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Archive for maggio 2009

Così è andata.
Mi hanno chiamata dalla radio e dopo un po’ mi hanno messo in linea: un attimo prima ascoltavo io, quello dopo raccontavo una delle mie storie, mio marito che registrava.
Poi per fortuna ci sono loro che ti rimettono in riga e ti fanno stare con i piedi per terra.
-Ciao, come è andata?-
-Bene.-
-Mi hanno intervistata alla radio prima. Quanti compiti hai per quando torni a scuola?-
E ti accorgi che agli occhi di un bambino di sette anni certe agitazioni ti fanno sembrare frivola ed egocentrica, che il libro, l’intervista, l’aver parlato con persone come Valeria e Tamara, il vedere tutte le nuove visite che arrivano e pensare che stanno leggendo le tue parole e i tuoi racconti, e sentirti emozionata e contenta,  è bellissimo e ti riempe il cuore, ma che è tutto successo perchè lì accanto a te che parli delle cose di ogni pomeriggio c’è lui o sua sorella, che ti hanno spinta ad uscire allo scoperto, che ti ricordano che il vero dono sono loro, il miracolo di averli con te e di vederli crescere e aprirsi e aprirti ogni giorno alla vita.

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Non è che, anche se si è pubblicato un libro, se devi essere intervistata a Radio 101, che io ascolto fissa perchè sono radiodipendente, la cosa ti sembra non più che un sogno o un’esperienza surreale. E invece scopri che ci sono persone che sono vere oltre la voce che tu ascolti e che ti è familiare, che sanno essere gentili, disponibili e affidabili.
Poi ti capita anche la disavventura che ti chiamano mentre sei tutta unta e appiccicosa perchè sei a farti depilare, le donne sanno di cosa parlo, e il cellulare non prende e non è che in quelle condizioni puoi uscire a cercare campo!
Allora ti può anche sopraffare il panico e la rabbia contro questi aggeggi che ci condizionano così tanto la vita. E l’intervista..
Infine scopri che forse è stato bello così, perchè di nuovo hai visto cosa significa quando dietro alle radio, ai cellulari, alle e-mail, ci sono persone vere e vieni trattata con rispetto e attenzione, come un’amica, ed è lì che ti senti davvero importante, prima ancora di essere stata in radio e contenta e più fiduciosa perchè  esistono persone famose che continuano ad essere soprattutto persone.
Grazie a Tamara Donà (che domani mi intervista)

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Ci sono giorni, come questo, in cui non sai dove mettere le mani e ti sembra che non arriverai mai in fondo e allora non resta che fare come la rana, conoscete la storiella?
Due rane cadono dentro un secchio pieno di latte e non riescono saltando ad andare oltre il bordo e a uscirne. D’altronde se stanno ferme affogano, mentre saltando per lo meno respirano e possono continuare a vivere. Così saltano e saltano finchè ad un certo punto una delle due dice: -E’ tutto inutile, io mi fermo- e l’altra le risponde:-Non farlo, altrimenti morirai!- ma la rana, ormai ha perso la speranza, smette di saltare e muore.
L’altra rana non può far altro che continuare a saltare per non morire, non le rimane altro. E salta per tutta la notte, senza fermarsi mai, finchè al mattino si accorge che il latte, a forza di saltare, è diventato burro e così riesce ad uscire e si salva.
Ecco, in queste giornate e anche settimane, in cui non so come arrivare in fondo, non riesco a far di meglio che stringere i denti, andare avanti e pensare:-Salta, ragazza, salta.-

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Un giochetto molto semplice e veloce per rendersi conto del tipo di cartone animato che stanno guardando i nostri figli.

Mettetevi davanti alla TV e guardate il cartone togliendo l’audio.
Dal tipo di cambio di inquadrature, ma anche dal tipo stesso di immagini, di colori, dalle sensazioni che quello che esce dallo schermo vi provoca si può comprendere se si tratta di un cartone rilassante, o eccitante, se cattura l’attenzione con sequenze veloci e concitate, un po’ stile pubblicità o film d’azione, o se porta avanti una storia puntando all’identificazione con il personaggio e quindi con inquadrature lunghe e calme, vicende con dialoghi, ritmi lenti e visioni allargate delle situazioni un po’ come i documentari o i film basati soprattutto sull’analisi dei personaggi e degli eventi.

