Ruggero era figlio di maniscalco e l’incudine e il martello erano stati suoi compagni fin da piccolo. Per questo una volta cresciuto aveva deciso di girare il mondo guadagnandosi da vivere come fabbro ambulante.
Arrivò al castello del conte mentre la primavera stava finendo e il caldo estivo affacciando ad imbiondire i campi di frumento.
Aveva sentito raccontare da un pellegrino che il conte stava per sposarsi e che stava sistemando la sua residenza, Ruggero pensò che avrebbe trovato lavoro. E aveva pensato bene perché stavano cambiando tutti gli arredi della casa e a lui fu assegnato il compito di fabbricare alari e attizzatoi per i camini e spiedi e altri attrezzi per la cucina.
Così si trovò un angolo nel cortile dietro le cucine dove sistemò il suo braciere col mantice, l’incudine, la lima, le tenaglie e il martello, gli unici attrezzi che poteva portarsi in viaggio e che trasportava con un piccolo carretto e da cui non si separava mai.
Nel cortile, proprio dietro di lui, c’era un pozzo e così poteva bere e usare l’acqua per temprare senza spostarsi.
L’estate avanzava e come sempre lavorare al braciere diventava un viaggio nelle braci dell’inferno. Teneva sempre per rinfrescarsi e per bere una brocca piena d’acqua, ma faceva presto a scaldarsi e a finire, e non sempre poteva lasciare il pezzo che stava lavorando per andare a riempirla.
Sudato e affaticato com’era non aveva fatto caso all’aumentare dei viaggi delle servette della cucina a prendere l’acqua fresca dal pozzo dietro di lui e così quando un giorno una di queste gli portò un boccale di birra e glielo offrì senza dire niente si accorse che non l’aveva mai vista prima.
-E’ fresca- disse nel dargli il boccale, poi se ne tornò in cucina prima che lui potesse rispondere anche solo grazie.
Rimase per un po’ così stupito che se ne stette con il boccale in mano senza neanche berlo, poi se ne rese conto e mandò giù la birra tutta di un fiato.
Era davvero fresca, ma non solo: quel gusto amaro e frizzantino lo rimise al mondo, si sentì pieno di energie e rinfrancato come da tanto non gli capitava.
Che fortuna essere capitato in un castello dove si tenesse una birra così buona! Continuò il suo incarico contento che dovesse durare ancora a lungo.
Il giorno dopo, sempre preso dal suo lavoro, di nuovo non si accorse della ragazza che era venuta, quasi di soppiatto, col solito boccale in mano.
-Tenete- disse e questa volta Ruggero fece in tempo a rispondere grazie, ma non ad ottenere una risposta perché lei se n’era già andata.
Rinfrancato dalla bevuta arrivò al giorno dopo aspettando quel boccale come l’unica cosa che lo dissetasse in tutta la giornata.
Questa volta la vide arrivare, camminava velocemente, ma non in fretta, con passo regolare e tranquillo.
La fanciulla, accorgendosi che lui la guardava quasi si nascose dietro il boccale.
Ruggero si fermò e posò gli attrezzi, lei si avvicinò, lui le sorrise e prima ancora di prendere il boccale –Grazie, siete molto gentile-. Lei, mentre glielo porgeva rispose con un cenno della testa.
Ruggero voleva parlarle, chiederle il suo nome, ma gli sembrò troppo tutto insieme e poi era talmente desideroso di bere che non potè tenere la bocca libera neanche un momento di più.
Dopo aver bevuto, lei non c’era più, se n’era già tornata in cucina.
Ma il giorno dopo ancora tornò e –Come vi chiamate-? riuscì a chiederle e sentire finalmente e di nuovo il suono della sua voce -Mi chiamo Margherita – per poi vederla sparire con la coda dell’occhio mentre lui beveva.
Si era accorto che lei prendeva il boccale del giorno precedente e pensò che se lo avesse nascosto forse lei avrebbe dovuto aspettare che lui finisse prima di tornare in cucina.
Lo mise dietro la sua bisaccia dove teneva il pranzo e funzionò perché il giorno dopo Margherita continuò a guardarsi intorno mentre lui si dissetava ed era ancora lì che cercava con gli occhi quando lui ebbe finito di bere.
Ruggero fece finta di niente e cominciò a chiederle che mansione svolgesse lì nel castello e di dove venisse. Lei continuava a cercare e distrattamente rispose che lavorava nelle cucine e che veniva da un casolare vicino dove vivevano i suoi genitori che erano braccianti agricoli.
A quel punto lui le porse i due boccali e sorridente le disse -Ecco, tenete, io mi chiamo Ruggero-.
Margherita guardò i due boccali e lo fissò per la prima volta in viso con occhi che aveva del colore del grano di quella stagione, dal verde al biondo. Non disse niente, ma a Ruggero sembrò arrabbiata, forse non aveva gradito lo scherzo del boccale.
E infatti il giorno dopo non venne.
Ruggero aspettò e aspettò per molto anche dopo il solito orario, ma non successe nulla. Per tutto il resto della giornata si sentì assetato e per quanta acqua bevesse, non riuscì a rinfrescarsi. Ancora aspettò e si arrabbiò per quel tradimento, quell’attesa inutile che non aveva portato a nulla, fosse anche per il suo piccolo scherzo. La sete gli sembrava insopportabile.
Alla fine arrivò un’altra ragazza con il solito boccale.
Lo prese e bevve subito, senza dire nulla, neanche grazie.
Ma era cattiva, calda ed insipida.
La ragazza, come Margherita, se n’era già andata.
Si scoprì deluso e arrabbiato, e anche ingannato. Prese risoluto il boccale e si diresse verso le cucine.
Non ebbe bisogno di entrare, né di muoversi, neanche di parlare.
La vide dalla finestra accanto alla porta, curva su una tavola ad impastare, accaldata e con le maniche tirate su, un ciuffo di capelli imbiancato che le scendeva sulla fronte.
Sentì il sollievo, il frizzantino e le energie tornargli tutte insieme, persino la bocca smise di essere secca ed impastata. Rimase lì, fermo vicino alla porta, poi, prima che qualcuno lo scorgesse, se ne tornò indietro, ancora col boccale in mano.
Non era la birra, non era il caldo, neanche l’ora tarda. Era, ora lo sapeva, la sete di lei.