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Archivio per la categoria ‘Le storie dei laboratori’

I bambini, riescono sempre a sorprendermi e ad incantarmi.
Quattro storie di animali con i laboratori, quattro gruppi di cinque anni, con i loro nomi fantasiosi, due amichette hanno voluto avere lo stesso nome, e non, c’è chi ha persino deciso di chiamarsi Bo’. Con le loro soluzioni ovvie e quelle inattese, come cantare una ninna nanna come arma, con il loro bisogno di un personaggio cattivo o di un problema per coinvolgersi, per scoprire che sono chiamati a compiere una piccola grande impresa e così divertirsi. E con la loro voglia di partecipare, anche quando non tocca a loro, accontentandosi magari di fare l’iceberg o la vaschetta per il mangime..

Nel bosco di Trenciatreccia

Nel bosco di Trenciatreccia  tornarono all’inizio della primavera due piccole rondini Rosaspina e Luccichina, ma quando cercarono il loro solito nido che usavano gli altri anni ecco che lo trovarono occupato da un grosso gufo di nome Giallino.
-Ehi! Questo nido è nostro!- esclamarono forte tanto che anche la pappagallina Bianca e la cignetta Odette vennero a vedere cosa stava succedendo.
-Ma ora ci sono io!- rispose un po’ arrabbiato Giallino.
-Non litigate- disse Bianca –Ho trovato un nido vuoto che potrete usare e insieme ad Odette le due rondinine andarono a vedere il nuovo rifugio.
Ma nessuno sapeva che durante l’inverno il cattivo Corvo Nero aveva scavato sotto quel nido un grosso buco e quando le quattro uccelline vi si posarono sopra finirono giù giù attraverso una galleria sottoterra sotto il tronco di un grande albero.
-Aiuto! Aiuto!- cominciarono tutte insieme a gridare.
L’aquilotto Riccio Spinoso che volava alto proprio lì sopra si abbassò perché gli era sembrato di sentire gridare aiuto, ma non si riusciva a capire, non si sentiva bene.
Il merlo Bo’ prese allora dei binocoli e guardava guardava per tutto il bosco, ma il buco sotto il tronco e sottoterra da fuori proprio non si riusciva a vedere e così si continuava a sentire gridare aiuto senza riuscire a vedere niente.
-Stiamo tutti zitti!- propose allora il cigno Tommy e così in tutto il bosco di Trenciatreccia ogni uccello smise di cantare e scese un gran silenzio.
-Aiuto! Siamo qui sotto! Aiutateci!- riuscirono allora a sentire bene questa volta e capirono da quale punto del bosco arrivavano le voci.
Tutti quanti si misero scavare e anche le rondinine, la pappagallina e la cignetta sentendo le voci fuori si misero a spostare con i loro piccoli artigli e con il becco la terra e i sassi e finalmente si aprì un buco e tutte poterono uscire.
Che ringraziamenti per gli amici che le avevano liberate! E che bella festa si fece quel giorno nel bosco di Trenciatreccia!

 

Nel mare Oceano

La balena Gelsomina fa grosse bolle con la sua enorme bocca: è la campanella del mare Oceano nella scuola marina che avverte che la lezione sta per iniziare.
Oggi sarà una giornata davvero speciale, gli scolari faranno una gita al relitto del vascello fantasma, si chiama così perché si racconta che dentro il vecchio e mal ridotto veliero ci vivano i fantasmi, ma nessuno i ha mai visti.
Il tratto di mare dove bisogna passare si trova davanti ad un’alta scogliera  ed è così profondo che non si vede niente, l’acqua è scura scura, così gli scolari nuotano vicino alla maestra Gelsomina, l’enorme balena.
Ecco Tom e Tom-e-jerry, due squali un po’ birichini, ma coraggiosi e Vittorio, più calmo e poi gli altri.
Finalmente, arrivano e per primi si infilano nel relitto i due minuscoli cavallucci marini dallo stesso nome Anastasia e Anastasia, ma subito le acque si agitano! Non si tratta di fantasmi però, ma di una piovra gigante che cattura i due minuscoli cavallucci e minaccia che non li lascerà andare a meno che gli altri non le portino la perla gigante. Allora i tre squali, aiutati dagli altri loro compagni Rosa, Bo’ e Aurora, tre coraggiosi delfini, vanno a cercare la perla gigante nelle acque profonde vicino al relitto mentre la maestra Gelsomina resta vicino al vascello a sorvegliare.
Eccola! Ci sono riusciti! L’hanno trovata! La perla viene subito portata alla piovra gigante, ma quella che fa? Si rimangia la promessa e dice che non vuole restare da sola e non libera Anastasia e Anastasia.
Eh no! Così non si fa! Le promesse vanno mantenute, tutti si arrabbiano e cominciano a mostrare i denti e dare musate, persino la balena Gelsomina. Tanto che alla fine la piovra cede e libera i due cavallucci e tutti possono tornare a casa.
Mamma mia che gita movimenta!

 

La storia della fattoria

In una bella fattoria vive un grande cavallo marrone di nome Rock che se ne va sempre a fare lunghe passeggiate al galoppo. Intanto il gatto Bianco fa finta di dormire, ma in realtà osserva il pulcino Piu Piu che va  a trovare il suo amico, il maialino Tachi, perchè vorrebbe mangiarselo. Ecco, ci prova, gli si avvicina, ma la cagnolina Roberta sempre all’erta e di guardia abbaia forte e gli corre dietro. Così mentre il gatto rincorre  Piu Piu, il cane rincorre il gatto e anche Tachi si agita e in quel mentre arriva Rock e vede che anche quel giorno le cose vanno come al solito.
Ma in quel momento si alza una grande bufera di vento e soffia e soffia che tutti si devono tenere per  non volare via e si attaccano allo steccato, ma anche quello vola via e persino la vaschetta del mangime chissà dove se ne va. Infine si alza un così gran polverone che nessuno vede più niente.
Quando tutto si calma gli animali cominciano a mettere in ordine, ma dov’è Piu Piu? Dove si è nascosto?
-Sono quassù!- si sente ad un certo punto la vocina del pulcino. Gi animali alzano la testa: Piu Piu è finito, lui così leggero, sopra una nuvola che se ne sta proprio sopra la fattoria.
Bisogna farlo scendere! Ma come si fa ad arrivare fino alla nuvola?
Decidono tutti insieme di fare una grande torre, sotto si mette Rock il cavallo che è il più forte e anche il più alto e poi su su tutti gli altri animali, ma non basta!
Allora si prendono pezzi della fattoria, lo steccato, anche la vaschetta del mangime e insomma alla fine Piu Piu con un saltino riesce a scendere da lassù.
Evviva! Sono di nuovo tutti insieme. Che gran festa, prima di ricominciare a rincorrersi..

 

La storia dei ghiacci

C’era una volta un mare ghiacciato con due iceberg, uno molto grande e uno più piccolo, intorno ai quali nuotavano giocando a nascondino tre pinguini di nome Rocco, Andrea e Alice che dovevano farsi prendere da una grande e magnifica balena di nome Francesco.
I quattro amici si divertivano tutto il giorno e i due iceberg erano proprio perfetti per nascondersi.
Soltanto che un giorno la balena prese male le misure e rimase incastrata, non riusciva più ad uscire e neanche a muoversi.
-Aiuto! Voglio uscire! Ho fame!- cominciò a sbraitare tutta arrabbiata.
I te amici provarono a liberarla con tutte le loro forze, ma come facevano tre piccoli  pinguini a spostare quell’enorme balena?
Intanto dovevano anche portarle del cibo perché con quella gran pancia vuota Francesco non poteva proprio stare.
Finalmente ecco un’idea,  lì vicino a dove loro nuotavano, avevano visto un giorno un igloo, una casa di ghiaccio, dove era vissuto per un po’ un pescatore, magari lì c’era qualcosa di adatto per liberare Francesco. E infatti trovarono una vecchia ascia, la portarono dove stava la balena e cominciarono a spezzettare gli iceberg.
Ma rompendo tutto quel ghiaccio ecco che spuntò una piovra, rimasta intrappolata anche lei, la quale senza tanti complimenti e discorsi si prese i pinguini e se li portò via in una caverna.
La balena subito cercò anche lei allora di liberare i suoi amici, ma quella brutta piovra gli spruzzava addosso l’inchiostro che le faceva bruciare gli occhi e così tutto diventava difficile.
I pinguini furbi però si  misero a cantare tante volte la ninna nanna: -Ninna o ninna o, questa piovra a chi la do, ninna o ninna o questa piovra a chi la do- finchè non riuscirono a farla davvero addormentare.
Poi sottovoce chiamarono la balena e lei molto silenziosamente riuscì a farli uscire e a liberarli. L’avrebbero sistemata loro! Spostarono di nuovo gli iceberg e i pezzi di ghiaccio in modo che la piovra non potesse di nuovo uscire.
Certo lei a quel punto si svegliò, ma non poteva più fare niente, quella dispettosa!
I quattro amici gli fecero marameo e se ne andarono a giocare un po’ più in là.

