I bambini, i bambini. Potrei dire che ieri mattina il laboratorio non c’è stato, con i pochi presenti già impegnati in un altro evento in contemporanea.
Ma non è così per me. Se anche un solo cuore parte con il mio e ce ne andiamo insieme in questi mondi fantastici a incontrare nuovi personaggi e a vivere un’avventura, e sento che ci sono stata, come posso dire che che non vale?
E poi quel senso di magico delle coincidenze da cui imparare.. proprio da fiaba.
Mentre siamo lì che aspettiamo arriva una giovane donna che deve parlare con la mia collega per lavoro e ha con sè una bambina di colore di sei anni che si mette a disegnare, poi insieme costruiamo una barchetta con un foglio e lei ci disegna un pirata, fa la vela nera e un piccolo oblò.
Ecco che arriva una ragazzina di dodici anni, una bambina creativa ed ironica come poche volte ne ho incontrate e decidiamo tutte e tre di disegnare una storia e avranno ognuna un foglio. E la grande e la piccola, la bianca e la nera, in questo mondo pieno di colori e di diversità cosa ti inventano?
La storia delle due pecore
C’era una volta una pecora davvero speciale, diversa da tutte le altre. Era nata di colore viola, e Violetta era il suo nome, ed era l’unica di tutto il suo gregge e, per quel che se ne sapesse, era l’unica pecora di questo colore di tutta la Francia, il luogo dove lei viveva.
E invece esisteva un’altra pecora viola, di nome Fama, che aveva avuto una sorte meno fortunata di Violetta e non poteva come lei starsene a brucare sulla riva del Rodano, vicino alla città di Avignone, insieme al suo gregge orgoglioso di lei e della sua bella lana colorata.
Fama, quando era ancora un’agnellina era stata rapita da un capitano di un vascello che voleva vendere a caro prezzo la sua rara lana viola e l’aveva rinchiusa in una gabbia che teneva sul ponte della sua nave dove la nutriva con le erbe più tenere perché si mantenesse bene in salute. Ogni tanto, quando si trovavano in alto mare, le mungeva anche il latte, che certo era bianco, e se lo beveva a colazione.
Non era stato facile per il capitano rapire Fama perché il pastore che la custodiva aveva lottato per salvarla, con l’unico risultato che ora anche il giovane veniva tenuto prigioniero sotto chiave nella stiva del vascello, nutrito a pane e acqua, che il comandante non gli dava neanche un po’ del latte della sua amata Fama.
La povera pecorella era stufa di starsene rinchiusa in gabbia, si consolava pensando di essere l’unica pecora viola e guardando il paesaggio.
Un giorno il vascello si trovò a passare proprio davanti alla riva dove Violetta se ne stava brucando tranquilla. Potete immaginare la sorpresa quando le due pecore incrociarono i loro sguardi..
Fama chiese subito tutta agitata -Chi sei? E perché sei viola come me? Non lo sai che sono io l’unica pecora viola?-
Violetta che era un po’ più calma rispose dicendo il suo nome e che era la prima volta che incontrava una pecora del suo stesso colore.
Poi le venne in mente una cosa e le chiese -Ma tu dove sei nata e come si chiamava la tua mamma?-
E Fama rispose subito -Sono nata su al nord, ad Angiò e la mia mamma si chiamava Giò-
-Non è possibile!- esclamò Violetta -anche la mia! Allora siamo sorelle e non lo sapevo!-
-Ti prego, liberami da questa gabbia e fammi venire a vivere con te!- le chiese subito la piccola pecora viola sul vascello.
Violetta non perse tempo e chiamò subito tutto il suo gregge, e anche gli animali che abitavano vicino ai pascoli, cavalli, mucche, fringuelli, cerbiatti, ghiri e castori.
Nel giro di pochi minuti il capitano della nave si ritrovò circondato e attaccato da tutte queste creature arrabbiate senza rendersi conto del motivo finchè non vide Violetta che dirigeva le operazioni di arrembaggio dalla riva.
Intanto il pastore chiamava dall’oblò perché anche lui voleva essere liberato. Un piccolo ghiro, che nel pieno del suo letargo era stato svegliato a forza e trasportato proprio davanti alla cella nella stiva vicino alla chiave appesa non lontano, gli chiese come poteva aiutarlo, ma poi si riaddormentò.
Il pastore cominciò allora ad urlare verso il ghiro dicendo di prendergli la chiave e di portargliela, ma il ghiro si riaddormentava continuamente non appena aveva fatto due passi e andava continuamente risvegliato.
Finalmente arrivò vicino alla cella e il pastore, ormai sgolato, stava per prendere la chiave quando arrivò un pappagallo che disse al ghiro con aria gentile -dormi, dormi, la porto io la chiave-.
Così il ghiro si addormentò con un sorriso beato, non sapendo che quello era il fido pappagallo del capitano e non certo un abitante dei pascoli: così la chiave fu subito portata sul ponte lontano dal pastore che non potè fare proprio niente.
Il capitano decise di levare l’ancora e di filarsene via, ma come l’ancora arrivava in superficie succedeva qualcosa che la faceva precipitare di nuovo con un tonfo sul fondo del fiume. Poi il capitano riusciva ancora a tirarla su, ma ecco che la foga dei combattimenti gli impediva di agganciarla e ricadeva in acqua.
Alla fine di tutto questo saliscendi spuntò dall’acqua una testa tutta spettinata -Ma chi è che fa tutto questo baccano a quest’ora?- era la Fata Azzurra
che proprio lì sotto aveva la sua casa e se ne stava tranquilla ad affettarsi con il suo pescespada un po’ di spicchi di stella marina per colazione. Tutta in disordine e di malumore com’era era per non aver potuto finire di mangiare era anche un po’ bruttina, non sembrava tanto una fata…
Ma il pastore non si lasciò intimorire e subito le chiese di liberarlo. La fata in realtà era ancora un’apprendista e non sapeva fare nessuna magia, ma aveva a portata di mano il suo pescespada così, riuscì con quello a sfondare l’oblò e a far uscire il pastore che andò subito a rompere la gabbia di Fama. Nel frattempo la fata Azzurra, ormai ben sveglia, se ne salì sul ponte e con una lunghissima alga strinse così forte la gola al capitano che dallo sforzo vomitò sangue. Tutti se ne scapparono a riva prima che lui potesse fermarli preso com’era a vomitare e Violetta e Fama e il pastore si abbracciarono e ringraziarono la giovane fata apprendista.
Al capitano, che come tutti i pirati non sapeva nuotare, non rimase che ripartirsene insieme al suo fido pappagallo mentre quel bel gregge colorato e variopinto se ne stava sulle rive del Rodano a festeggiare insieme al suo pastore e agli altri amici dei pascoli.
Proseguendo la navigazione lungo il fiume il vascello incontrò poco più in là una pecora gialla sulla riva e il capitano decise di portarla con sé. In realtà si sentiva solo senza qualcuno con lui, ma visto quello che gli era accaduto questa volta si rivolse gentilmente alla pecora -Ciao, vorresti venire a fare un giretto con me sul mio vascello?- le chiese tutto sorridente,.
Aveva ben imparato la lezione.