui mi guardò sorridendo e uscì.
Così non mi resta che donarvi questa piccola storia.”

Read Full Post »

Al corso di scrittura fantasy con Silvana De Mari abbiamo dovuto scrivere anche un racconto su una strega, un personaggio tipico delle realtà fantastiche, che si porta dietro un enorme dramma. Il dramma della nostra impotenza e il nostro bisogno di controllare le nostre vite e di dare la colpa e vendicarci su qualcuno quando non ci riusciamo. E il dramma di noi donne quando abbiamo conoscenze che ci permettono di sfuggire dal controllo del potere degli uomini, un potere che ha creato un mondo ingiusto, dove il medioevo prosegue e la vita delle donne continua a non avere valore. Non avrei mai voluto, ma dedico questa storia alle donne di Barletta, non posso fare altro per loro, per tutte e tutti noi segnalo questa iniziativa, perchè il mondo possa davvero diventare migliore  http://noppaw.org/

Il fuoco

“Sbarre squadrate davanti agli occhi, la cella in cima alla torre spazia sulla valle e lontana, a riquadri, posso vedere la mia casa, ne distinguo il tetto, ma il fumo dal camino non esce più. Cosa sarà stato dei miei figli? Certo non sono più lì.
Non è male stare quassù, lontano dalle grida, dagli insulti, dalle risate cattive e dalle allusioni a quello che sarà di me, del mio corpo, della mia vita, che è finita questa mattina quando alle prime luci dell’alba sono venuti a prendermi, strappandomi ai miei figli.
Non è male quassù, vicino alle nuvole, vicino al cielo,  a riquadri, ma sempre immenso, sempre infinito e sempre imperscrutabile: dove saranno? Fuggiti nel bosco? O gli avranno portati in qualche casa, dove poter crescere sudandosi ogni boccone, ogni notte passata per terra, ma al riparo e al sicuro, i dannati figli della strega? Resteranno vivi? Se vedessi il fumo nel camino, un filo alzarsi e muoversi al vento leggero di questa estate infinita. Ma tutto resta immobile, tutto tace.
Non so dove altro guardare, cos’altro aspettare, un filo di fumo, un fuoco che dia calore e cibo, che mi dica che che una parte di me vivrà, che loro saranno, che dovrò sopportare solo la mia di morte, l’aria densa di fumo e il calore insopportabile. Per loro questo cielo azzurro, un cielo senza riquadri, un’aria pulita, un sole che scalda, un fuoco familiare e amico, un fuoco buono che dia loro la vita, per affrontare domani il fuoco cattivo e formidabile che si prenderà la mia.”

Read Full Post »

Tra il caldo, inizio scuola e attività varie, stamattina guardo fuori dalla finestra ed ecco che mi accorgo che è iniziato l’autunno, che le vacanze e l’estate sono finite. Ma io non mi arrendo, sono ancora lassù nel castello incantato, eccovi allora l’ultimo “compito” da fare, una fiaba con cui abbiamo concluso il corso. Ero seduta davanti ad un camino, una pagina di giornale accanto riportava questa frase “Come si costruisce una principessa”. Mi è arrivata questa piccola storia che è anche il mio augurio a tutte e tutti voi, principesse e principi, per questa nuova annata che si sta aprendo davanti a noi.

