“5 saltelli e oplà, la canzone è tutta qua. Un passetto per l’in giù ed il ballo hai fatto tu.”
Così cantavano i bambini danzando nel cortile. Sembravano folletti, creature d’altri tempi.
Eravamo da poco arrivati, il tempo di sistemare le nostre cose nelle stanze e fare un giretto per il minuscolo paese. Ma già eravamo inseriti.
La campagna circostante ci guardava indifferenti, la naturale accoglienza di chi già ci considerava del luogo, diversamente dalle persone che con la loro riservata e un po’ fredda curiosità soddisfacevano il nostro bisogno di attenzione.
Forse era stata un pazzia venire a trascorrere il fine settimana lungo in questo posto, non sperduto, che ormai non ne esistono più, ma volutamente isolato, per il turista esigente, forse scelto o eccentrico e forse così anche noi.
Un’idea stravagante quindi, ma non per questo meno piacevole. Le vacanze o le gite precostituite ti dicono già cosa guardare o cercare, che tipo di emozioni attenderti.
In ogni modo mi ero portata da leggere, un bel po’. E qualcosa anche per il resto della famiglia. E un quaderno bianco.
“Siamo appena arrivati, è tutto magnifico, sembra di essere in una fiaba. E’ quello che ho sempre desiderato. Mi aspetto che spuntino da un momento all’altro Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel. I ragazzi sono eccitati, hanno visto un fiume con i cigni e un negozio, turistico tremendo, ma che vende giocattoli in legno e altre cose comunque in tono con l’ambiente. Sergio è tranquillo e guarda tutto, contento come al solito.”
La prima cena fu fantastica, a lume di candela con uno stupendo cielo stellato e un gran scorrere di macchine, almeno per quel che io mi aspettavo da quel luogo.
I ragazzi dissero che occorrevano nomi appropriati all’ambiente e alla vacanza. Ci divertimmo a scegliere i nomi, Sergio diventò Guglielmo, io Ginevra e i ragazzi Angelica e Federigo con la “G”.
Non c’era molto da fare nel paese, ma fu stabilito che non avremmo usato la macchina e che avremmo escogitato passatempi per trascorrere il tempo “in loco”. Escluse anche carte, scacchi e affini. Proprio un sfida.
Il resto della serata passò guardando le stelle ad indovinare le costellazioni.
Ogni tanto Sergio-Guglielmo russava, ma i ragazzi lo risvegliavano a suon di solletico.
I morbidi piumoni e gli alti cuscini autorizzarono invece mio marito a russare tranquillamente. I ragazzi erano già andati e neanche se ne accorsero.
Che bella cosa la colazione a tavola tutti insieme con i fiori e la tovaglia color crema!
E dopo? Come avremmo trascorso la mattinata? Nel modo più ovvio: facemmo un giro perlustrativo del paese e una passeggiata un po’ più fuori, verso il bosco.
Arrivati in un punto con una bella panoramica, proposi di tornarci a fare dei disegni da mettere insieme alle foto ricordo. Ma i ragazzi non ne volevano sapere.
Ci incamminammo verso il fiume per vedere i cigni. Trascorse così il resto della mattina e l’ora di pranzo ci trovò sì, ancora rilassati, ma sicuri che un altro paio d’ore così e ci saremmo certamente pentiti delle regole appena inaugurate.
Eravamo così, senza rendercene conto, in attesa.
E qualcosa accadde veramente: conoscemmo Giardino.
Per quanto assurdo fosse, Giardino era proprio il suo nome, o almeno il modo il cui lo chiamavano.
Non era né giovane né vecchio, quell’età indefinibile. Così naturale e disinvolto che sembrava avesse detto tutto già prima di cominciare.
Venne alla fine del pranzo al tavolo, mentre io già mi chiedevo, un po’ in ansia, cosa avremmo fatto. Ci annunciò che era la guida del paese per le escursioni al castello diroccato e che la quota andava comunque versata alla signora della pensione. Visto che era bel tempo saremmo partiti alle tre. Se qualcosa non andava potevamo avvertire la signora.