 

 

 

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Dopo aver fatto piovere pioggia rosa e aver fatto incontrare agenti segreti con cavalieri templari, dopo aver mangiato la bambina pastasciutta e aver volato su elicotteri supersonici, al laboratorio di sabato è arrivato il momento di disegnare, che non si poteva proprio aspettare più. Così dal disegno di un folletto è partita l’ultima storia.

Il sogno della principessa
Una bambina si addormentò un pomeriggio e sognando si ritrovò in un luogo scuro scuro dove non si vedeva niente, quando ecco una lucina, lontana lontana iniziò ad illuminarle la strada.
Riuscì così ad arrivare sotto un grande albero. Proprio lì accanto si trovava un folletto che aveva acceso un grande fuoco, -Cosa fai?- chiese allora la bambina.
-Sto cercando di riportare a casa la principessa del Regno dei Ghiacci che si è perduta, ho acceso per questo il fuoco- rispose il folletto.
-Ma allora devo essere io, mi sono persa!- rispose la bambina.
-La regina dei Ghiacci in realtà non si è accorta di niente perché sta facendo una torta ed è convinta che la sua bambina se ne stia dormendo nella sua stanza- aggiunse il folletto.
-Ti prego folletto, aiutami a tornare dalla mia mamma!- rispose allora la bambina, presa da una grande nostalgia della sua mamma.
-Non ti preoccupare, ti guiderà Alessandro, un mio amico agente segreto. Segui quello- e indicò un grosso uccello rosso.
-Oh! Un uccello, che bello!- rispose la bambina.
-Non ti far confondere, non è vero, si tratta in realtà di uno dei tanti congegni di Alessandro, lui lo sta controllando dal suo jet, ti condurrà al castello della regina, vai tranquilla.-
Ma mentre si stava incamminando ecco che passò di lì Robin Hood che scambiò il congegno per una buona cena per i suoi compagni della foresta e con la sua mira infallibile lo trafisse con una freccia.
-Accipicchia! E ora come si fa?- si domandarono il folletto e la bambina. Ma in quel momento atterrò Alessandro col suo jet e arrivò Robin Hood per prendere la sua preda. Allora decisero tutti insieme di mandare il famoso arciere fino al castello su al Polo Nord ad accompagnare la principessa.
Ma poiché il ghiaccio impediva di camminare alla bambina, venne chiamato un imponente orso bianco che caricò la bambina e la condusse, sotto la guida di Robin, al castello. La regina del Regno dei Ghiacci quando scoprì che la sua bambina non era a dormire, ma neanche più perduta, fu così contenta che invitò Robin e l’orso a mangiare la sua buona torta. Arrivarono allora anche il folletto e l’agente segreto Alessandro per festeggiare tutti insieme, quando nel bel mezzo della festa ecco che la bambina interruppe il suo sogno. Qualcosa l’aveva svegliata: un buon profumo, la sua mamma in cucina aveva appena preparato una torta.

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Vorrei, o almeno avrei voluto, che questo mio spazio potesse rappresentare per me innanzitutto un piccolo porto sicuro, quel luogo dove trovare una parola semplice di saggezza, quella capacità di infondere sicurezza e tranquillità, la stessa che spesso mi riempie dopo aver lasciato che le storie e le parole si compiano dentro e fuori dalla mia testa.
Ma non sono così forte e serena, mi scoraggio, mi spavento, mi condanno e non sono all’altezza della gioia che vorrei provare e trasmettere.
Mi ritrovo a distanza di dieci giorni dalla fine di un mese tanto intenso e con un finale tanto spiazzante, a non saper dove trovare la forza di recuperare, di riflettere, elaborare ed andare oltre.
L’ultimo, proprio l’ultimo laboratorio dei cinque, un record per me, fatti in un mese, è andato male. Per la prima volta non è uscita nessuna storia, l’incanto non si è creato e io mi sono sentita responsabile e impotente allo stesso tempo, in colpa e incapace.
Cosa si fa quando ci si sente scoraggiati?
Una storia era emersa nel disastroso laboratorio, inventata però solo da me che non riuscivo soprattutto a coinvolgere un bambino che disturbava e che invece in quel momento si era fermato ad ascoltare. Ma non riuscii lì a finire la storia, ero scoraggiata o spaventata, ancora non lo so bene. Proverò a finirla ora, magari comprenderò quale poteva essere in quel momento la soluzione per uscire da quella tristezza e pesantezza che ci aveva avvolti tutti e forse riprenderò un po’ di fiducia in me stessa, in questa non giovane eppure inesperta e insicura psicologa colorata.

La storia del villaggio
Nonostante fosse giorno di festa, quel giorno al villaggio erano tutti tristi. Nessuno aveva voglia di ridere o scherzare perchè i bambini non volevano giocare e nella piazza si trovavano solo facce spente  e musi lunghi.
Nessun ragazzino aveva il coraggio di giocare perchè sarebbe potuto arrivare lui, il principino.
E nessun ragazzino poteva così opporsi, od escluderlo, nè batterlo, nè essere se stesso perchè lui, il piccolo figlio del re che dal suo alto castello sovrastava il villaggio, quando scendeva giù in piazza annunciando che voleva giocare si portava dietro le sue guardie personali e tutto il suo orgoglio e minacciava chiunque lo contrariasse di far tagliare la testa a lui e a tutta la sua famiglia. Da allora tutti i giochi si erano sciupati. E il bello è che anche lui, il principino, non era contento, sentiva il bisogno di giocare, si sentiva solo e voleva degli amici, ma non sapeva come fare. Non gli restava che starsene alla finestra della sua pienissima stanza a guardare giù, fin quando il desiderio lo portava ad uscire per unirsi a quei giochi che da lassù sembravano bellissimi, per poi tornarsene, dopo che niente era andato come lui aveva creduto e desiderato, desolato e solo di nuovo alla sua finestra.
Tutti così erano infelici, ma nessuno sapeva cosa fare.
Finchè un giorno la figlia del fabbro del villaggio decise di fare un tentativo. Aspettò che arrivasse il principino in una delle sue odiate visite e quando già la situazione stava diventando pesante e i giochi sempre più faticosi lei si fece avanti e propose ai bambini di raccontare loro una storia e senza chiedere permessi facendo però un profondo inchino al principe iniziò a raccontare.
“C’era una volta un grosso mostro che aveva sempre fame e che mangiava i pensieri delle persone perchè quello era il suo cibo. Quando incontrava le persone gli bastava girargli intorno e trovava il punto da cui uscivano i pensieri, dalla testa, dagli occhi, dalle mani, dalle orecchie, dalla bocca, certe volte dai piedi. Allora si avvicinava e apriva la bocca e i pensieri gli arrivavano dritti alla pancia.  Per quanti ne mangiasse e la pancia gli crescesse continuava però ad avere fame e non poteva mai fermarsi a riposare, doveva cercare nuovi pensieri. Le persone una volta che venivano loro così rubati i pensieri, reagivano in modi diversi, c’era chi diventava distratto, chi si sentiva alleggerito e allegro, chi invece triste o addirittura spaventato, fino a quando non ne formulavano di nuovi, allora diventavano di nuovo se stessi e la caccia ricominciava. Ovviamente questo mostro non poteva essere visto, così tutti erano convinti che fosse normale cambiare certe volte così repentinamente d’umore e trovarsi così vuoti, senza pensieri.
Un giorno il mostro aveva così tanta fame che si ritrovò in mezzo ad un gruppo di bambini molto tristi seduti in una piazza che non giocavano e anche se lui preferiva i pensieri degli adulti che erano più grossi e saziavano di più, si decise a mangiare quelli di quei bambini. E fu così che fece una grande scoperta. Quando quei bambini si ritrovarono senza quei loro pensieri tristi si guardarono tutti intorno e poi si presero per mano. Poi senza dire niente si girarono e aprendo il cerchio misero il mostro in mezzo e iniziarono a girargli intorno sorridendo. Potevano vederlo! Era la prima volta che gli capitava e non sapeva se esserne contento o spaventato, poteva essere pericoloso? Pian piano i bambini cominciarono a cantare una canzone e il mostro non potè fare a meno che mettersi a ballonzolare finchè, piano piano si avvicinò al cerchio e si mise al posto di una bambina che si spostò invece nel centro iniziando lei a ballare a sua volta. E così fecero questo nuovo gioco e il mostro scoprì che per la prima volta da tanto, non si ricordava neanche da quanto, non sentiva fame. Aveva scoperto che i pensieri lo saziavano per pochi minuti, mentre i giochi dei bambini lo riempivano e lo facevano sentire ben nutrito. Così da quel giorno i bambini del villaggio aspettavano il mostro che si presentava, all’inizio timido e timoroso poi sempre più entusiasta e allegro per nutrirsi dei loro giochi e quando venivano loro pensieri tristi sapevano che lui se li sarebbe mangiati aiutandoli così a ritrovare la voglia di giocare. Così poi loro, in cambio, giocando, avrebbero aiutato lui.  Da quel giorno quel mostro non si allontanò più da quel villaggio e da quei bambini che inventarono per lui tanti e tanti giochi.”
Dopo aver finito la storia la fanciulla guardò i bambini del villaggio e disse, come parlando tra sè -Chissà se ci sarà anche qui in giro un mostro mangia-pensieri magari anche lui invisibile, ma con una gran fame? Proviamo a giocare? Così può darsi che arriverà!-
E i bambini, curiosi di vedere il mostro, superarono la loro tristezza e ritrovarono la forza di provare a giocare, anche il principe. Ma questa volta quando, al solito, iniziò a disturbare il gioco con le sue richieste la fanciulla lo rimproverò dicendogli seria, ma non intimorita -No maestà, bisogna seguire le regole, altrimenti il gioco non viene bene e nessun mostro verrà-.
Fu in questo modo che finalmente anche il principe imparò a giocare e anche se mai nessun  mostro si presentò nella piazza da allora l’allegria tornò in quel villaggio e tra tutti i suoi bambini, poveri o principi che fossero.