Piccola fiaba

Spuntò dal mattone del camino affacciandosi guardingo e subito rimase estasiato dalle scintille che il ciocco scoppiettante spruzzò tutto intorno cadendo sulla brace. Io rimasi immobile con gli occhi socchiusi, facendo finta di sonnecchiare, che è poi quello che stavo facendo realmente. Non mi stupii di vederlo lì, mia madre mi aveva detto che qualcuno sarebbe venuto in mio aiuto, quando le avevo chiesto -Come si costruisce una principessa?-.
Non c’era altro da fare, se volevo salvare il castello, i cavalieri non si sarebbero accontentati di una castellana, se pur gentile e affascinante, non avrebbero rischiato le loro vite per difendere dal drago la nostra piccola eppure imponente dimora, che dall’alto del monte dove svettava era diventata la preda più facile, o forse la più visibile, per la devastante creatura. Non si sarebbero giocati l’onore e soprattutto la testa per meno di una che non fosse coronata: doveva essere una principessa, non meno di una principessa a chiamarli. E non si sarebbero lasciati incantare tanto facilmente, mi aveva detto mia madre.
Be’ il fisico c’era, il visino dolce anche, coi modi potevo cavarmela, la materia prima quindi non mancava e i gioielli e i vestiti pure, che non ce la passavamo male, però..
-Come si costruisce una principessa?- avevo chiesto a mia madre. -Avrei dovuto dormire su venti materassi e trovarli scomodi per convincerli?-
Lei non esitò, ti verrà un aiuto, mi aveva risposto. Così mi ero messa davanti al camino ad aspettare e, infatti, ecco da dietro il mattone il piccolo bruco con occhi grandi ed espressivi e, non so come e con quale bocca, sorridente.
Avendo totale fiducia in mia madre e non essendo comparsa altra anima, ammesso che i bruchi ne abbiano, viva, fui certa che l’aiuto sarebbe arrivato da lì.
Il bruco scivolò oltre il camino e si avvicinò al baule colmo di abiti e gioielli. Fino a lì ci arrivavo, dovevo cambiarmi, vestirmi, “agghindarmi” e così feci. Ma sarebbe bastato? Il bruco si spostò, e io con lui, si avvicinò allo specchio, ne percorse il bordo e si fermò sulla cima, intento a guardarmi.
“Ci siamo” pensai, “ho capito. Devo imparare ad avere modi regali, il portamento, le movenze, gesti principeschi”. Così cominciai ad andare avanti e indietro guardandomi nello specchio e guardandolo. Sorridevo, ma non troppo, cenni leggeri di sufficienza, con la testa, come quelli di chi è abituata solo e sempre a dare ordini e già quello fosse una fatica, quasi un fastidio. Ma il bruco abbassava gli occhi. Non andava, non funzionava, fingevo, recitavo, facevo la principessa, ma non lo ero.
Allora mi guardai allo specchio, concentrata, mi vidi coi vestiti, col diadema, la collana e dietro e dentro c’ero io. E mi scoprii uguale eppure diversa, ero bella, mi piacevo, mi piacevo davvero, un sorriso pieno, spontaneo questa volta, mi salì sulle labbra.
Respirai, feci una giravolta contenta, ero io, ero una principessa, ero la principessa, la regina della mia vita. Guardai il bruco, soddisfatta e sorridente, feci una piccola riverenza. Lui spalancò gli occhi, formò una strana spirale, la attorcignò sempre più stretta, “si romperà!” pensai.
E infatti si ruppe e una farfalla uscì.
Con lei che mi svolazzava intorno mi avviai verso il salone, pronta ad accogliere i miei valorosi ospiti.

Read Full Post »