Disse tutto questo con tranquillità e serietà, come se fossimo già stati d’accordo. Non si offrì, né si propose, si assunse, potremmo dire. Non so se era studiato, ma questo saltare ogni formalità e anche ogni forma di presentazione o di accordo ci divertì e ci incuriosì. Alle tre meno un quarto eravamo già davanti alla pensione.
Finalmente ci chiese i nostri nomi. Gli dicemmo quelli veri. Ci incamminammo.
Aveva un bastone bellissimo, tutto intagliato. Quando entrammo nel bosco ci disse che anche noi dovevamo avere un punto d’appoggio e che ognuno doveva prendersi un bastone. Sergio si stava già muovendo per prenderlo anche ai ragazzi. Giardino lo guardò e disse di nuovo e senza forza che ognuno di noi doveva prendersi il proprio bastone. Poi disse “Se non si sa scegliere dove appoggiarsi, poi non ci si sa nemmeno appoggiare.”
Era proprio vero? La versione moderna simil-medievale di Mosè era con noi e ci stava guidando?
Sentii molto amore in quella frase, o magari ce l’avevo voluta sentire. Comunque scegliemmo i nostri bastoni.
Cominciò a camminare e intanto a parlarci della natura, del sentiero che va mantenuto pulito. Gli chiedemmo i nomi degli alberi, delle piante. Tute le nostre curiosità furono soddisfatte.
Non dicemmo niente di noi, ma molte cose vennero fuori: la mia tendenza estetica e romantica, io che osservavo i colori ed esprimevo le mie sensazioni, lo spirito pratico e intuitivo di Sergio a cui Giardino annuiva, condividendo le osservazioni. E l’ordine emotivo e fantasioso dei ragazzi.
Arrivammo al castello: poche rovine in una posizione superba. Mi aspettavo qualche spiegazione storica o almeno qualche leggenda. Ma Giardino non disse niente.
Restammo a guardare il panorama tutti in silenzio. Quella quiete infondeva un senso di rispetto come dentro una cattedrale: maestoso e pieno di dignità.
Come se gli antichi abitanti di quel luogo, le loro emozioni e i loro gesti si imponessero alla nostra attenzione per il solo fatto di essere esistiti e di essere ormai così distanti da noi
Giardino non disse proprio niente, neanche di ripartire. Soltanto si mosse e si incamminò verso la discesa.
Restammo tutti in silenzio per un pezzo. Poi Pietro inciampò. Si fece soltanto una storta, ma la caviglia si gonfiò subito.
Giardino non esitò, lo prese sulle spalle e a Pietro veniva anche da ridere. Sergio provò ad opporsi, ma giardino ribadì che non era né il primo nè l’ultimo. Lui c’era abituato.
Dopo un primo imbarazzo Pietro cominciò a guardarci divertito e fece anche i complimenti a Giardino per a sua forza. E per la prima volta lo vedemmo ridere.
Sergio si era rilassato e rideva anche lui.
Non ci salutò davanti alla pensione, ci disse soltanto di far riposare la caviglia di Pietro.
Chiesi subito informazioni alla signora della pensione che mi raccontò di come Giardino fosse un lontano discendente dei padroni del castello.
Aveva dodici nipoti ed era molto gioviale. Accompagnava da sempre i turisti al castello e non aveva mai permesso a nessun altro di farlo. Era l’unico argomento su cui non era disposto a scherzare. Era un nonno giocherellone e un uomo di compagnia, ma nessuno più si stupiva della trasformazione che aveva quando accompagnava le persone al castello. La nobiltà da cui discendeva si conservava in questo aspetto che affascinava il paese, anche se era ormai per tutti un’abitudine. Ma non per me.
Ero eccitata e commossa. Io romantica amante del medioevo e delle sue leggende ne avevo appena incontrata una, dal vivo. La prima e probabilmente l’unica della mia vita.
Mi sentivo tornata bambina, mi sentivo parte di una fiaba, per la prima volta, finalmente. Sergio mi trovò così, con aria sognante e mi riportò alle mie preoccupazioni di mamma: avevano messo del ghiaccio sulla caviglia di Pietro che protestava di volersi alzare che non aveva niente.
Riuscii facilmente a farlo stare seduto. E anche Martina e anche Sergio.