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Anche se purtroppo son passati i giorni e un po’ forse l’ho dimenticata, ecco qua la storia del secondo laboratorio a Colla Val d’Elsa in Biblioteca.
Alcune persone erano nuove, altre al secondo incontro, come la bambina, e non è la prima volta che capita, che ha voluto ripetere il suo personaggio e ha fatto di nuovo il pesce-palla, anche se alla fine è stata trasformata in damigella e regina, niente meno che moglie del magnifico re Artù, un bambino di sei anni, mentre una mamma strega Pasticciona aveva la figlia di quattro a un altro bambino di sei al suo seguito. Un’altra mamma ha voluto fare una sedia magica e che dire di quel simpatico orsetto? Lei è l’altra operatrice, ma dentro e fuori della storia mi sa che è quella che si è divertita più di tutti, non ha voluto neanche fare la damigella per continuare ad andarsene in giro a saltellare..

L’orsetto ballerino
Un piccolo pesce-palla si ritrovò un giorno a nuotare vicino a un pescecane che senza tanti complimenti lo vide, lo raggiunse e se lo mangiò in un sol boccone, si mise a galleggiare nelle acque basse vicino alla riva per digerire, come il lupo di Cappuccetto nel letto della nonna. Al pesce-palla, che era ancora vivo perchè il pescecane se l’era mangiato intero, non rimase che gridare -Aiuto! Aiuto! Aiuto!-sperando che qualcuno lo sentisse.
Ed ebbe proprio fortuna perchè proprio in quel momento passava lì a farsi un passeggiatina sulla riva un orsetto che si avvicinò saltellando e che sentì subito quella vocina senza capire da dove venisse, ma se diceva aiuto andava certo ascoltata.
-Chi sei?- chiese dunque l’orsetto.
-Sono un pesce-palla, sono dentro la pancia di un pescecane che mi ha mangiato, liberami, per favore!- rispose il piccolino.
Ma l’orsetto non aveva idea di come fare per liberare il pesce e così pensò di andare a chiedere aiuto.
-Torno presto, vado a cercare aiuto!- gli disse e si allontanò.
Se ne corse dalla strega Pasticciona, una strega sua amica che viveva nel suo stesso bosco insieme ai suoi due aiutanti, due simpatici maghetti apprendisti. Nonostante il nome la strega era abbastanza brava, quando non combinava appunto qualche pasticcio e poi era sua amica, certo lo avrebbe aiutato.
-Liberare dalla pancia di un pescecane, so come si fa!- esclamò la strega Pasticciona, -ma occorrono alcuni ingredienti: la spada di re Artù e una sedia magica.
Il bravo orsetto senza pensarci due volte se ne partì subito alla volta di Camelot, il castello di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda e facendosi accogliere a corte riuscì a presentarsi davanti al re.
Re Artù però non ero certo disposto a cedere la sua spada, ma neanche il tipo da lasciare qualcuno in pericolo, così si fece accompagnare dall’orsetto fino all’antro della strega Pasticciona per aiutare lui stesso il piccolo pesce-palla. La strega nel frattempo aveva trovato anche la sedia magica, lei se ne intendeva di queste cose e sapeva dove andare a cercare, e potè preparare un filtro, grazie anche alla spada del re che serviva per miscelare gli ingredienti, che andava versato sopra il pescecane, il pesce-palla sarebbe stato immediatamente liberato. Per arrivare fino al pescecane, in mezzo al mare, la strega trasformò la sedia magica in un piccolo vascello, pronto a navigare, ma re Artù, che teneva in mano il filtro da versare sul grosso pescecane, non aveva idea di come fare per governare la piccola imbarcazione in mezzo alle onde. Ma con la strega Pasticciona non c’era nessun problema, prese l’orsetto e lo trasformò in Braccio di Ferro, il famoso marinaio che salì subito sul vascello e così i due eroi partirono.
Il pescecane si era allontanato, ma il piccolo pesce-palla continuava a gridare aiuto a più non posso e così ben presto lo raggiunsero, re Artù verso il filtro e subito il pesce-palla si ritrovò a nuotare libero mentre quel grosso mangione rimase come tramortito.
Il vascello si avviò allora verso la riva con il piccolo pesce che guizzava felice qua e là, quando si alzò un forte vento e si scatenò una tremenda tempesta. Per fortuna Braccio di Ferro sapeva il fatto suo e riuscì così a riportare re Artù a riva sano e salvo. Il pesce-palla non volle separarsi dalla compagnia dei suoi salvatori e così fu portato dentro una grossa vasca fino a Camelot dove venne messo sul fossato che circondava il castello. Anche la strega Pasticciona fu invitata con i suoi aiutanti alla grande festa organizzata per il ritorno del re a corte e la sedia magica-vascello fu trasformata, con sua grande soddisfazione, dalla strega in un nuovo e favoloso trono per Artù.
Il re propose allora all’orsetto-Braccio di Ferro di farsi trasformare in damigella dalla strega e di diventare così la sua sposa e la sua regina. Ma una volta trasformato l’orsetto non è che si trovò molto soddisfatto nelle vesti di fanciulla, preferiva tornare a saltellare per il suo bosco e poichè non è che fosse diventato una gran bellezza anche il re ne fu lieto e la strega lo ritrasformò in orsetto. A quel punto la strega Pasticciona, con molta saggezza, trasformò in fanciulla il piccolo pesce-palla che diventò una fanciulla così bella e aggraziata da ricordare una sirena.
La corte, finalmente soddisfatta, si avviò in corteo verso la sala del ballo, il re e la fanciulla-pesce-palla in testa, la strega Pasticciona con gli aiutanti al seguito e a chiudere saltellando, proprio come un orso ballerino, il simpatico e generoso orsetto.

