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Posts Tagged ‘Pinocchio’

I tempi cambiano e le fiabe si aggiornano. Mio figlio, innamorato della sua fidanzata, ma ancor più da sempre delle armi, scimitarre, archi, pistole, pugnali, spade-laser, rivoltelle, carabine, balestre, asce e scudi, elmi, parastinchi e così via, va ora ancor più tenuto a bada con i video-giochi perchè starebbe a sparare e duellare dalla mattina alla sera. Mia figlia a dieci anni ballava sempre, continuamente, seduta a tavola, mentre si vestiva, per la strada, lui, finte battaglie su astronavi o immaginari combattimenti corpo a corpo, duelli con bacchette e fantastici incantesimi, combatte. Lei con la bocca, piano piano, solo per sè, si faceva la musica, lui fa i suoni delle pallottole e dei colpi, le esclamazioni.
L’altro giorno, come al solito, c’era qualcosa a tavola che non voleva mangiare, in questo periodo rifiuta un sacco di cose, è grande, deve decidere lui. Dopo avergli chiesto svariate volte di finire quel che aveva nel piatto, gli ho detto che mi ricordava qualcuno quando ogni cosa gli dava noia, il cuscino in fondo al letto, la porta aperta, e poi voleva la pallina di zucchero prima, e così via. Lui, lo citiamo spesso, si ricordava bene che era Pinocchio quando non vuole prendere la medicina. Allora io ridendo -ma ti ricordi chi arriva alla fine alla porta per portarlo via?- E lui -si, i conigli neri con la bara-.
-Apri un po’ la porta e vedi se son venuti anche per te.-
Lui non ha fatto una piega, ha aperto la porta e con una delle sue numerose armi immaginarie -Ta, Ta, Ta ,Ta, Ta!- una raffica di colpi.
Poveri conigli neri, sistemati.

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Ecco un nuovo finale per la storia de il coniglietto e la bambina:
“Nel finale il “mio” coniglietto assiste indignato al litigio sorto tra la principessa e la bambina, e sbotta: “Ma insomma!! Non mi chiamo né Tippi né Gluck! Io sono Gigio e sono stufo di trainare la carrozza di questa principessa megalomane per due lire, o di essere trattato come una bambola da questa bambina sola e viziata in cambio di un paio di carote! Ho anch’io il diritto di fare la mia vita, di vivere da coniglio tra i conigli!”
Si infilò in testa il cappello e, sbattendo la porta, se ne andò, finalmente libero.”(Lucida follia)
Che ventata di libertà! Un vero sollievo.
In effetti le fiabe, che risentono dell’ambientazione medievale e comunque antica sono sempre piene di stereotipi e ruoli ben definiti, e anche questo ha una sua importante funzione, perchè insegna a districarsi tra quelli che nella vita comunque si devono affrontare.
Però che bello ogni tanto lasciar perdere tutto e andarsene da un’altra parte, anche se dopo continuando a raccontare del coniglietto Gigio è probabile che incontrerà altre limitazioni e altri stereotipi da gestire.
Ma forse no. Mi è venuto per esempio in mente Pippi Calzelunghe, un personaggio che ha rotto, come Pinocchio prima di lui con gli stereotipi del suo tempo vivendo fantastiche avventure, sempre fuori dagli schemi.
Dovremmo immaginare e scrivere le avventure di Gigio, magari provo anch’io, chissà che non ci faccia bene..

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In questi giorni di influenza sfido a trovare una casa dove non ci sia qualcuno che ha dovuto prendere qualche medicina. Mio figlio, come spesso succede, quando non ne vuole sapere, si fa distrarre e quindi convincere da un suo antico collega…
Un ripassino, per chi l’avesse dimenticato, fa sempre comodo.

“Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accòrse che era travagliato da un febbrone da non si dire.

Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:

— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.

Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:

— È dolce o amara?

— È amara, ma ti farà bene.

— Se è amara, non la voglio.

— Da’ retta a me: bevila.

— A me l’amaro non mi piace.

— Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.

— Dov’è la pallina di zucchero?

— Eccola qui, — disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.

— Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell’acquaccia amara…

— Me lo prometti?

— Sì…

La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:

— Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!… Mi purgherei tutti i giorni.

— Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d’acqua, che ti renderanno la salute.

Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:

— È troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.

— Come fai a dirlo se non l’hai nemmeno assaggiata?

— Me lo figuro! L’ho sentita all’odore. Voglio prima un’altra pallina di zucchero… e poi la beverò!…

Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po’ di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.

— Così non la posso bere! — disse il burattino, facendo mille smorfie.

— Perché?

— Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.

La Fata gli levò il guanciale.

— È inutile! Nemmeno così la posso bere…

— Che cos’altro ti dà noia?

— Mi dà noia l’uscio di camera, che è mezzo aperto.

La Fata andò e chiuse l’uscio di camera.

— Insomma, — gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, — quest’acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!…

— Ragazzo mio, te ne pentirai…

— Non me n’importa…

— La tua malattia è grave…

— Non me n’importa…

— La febbre ti porterà in poche ore all’altro mondo…

— Non me n’importa…

— Non hai paura della morte?

— Punto paura!… Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.

A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.

— Che cosa volete da me? — gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.

— Siamo venuti a prenderti, — rispose il coniglio più grosso.

— A prendermi?… Ma io non sono ancora morto!…

— Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!…

— O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, — datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no… non voglio morire…

E preso il bicchiere con tutt’e due le mani, lo votò in un fiato.

— Pazienza! — dissero i conigli. — Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo.

E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.

Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell’e guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.

E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:

— Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?

— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!…

— E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?

— Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.

— Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors’anche dalla morte…

— Oh! ma un’altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, colla bara sulle spalle… e allora piglierò subito il bicchiere in mano, e giù!…”
(Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Capitolo 17)

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