La ragazza aveva i capelli lunghi e fini, del colore delle castagne che ci sbucciava e ci dava ancora calde. Era la nostra preferita.
Quando la mattina arrivava per aiutare la zia nella grande cucina bianca il primo che la vedeva chiamava -L’Armida è arrivata!- e noi tutti di corsa a salutarla. Ci sembrava così bella e certo lo era, come la fata buona delle novelle.
Sempre quieta e tranquilla, rideva chiassosamente ai nostri scherzi. Si faceva a gara per farci guardare -Armida!- E giù una capriola, -Ciao Armida!- e le dita ad allargare la bocca, la lingua fuori e gli occhi verso il naso. Lei rideva e noi pieni di soddisfazione fino a scoppiare.
Poi, però arrivava la zia, allora ci mandava fuori dalla cucina e cominciava a pulire le verdure e a chiacchierare con lei.
Noi si ascoltava da fuori e si giocava: una faceva la zia, una l’Armida e gli altri i contadini che portavano le verdure.
Ma i giochi più belli erano quelli proprio con l’Armida, quella vera. Se si stava buoni, dopo mangiato, si poteva stare in cucina a girare un po’ per uno il macinino e se avevi fortuna toccava a te aprire il cassettino e versare fuori il caffè. Altre volte invece era lei che macinava e intanto ci raccontava le novelle.
A me piaceva quella della donna di pasta che stava alla finestra e che quando la figlia del re si sposava metteva la padella con l’olio al fornello, ci metteva le mani dentro e quando le toglieva, non solo non si era bruciata, ma nella padella c’erano delle belle frittelle croccanti a forma di pesce, di leone e di uccelli.
Mi sembrava proprio di vederla, dietro alla tenda ricamata, sul balconcino, a guardare il paesaggio.
E la faccia, bianca e tonda di pasta, era bella e aveva l’espressione dell’Armida.
Mi ci perdevo, nell’immagine della donna di pasta, e quando tornavo coi piedi per terra l’Armida aveva già finito e stava raccontando la storia di Canfriano o quella delle tre melarance.
Altre volte invece lei rassettava la cucina e noi si stava seduti sul camino a guardarla.
In certi pomeriggi speciali l’Armida riusciva a finire presto, allora si potevano fare le caramelle.
Prendeva il pentolino, ci metteva l’acqua con lo zucchero e lo faceva fondere. Quando diventava bello scuro e lucente, che faceva quella schiumetta che sembrava friggesse, lo versava sul tavolo grande, sul marmo bianco. Lo spianava e lo tagliava a quadretti, lo staccava pezzetto per pezzetto e ce lo dava.
Non erano buone come quelle che si compravano da Giannino in piazza, ma erano state fatte da noi e pareva come una magia.
Un anno per Natale decisi di farle un regalo, io da sola.
Cosa potevo fare?
Sapevo giocare, andare a scuola, fare i compiti, litigare con la Teresona, ascoltare l’Armida, fare la treccia attaccata, giocare a briscola.
Non ero brava a cucinare, né a lavorare a maglia o cucire né a disegnare.
In casa erano iniziati i preparativi. La sera al fuoco si schiacciavano le mandorle per fare i dolci natalizi e noi bambini si contava alla rovescia per il giorno in cui finalmente la zia avrebbe tirato fuori i personaggi del presepio.
Saremmo andati a prendere la borraccina giù al fiume, per fare il prato soffice che portava alla capannuccia.
Poi avremmo messo i personaggi. Ognuno di noi ne aveva due a disposizione, alla fine la mamma sistemava la Madonnina e San Giuseppe nella capannuccia, Gesù arrivava solo la notte di Natale.
La Teresona aveva il compito di buttare la farina per fare la neve. A quel punto era pronto e non c’era che da stare lì a guardarlo, facendo le voci dei personaggi aspettando la vigilia.
Ma io quell’anno non potevo aspettare né giocare. Dovevo preoccuparmi del mio regalo speciale e stare attenta che nessuno se ne accorgesse, soprattutto la Teresona che sennò avrebbe voluto farlo anche lei.
Pensa e ripensa decisi di preparare un piccolo pane, a forma di cuore e di scrivere un biglietto. Ma come riuscire a nasconderlo agli altri?
Quando la zia e l’Armida facevano il pane, se non eravamo tutti lì appiccicati a guardare, sperando di poterci mettere le mani e di impastare anche noi, di aggiungere l’acqua e la farina, allora eravamo tutti a scuola.
Così una sera, a letto, dopo le preghiere, chiesi alla mamma di aiutarmi.
Ci fu un gran da fare in quei giorni, ma lei riuscì a farmi impastare il mio pane sola soletta e a farmelo mettere a lievitare in un angolino della madia. Poi, prima di andare a letto restai alzata con lei e lo misi sul fuoco a cuocere.
Venne proprio bene, si capiva che era un cuore, il giorno dopo lo avrei dato all’Armida.
Restava da scrivere il biglietto.
Era la parte fondamentale del regalo. Da quello lei avrebbe capito che avevo voluto farle un regalo speciale e perché avevo scelto il cuore di pane.
Ma non mi riusciva.
Con le lacrime agli occhi dovetti rassegnarmi: non sapevo scriverlo.
Allora mi venne una gran rabbia e decisi che non avrei fatto il mio regalo e che avrei dato il pane al cane!
Ma era troppo tardi anche per questo e così mi addormentai.
La mattina, appena sveglia, e non del tutto, scalza e in camicia andai subito in cucina per dare il pane al cane prima che qualcuno mi vedesse.
Entrai e aprii la madia e lo trovai nell’angolo dove lo avevo nascosto.
Mi girai e l’Armida entrava allora. Vide che avevo in mano il pane e lo guardò.
Le parole mi uscirono da sole.
-C’era una bambina che voleva tanto bene alla donna di pasta, ma non sapeva mai come dirglielo. Un giorno decise di fare un piccolo pane a forma di cuore per farle vedere che le voleva bene. Ma non venne bello come le focacce che faceva lei e allora decise di darlo al cane senza che lei nemmeno lo vedesse.-
Allora l’Armida si mise a sedere, mi prese in collo con tutto il pane e incominciò a parlare.
-La donna di pasta un giorno si sposò, allora tutte le massaie del paese le portarono tante focacce e frittelle di forme diverse, focacce a forma di case, di alberi, del sole e della luna, dipinte dei colori dell’arcobaleno, decorate con frutta e con fiori.
La donna di pasta le guardò tutte e alla fine scelse un piccolo pane a forma di cuore, preparato da una bambina che le voleva bene.
Era il più bello di tutti.
Da quel giorno la donna di pasta portò sempre con sé il ricordo della bambina e del suo piccolo cuore di pane nel suo cuore di pasta.- Poi mi baciò.
Non l’ho mai dimenticato.