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Quando giovedì pomeriggio mi sono trovata a presentare il mio laboratorio nella biblioteca per ragazzi di Iglesias, sono arrivata a contare 39 persone tra genitori e bambini, a quel punto ho smesso di contare, mentre qualcun altro ancora stava entrando. Che dirvi? Quando ci sono i bambini non riesco proprio ad agitarmi, ho seguito la corrente in quel mare agitato di vita, in mezzo al quale ho navigato entusiasta e commossa.
La prima storia ha preso forma con uno stuolo di piccoli della materna che hanno voluto, dopo il primo che l’ha detto, anche loro fare la moto magica, meno l’ultimo che faceva invece magica sì, ma una piccola automobile. Il mo amico ha fatto Barbanera, mentre la sua figlia maggiore, innamorata di Ariel, è stata una titubante sirenetta. Poi avevamo una piccolissima strega Nocciola con gufo mamma al seguito, una delle tante mamme e babbi fantastici che ho incontrato.
La storia la dedico alle figlie del mio amico, alla sirenetta e alla sua vivacissima sorellina, che hanno svolto per me in quei giorni con la loro spontaneità e allegria il ruolo di figlie supplenti, compresi baci e abbracci.

“Nel bosco magico

In mezzo ad un bosco una mattina all’alba un piccolo gufo se ne svolazzava in mezzo agli alberi. Era un gufo qualsiasi? Macchè! Si trattava di un gufo magico, niente meno che l’aiutante della famosa strega Nocciola che viveva all’estremità del bosco e che trovava questo luogo troppo verde e luminoso, colorato e profumato, ma d’altronde lì era casa sua. Il gufo svolazzando qua e là ad un certo punto vide qualcosa muoversi tra gli alberi, guizzare veloce e via. Dopo poco, ecco di nuovo il guizzo e via.  Guarda che ti riguarda, il gufo capì di cosa si trattava: minuscole e coloratissime moto se ne scorrazzavano in mezzo agli alberi e anche una piccola macchina, che seguiva veloce gli altri. Ma la cosa davvero grave, si accorse il gufo, che aveva anche un nome, Ciccio, era che le moto e la piccola macchina lasciavano sul prato una scia di polvere luccicante che usciva dai tubi di scappamento che toccando il terreno si trasformava tutta in fiori colorati. Dovete sapere infatti che si trattava di moto e macchine magiche, le quali usano come carburante la polvere di stelle che invece che inquinare produce questo strano effetto là dove passa.
-Mamma mia- pensò Ciccio -cosa dirà strega Nocciola se vedrà tutti questi nuovi fiori e sentirà tutto il profumo con cui stanno riempiendo il bosco? Andrà su tutte le furie, devo volare subito ad avvertirla!- e se ne partì in tutta fretta.
Infatti strega Nocciola si arrabbiò che nemmeno, e senza perder tempo mandò subito Ciccio a chiamare il famigerato e cattivissimo pirata Barbanera perchè venisse subito a distruggere tutte quelle terribili moto e quella macchina che osavano riempire tutto di fiori.
Ciccio volò e volò e ben presto arrivò in vista del vascello pirata di Barbanera, spiegò in fretta chi lo mandava e perchè.
Ma per fortuna nei paraggi nuotava una simpatica sirenetta che si rese subito conto che Ciccio non era un gufo qualsiasi e così senza farsi vedere riuscì ad ascoltare tutte le sue parole e le richieste che fece al pirata.
Non c’era un minuto da perdere, la sirenetta mandò un messaggio ad un suo amico ranocchio. Perchè proprio a lui? Perchè anche questo non era un ranocchio qualsiasi, ma niente di meno che l’aiutante della fata dei sogni che viveva all’altro capo del bosco magico.
La fata non era per niente d’accordo con le opinioni della strega Nocciola su come doveva essere il luogo che dovevano condividere e infatti discutevano spesso e non erano per niente buone vicine.
Il ranocchio avvertì la fata: bisognava fare qualcosa per proteggere le piccole creature magiche che se ne scorrazzavano ignare in mezzo agli alberi. Dovete sapere che la fata dei sogni aveva sì una bacchetta magica, ma che in quel periodo funzionava a sprizzi e un po’ sì e un po’ no, chissà se sarebbe bastata per contrastare il cattivissimo pirata?
Con la bacchetta la fata provò una magia per rendere le moto e la piccola macchina invisibili, ma quella faceva un po’ sì e un po’ no e riuscì a farle scomparire solo per metà, così, anche se mezze sì e mezze no, le creature sarebbero state certo perfettamente visibile agli occhi di Barbanera, che già si sentiva avvicinare. Che fare?
Il ranocchio aiutante ebbe per fortuna un’idea, si ricordò che sua nonna gli aveva raccontato un giorno che il pirata aveva un solo punto debole, il ricordo della mamma che, quando era ancora un bambino e non ci pensava nemmeno a diventare pirata, gli cantava la ninna-nanna per farlo addormentare. Ma non sapeva, la nonna ranocchia, di quale ninna-nanna si trattasse. Comunque la fata e il suo aiutante cominciarono a cantare tutte le canzoncine per dormire che conoscevano, (beh, ne abbiamo cantata una sola..) sperando che in mezzo ci fosse stata anche quella giusta.
Ebbero fortuna o forse sarebbe andata bene una ninna-nanna qualsiasi, comunque, fatto sta che il cattivissimo pirata si fermò ad ascoltare e si dimenticò il motivo per cui era arrivato fin là. Dopo un po’ gli prese la commozione e cominciò ad avere gli occhi lucidi e a starnutire e insomma, lui che non era abituato a piangere e a commuoversi, pensò di essersi preso in quello strano bosco un raffreddore e senza pensarci su se ne tornò al suo vascello e si mise ben coperto nel suo letto.
Alla strega Nocciola non rimase che ammettere che per quella volta aveva perso la sfida e accettare i nuovi abitanti del bosco, con tutti quei loro fiori e profumi. Però, per consolarsi, volle prendere un tè con pasticcini e pretese che la fata dei sogni le facesse compagnia.
La fata non era certo entusiasta di un tè a base di acqua di fango bollente servita insieme ad occhi di drago caramellati e ossa di pipistrello zuccherati, ma, per amor di pace nel bosco magico, per le moto e la piccola macchina appena arrivati, a malincuore, accettò.”

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Vi racconto del laboratorio di sabato. Come ho detto eravamo due mamme, anzi quattro perchè anche io e Francesca lo siamo, e due bambini un maschio di quattro  e una femmina di otto.
Quando ho chiesto che tipo di storia e personaggio ognuno voleva fare è venuto fuori -Zorro!- il nostro unico maschio, il pirata Barbanera la sua mamma, un piccolo riccio del bosco  e un pesce-palla del mare l’altra mamma e la figlia e una bacchetta magica Francesca, l’altra operatrice. Io, al solito, ero l’incantatrice. Come mettere insieme il tutto, una storia con Zorro, che parlasse di pirati , di animali del bosco, di pesci del mare e di oggetti magici? Be’, ci siamo dati da fare.
Zorro e la bacchetta
Un giorno Zorro attraversa un bosco al galoppo col suo cavallo Tuono,Tornado-Fulmine (non ricordavamo bene il nome) quando vede per terra una bacchetta magica che sprizza tante scintille rosse. Scende per prenderla, ma in quel momento passa velocissimo un piccolo riccio che afferra la bacchetta e scappa via. Allora Zorro parte a rincorrere il riccio che desiderava tanto trasformarsi in uno scoiattolo. Subito l’animaletto prova con la bacchetta magica, ma la magia non gli riesce bene e si trasforma in una leggiadra damigella.  E subito di lì passa il pirata Barbanera che senza tanti discorsi prende la damigella e la rapisce con tutta la bacchetta e la porta sul suo veliero. Zorro un po’ per la damigella, un po’ per la bacchetta vuole salvare la ragazza, ma quando arriva sulla spiaggia non sa come raggiungerli. Per fortuna passa di lì un piccolo pesce-palla che si offre di andare a prendere la bacchetta. La fanciulla, pur rinchiusa nella stiva (fatta con una fila di seggioline) riesce a lanciare da un buchino la bacchetta al pesce-palla che riesce così a portarla a Zorro. Con la bacchetta il famoso spadaccino costruisce un ponte (sempre le seggioline) con cui può raggiungere dalla spiaggia l’imbarcazione e riesce a liberare la fanciulla che veloce si riprende la bacchetta, mentre Barbanera e Zorro si trasferiscono a duellare sulla spiaggia. La fanciulla riprova a trasformarsi, ma tutto quello che riesce a fare è diventare una grossa pietra che va a finire sul fondo del mare. Per fortuna arriva il pesce-palla che raccoglie la bacchetta e trasforma la pietra in un pescespada. Allora i due pesci raggiungono i duellanti e il pescespada si inserisce nel duello. Il pesce-palla vuole farli smettere, ma loro non lo sentono nemmeno, prende allora ancora una volta la bacchetta e fa venire una grossa ondata che inzuppa bene bene i tre duellanti. A quel punto Zorro e il pirata Barbanera (che era davvero raffreddata!) cominciano a starnutire e non riescono più a combattere, devono subito prendere una bella tazza di latte e miele e mettersi a letto. Il pescespada e il pesce-palla invece se ne vanno contenti a nuotare. E la bacchetta? Quella furbacchiona rimane sulla spiaggia ad aspettare che passi qualcun altro per poter vivere nuove avventure.

