Quando quel giorno le farfalle arrivarono, tutti pensammo che la primavera sarebbe finalmente cominciata e il freddo finito.
Era stato un inverno molto lungo e ogni mattina annusavamo l’aria.
Eravamo ormai a marzo, tutti tesi e arrabbiati, derubati della bella stagione che ci aspettava, esasperati da tutto quel gelo.
La campagna, come sempre più paziente di noi, aspettava tranquilla a risvegliarsi, sicura che la primavera avrebbe forse tardato, ma non l’avrebbe comunque tradita.
Nessuno di noi invece ne poteva più di tutte le meraviglie dell’inverno: di bagliori di ghiaccio nel sole, di vasche e secchi pieni e rigidi negli orti, di cieli limpidi e tramonti luminosi, di terra asciutta senza una goccia d’acqua e senza fango che il ghiaccio se l’era preso tutto con sé. Anche la nostra pazienza, lasciandoci intrattabili l’uno con l’altro.
L’unica contenta era la nonna.
Amava l’inverno, poteva averci a lungo tutti riuniti e aveva così il tempo di guardaci e ascoltarci uno per uno.
Tranquilla nella sua cucina, sembrava far parte della stanza dove si muoveva senza scatti o mosse brusche. Sedeva sulla poltrona, ferma senza dire nulla, come soltanto i vecchi sanno fare. Ma in quei giorni guardava noi, con gli occhi divertiti e un po’ disorientati per la nostra rabbia nel sopportare il freddo.
La nonna era un tutt’uno con le stagioni e per lei non aveva alcun senso ribellarsi.
Non cambiava di una virgola le sue abitudini finchè anche gli alberi, i fiori, le foglie, le rondini e le galline, le mosche e le farfalle non avevano fatto tutto ciò che dovevano.
Allora anche per lei arrivava il momento di cambiare, di uscire o di rannicchiarsi vicino al fuoco. Sembrava che fossero le stagioni a seguire lei. Se la nonna la sera prendeva la seggiolina e stava anche solo cinque minuti a guardare il tramonto fuori, potevi star certa che l’estate era arrivata e il caldo non sarebbe andato più via.
Così quella mattina, vedendo le farfalle, tutti girammo lo sguardo verso di lei. Quando arrivava la primavera metteva i vasi fuori sul davanzale, sicura che il gelo notturno non avrebbe “cotto” le piante.
La nonna aprì la finestra, annusò l’aria guardò il cielo, la terra, gi alberi, gli uccelli e non so cos’altro. Poi richiuse, prese il piccolo annaffiatoio e bagnò i vasi, senza spostarne alcuno.
Ci arrabbiammo tutti e protestammo cercando di convincerla che ormai era caldo, altrimenti le farfalle non sarebbero potute nascere.
Lei si sedette. Poi ci chiese se volevamo che mettesse i vasi fuori.
Nessuno rispose, ma quella sera a cena ci fu un’aria più rilassata.
La mattina era di nuovo tutto gelato.
Le farfalle tornarono soltanto due settimane dopo. Quando la nonna mise i vasi fuori sul davanzale.