“Questa piccola corona che vedete è chiamata la corona del re Giardino e le sue origini sono antichissime.
Secoli e secoli fa, in un castello viveva un re con la sua regina e la loro giovane figlia.
Quando questa fu in età da marito cominciò al castello un continuo andirivieni di nobili, principi e cavalieri che chiedevano la sua mano.
Ma la principessa, che non era contraria per principio al matrimonio, non si decideva a scegliere, presa com’era invece dalla sua grande passione, trasmessale dal padre, per il giardinaggio.
Avevano dentro il castello un giardino pensile meraviglioso. Un soffice tappeto d’erba e delicate siepi formavano una geometria allegra, il lato nord era riparato da alti alberi mentre a sud erano esposti vari tipi di fiori che, alternandosi nelle fioriture, coloravano quell’angolo per quasi tutto l’anno.
Ma in Gennaio la principessa non era riuscita a trovare nessun fiore che resistesse al vento e al freddo e l’angolo restava scuro e desolato.
Il re e la principessa avevano fatto molti esperimenti, ma nessuno dei fiori che in serra splendevano rigogliosi, resisteva poi esposto nell’angolo, soleggiato e riparato, ma pur sempre aperto.
E così la principessa, presa dai vari tentativi, guardava e conversava con i suoi pretendenti soprappensiero, senza neanche rendersi conto se le piacevano o meno.
I nobili e i fieri cavalieri cominciarono a stufarsi di venire ogni giorno in processione al castello e diradarono le loro visite.
Ma la principessa neanche se ne accorse e non cambiò il suo atteggiamento, cosicché pian piano scomparvero tutti i pretendenti e si sostituirono a questi, schiere di fiorai e giardinieri in quanto si era diffusa la voce su quale fosse l’unico vero interesse della giovane principessa.
Un giorno un giovane fioraio, di un’antica famiglia che coltivava fiori da sempre e che aveva servito le più nobili famiglie, trovò una varietà molto forte di mimosa che fioriva presto e resisteva al gelo. Finalmente l’angolo del giardino brillò di colore anche nel primo mese dell’anno.
La principessa era felice, si innamorò del giovane e disse a suo padre che quel fioraio era l’uomo con cui avrebbe voluto sposarsi. L’etichetta di corte però permetteva soltanto ad un nobile di sposare la principessa. Allora il re nominò il ragazzo Nobile Cavaliere del Giardino Reale.
I due si sposarono” proseguì Pietro, “e vissero felici e contenti ed ebbero un figlio al quale, in ricordo di ciò che li aveva fatti conoscere ed unire dettero il nome di Giardino. Era l’erede al trono e il nonno sovrano gli insegnò fin da piccolo ad amare le piante e la natura.
Quando il nonno morì Giardino fu nominato re, ma data la sua giovane età i genitori governavano per lui. Gli fecero fare anche una piccola corona, per le cerimonie ufficiali e lui vi volle appendere un piccolo ramo, per ricordare a tutti l’importanza delle piante per le nostre vite.
Un giorno il piccolo re Giardino, mentre faceva una passeggiata, vide uno splendido melo selvatico proprio in mezzo ad una radura. Si avvicinò e fu colpito per la sua bellezza e per il colore dei suoi frutti che sembravano d’oro proprio come la sua corona. Ne assaggiò uno e lo trovò buonissimo.
Il giorno dopo voleva tornare al melo, ma un violento temporale si abbattè sul castello e così non potè uscire.
Appena tornò il sole, Giardino prese un cavallo e corse fino alla radura, aveva un presentimento. E infatti trovò il melo colpitola un fulmine, con molti dei suoi rami bruciati.
Il piccolo re fu molto rattristato, ma non si dette per vinto e nei giorni seguenti cercò di salvare il melo facendosi anche aiutare dai genitori.
L’esperienza del padre e la cura della madre, insieme alla sua passione, tanto fecero che l’anno dopo il melo tornò a fiorire e a dare nuovamente quelle mele che sembravano d’oro.
Il piccolo re Giardino condusse di nuovo i genitori e insieme assaggiarono quei frutti dolcissimi.
Mentre mangiavano un lieve vento si sollevò e mosse le foglie del melo. Il loro frusciare suonò a Giardino come una voce e il ragazzo udì queste parole:
-Grazie. Le te tue cure non sono state vane, l’amore che porti per noi piante sarà ricompensato. Il tuo castello non sarà dimenticato, i fiori non vi appassiranno mai. Se tu manterrai il segreto la Natura non infrangerà la sua promessa.-
Soltanto il giovane re udì queste parole e non lo raccontò a nessuno.
Da allora ogni angolo verde del castello del re Giardino, con grande stupore dei suoi genitori, rimase fiorito per tutti i dodici mesi dell’anno.
E ancora oggi i discendenti del piccolo re amante della natura portano a visitare le rovine del loro antico castello senza raccontare niente e così il giardino continua ad essere fiorito tutto l’anno.
E così è finita la storia” concluse Pietro.
Era aprile ed effettivamente lassù era pieno di fiori e di verde. Ma non era questo. Era che la storia era bellissima e parlava proprio di noi. Ora la fiaba l’avevo davvero vissuta: i miei figli me l‘avevano regalata.
Da allora quella è rimasta “la vacanza del re Giardino”.

