Il serpentello
Mio figlio, 7 anni, tipino di quelli “mi spezzo , ma non mi piego” è un grande ispiratore di storie in quanto grande costruttore di quelle belle bizze in cui non si smuove con niente, appunto piuttosto si spezza..
Una mattina se ne stava seduto a colazione, non ricordo per cosa era arrabbiato, non voleva mangiare. Magari aveva fame, magari voleva andare a prendere il suo adorato pulmino, ma aveva deciso per una di quelle sfide in cui non cede per non darla vinta e per non perdere la faccia.
Avevo messa una nuova piccola zuccheriera sul tavolo e la curiosità lo fece distrarre un attimo.
-Cosa c’è qui dentro?- chiede con aria indifferente.
E io d’istinto -Un serpentello-
-Non ci credo- risponde lui, ma intanto la bizza è andata, chi ci pensa più!
-E’ un piccolo serpentello, ti dico- lo incalzo io.
-Allora ora ci guardo- e fa per sollevare il piccolo coperchio.
-Attento che con la sua piccola bocca ti può mordere un dito- rincaro io.
Apre e -ma non c’è!- deluso.
-Ma certo, se ne sta sotto mica vuole farsi vedere da te, magari gli fai paura…-
Lui prende in mano la zuccheriera e la scuote, poi comincia a mangiare.
-Mi avrà sentito?-
…
Il serpentello è morto!
Vorremmo sempre essere genitori perfetti, si sa, non solo per noi, ma anche per l’amore sterminato che proviamo per i nostri figli e che non si può comprendere finchè non si prova. Ma ahi! ahi! perfetti non lo siamo, non ci è toccato, non è nella nostra natura, possiamo soltanto fare del nostro meglio, e già questo è difficilissimo e non sempre ci si riesce.
Tempo fa, all’ennesima bizza della mattina, ero riuscita a sfangarla col serpentello nella zuccheriera e le cose si erano risolte bene.
L’altra mattina però ero poco disponibile ad un’altra delle sue sfide mattutine e quando anche lui ha visto che non ne potevo più, che non ce n’era più per nessuno e stavo per esplodere, avete presente urlacci e modi bruschi?, ha tentato lui la carta delle storie e indicando la zuccheriera mi ha chiesto esitante -Il serpentello?-
Ma io, ormai oltre la soglia della pazienza e della comprensione, figuriamoci della fantasia -Il serpentello è morto!- ho tagliato corto esasperata.
Ce ne siamo andati tutti e due arrabbiati e sconsolati a prendere, in ritardo, il pulmino. Non sempre si vince e così si perde tutti e due.
Il serpentello è tornato a farsi vivo solo giorni dopo, in climi più miti e più distesi.
…
Il sorso di formica
Uno dei giochetti passati dalla grande ora al piccino sempre per sfangare la colazione, momento delicato, inizio della giornata, fretta degli orari, risveglio assonnato e bisogna finire di bere il fatidico latte o succo di frutta, neanche ne avesse avuto un ettolitro, ma è sempre un’impresa arrivare in fondo..
-Dai finisci il latte!
-Non mi ci va più..-
-Va bene allora solo un sorso, però di elefante, e come beve un elefante, grosso, eh?-
E lui beve un bel sorso, lungo lungo.
-Ora un sorso da gatto-
E così un altro sorso, un po’ più piccolo e il latte comincia a diminuire..
-Ora un sorso da topolino, piccolo piccolo-
Rimane un gocciolino -E ora un sorso di formica!-
Il latte è terminato, e non se ne è neanche accorto.
Una volta imparato, quando rimane il classico avanzo nel bicchiere, basta scegliere l’animale adatto…
…
Il piccolo naviglio e altri amici
Come tutti i bambini anche i miei figli hanno attraversato il periodo in cui non volevano mangiare e lo stare a tavola doveva essere trasformato in qualcosa di piacevole.
Mio suocero, che spesso si trovava a gestire la merenda preparava il panino, o la banana, facendone fettine o bocconcini che poi infilzava uno per uno con gli stuzzicadenti tanto che il piatto sembrava un mini-vassoio, un piccolo buffet a cui i suoi nipotini venivano invitati.
Mio marito usava invece il gioco dell’ultimo boccone. Il primo che offriva diceva che era l’ultimo e allora veniva accettato, poi il secondo era l’ultimissimo, il terzo l’ultimissimissimo, e con questo gioco un po’ sfida si andava un pezzo avanti col piatto.
Io al solito ci infilavo qualche storia. Le famose pecorine, cioè i bocconcini, diventavano i porcellini mentre la mia mano diventava il lupo che arrivava per mangiarseli e la bocca la porta e il pancino la casetta di mattoni, il rifugio sicuro.
Poi subentrò con mio figlio la storia di Frodo, lo hobbit protagonista de Il signore degli anelli che doveva trovare il sistema di far aprire l’ingresso delle miniere di Moria. Mentre la mia mano, una grossa piovra che voleva mangiarselo usciva dallo stagno e si avvicinava minacciosamente al piatto, lui riusciva a trovare la parola in elfico che magicamente faceva aprire il portone di pietra e così il nostro eroe in punta di forchetta, passando dalla bocca spalancata del mio bambino, si rifugiava sicuro nel suo pancino.
Con gli spicchi di mandarino invece usavo la canzoncina del piccolo naviglio.
Si mettevano tutti gli spicchi in fila uno dietro l’altro e “dopo 1,2,3,4,5,6,7, settimane” il piccolo naviglio se ne andava tranquillo a navigare in quel mare che tutti voi potete ben immaginare.
Il piccolo naviglio
C’era una volta un piccolo naviglio (3 volte)
Che non voleva non voleva navigar
E dopo 1,2,3,4,5,6,7, settimane (3 volte)
Il piccolo naviglio non voleva navigar.
Se questa storia vi è venuta annoia(3 volte)
Allora andremo, allora andremo a incominciar!