Rimasero colpiti come me dalla storia di Giardino, anche se non, almeno a vederli, altrettanto commossi. Continuarono a parlarne allegri ed eccitati.
Io restavo in silenzio, volevo conservare quel senso di calore e magia che spesso le parole banalizzano e raffreddano.
Chissà quante cose conosceva del castello, ma era rimasto in silenzio per rispetto dei suoi antenati, per non svenderli ad estranei, o forse per mantenere su se stesso insieme a loro il riserbo e l’intimità di una storia che per lui era vita di carne e di sentimenti.
Mi affascinava anche il suo non ricevere direttamente i soldi, forse ultimo segno di una dignità d’altri tempi.
E se fosse stato tutto un trucco? Ormai ci avevo troppo costruito e mi sarei trovata non soltanto delusa, ma cinica e scettica, le cose che vanno meno d’accordo con me e mi rendono insoddisfatta e cupa finchè non se ne vanno.
Dopo cena Sergio chiese se c’era modo di rivedere Giardino e di ringraziarlo. La signora ci disse che quasi sempre i turisti chiedevano di lui, anche senza sapere del suo legame col castello.
Ma per lui si trattava di una cosa molto isolata col resto della sua vita e non accettava niente tranne i soldi che i turisti gli facevano arrivare tramite lei.
Le chiesi allora se avesse conosciuto la storia della sua famiglia e del castello.
Giardino, ci disse, non ne parlava mai, ma suo figlio aveva fatto fare delle ricerche araldiche e lui stesso si era informato in molte biblioteche e con molti libri di storia locale. Sembrava proprio che loro fossero un ramo discendente, anche se non l’unico. Il castello doveva essere stato una residenza estiva poi diventato fortezza. Diroccato ormai da secoli, la famiglia di Giardino era tornata casualmente nel paese con il bisnonno che aveva preso il mulino.
Non mi piaceva ascoltare queste notizie, soprattutto raccontate dalla signora, quasi come un pettegolezzo. Preferivo il silenzio e il mistero su questa figura, questo cavaliere errante, piccolo re Artù di una fiaba vera e moderna che io stavo vivendo.
La mattina seguente eravamo decisi a rivederlo. Io però insistevo che dovevamo rispettarlo. Potevamo tornare da soli al castello.
Tutto era cambiato, la vacanza non solo non era più noiosa, ma un misto di incanto e commozione, di eccitazione e di frenesia ci rendeva inquieti. Altro che relax!
Sergio era della mia stessa idea: dovevamo lasciarlo in pace. Ci avrebbe anche potuto deludere e comunque non avevamo alcun diritto di disturbarlo. I ragazzi, chiaramente, non ci volevano sentire, erano irremovibili.
La signora ci aveva fatto capire che non poteva dirci niente per imparzialità e per lealtà nei confronti di Giardino.
Provammo con aria indifferente a fare un giro del paese, ma non successe nulla. Forse aveva un pezzetto di orto e magari era lì a lavorare: girammo verso gli orti.
Forse erano arrivati altri turisti e lui ora stava proponendosi su alla pensione.
Non lo trovammo neanche lì. Così decidemmo, per forza di cose, di tornare da soli al castello.
Fu emozionante, almeno per me. Gli altri sembravano alquanto delusi.
Tornando indietro facemmo una scoperta. Nel punto dove Pietro aveva inciampato era stata dissotterrata e spostata letteralmente una radice, probabilmente causa della caduta ed era stato pareggiato il terreno.
Ma perché quest’uomo così buono e attento era anche così misterioso?
A pranzo non si fece vivo. Esasperati, decidemmo di non pensarci più, di chiudere l’episodio di Giardino.
Per il pomeriggio Pietro e Martina proposero di procurarci o costruirci dei ricordi di questa vacanza, dei souvenir artigianali.
Trovai l’idea stupenda e non pensai più al mio re Artù, sapendo che proprio così sarebbe rimasto tale nei miei ricordi: un’apparizione fiabesca e fuggevole, proprio come deve essere.