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Ecco una delle storie del laboratorio di Fiuggi, nata mentre un babbo iena e mamme leoni, gufi e giraffe, cercavano di sentirsi, con un unico bimbo leone che partecipava, in mezzo ad una foresta di figli in movimento.

Nella savana ai bordi della foresta la stagione delle piogge era arrivata e finalmente il piccolo ruscello diventò un fiume vero, dove si poteva non soltanto abbeverarsi, ma anche bagnarsi e rinfrescarsi. Gli animali arrivarono al tramonto per trascorrere le ultime ore della giornata a bere e sguazzarci dentro.
Ma per quanto l’acqua fosse abbondante dopo i primi bagni tutto il fiume diventò torbido e gli ultimi arrivati trovavano sponde fangose e melma ad accoglierli.
Un gufo, una giraffa, una iena e due leoni arrivarono insieme sulla riva e nessuno si decideva ad entrare per paura della reazione degli altri. Il primo a parlare fu il più grande dei due leoni che affermò -io sono il più forte quindi ho diritto ad entrare io per primo nell’acqua.-
Il secondo leone lo guardò fisso negli occhi, senza dire nulla, con aria minacciosa. Il gufo cominciò a svolazzare sopra, la giraffa guardava lontano all’orizzonte, facendo finta di niente dalla sua grande altezza, senza perdersi però neanche una parola. La iena invece si mise a ridacchiare -ma pensa che fatica che farete ogni volta a decidere chi è il più forte tra voi e poi a tenere a bada tutti noi!-
-Dobbiamo trovare una soluzione!- affermò sicura e decisa la giraffa e nessuno trovò questa volta da ridire.
­-Io so a chi dobbiamo chiedere- rispose a questa proposta il gufo -dobbiamo andare dalla scimmia saggia, la magnifica, che abita nel folto della foresta, là dove nasce il sole, bisogna cercarla sempre in quella direzione.-
Decisero di partire tutti quanti insieme la mattina dopo il sorgere del sole per non perdersi nel folto della foresta, che a dir la verità li spaventava non poco e dove nessuno di loro avrebbe trovato da solo il coraggio di entrare.
Al sorgere del sole dunque erano già lì tutti pronti e senza dire niente il primo leone si avviò in mezzo agli alberi ombrosi, seguito dalla iena e dalla giraffa, mentre il gufo li seguiva svolazzando sopra e il secondo leone chiudeva la fila.
Andando sempre più avanti si addentrarono tanto che non riuscivano a vedere più il chiarore della savana assolata alle loro spalle che era la loro casa.
Cominciarono a provare una strana inquietudine e ad un punto così folto in cui non si intravedeva neanche il più piccolo raggio di sole si sentirono persi e spaventati.
Il gufo -aspettate- disse e scomparve alla vista degli altri.
-Se ne è andato!- pensarono in silenzio, senza dirselo, gli animali. In realtà era soltanto volato a cercare la luce del sole oltre i rami e le foglie fino al cielo azzurro.
Dopo pochi attimi ridiscese sicuro, dopo aver visto il sole, della direzione da prendere, così, fidandosi di lui tutti ripresero il cammino.
Andarono avanti per un bel po’ e ormai erano convinti che dovevano esserci, ma non sapevano come trovare la scimmia saggia, non sapevano come era fatta la tana di una scimmia, quando la giraffa vide sui rami alti delle bucce di banane lasciate qua e là e si rese conto che quello doveva essere il posto.
-Fermiamoci- disse ai suoi compagni.
Appena pronunciate queste parole ecco che un paio, due tre e poi moltissime paia di occhi spuntarono dai rami e da dietro le foglie e ne furono ben presto circondati.
Erano scimmie e cominciarono a ridere e a prendere in giro quella strana accozzaglia di animali così diversi tra loro e non li ascoltavano e neanche sentirono la loro richiesta di poter parlare con la scimmia saggia, la confusione aumentava di minuto in minuto.
Avevano fatto tutto quel viaggio per nulla?
Un doppio ruggito irruppe su quel chiacchiericcio e la confusione lasciò il passo ad un silenzio intimorito, ma anche rispettoso: su una coppia di leoni arrabbiati c’era ben poco da scherzare.
Una delle scimmie allora si fece avanti chiedendo che cosa volevano. Il gufo rispose per tutti, volevano vedere la scimmia saggia, la giraffa spiegò invece che avevano bisogno di un suo consiglio.
La scimmia proseguì -per parlare con la scimmia saggia dovrete superare tutte noi scimmie, ci piace scherzare, prendere in giro e fare smorfie, chi vuole arrivare fino a lei, la magnifica, deve oltrepassarci tutte e resistere, può ridere, ma non deve arrabbiarsi, altrimenti finirà col tornare indietro, non si deve scoraggiare, non deve prendersela e scappare via e potrà così arrivare da lei. E tenete conto che a nessuno di quelli che vengono qui diciamo questa cosa.. E rivolse uno sguardo timoroso ai due leoni-.
-Andrò io- si offrì la iena, -cosa volete sia per me stare in mezzo agli scherzi, ridere non è un problema, è nella mia natura, potere dire e fare quello che volete, non mi fermerò nè tornerò indietro-. Gli altri animali suoi compagni annuirono e lei partì.
Arrivò col mal di pancia e le lacrime agli occhi per le gran risate, per niente mortificata, e senza esitazioni potè raggiungere il grande albero sotto il quale, appesa per la coda stava una scimmia minuta che lo guardava dritto negli occhi, non ebbe dubbi, era lei.
-Cosa vuoi, cosa siete venuti a cercare fin quaggiù nel mio territorio?- chiese subito.
-Sono venuto con i miei compagni a chiederti consiglio per decidere chi per primo può accostarsi alle acque fresche e cristalline del nostro fiume- rispose la iena.
-Voglio parlare con tutti voi insieme- rispose la scimmia saggia e subito alcune scimmie partirono attraverso gli alberi a chiamare gli altri animali.
Quando furono arrivati la scimmia li guardò tutti e cinque osservandoli in silenzio. Poi parlò loro.
-Come avete trovato il coraggio di entrare nella foresta scura e folta?- chiese.
-Io sono entrato per primo- disse il primo leone.
-Come avete fatto ad arrivare fin qui? Come avete fatto a non perdervi nel folto della foresta?- chiese di nuovo.
-Io ho volato sopra le fronde degli alberi per seguire il sole e non perdere la direzione- rispose il gufo.
-E come avete scoperto in quali alberi noi viviamo?- di nuovo domandò.
-Io ho visto le bucce di banane sulle cime degli alberi- rispose questa volta la giraffa.
-E come avete fatto a zittirle e a farvi dire dalle scimmie come trovare me?- di nuovo la magnifica.
-Abbiamo ruggito- rispose il secondo leone.
-E tu certo non hai avuto paura di ridere fino a dimenticarti chi sei- affermò senza esitare la scimmia saggia guardando la iena che annuì.
-Insieme ci siete riusciti, non ho proprio niente da insegnarvi- e se ne salì in cima all’albero dietro le foglie.
Gli animali rimasero fermi sotto l’albero pensosi, non si erano resi conto che avevano lavorato insieme, si erano adoperati ognuno per sè, ma anche per gli altri, e trovare una soluzione era stato più importante che decidere chi avesse avuto l’idea, chi fosse stato più forte o più importante.
E durante tutto il viaggio non avevano avuto neanche un po’ di sete.
Insieme, nello schieramento a cui si erano ormai abituati,  ripresero il cammino per tornare alla savana e al loro fiume.