Read Full Post »

Ero eccitata e commossa. Io romantica amante del medioevo e delle sue leggende ne avevo appena incontrata una, dal vivo. La prima e probabilmente l’unica della mia vita.
Mi sentivo tornata bambina, mi sentivo parte di una fiaba, per la prima volta, finalmente. Sergio mi trovò così, con aria sognante e mi riportò alle mie preoccupazioni di mamma: avevano messo del ghiaccio sulla caviglia di Pietro che protestava di volersi alzare che non aveva niente.
Riuscii facilmente a farlo stare seduto. E anche Martina e anche Sergio.
Rimasero colpiti come me dalla storia di Giardino, anche se non, almeno a vederli, altrettanto commossi. Continuarono a parlarne allegri ed eccitati.
Io restavo in silenzio, volevo conservare quel senso di calore e magia che spesso le parole banalizzano e raffreddano.
Chissà quante cose conosceva del castello, ma era rimasto in silenzio per rispetto dei suoi antenati, per non svenderli ad estranei, o forse per mantenere su se stesso insieme a loro il riserbo e l’intimità di una storia che per lui era vita di carne e di sentimenti.
Mi affascinava anche il suo non ricevere direttamente i soldi, forse ultimo segno di una dignità d’altri tempi.
E se fosse stato tutto un trucco? Ormai ci avevo troppo costruito e mi sarei trovata non soltanto delusa, ma cinica e scettica, le cose che vanno meno d’accordo con me e mi rendono insoddisfatta e cupa finchè non se ne vanno.
Dopo cena Sergio chiese se c’era modo di rivedere Giardino e di ringraziarlo. La signora ci disse che quasi sempre i turisti chiedevano di lui, anche senza sapere del suo legame col castello.
Ma per lui si trattava di una cosa molto isolata col resto della sua vita e non accettava niente tranne i soldi che i turisti gli facevano arrivare tramite lei.
Le chiesi allora se avesse conosciuto la storia della sua famiglia e del castello.
Giardino, ci disse, non ne parlava mai, ma suo figlio aveva fatto fare delle ricerche araldiche e lui stesso si era informato in molte biblioteche e con molti libri di storia locale. Sembrava proprio che loro fossero un ramo discendente, anche se non l’unico. Il castello doveva essere stato una residenza estiva poi diventato fortezza. Diroccato ormai da secoli, la famiglia di Giardino era tornata casualmente nel paese con il bisnonno che aveva preso il mulino.
Non mi piaceva ascoltare queste notizie, soprattutto raccontate dalla signora, quasi come un pettegolezzo. Preferivo il silenzio e il mistero su questa figura, questo cavaliere errante, piccolo re Artù di una fiaba vera e moderna che io stavo vivendo.
La mattina seguente eravamo decisi a rivederlo. Io però insistevo che dovevamo rispettarlo. Potevamo tornare da soli al castello.
Tutto era cambiato, la vacanza non solo non era più noiosa, ma un misto di incanto e commozione, di eccitazione e di frenesia ci rendeva inquieti. Altro che relax!
Sergio era della mia stessa idea: dovevamo lasciarlo in pace. Ci avrebbe anche potuto deludere e comunque non avevamo alcun diritto di disturbarlo. I ragazzi, chiaramente, non ci volevano sentire, erano irremovibili.
La signora ci aveva fatto capire che non poteva dirci niente per imparzialità e per lealtà nei confronti di Giardino.
Provammo con aria indifferente a fare un giro del paese, ma non successe nulla. Forse aveva un pezzetto di orto e magari era lì a lavorare: girammo verso gli orti.
Forse erano arrivati altri turisti e lui ora stava proponendosi su alla pensione.
Non lo trovammo neanche lì. Così decidemmo, per forza di cose, di tornare da soli al castello.
