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Archive for marzo 2009

C’era un bambino che non voleva mettere le scarpe alte che a lui non piacevano,ma fuori era brutto tempo e la sua mamma non sapendo cosa fare gli ha raccontato che anche nonno Gianni quando piove e fuori è brutto tempo per non bagnarsi i piedi ed averli poi tutti freddi,mette le scarpe quelle più alte così è sicuro di stare protetto ed asciutto.Infatti il bambino si ricorda bene che è proprio così,l’ultima volta che ha piovuto aveva delle scarpe così leggere e poco adatte che bagnandosi i piedi ha poi avuto il raffreddore e la tosse e poi anche la febbre,stava così male che è dovuto rimanere a letto senza uscire e che peccato,doveva andare da suo nonno in campagna!
Quella sera stessa che si era ammalato,nonno Gianni gli aveva telefonato e gli aveva dovuto raccontare per telefono le cose belle che aveva fatto quel giorno,peccato non esserci potuti essere con il nonno!!! Si deve ascoltare il consiglio dei grandi perchè hanno più esperienza e sanno spesso come risolvere i piccoli problemi quotidiani.

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Ecco la prima delle storie di Francesco che Rita ci ha mandato, grazie per ora!

“C’era un bambino che andando a fare la spesa con la sua mamma ed il suo papà,entrando in un supermercato con tante cose ed attrattive piacevoli,si ferma tutto serio davanti allo scaffale degli ovetti Kinder e prega la sua mamma ed il suo papà di volerne uno.La mamma ed il papà puntualizzano che ci deve pensare bene,che poi non verrà comprato niente altro di superfluo per il bambino.Il bambino acconsente al patto,’Sì -dice-voglio solo quello’,ma poi passando davanti alle caramelle,la sua idea cambia:’Mamma,papà,voglio le caramelle,!’ ma il papà e la mamma gli ricordano di quanto poco prima avevano stabilito,ci doveva essere solo l’ovetto Kinder e niente altro fra la spesa per lui,ma il bambino comincia a fare capricci di tutti i tipi,si butta per terra,piange,strilla,urla…ed allora i due genitori disperati gli comprano anche le caramelle.I pianti ed i capricci del bambino finiscono,ma per poco…quando il bambino passa davanti allo scaffale dei giocattoli,vuole anche a tutti i costi quel giochino che gli piace tanto ed allora ecco ancora pianti,strilla,capricci,perchè mamma e papà gli ricordano la regola stabilita prima,ma il bambino fa finta di non ricordarsela e dà il via ancora ai sui piagnistei ed ai suoi capricci.Allora mamma e papà prendono il bambino,lo mettono sul carrello,gli fanno vedere che rimettono al proprio posto l’ovetto e le caramelle ed escono così dal negozio senza aver comprato niente di niente per il bambino capriccioso che si scorda così velocemente le regole ed i patti che insieme avevano fatto.”

Mio figlio ha trovato la storia divertente e dice che conviene fare come fa lui che anche può scegliere una cosa sola, ma la cambia a mano a mano che trova una cosa che preferisce alla precedente, fino certe volte alle caramelle in vendita alla cassa! Grazie ancora Rita.

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Uno dei giochetti passati dalla grande ora al piccino sempre per sfangare la colazione, momento delicato, inizio della giornata, fretta degli orari, risveglio assonnato e bisogna finire di bere il fatidico latte o succo di frutta, neanche ne avesse avuto un ettolitro, ma è sempre un’impresa arrivare in fondo..
-Dai finisci il latte!
-Non mi ci va più..-
-Va bene allora solo un sorso, però di elefante, e come beve un elefante, grosso, eh?-
E lui beve un bel sorso, lungo lungo.
-Ora un sorso da gatto-
E così un altro sorso, un po’ più piccolo e il latte comincia a diminuire..
-Ora un sorso da topolino, piccolo piccolo-
Rimane un gocciolino -E ora un sorso di formica!-
Il latte è terminato, e non se ne è neanche accorto.
Una volta imparato, quando rimane il classico avanzo nel bicchiere, basta scegliere l’animale adatto…