Volevo trovare dei fiori dallo stelo lungo per farne una ghirlanda intrecciata da far essiccare. Mi piaceva molto l’idea, ma non ne parlai con gli altri. Il patto era di mantenere il segreto finchè i souvenir non fossero pronti.
Trovati i fiori adatti, mi sedetti su un masso ai bordi di un sentiero su uno slargo. Cominciai a tagliare gli steli per renderli tutti della stessa lunghezza. Li avevo messi in un bel paniere, avevo forbici, filo di ferro. Mi sentivo Heidi o forse la Cappuccetto Rosso che appena arrivata mi aspettavo di veder spuntare dal bosco. Certo non avrei mai pensato che col paniere e i fiori sarei spuntata io!
Canticchiavo meccanicamente. Invece del lupo cattivo dal folto sbucò mio marito. Ridemmo nel vederci, io in mezzo ai miei fiori, lui con in mano una specie di piccola accetta, “pennato” mi disse che si chiamava e una busta con dei pezzi di legno.
Senza dire altra parola proseguì al di là del sentiero e si inoltrò di nuovo nel bosco. Ero felice.
Quando tornai verso la pensione i ragazzi erano nel cortile e mi corsero incontro entusiasti. Senza dire niente mi mostrarono il loro souvenir. Avevano costruito una corona di cartone, l’avevano foderata non so con che cosa, ma era davvero bella. Aveva attaccato un piccolo ramo, sapevo cosa significava: il ricordo del nostro misterioso “re Giardino”.
Lì accanto vidi il souvenir di Sergio. Era non so come riuscito a trovare un pezzo di legno schiacciato, lo aveva scartato e pulito in quel poco tempo e aveva fatto un centro tavola.
Appeso al muro, pensai, poteva divenire una bellissima cornice per la mia ghirlanda. Senza saperlo ci eravamo completati, non era la prima volta.
Mostrai orgogliosa la mia ghirlanda ai ragazzi: i nostri gusti si riflettevano in questi lavori, ma non credevo che avremmo costruito degli oggetti così belli.
“Siamo stati proprio bravi” pensai e lo dissi anche. Giardino o non Giardino avevamo vinto la sfida, niente macchina, libri o carte e il tempo era volato, la mattina dopo saremmo partiti.
Proposi un ultimo passatempo, un gioco per trascorrere la serata. Dopo cena, seduti in cortile, ognuno avrebbe raccontato una storia inventata sul proprio souvenir. I ragazzi potevano farne una o due come preferivano. Accettarono tutti e tre. Decisi, come mio solito, di non pensarci e che avrei improvvisato. Non ce l’avrei fatta a pensarla prima a raccontarla in un secondo momento.
I ragazzi invece, stettero a parlottare sul letto per un bel pezzo e anche a cena fecero i misteriosi. Finalmente ci sedemmo sui gradini della pensione, in una quiete fatta di rumore smorzati più che di silenzio.
I ragazzi erano impazienti di iniziare e così io e Sergio ci accingemmo ad ascoltare. Si alzò Martina dicendo che avrebbero fatto un po’ per uno e cominciò.
“Questa piccola corona che vedete è chiamata la corona del re Giardino e le sue origini sono antichissime.
Secoli e secoli fa, in un castello viveva un re con la sua regina e la loro giovane figlia.
Quando questa fu in età da marito cominciò al castello un continuo andirivieni di nobili, principi e cavalieri che chiedevano la sua mano.
Ma la principessa, che non era contraria per principio al matrimonio, non si decideva a scegliere, presa com’era invece dalla sua grande passione, trasmessale dal padre, per il giardinaggio.
Avevano dentro il castello un giardino pensile meraviglioso. Un soffice tappeto d’erba e delicate siepi formavano una geometria allegra, il lato nord era riparato da alti alberi mentre a sud erano esposti vari tipi di fiori che, alternandosi nelle fioriture, coloravano quell’angolo per quasi tutto l’anno.
Ma in Gennaio la principessa non era riuscita a trovare nessun fiore che resistesse al vento e al freddo e l’angolo restava scuro e desolato.
Il re e la principessa avevano fatto molti esperimenti, ma nessuno dei fiori che in serra splendevano rigogliosi, resisteva poi esposto nell’angolo, soleggiato e riparato, ma pur sempre aperto.