Ora fate il contrario, riaccendete l’audio e chiudete gli occhi e ascoltate la musica, il tipo di dialogo e gli effetti sonori che vi colpiscono anche a livello fisico, per esempio l’uso dei bassi e delle percussioni nel tipo di musica trasmesso.
Provate con cartoni molto diversi tra loro, tipo uno di combattimento giapponese stile Dragonball, ma anche le Winx, Tom e Jerry e Barbapapà o Spotty, così è più facile cogliere le differenze.

Poi vedrete che sarà più facile scegliere e insegnare ai nostri bambini a farlo, spiegando e anche pretendendo, perchè certi gusti vanno anche abituati e qualche volta si ha bisogno di distrarsi con un film d’azione o una sit-com, qualche altra di riflettere o di imparare con un bel film introspettivo o con un documentario, l’importante è sapere cosa si sceglie e soprattutto poter scegliere noi e non soltanto chi fa i palinsensti.

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Non sono mica ripartita, sono ancora qui ferma, in preda ad una stanchezza che sembra non trovar riposo per colmarla, sarà il cambio di stagione, sarà la fine dell’anno sociale, una voglia di vacanze che si respira con il primo caldo e il canto delle rondini…

Ma siccome anche se io sono ferma, la vita va avanti, ecco le ultime idee che mi sono venute in mente, guardando la TV con mio figlio, il massimo di attività che potessi fare.
I cartoni animati sono in genere dedicati ai bambini e pensiamo che siano divertenti, educativi o al massimo comunque innocui. Ma non è sempre così, mi sono un po’ documentata.
I cartoni animati appartengno in genere a tre filoni:
americani (USA)
europei
giapponesi.

I cartoni americani  sono di qualità media, e partono da una precisa concezione di vita, l’uomo che si deve fare da solo (self-made man) tipico del sogno americano, quindi in genere enfatizzano l’individualismo e il successo come valori fondamentali, chiaramente in modo molto meno incisivo e smorzato nei classici, da Tom e Jerry a Braccio di Ferro che sono comici e con strutture di storie sempre uguali così facili da comprendere per i bambini e utili per sviluppare le loro capacità logiche. E così anche i nuovi didattici, stile Little Eisteins. Ma non tutti.
I cartoni europei sono qualitativamente i migliori sia come grafica che come contenuti. In genere puntano su valori etici di collaborazione e rispetto e hanno spiegazioni ed esposizioni di tipo didattico, spiegano come funziona il mondo. Spesso hanno una fonte scritta, come La Pimpa o i Barbapapà, garanzia che il cartone sia di qualità e che non sia fatto a tavolino come operazione di marketing per vendere gli oggetti inerenti (merchandising), lo dice una mamma con figlio targato Gormiti (italiano, tra l’altro) dal grembiule alle mutande.
I giapponesi o sono cartoni prodotti per un pubblico occidentale, come Heidi, per intendersi, oppure appartengono ad una cultura con riferimenti molto diversi dai nostri. Lì, al contrario che per i cartoni americani, l’individuo deve sacrificarsi per la collettività, in genere la squadra, stile Kamikaze, e il sacrificio è il vero valore e merito dell’eroe, quasi oltre il risultato. Ecco perchè c’è una grande esposizione di fatica e di sofferenza, io ricordo ancora in Actarus, l’eroe di Goldrake, le tante urla di dolore durante i combattimenti. Inoltre in Giappone i cartoni animati sono spesso le trasposizioni delle serie di fumetti per adolescenti e giovani adulti che hanno più successo e quindi vanno visti per capire se sono veramente indirizzati ai bambini.
Ne parlerò ancora.

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Ho sempre letto questo brano nei momenti buoni, con aria di compiacenza per gli zoppi, le tartarughe, i pigri e i bighelloni.
Non avevo mai provato a leggerlo, come oggi, con lo stomaco che mi si contorce perchè è uno di quei giorni difficili dove ti sembra di annaspare e hai la brutta sensazione, come l’acqua piatta, che non ti smuoverai di un centimetro.
E’ stata una buona cosa, una consolazione e una lezione di umiltà.
Tenetelo, se volete, per uno di quei giorni.