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Mentre vi comunico una bella iniziativa, una conferenza sul tema dell’anoressia, con magari tanti spunti utili per noi mamme di preadolescenti, alla biblioteca di Castellina Scalo, la mia, vi racconto del laboratorio di ieri.
I bambini, i bambini. Potrei dire che ieri mattina il laboratorio non c’è stato, con i pochi presenti già impegnati in un altro evento in contemporanea.
Ma non è così per me. Se anche un solo cuore parte con il mio e ce ne andiamo insieme in questi mondi fantastici a incontrare nuovi personaggi e a vivere un’avventura, e sento che ci sono stata, come posso dire che che non vale?
E poi quel senso di magico delle coincidenze da cui imparare.. proprio da fiaba.

Mentre siamo lì che aspettiamo arriva una giovane donna che deve parlare con la mia collega per lavoro e  ha con sè una bambina di colore di sei anni che si mette a disegnare, poi insieme costruiamo una barchetta con un foglio e lei ci disegna un pirata, fa la vela nera e un piccolo oblò.
Ecco che arriva una ragazzina di dodici anni, una bambina creativa ed ironica come poche volte ne ho incontrate e decidiamo tutte e tre di disegnare una storia e avranno ognuna un foglio. E la grande e la piccola, la bianca e la nera, in questo mondo pieno di colori e di diversità cosa ti inventano?

La storia delle due pecore

C’era una volta una pecora davvero speciale, diversa da tutte le altre. Era nata di colore viola, e Violetta era il suo nome, ed era l’unica di tutto il suo gregge e, per quel che se ne sapesse, era l’unica pecora di questo colore di tutta la Francia, il luogo dove lei viveva.
E invece esisteva un’altra pecora viola, di nome Fama, che aveva avuto una sorte meno fortunata di Violetta e non poteva come lei starsene a brucare sulla riva del Rodano, vicino alla città di Avignone, insieme al suo gregge orgoglioso di lei e della sua bella lana colorata.
Fama, quando era ancora un’agnellina era stata rapita da un capitano di un vascello che voleva vendere a caro prezzo la sua rara lana viola e l’aveva rinchiusa in una gabbia che teneva sul ponte della sua nave dove la nutriva con le erbe più tenere perché si mantenesse bene in salute. Ogni tanto, quando si trovavano in alto mare, le mungeva anche il latte, che certo era bianco, e se lo beveva a colazione.
Non era stato facile per il capitano rapire Fama perché il pastore che la custodiva aveva lottato per salvarla, con l’unico risultato  che ora anche il giovane veniva tenuto prigioniero sotto chiave nella stiva del vascello, nutrito a pane e acqua, che il comandante non gli dava neanche un po’ del latte della sua amata Fama.
La povera pecorella era stufa di starsene rinchiusa in gabbia, si consolava pensando di essere l’unica pecora viola e guardando il paesaggio.
Un giorno il vascello si trovò a passare proprio davanti alla riva dove Violetta se ne stava brucando tranquilla. Potete immaginare la sorpresa quando le due pecore incrociarono i loro sguardi..
Fama chiese subito tutta agitata -Chi sei? E perché sei viola come me? Non lo sai che sono io l’unica pecora viola?-
Violetta che era un po’ più calma rispose dicendo il suo nome e che era la prima volta che incontrava una pecora del suo stesso colore.
Poi le venne in mente una cosa e le chiese -Ma tu dove sei nata e come si chiamava la tua mamma?-
E Fama rispose subito -Sono nata su al nord, ad Angiò e la mia mamma si chiamava Giò-
-Non è possibile!- esclamò Violetta -anche la mia! Allora siamo sorelle e non lo sapevo!-
-Ti prego, liberami da questa gabbia e fammi venire a vivere con te!- le chiese subito la piccola pecora viola sul vascello.
Violetta non perse tempo e chiamò subito tutto il suo gregge, e anche gli animali che abitavano vicino ai pascoli, cavalli, mucche, fringuelli, cerbiatti, ghiri e castori.
Nel giro di pochi minuti il capitano della nave si ritrovò circondato e attaccato da tutte queste creature arrabbiate senza rendersi conto del motivo finchè non vide Violetta che dirigeva le operazioni di arrembaggio dalla riva.
Intanto il pastore chiamava dall’oblò perché anche lui voleva essere liberato. Un piccolo ghiro, che  nel pieno del suo letargo era stato svegliato a forza e trasportato proprio davanti alla cella nella stiva  vicino alla chiave appesa non lontano, gli chiese come poteva aiutarlo, ma poi si riaddormentò.
Il pastore cominciò allora ad urlare verso il ghiro dicendo di prendergli la chiave  e di portargliela, ma il ghiro si riaddormentava continuamente non appena aveva fatto due passi e andava continuamente risvegliato.
Finalmente arrivò vicino alla cella e il pastore, ormai sgolato, stava per prendere la chiave quando arrivò un pappagallo che disse al ghiro con aria gentile -dormi, dormi, la porto io la chiave-.
Così il ghiro si addormentò con un sorriso beato, non sapendo che quello era il fido pappagallo del capitano e non certo un abitante dei pascoli: così la chiave fu subito portata sul ponte lontano dal pastore che non potè fare proprio niente.
Il capitano decise di levare l’ancora e di filarsene via, ma come l’ancora arrivava in superficie succedeva qualcosa che la faceva precipitare di nuovo con un tonfo sul fondo del fiume. Poi il capitano riusciva ancora a tirarla su, ma ecco che la foga dei combattimenti gli impediva di agganciarla e ricadeva in acqua.
Alla fine di tutto questo saliscendi spuntò dall’acqua una testa tutta spettinata -Ma chi è che fa tutto questo baccano a quest’ora?- era la Fata Azzurra che proprio lì sotto aveva la sua casa e se ne stava tranquilla ad affettarsi con il suo pescespada un po’ di spicchi di stella marina per colazione. Tutta in disordine e di malumore com’era era per non aver potuto finire di mangiare era anche un po’ bruttina, non sembrava tanto una fata…
Ma il pastore non si lasciò intimorire e subito le chiese di liberarlo. La fata in realtà era ancora un’apprendista e non sapeva fare nessuna magia, ma aveva a portata di mano il suo pescespada così, riuscì con quello a sfondare l’oblò e a far uscire il pastore che andò subito a rompere la gabbia di Fama. Nel frattempo la fata Azzurra, ormai ben sveglia, se ne salì sul ponte e con una lunghissima alga strinse così forte la gola al capitano che dallo sforzo vomitò sangue. Tutti se ne scapparono a riva prima che lui potesse  fermarli preso com’era a vomitare e Violetta e Fama e il pastore si abbracciarono e ringraziarono la giovane fata apprendista.
Al capitano, che come tutti i pirati non sapeva nuotare, non rimase che ripartirsene insieme al suo fido pappagallo mentre quel bel gregge colorato e variopinto se ne stava sulle rive del Rodano a festeggiare insieme al suo pastore e agli altri amici dei pascoli.
Proseguendo la navigazione lungo il fiume il vascello incontrò poco più in là una pecora gialla sulla riva e il capitano decise di portarla con sé. In realtà si sentiva solo senza qualcuno con lui, ma visto quello che gli era accaduto questa volta si rivolse gentilmente alla pecora -Ciao, vorresti venire a fare un giretto con me sul mio vascello?- le chiese tutto sorridente,.
Aveva ben imparato la lezione.