Fu emozionante, almeno per me. Gli altri sembravano alquanto delusi.
Tornando indietro facemmo una scoperta. Nel punto dove Pietro aveva inciampato era stata dissotterrata e spostata letteralmente una radice, probabilmente causa della caduta ed era stato pareggiato il terreno.
Ma perché quest’uomo così buono e attento era anche così misterioso?
A pranzo non si fece vivo. Esasperati, decidemmo di non pensarci più, di chiudere l’episodio di Giardino.
Per il pomeriggio Pietro e Martina proposero di procurarci o costruirci dei ricordi di questa vacanza, dei souvenir artigianali.
Trovai l’idea stupenda e non pensai più al mio re Artù, sapendo che proprio così sarebbe rimasto tale nei miei ricordi: un’apparizione fiabesca e fuggevole, proprio come deve essere.
Volevo trovare dei fiori dallo stelo lungo per farne una ghirlanda intrecciata da far essiccare. Mi piaceva molto l’idea, ma non ne parlai con gli altri. Il patto era di mantenere il segreto finchè i souvenir non fossero pronti.
Trovati i fiori adatti, mi sedetti su un masso ai bordi di un sentiero su uno slargo. Cominciai a tagliare gli steli per renderli tutti della stessa lunghezza. Li avevo messi in un bel paniere, avevo forbici, filo di ferro. Mi sentivo Heidi o forse la Cappuccetto Rosso che appena arrivata mi aspettavo di veder spuntare dal bosco. Certo non avrei mai pensato che col paniere e i fiori sarei spuntata io!
Canticchiavo meccanicamente. Invece del lupo cattivo dal folto sbucò mio marito. Ridemmo nel vederci, io in mezzo ai miei fiori, lui con in mano una specie di piccola accetta, “pennato” mi disse che si chiamava e una busta con dei pezzi di legno.
Senza dire altra parola proseguì al di là del sentiero e si inoltrò di nuovo nel bosco. Ero felice.
Quando tornai verso la pensione i ragazzi erano nel cortile e mi corsero incontro entusiasti. Senza dire niente mi mostrarono il loro souvenir. Avevano costruito una corona di cartone, l’avevano foderata non so con che cosa, ma era davvero bella. Aveva attaccato un piccolo ramo, sapevo cosa significava: il ricordo del nostro misterioso “re Giardino”.
Lì accanto vidi il souvenir di Sergio. Era non so come riuscito a trovare un pezzo di legno schiacciato, lo aveva scartato e pulito in quel poco tempo e aveva fatto un centro tavola.
Appeso al muro, pensai, poteva divenire una bellissima cornice per la mia ghirlanda. Senza saperlo ci eravamo completati, non era la prima volta.
Mostrai orgogliosa la mia ghirlanda ai ragazzi: i nostri gusti si riflettevano in questi lavori, ma non credevo che avremmo costruito degli oggetti così belli.
“Siamo stati proprio bravi” pensai e lo dissi anche. Giardino o non Giardino avevamo vinto la sfida, niente macchina, libri o carte e il tempo era volato, la mattina dopo saremmo partiti.
Proposi un ultimo passatempo, un gioco per trascorrere la serata. Dopo cena, seduti in cortile, ognuno avrebbe raccontato una storia inventata sul proprio souvenir. I ragazzi potevano farne una o due come preferivano. Accettarono tutti e tre. Decisi, come mio solito, di non pensarci e che avrei improvvisato. Non ce l’avrei fatta a pensarla prima a raccontarla in un secondo momento.
I ragazzi invece, stettero a parlottare sul letto per un bel pezzo e anche a cena fecero i misteriosi. Finalmente ci sedemmo sui gradini della pensione, in una quiete fatta di rumore smorzati più che di silenzio.
I ragazzi erano impazienti di iniziare e così io e Sergio ci accingemmo ad ascoltare. Si alzò Martina dicendo che avrebbero fatto un po’ per uno e cominciò.