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Mio figlio, 7 anni, tipino di quelli “mi spezzo , ma non mi piego” è un grande ispiratore di storie in quanto grande costruttore di quelle belle bizze in cui non si smuove con niente, appunto piuttosto si spezza..
Una mattina se ne stava seduto a colazione, non ricordo per cosa era arrabbiato, non voleva mangiare. Magari aveva fame, magari voleva andare a prendere il suo adorato pulmino, ma aveva deciso per una di quelle sfide in cui non cede per non darla vinta e per non perdere la faccia.
Avevo messa una nuova piccola zuccheriera sul tavolo e la curiosità lo fece distrarre un attimo.
-Cosa c’è qui dentro?- chiede con aria indifferente.
E io d’istinto -Un serpentello-
-Non ci credo- risponde lui, ma intanto la bizza è andata, chi ci pensa più!
-E’ un piccolo serpentello, ti dico- lo incalzo io.
-Allora ora ci guardo- e fa per sollevare il piccolo coperchio.
-Attento che con la sua piccola bocca ti può mordere un dito- rincaro io.
Apre e -ma non c’è!- deluso.
-Ma certo, se ne sta sotto mica vuole farsi vedere da te, magari gli fai paura…-
Lui prende in mano la zuccheriera e la scuote, poi comincia a mangiare.
-Mi avrà sentito?-

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“Chi me lo avesse detto, quando ero piccola, che sarei diventata così, che avrei fatto tutte queste cose?” Vi è mai capitato di pensarlo?

“Per la maggior parte delle persone arriva un periodo in cui le cose cambiano, in cui essi vivono maggiormente per gli altri, non certo per virtù, ma proprio come atto spontaneo e naturale.
Per i più, è effetto della famiglia. Si pensa meno a se stessi e ai propri desideri, quando si hanno figli. Altri perdono l’egoismo per amor di una carica, per amor di politica, per l’arte o per la scienza.
La gioventù vuole giocare, l’età adulta lavorare.
Nessuno si sposa per avere figli, ma quando li ha, essi lo trasformano, e alla fine egli riconosce che tutto in fondo è stato per loro.”
Hermann Hesse

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Quante volte ricordiamo che è un privilegio, oltre che fatica, gioia, responsabilità, soddisfazione, preoccupazione e gratificazione essere genitori? Con quali occhi guardiamo questa esperienza che la vita ci ha donato?

