In quest’ultimo periodo mio figlio di nove anni ha chiesto con assidua determinazione e ha ottenuto di rivedere un po’ alla volta i tre film de Il signore degli anelli, che abbiamo in cd. Ora ha chiesto di rivedere i tre Stars wars e quest’inverno, a ridosso dell’uscita del settimo episodio, tutti i cd di Hary Potter. Queste tre saghe rappresentano per la nostra famiglia un patrimonio comune, acquisito nel corso di pomeriggi di temporali estivi, nei lunghi spostamenti col camper o in serate casalinghe invernali. Già questo nostro condividere, conoscere le scene, i dialoghi, fare indovinelli sui nomi dei luoghi e dei personaggi ce li rende cari e pieni di ricordi. Per esempio mio figlio nomina spesso un castello di sabbia di alcune estati fa a forma di Minas Tirith, la città del regno degli uomini de Il signore degli anelli, così come il padre gli ha comprato per carnevale la spada laser di Luke Skywalker, protagonista di Star wars. Non parliamo poi di cosa Harry Potter rappresenti per mia figlia. Ma c’è di più. Queste saghe hanno dentro di sè un’epica, una visione del mondo attraverso la metafora dell’Impero galattico, della Terra di Mezzo e di Howgarts, che parlano di noi, delle nostre vite, della nostra condizione di donne e di uomini che devono confrontarsi con il bene e il male, con l’infinito e con i propri limiti. Sono moderni poemi, le nostre Iliadi e Odissee, la nostra mitologia. Storie religiose ed esistenziali, dove è sempre presente un vecchio saggio che ci spiega cos’è la vita, chi siamo noi, dove andiamo. Che sia Gandalf, Albus Silente, Obi-Wan Kenobi o il maestro Yoda, le loro parole servono alle nostre anime e a quelle dei nostri figli non meno che a quelle dei protagonisti.
E poi l’eroe, colui che alla fine sconfigge il male e trionfa, portando a termine la sua missione, che sia Luke, Harry o Aragorn, è sempre una figura non solo di azione, ma anche con una forte spiritualità e un passato con cui dover fare i conti, in lui il potere è in funzione del bene comune, una forma di servizio, mai fine a se stesso, alla gloria e al potere personale, che certo non mancano. Ma vengono abbandonati, per una vita di affetti reali e quotidiani come succederà crescendo al personaggio di Harry Potter o vengono condivisi. Come non commuoversi alla scena dell’incoronazione, quando Aragorn si inchina insieme agli amici, allo stregone, al nano, all’elfo, alla donna amata che credeva perduta per sempre e al popolo tutto, davanti ai quattro piccoli hobbit, che pur essendo i più semplici e vulnerabili, grazie al loro coraggio e alla loro generosità, hanno forse compiuto la parte più straordinaria dell’impresa? E in quel re che si inchina, nella sua umiltà, nella sua capacità di essere riconoscente, in quella immagine si trova la grandezza che vorrei imparassero i miei figli e a cui spero guardando questi film si ispireranno.