Read Full Post »

Non era né giovane né vecchio, quell’età indefinibile. Così naturale e disinvolto che sembrava avesse detto tutto già prima di cominciare.
Venne alla fine del pranzo al tavolo, mentre io già mi chiedevo, un po’ in ansia, cosa avremmo fatto. Ci annunciò che era la guida del paese per le escursioni al castello diroccato e che la quota andava comunque versata alla signora della pensione. Visto che era bel tempo saremmo partiti alle tre. Se qualcosa non andava potevamo avvertire la signora.
Disse tutto questo con tranquillità e serietà, come se fossimo già stati d’accordo. Non si offrì, né si propose, si assunse, potremmo dire. Non so se era studiato, ma questo saltare ogni formalità e anche ogni forma di presentazione o di accordo ci divertì e ci incuriosì. Alle tre meno un quarto eravamo già davanti alla pensione.
Finalmente ci chiese i nostri nomi. Gli dicemmo quelli veri. Ci incamminammo.
Aveva un bastone bellissimo, tutto intagliato. Quando entrammo nel bosco ci disse che anche noi dovevamo avere un punto d’appoggio e che ognuno doveva prendersi un bastone. Sergio si stava già muovendo per prenderlo anche ai ragazzi. Giardino lo guardò e disse di nuovo e senza forza che ognuno di noi doveva prendersi il proprio bastone. Poi disse “Se non si sa scegliere dove appoggiarsi, poi non ci si sa nemmeno appoggiare.”
Era proprio vero? La versione moderna simil-medievale di Mosè era con noi e ci stava guidando?
Sentii molto amore in quella frase, o magari ce l’avevo voluta sentire. Comunque scegliemmo i nostri bastoni.
Cominciò a camminare e intanto a parlarci della natura, del sentiero che va mantenuto pulito. Gli chiedemmo i nomi degli alberi, delle piante. Tute le nostre curiosità furono soddisfatte.
Non dicemmo niente di noi, ma molte cose vennero fuori: la mia tendenza estetica e romantica, io che osservavo i colori ed esprimevo le mie sensazioni, lo spirito pratico e intuitivo di Sergio a cui Giardino annuiva, condividendo le osservazioni. E l’ordine emotivo e fantasioso dei ragazzi.
Arrivammo al castello: poche rovine in una posizione superba. Mi aspettavo qualche spiegazione storica o almeno qualche leggenda. Ma Giardino non disse niente.
Restammo a guardare il panorama tutti in silenzio. Quella quiete infondeva un senso di rispetto come dentro una cattedrale: maestoso e pieno di dignità.
Come se gli antichi abitanti di quel luogo, le loro emozioni e i loro gesti si imponessero alla nostra attenzione per il solo fatto di essere esistiti e di essere ormai così distanti da noi
Giardino non disse proprio niente, neanche di ripartire. Soltanto si mosse e si incamminò verso la discesa.
Restammo tutti in silenzio per un pezzo. Poi Pietro inciampò. Si fece soltanto una storta, ma la caviglia si gonfiò subito.
Giardino non esitò, lo prese sulle spalle e a Pietro veniva anche da ridere. Sergio provò ad opporsi, ma giardino ribadì che non era né il primo nè l’ultimo. Lui c’era abituato.
Dopo un primo imbarazzo Pietro cominciò a guardarci divertito e fece anche i complimenti a Giardino per a sua forza. E per la prima volta lo vedemmo ridere.
Sergio si era rilassato e rideva anche lui.
Non ci salutò davanti alla pensione, ci disse soltanto di far riposare la caviglia di Pietro.
Chiesi subito informazioni alla signora della pensione che mi raccontò di come Giardino fosse un lontano discendente dei padroni del castello.
Aveva dodici nipoti ed era molto gioviale. Accompagnava da sempre i turisti al castello e non aveva mai permesso a nessun altro di farlo. Era l’unico argomento su cui non era disposto a scherzare. Era un nonno giocherellone e un uomo di compagnia, ma nessuno più si stupiva della trasformazione che aveva quando accompagnava le persone al castello. La nobiltà da cui discendeva si conservava in questo aspetto che affascinava il paese, anche se era ormai per tutti un’abitudine. Ma non per me.