Gli occhi

Quella mattina al solito mi alzai e andai nello stanzino per fare la mia scelta: 14 paia di occhi mi attendevano, tranquillamente,socchiusi, pronto ognuno ad essere indossato e utilizzato. Quale paio avrei scelto? Quelli verdi dell’infanzia che portavo nelle giornate terribili ed in quelle particolarmente liete? O forse quelli grigi del novembre con cui guardavo la pioggia rigare i vetri davanti a me? Forse avrei indossato quelli neri delle differenze che mi mettevo per ricordare che anch’io ero una diversa, se solo la prospettiva non era la mia. Erano lì pronti anche gli occhi color del cielo da indossare per vedere lassù, oltre i tetti, oltre le noie e le preoccupazioni, per poterle tenere con me.
Ma quel giorno decisi di tenere gli occhi castano-verdi di mia madre. Questi erano occhi speciali. Non solo perché erano di mia mamma, che me li aveva regalati proprio uguali ai suoi. Questi occhi avevano anima di scoiattolo ed ogni volta che li indossavo un fremito mi percorreva e il mio sguardo cominciava a sobbalzare qua e là, proprio come se andassero da un albero all’altro in cerca di noci.
E tutto amavano osservare, ma velocemente, senza lunghe soste fino a che non arrivavano ad una visione più allargata. Allora subentrava un attimo di calma, di pace, prima di riprendere il loro girovagare. Così io li chiamavo gli occhi di scoiattolo, veloci e leggeri ed erano perfetti per il mese di ottobre con i suoi colori autunnali.
Indossatili, mi preparai ad uscire. Per la strada vagavo velocemente da una vetrina all’altra, vedevo tutte le insegne e i volti delle persone. C’erano in giro molti occhi grigi ed infatti quel giorno pioveva ed anche qualche paio azzurro e nero, soprattutto nei pressi della stazione.
Io però cercavo occhi di scoiattolo tra le persone e mi sembrava impossibile che nessuno ne avesse. Avevo fatto una scelta troppo originale?
Quando arrivai alla scuola dove lavoravo vidi tutte le colleghe con gli occhi azzurri e subito mi prese un dubbio. Avevo dimenticato qualche avvenimento importante? Forse avremmo cantato con i bambini o raccontato fiabe, altrimenti perché tutte avevano proprio gli azzurri? Ricordai che quel giorno sarebbe venuto un giovane a farci uno spettacolo di mimo.
Lo avrei visto con i miei occhi di scoiattolo, ormai non c’era tempo di andare a cambiarli. I bambini mi vennero incontro con i loro sguardi multicolori, loro non hanno ancora bisogno di scegliere perché i loro occhi hanno colori cangianti e io mi distrassi salutandoli e togliendo loro le giacche.
Le colleghe vennero a salutarmi, ma non le guardai e non sorrisi loro. Pensai che fossero venute per farmi notare che ero l’unica a non aver indossato, come loro, occhi azzurri. Come avrei voluto avere gli occhi neri in quel momento o che li avessero avuti loro!
E invece chissà perché mi ero messa quegli stupidi occhi castano-verdi che nessuno portava uguale a me quel giorno, esclusa mia madre che me li aveva regalati e che, come tutte le persone di una certa età non li cambiava più ormai.
Avrei voluto di nuovo piangere, ma di nuovo i miei occhi di scoiattolo non me lo permettevano. Non provavano tristezza, ma solo stupore, non riuscivano neanche a capirla la tristezza, conoscevano soltanto la curiosità.
Desiderai in quel momento gli occhi grigi per piangere la pioggia di lacrime che sentivo dentro, ma di nuovo non potevo andare a prenderli!
Cercai di tirarmi su guardando i bambini, uno ad uno, velocemente e in realtà questo mi fece bene. Finalmente ci disponemmo intorno al palco fatto soltanto da un tappeto e aspettammo che entrasse il mimo. Non vedevo l’ora di andarmene e che tutto finisse. Volevo solo buttar via quegli occhi, indossarne un paio qualunque e poter finalmente piangere e sfogarmi.
Eravamo tutti lì pronti a vedere entrare l’azzurro degli occhi del mimo. Quale altro colore potevano avere per parlare senza parlare di case, animali e persone e quindi della vita?
Con le grida dei bambini e un piccolo applauso il mimo entrò, ma io non lo vidi perché tenevo gli occhi bassi. Quando li sollevai stava rappresentando qualcuno che dormiva, un bambino o forse un cagnolino.
Finalmente con un salto che ci fece sobbalzare tutti si alzò in piedi e sollevò lo sguardo. Ed in quel momento io di nuovo sobbalzai: guardò tutti velocemente e fu con occhi di scoiattolo che mi sfiorò, un attimo e mi sorrise. Poi proseguì il suo mimo.

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Oggi vengono a farmi un’intervista, per un giornale locale, per via del mio libro. L’unica esperienza di interviste che ho avuto è stata alle medie, con la scuola, qualche domanda su una mostra.
Inter-vista vedere tra, cosa si può vedere facendo domande ad una persona e soprattutto cosa si vedrà di me? Spero di non parlare molto come faccio quando sono tesa o anche solo emozionata.
Per ispirarmi una poesia: in quindici parole qualcosa che conosco bene.

Se di me non parlo
e non mi ascolto
mi succede poi
che mi confondo.

Patrizia Cavalli

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