Giornata in piscina.
Ho portato mio figlio, mia figlia, mia nipote, la migliore amica e il migliore amico di mia figlia.
Ma come succede quella che ha dato più da fare era la più piccola, 4 anni e mezzo, la figlia della mia amica.
Dopo aver parlato al cellulare di sua madre con i suoi amici o fidanzati non ci ha voluto dire chi fossero, dopo averci ascoltato, per davvero, le canzoncine, dopo aver litigato con mio figlio che non le aveva fatto prendere in mano la lucertola viva che lui aveva catturato e aver avuto per indennizzo, da me, la sua pistola ad acqua, che lui avrebbe preferito gli avessi tagliato una mano, e averlo schizzato insieme al di lei fratello, non sapeva più veramente cosa inventarsi per aspettare l’interminabile tempo che divide il tempo del pranzo da quello dell’agognato nuovo bagno.
Così le ho raccontato quello che io e sua mamma ci sorbivamo da bambine, in spiaggia.
Le nostre mamme non parlavano di minuti e ore, ma di quando il cibo fosse arrivato dalla bocca, dov’era entrato, al pancino, all’altezza dell’ombelico. Così la domanda fatidica era -dov’è ora?-e la risposta era il gesto della mano che si trovava sempre troppo in alto, alla gola, allo sterno, in mezzo alle costole, per arrivare finalmente al liberatorio ombelico che segnava la fine del supplizio.
Eppure ora è un bel ricordo, tenero.
Chissà se i miei figli avranno la stessa sensazione con un meno poetico percorso, quello delle supposte di antinfiammatorio per il mal d’orecchio, che mia figlia sui tre, quattro anni aveva spessissimo.
Durante la notte, sempre di notte le veniva!, mentre si aspettava l’effetto antidolorifico, le raccontavo che la supposta dal sederino all’orecchio doveva fare una lunga strada.
Allora prendeva un carrellino, come quelli del supermercato, ma piccolissimo, quindi con ruote piccolissime che anche se giravano velocemente, facevano pochissima strada e bisognava avere pazienza che lui piano piano arrivava all’orecchio a portare la medicina. Qualche volta c’era anche un carrellino figlio che seguiva la sua mamma con ruotine ancor più piccole.
Mio figlio, per fortuna, ne ha avuto molto meno bisogno, ma quelle poche volte, ha voluto anche lui -la supposta coi carrellini-
…
Sabato, giorno di pulizie.
Quando mia figlia era piccina e mia suocera ancora con noi, la nonna le diceva spesso una filastrocca che va fatta con le dita delle mani partendo dal pollice per arrivare al mignolino.
-Questo andò al mercato e un coniglio comprò,
questo lo spellò,
questo lo cucinò,
questo lo mangiò
e al più piccino neanche un pezzettino ne restò!-
Io ripresi la storiella per far stare ferma mia figlia nel rito settimanale del taglio delle unghie, però cambiai la storia, che spellare il coniglio andava bene nella cultura contadina di mia suocera, mentre alla mia bambina faceva l’effetto di un film dell’orrore.
Così passammo al chilo di mele che veniva comprato dal pollice, poi pagato dall’indice e sbucciato dal medio, per fare poi la stessa fine con le altre due dita.
Io facevo le voci e i dialoghi -quanto costa?-, -che profumino!- e così via.
Tagliando e tagliando si aggiunsero poi un prosciutto intero, una forma di formaggio e un chilo di pane così tra mani e piedi si poteva scegliere e cambiare ogni volta.
La storia è arrivata anche a mio figlio che però, essendo lui il più piccino della famiglia, ha voluto un’altro finale.
Non-al più piccino neanche un pezzettino ne restò-, ma, che si tratti di mele, pane, formaggio o prosciutto, l’importante è che alla fine invece, sempre e sicuramente -..e al più piccino gli restò un bel pezzettino!-
…
In questi giorni di influenza sfido a trovare una casa dove non ci sia qualcuno che ha dovuto prendere qualche medicina. Mio figlio, come spesso succede, quando non ne vuole sapere, si fa distrarre e quindi convincere da un suo antico collega…
Un ripassino, per chi l’avesse dimenticato, fa sempre comodo.
“Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accòrse che era travagliato da un febbrone da non si dire.
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:
— È dolce o amara?
— È amara, ma ti farà bene.
— Se è amara, non la voglio.
— Da’ retta a me: bevila.
— A me l’amaro non mi piace.
— Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.
— Dov’è la pallina di zucchero?
— Eccola qui, — disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.
— Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell’acquaccia amara…
— Me lo prometti?
— Sì…
La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
— Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!… Mi purgherei tutti i giorni.
— Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d’acqua, che ti renderanno la salute.
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:
— È troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
— Come fai a dirlo se non l’hai nemmeno assaggiata?
— Me lo figuro! L’ho sentita all’odore. Voglio prima un’altra pallina di zucchero… e poi la beverò!…
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po’ di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.
— Così non la posso bere! — disse il burattino, facendo mille smorfie.
— Perché?
— Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.
La Fata gli levò il guanciale.
— È inutile! Nemmeno così la posso bere…
— Che cos’altro ti dà noia?
— Mi dà noia l’uscio di camera, che è mezzo aperto.
La Fata andò e chiuse l’uscio di camera.
— Insomma, — gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, — quest’acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!…
— Ragazzo mio, te ne pentirai…
— Non me n’importa…
— La tua malattia è grave…
— Non me n’importa…
— La febbre ti porterà in poche ore all’altro mondo…
— Non me n’importa…
— Non hai paura della morte?
— Punto paura!… Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.
A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.
— Che cosa volete da me? — gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.
— Siamo venuti a prenderti, — rispose il coniglio più grosso.
— A prendermi?… Ma io non sono ancora morto!…
— Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!…
— O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, — datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no… non voglio morire…
E preso il bicchiere con tutt’e due le mani, lo votò in un fiato.
— Pazienza! — dissero i conigli. — Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo.
E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell’e guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:
— Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?
— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!…
— E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
— Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.
— Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors’anche dalla morte…
— Oh! ma un’altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, colla bara sulle spalle… e allora piglierò subito il bicchiere in mano, e giù!…”
(Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Capitolo 17)