Read Full Post »

Poichè in questo periodo faccio fatica, anzi proprio non riesco a scrivere e a stare in contatto con le mie tante emozioni e scrivere per me è proprio questo, e poichè non voglio nemmeno sospendere questo filo col mio cuore e con voi, agirò per interposta persona, diciamo così. Ho deciso di mettere, piano piano, il racconto che scrissi quasi vent’anni fa e che mi è tornato in mente durante le vacanze di Pasqua. Non conoscevo certo ancora mio marito, non potevo sapere che avrei avuto due figli, un maschio e una femmina e non potevo immaginare che sarei andata a vivere in un piccolo paese, ma è vero che i nostri desideri e i nostri sogni ci mettono in sintonia con persone e realtà che, se davvero ci credi, prima o poi arrivano.

La vacanza del re Giardino

“5 saltelli e oplà, la canzone è tutta qua. Un passetto per l’in giù ed il ballo hai fatto tu.”
Così cantavano i bambini danzando nel cortile. Sembravano folletti, creature d’altri tempi.
Eravamo da poco arrivati, il tempo di sistemare le nostre cose nelle stanze e fare un giretto per il minuscolo paese. Ma già eravamo inseriti.
La campagna circostante ci guardava indifferenti, la naturale accoglienza di chi già ci considerava del luogo, diversamente dalle persone che con la loro riservata e un po’ fredda curiosità soddisfacevano il nostro bisogno di attenzione.
Forse era stata un pazzia venire a trascorrere il fine settimana lungo in questo posto, non sperduto, che ormai non ne esistono più, ma volutamente isolato, per il turista esigente, forse scelto o eccentrico e forse così anche noi.
Un’idea stravagante quindi, ma non per questo meno piacevole. Le vacanze o le gite precostituite ti dicono già cosa guardare o cercare, che tipo di emozioni attenderti.
In ogni modo mi ero portata da leggere, un bel po’. E qualcosa anche per il resto della famiglia. E un quaderno bianco.
“Siamo appena arrivati, è tutto magnifico, sembra di essere in una fiaba. E’ quello che ho sempre desiderato. Mi aspetto che spuntino da un momento all’altro Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel. I ragazzi sono eccitati, hanno visto un fiume con i cigni e un negozio, turistico tremendo, ma che vende giocattoli in legno e altre cose comunque in tono con l’ambiente. Sergio è tranquillo e guarda tutto, contento come al solito.”
La prima cena fu fantastica, a lume di candela con uno stupendo cielo stellato e un gran scorrere di macchine, almeno per quel che io mi aspettavo da quel luogo.
I ragazzi dissero che occorrevano nomi appropriati all’ambiente e alla vacanza. Ci divertimmo a scegliere i nomi, Sergio diventò Guglielmo, io Ginevra e i ragazzi Angelica e Federigo con la “G”.
Non c’era molto da fare nel paese, ma fu stabilito che non avremmo usato la macchina e che avremmo escogitato passatempi per trascorrere il tempo “in loco”. Escluse anche carte, scacchi e affini. Proprio un sfida.
Il resto della serata passò guardando le stelle ad indovinare le costellazioni.
Ogni tanto Sergio-Guglielmo russava, ma i ragazzi lo risvegliavano a suon di solletico.
I morbidi piumoni e gli alti cuscini autorizzarono invece mio marito a russare tranquillamente. I ragazzi erano già andati e neanche se ne accorsero.
Che bella cosa la colazione a tavola tutti insieme con i fiori e la tovaglia color crema!
E dopo? Come avremmo trascorso la mattinata? Nel modo più ovvio: facemmo un giro perlustrativo del paese e una passeggiata un po’ più fuori, verso il bosco.
Arrivati in un punto con una bella panoramica, proposi di tornarci a fare dei disegni da mettere insieme alle foto ricordo. Ma i ragazzi non ne volevano sapere.
Ci incamminammo verso il fiume per vedere i cigni. Trascorse così il resto della mattina e l’ora di pranzo ci trovò sì, ancora rilassati, ma sicuri che un altro paio d’ore così e ci saremmo certamente pentiti delle regole appena inaugurate.
Eravamo così, senza rendercene conto, in attesa.
E qualcosa accadde veramente: conoscemmo Giardino.
Per quanto assurdo fosse, Giardino era proprio il suo nome, o almeno il modo il cui lo chiamavano.

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.