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Ecco finalmente, dopo le incombenze di questo inizio di vacanze, la storia del mio secondo laboratorio.
Se venerdì alla lettura in palestra che è andata benissimo c’erano davvero tante persone, sabato si è presentata un’unica mamma con un’unica bambina.
Ma non era una mamma qualsiasi, era Michela, che mi segue e mi sostiene in questo mio crescere con le storie. Inoltre la sua bambina di sei anni, arrivata con un paio di fantastiche ballerine argentate, aveva rinunciato ad una festa di compleanno per venire a fare ancora il ghiro, che lei aveva interpretato nella storia del laboratorio precedente, e si aspettava assolutamente di giocare, anche lei da sola.
Siamo partite questa volta da una richiesta della mamma, una storia su come gestire la frustrazione, in particolare quella di desiderare, ma non poter prendere un coniglietto a casa con loro, per mancanza di spazio e altre complicazioni.
La piccola voleva una soluzione magica che risolvesse il problema, ma io ho tenuto duro per trovare un’altra strada, e lei alla fine non era mica tanto contenta di questa storia.
A me e Michela invece è piaciuta, scrivendola l’ho un po’ arricchita, vediamo se in questo modo il mio bellissimo ghiro dalle zampette argentate resterà un un pochino più soddisfatto.
O forse no, così d’altronde a volte è la vita.

Il coniglietto e la bambina

C’era una volta una bambina che abitava con la sua mamma e il suo babbo in una casa così piccola, ma talmente piccola che i suoi genitori quando si alzavano dal letto dovevano fare attenzione a non sbattere le ginocchia sulle pareti. Anche la stanza della piccola Stella, questo era il suo nome, era così piccina che il letto alla mattina veniva tirato su e diventava a forma di armadio, in modo che restasse lo spazio per passare.
Una mattina Stella, mentre se ne andava a scuola, vide lungo il ciglio della strada dell’erba che si muoveva. Si avvicinò e guardando in basso vide un coniglietto che cercava invano di strappare qualche filo d’erba per mangiare. Stella si accostò al coniglietto che non scappò perchè si era fatto male a una zampina e non poteva muoversi. Senza pensarci due volte la bambina lo prese in braccio, gli offrì un pochina d’erba e lo portò a casa con sé.
-Ti chiamerò Tippi!- disse tutta contenta al coniglietto, poi prese una gabbietta che appese ad un gancio del suo letto-armadio, gli mise dentro qualche carotina e un pezzetto di mela e poi se ne corse a scuola tutta contenta.
Ora dovete sapere che questo coniglietto in realtà veniva dal mondo delle fate e per la precisione era uno degli otto coniglietti che tiravano la carrozza alata della principessa delle fate d’argento Lulù, la quale con la sua carrozza argentata, la sua veste argentata e la sua bacchetta argentata se ne stava volando invisibile, come tutte le fate d’argento, proprio sopra alla casa di Stella.
Che cosa era successo? La principessa Lulù aveva all’improvviso starnutito e un granello di polvere magica argentata dalla sua bacchetta era scivolata giù, proprio su una zampina del coniglietto.  La zampina di colpo aveva smesso di essere magica trasformandosi in una normale zampetta di coniglio, così pesante che lo aveva fatto cadere giù in mezzo all’erba e gli aveva impedito poi di muoversi fino a quando non lo aveva trovato una bambina per fortuna buona come Stella.
E poiché il tiro di coniglietti era composto da ben otto elementi la fata non si era accorta dell’accaduto.
Stella era tutta felice di avere un coniglietto tutto per sé, anche se lui non si mostrava molto allegro e in realtà in quella casa così piccola Tippi non si trovava troppo bene, abituato com’era a solcare cieli azzurri, a vedere nuvole e arcobaleni e le terre sconfinate dall’alto dei suoi viaggi. Era però contento dell’affetto di quella bambina così premurosa  e così gentile.
Una volta giunta a casa sua a Nube d’Argento, la principessa Lulù ben presto si accorse che uno dei suoi amati coniglietti mancava all’appello e si mise subito a cercarlo rivolando indietro per tutto il suo percorso.
Finchè un pomeriggio, mentre Stella se ne stava nella sua stanzetta con Tippi sulle ginocchia, una luce abbagliante e argentata inondò la stanza tanto da spalancare la finestra.
Subito apparve la fata con la sua veste luminosissima e così abbagliante che Stella non riusciva a guardarla e con voce dolcissima la principessa Lulù parlò.
-Eccoti finalmente mio caro Gluck, ti ho cercato per giorni e giorni, ho ripercorso tutta la strada del nostro ultimo viaggio finchè ho scoperto che eri vivo e che stavi bene in questa minuscola casetta.
Ma ora che ti ho ritrovato posso finalmente ricondurti alla tua dimora, Nube d’Argento, alla tua famiglia e al tuo compito insieme ai tuoi fratelli al tiro della mia carrozza alata.-
Stella non era certo bambina da farsi intimidire e rinunciare al suo coniglietto tanto facilmente.
-Ma lui è il mio Tippi!-esclamò -e deve restare qui con me!-
-Cara e dolce bambina ti sono veramente grata di quello che hai fatto al mio amico senza sapere chi lui fosse, soltanto perchè hai un cuore buono e generoso. Ma prima di essere il tuo Tippi lui era già il mio Gluck, ha una famiglia, una mamma, un babbo e dei fratelli che gli vogliono bene e un compito da svolgere. E poi la tua casa è davvero troppo piccola per lui e soffrirebbe lontano dalla sua vita: non può
restare qui con te.- rispose con un calmo sorriso la principessa Lulù.
- Ma io gli voglio bene e non voglio che se ne vada via!- Stella aveva gli occhi pieni di lacrime e anche Gluck aveva un’aria triste.
La principessa Lulù li guardò entrambi con tenerezza.
-Cara Stella, sei davvero una bambina buona e generosa e voglio svelarti un segreto che tu ora forse non comprenderai, ma che ti accompagnerà per tutta la tua vita che sarà certamente meravigliosa. La tua casa è troppo piccola per Gluck, eppure contiene il tesoro più prezioso che si possa trovare in tutti i regni e in tutti i mondi dell’intero universo. E’ piena dell’amore che tu sai dare e che la tua mamma e il tuo babbo ti hanno insegnato e nutrono per te, non c’è reggia o castello più ricco di questa vostra minuscola casetta.-
Stella non sembrava comunque contenta, allora  la fata continuò.
-Poiché sei stata così buona con il mio caro Gluck riceverai in premio un dono da me.-
Subito gli occhi della bambina andarono a fissare le scarpette argentate della principessa Lulù che riflettevano tutti i bagliori del sole e chissà quali altri meravigliosi catturati fin dall’alto di Nube d’Argento.
Così, alla fine di quell’indimenticabile pomeriggio, dopo un lungo saluto, molti ringraziamenti e a piedi nudi, la principessa Lulù riportò a Nube d’Argento il piccolo Gluck che riprese, triste e contento allo stesso tempo, il suo posto nel tiro ad otto della carrozza alata.
Stella non aveva più il suo coniglietto, ma aveva sempre con sè il suo cuore buono e generoso e la sua casetta piena d’amore, illuminata ora dai bagliori delle sue scarpette argentate.
Magari avrebbe potuto metterle la mattina dopo e andarci a scuola. In fondo non era da tutte indossare scarpe di principessa

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Non è soltanto che è andato bene, che c’erano tanti chiassosissimi bambini che con entusiasmo proponevano le soluzioni per far andare avanti le storie, non è soltanto che i genitori pian piano si sono lasciati andare e hanno anche loro proposto le loro personali strategie per sconfiggere i mostri e la strega, o che hanno affermato, quelli rimasti alla fine, che è bello lavorare così più ancora che partecipare ad una lezione o conferenza e che sarebbero contenti di proseguire su questa strada, è che ho trovato il sistema di scrivere un nuovo libro di storie, anzi lo abbiamo trovato tutti insieme.