E così la principessa, presa dai vari tentativi, guardava e conversava con i suoi pretendenti soprappensiero, senza neanche rendersi conto se le piacevano o meno.
I nobili e i fieri cavalieri cominciarono a stufarsi di venire ogni giorno in processione al castello e diradarono le loro visite.
Ma la principessa neanche se ne accorse e non cambiò il suo atteggiamento, cosicché pian piano scomparvero tutti i pretendenti e si sostituirono a questi, schiere di fiorai e giardinieri in quanto si era diffusa la voce su quale fosse l’unico vero interesse della giovane principessa.
Un giorno un giovane fioraio, di un’antica famiglia che coltivava fiori da sempre e che aveva servito le più nobili famiglie, trovò una varietà molto forte di mimosa che fioriva presto e resisteva al gelo. Finalmente l’angolo del giardino brillò di colore anche nel primo mese dell’anno.
La principessa era felice, si innamorò del giovane e disse a suo padre che quel fioraio era l’uomo con cui avrebbe voluto sposarsi. L’etichetta di corte però permetteva soltanto ad un nobile di sposare la principessa. Allora il re nominò il ragazzo Nobile Cavaliere del Giardino Reale.
I due si sposarono” proseguì Pietro, “e vissero felici e contenti ed ebbero un figlio al quale, in ricordo di ciò che li aveva fatti conoscere ed unire dettero il nome di Giardino. Era l’erede al trono e il nonno sovrano gli insegnò fin da piccolo ad amare le piante e la natura.
Quando il nonno morì Giardino fu nominato re, ma data la sua giovane età i genitori governavano per lui. Gli fecero fare anche una piccola corona, per le cerimonie ufficiali e lui vi volle appendere un piccolo ramo, per ricordare a tutti l’importanza delle piante per le nostre vite.
Un giorno il piccolo re Giardino, mentre faceva una passeggiata, vide uno splendido melo selvatico proprio in mezzo ad una radura. Si avvicinò e fu colpito per la sua bellezza e per il colore dei suoi frutti che sembravano d’oro proprio come la sua corona. Ne assaggiò uno e lo trovò buonissimo.
Il giorno dopo voleva tornare al melo, ma un violento temporale si abbattè sul castello e così non potè uscire.
Appena tornò il sole, Giardino prese un cavallo e corse fino alla radura, aveva un presentimento. E infatti trovò il melo colpitola un fulmine, con molti dei suoi rami bruciati.
Il piccolo re fu molto rattristato, ma non si dette per vinto e nei giorni seguenti cercò di salvare il melo facendosi anche aiutare dai genitori.
L’esperienza del padre e la cura della madre, insieme alla sua passione, tanto fecero che l’anno dopo il melo tornò a fiorire e a dare nuovamente quelle mele che sembravano d’oro.
Il piccolo re Giardino condusse di nuovo i genitori e insieme assaggiarono quei frutti dolcissimi.
Mentre mangiavano un lieve vento si sollevò e mosse le foglie del melo. Il loro frusciare suonò a Giardino come una voce e il ragazzo udì queste parole:
-Grazie. Le te tue cure non sono state vane, l’amore che porti per noi piante sarà ricompensato. Il tuo castello non sarà dimenticato, i fiori non vi appassiranno mai. Se tu manterrai il segreto la Natura non infrangerà la sua promessa.-
Soltanto il giovane re udì queste parole e non lo raccontò a nessuno.
Da allora ogni angolo verde del castello del re Giardino, con grande stupore dei suoi genitori, rimase fiorito per tutti i dodici mesi dell’anno.
E ancora oggi i discendenti del piccolo re amante della natura portano a visitare le rovine del loro antico castello senza raccontare niente e così il giardino continua ad essere fiorito tutto l’anno.
E così è finita la storia” concluse Pietro.
Era aprile ed effettivamente lassù era pieno di fiori e di verde. Ma non era questo. Era che la storia era bellissima e parlava proprio di noi. Ora la fiaba l’avevo davvero vissuta: i miei figli me l‘avevano regalata.
Da allora quella è rimasta “la vacanza del re Giardino”.