Nel fatato regno di Gastor

Il fatato regno di Gastor si trovava sotto il fondo di un lago e non era possibile accedervi che da un passaggio segreto posto sotto un albero magico abitato da due piccoli ghiri, anch’essi fatati, le piccole guardie del regno che scendevano dai rami frondosi soltanto una volta alla settimana.
Attraverso il lago invece non era possibile arrivare al regno perchè un orribile mostro a due teste nuotava nella profonde acque mangiando e uccidendo chiunque anche solo si avvicinasse alle basse acque della riva, cosicché gli abitanti potevano uscire soltanto attraverso il passaggio magico che consisteva in una specie di poltrona-ascensore costruita dietro al trono del principe Requasa, l’erede al trono di Gastor.
Come se il terribile mostro biteste non fosse già un pericolo per i poveri abitanti, la perfida strega Bacheca, si aggirava tra i boschi che circondavano il lago insieme alla sua serva Ragnolina che lei trattava con vera antipatia e sgarberia.
La strega infatti oltre ad essere crudele con chiunque le capitasse a tiro era veramente antipatica con la povera ragazza che aveva avuto la disgrazia di doverla servire e in pochi ne sapevano il motivo. Quando da streghetta Bacheca aveva frequentato la scuola di magia e stregoneria era stata per anni lo zimbello della classe e delle sue compagne perché la natura, vera disgrazia nel suo mondo, l’aveva dotata di una bellezza e una nobiltà di modi e portamento veramente poco adatta ad una strega che deve invece incutere terrore e disgusto. Così lei si era sentita diversa e sbagliata e facendo finta di non soffrire per le continue prese in giro aveva invece sviluppato un modo di fare diffidente e antipatico e nessuno la considerava sua amica. E si era così imbruttita e resa inguardabile che tutti avevano dimenticato la sua beltà notando invece in lei solo la sua antipatia.
Una mattina strega Bacheca stava passando proprio davanti all’albero fatato quando improvvisamente le spuntò davanti il principe Requasa che stava allora allora uscendo dal passaggio magico.
Il povero principe si impressionò così tanto per la bruttezza della strega che inaspettatamente svenne. Figuriamoci se la perfida strega non approfittò per caricarlo sulle spalle della povera Ragnolina per portarsi l’erede al trono di Gastor nel suo antro nascosto!
Ma non tutto era perduto perché i ghiri avevano dai rami assistito alla scena e subito si recarono a Gastor per dare l’allarme sul terribile fatto accaduto.
Non c’era modo di liberare il principe se non scoprendo l’incantesimo per fare addormentare la strega, visto che di ucciderla con le normali armi in loro possesso non se ne parlava nemmeno.
Ma l’unico essere capace di svelare il segreto per fare addormentare la strega Bacheca era il possente drago Occhiodidrago che volava sopra i cieli più alti sopra Gastor.
Gli abitanti sapevano bene che per attirare in basso l’enorme creatura per potergli parlare bisognava far uscire dalle acque del lago il terribile mostro biteste, suo mortale nemico, che Occhiodidrago tentava ogni volta invano di uccidere. Ma come far uscire il mostro dal lago senza che nessuno venisse da lui divorato?
Si fece avanti la soave fanciulla Fiorinda, una gentile ballerina che nascondeva nel suo delicato petto un cuore coraggioso, dicendo che lei avrebbe danzato sulle rive del lago, tenendo i piedi in mezzo alle basse acque della sponda, sicura che Occhiodidrago sarebbe arrivato prima che il mostro potesse afferrarle le caviglie.
Tutti gli abitanti allora si recarono sul prato di fronte al lago e Fiorinda cominciò a danzare sulla riva con leggerezza e i suoi continui movimenti si trasmisero all’acqua immobile. Improvvisamente lontano dalla riva l’acqua cominciò a ribollire e delle onde iniziarono a propagarsi per tutta la superficie, ma la risoluta fanciulla non si lasciò scoraggiare anche se il suo cuore, ma non il suo movimento, si fermò alla vista delle due terribile teste che iniziavano a spuntare dall’acqua.
L’orribile creatura era ora visibile e si stava avvicinando velocemente alla riva quando un’enorme ombra sovrastò la sua figura: Occhiodidrago si stava avvicinando con le sue grandi ali!
Subito il mostro si allontanò e iniziò ad inabissarsi, ma Fiorinda e gli abitanti di Gastor esultanti fecero in tempo ad attirare l’attenzione della possente creatura alata finalmente a portata delle loro voci per urlargli la terribile sciagura che si era abbattuta sul loro principe.
Il drago allora rallentò il volo e la sua voce risuonò nelle orecchie di tutti i presenti: l’unico sistema che esisteva per far addormentare strega Bacheca era farla ridere, ridere a crepapelle.
Subito furono convocati tutti i giullari del castello del principe, i cantastorie che giravano per i villaggi, i saltimbanchi che si guadagnavano da vivere alle fiere dei paesi e tutti i coraggiosi in grado di raccontare barzellette e storielle.
La compagnia dei buffoni di Gastor così riunita uscì dal passaggio magico e anche uno dei piccoli ghiri si unì a loro, mentre l’altro restò di guardia sull’albero. Non ci fu bisogno di trovare l’antro nascosto perché la strega si accorse subito di loro dal suono di tutto quel chiasso che i buffoni facevano. Infatti tutti ridevano e facevano battute per farsi coraggio e perchè sapevano che essendo la risata contagiosa forse anche solo ridendo sarebbero riusciti a far fare alla strega quello di cui loro avevano bisogno per farla addormentare!
Ma la cosa si rivelò più difficile del previsto perché strega Bacheca non era tipo da ridere alla prima barzelletta o storiella e non si faceva certo contagiare dalla loro allegria che tra l’altro,vedendo che non aveva effetto stava velocemente trasformandosi in tremenda paura. Per fortuna però le loro comiche gesta riuscirono se non altro a distrarre la terribile strega che non si accorse che il piccolo e valoroso ghiro si era arrampicato sopra di lei e che aveva cominciato con la sua coda a farle il solletico sotto il collo. Così prima di rendersene conto strega Bacheca si mise a ridere e subito si addormentò del magico sonno delle streghe che può durare anche settimane e mesi.
Subito i buffoni e il ghiro liberarono il principe e tornarono sul prato davanti al lago e all’albero magico pronti a tornarsene a casa. Il principe Requasa per ringraziare i suoi valorosi sudditi li nominò seduta stante cavalieri e subito chiese loro di compiere una prima impresa per il bene del regno. Aveva scoperto, grazie all’aiuto della serva Ragnolina, nel buio dell’antro della strega, il segreto per uccidere il terribile mostro biteste che dominava il lago.
Nessuno, tranne la strega, sapeva infatti che il mostro era tremendamente ghiotto di fegatelli e che poteva mangiarne fino a scoppiare prima di riuscire a fermarsi.
Così tutte le cucine del regno vennero impegnate per preparare una quantità esorbitante di fegatelli e vennero poi tutti trasportati sulla riva del lago.
I cavalieri-buffoni allora insieme al loro principe cominciarono a lanciare fegatelli sulla superficie del lago che ben presto diventò tutta marrone.
Di nuovo l’acqua cominciò ad incresparsi e a ribollire nel centro del lago ed ecco di nuovo apparire l’orribile creatura che senza interessarsi minimamente agli abitanti che lo osservavano dalla riva cominciò a spalancare le sue due formidabili bocche e ad ingurgitare con strabiliante velocità più fegatelli che poteva, tanto che i cavalieri non riuscivano a rimpiazzarli con i loro continui lanci.
Il mostro se ne mangiò una tale quantità che i fegatelli stavano per esaurirsi e gli abitanti cominciarono a temere di non averne preparati a sufficienza per quella pancia sconfinata quando ecco che un prodigio avvenne, il mostro si divise in due e mentre una testa e una parte scoppiava investendo le acque di una terribile poltiglia marrone, l’altra si trasformava in un’elegante creatura acquatica che sorridendo si recò vicino al principe Requasa inchinandosi in segno di sottomissione. Chiese di poter restare e di diventare la custode del lago.
Il principe la perdonò e decise di lasciarle fare quello che aveva chiesto, mentre tutti gli abitanti di Gastor esultavano.
Finalmente la brutta avventura era finita e il lago era di nuovo libero.
Organizzarono allora una grande festa sulla riva e anche sulla superficie del lago mangiando i fegatelli avanzati, chi ne voleva, e danzando e cantando e nuotando e ridendo a più non posso, che il mostro non esisteva più e al suo posto una nobile creatura vegliava su di loro.
La povera strega Bacheca invece russava così forte che, nonostante tutta quella confusione, la si poteva sentire fin là, dal centro di quella felicissima festa.

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