“E uno degli anziani della città disse: Parlaci del Bene e del Male.

Ed egli rispose:

Del bene che è in voi, posso parlare, ma non del male.

Perché cos’è il male se non il bene tormentato dalla fame e dalla sete?

Quando il bene è affamato cerca cibo nella più nera caverna,

e quando è assetato beve anche acqua morta.

Voi siete buoni quando siete in unione con voi stessi.

Ma anche quando non siete in unione con voi stessi, voi non siete cattivi.

Perché una casa divisa non è un covo di ladri; è soltanto una casa divisa.

E una nave senza timone può vagare alla deriva in mezzo ad isole pericolose senza colare a fondo.

Voi siete buoni quando vi adoperate per dare qualcosa di voi stessi.

Ma non siete cattivi se cercate profitto per voi stessi.

Perché quando cercate il profitto,

voi siete come una radice che si aggrappa alla terra e succhia il suo seno.

Il frutto non può dire alla radice: “Sii come me, maturo e pieno, e pronto a dare la tua ricchezza”.

Perché donare è necessario al frutto, come per la radice è necessario ricevere.

Voi siete buoni quando siete pienamente coscienti di quello che dite.

Ma non siete cattivi quando dormite, e la lingua farfuglia senza ragione.

Anche un discorso che incespica può rafforzare una debole lingua.

Siete buoni, quando vi indirizzate alla meta fermamente e con passo gagliardo.

Ma non siete cattivi se vi andate zoppicando.

Anche chi zoppica non cammina a ritroso.

Ma voi che siete forti e veloci, non zoppicate davanti allo zoppo, credendo d’esser cortesi.

Voi siete buoni in infiniti modi, ma non siete cattivi quando non siete buoni.

Siete solo pigri e bighelloni.

È un peccato che il cervo non possa insegnare alla tartaruga a diventare veloce.

La vostra bontà è nel desiderio del gigante ch’è in voi; e quel desiderio è in ciascuno di voi.

Ma in alcuni è un torrente che scorre impetuoso verso il mare,

trasportando i segreti dei pendii delle colline, e i canti della foresta;

In altri è un’acqua piatta che si perde in angoli e curve e indugia a lungo prima di raggiungere la spiaggia.

Ma chi desidera molto non dica a chi desidera poco: “Per quale ragione sei così lento ed esitante?”.

Perché chi è buono davvero non chiede al nudo: “Dov’è il tuo vestito?”

né al senzatetto: “Che cosa è accaduto alla tua casa?”.(Gibran)

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Questo pensiero l’ho pensato e scritto quando ero ragazza e ancora l’insalata a sacchetti non esisteva e nella mia vita tante scelte erano da fare.  Mi è tornato in mente oggi, mentre pulivo i fagiolini.
“Certe volte, mentre lavo l’insalata, penso alle miriadi di volte in cui di nuovo la laverò.
Quante azioni mi accompagneranno tutta la vita, sempre uguali e noiose, e necessarie e inevitabili!
Mi ritroverò cambiata, altrove, con chissà chi e non potrò impedire che questo accada. Tutto cambierà nella mia vita, perché tutto deve continuare ad accadere, e sempre nuovi stadi dovrò affrontare.
Eppure molte cose saranno sempre le stesse, gli stessi meccanismi e una persona cresciuta, cambiata, invecchiata, triste, felice sarà sempre lì a lavarsi i denti, asciugare le mani, lavare le verdure.
Certe volte, mentre lavo l’insalata, penso.”

Non è come Gradini, ma nel mio piccolo…

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Come dicevo ieri, io sono più per costruire che per denunciare e se è vero che “L’amore fa guerra agli idioti, agli arroganti pericolosi” io sono tra quelle in cui “aprire bene gli occhi, amare piu’ se stessi, l’amore fa bene alla gente, comprendere il perdono l’amore fa. ” (Ivano Fossati)

Un’immagine che mi aiuta molto a capire come cercare sempre di costruire un’alternativa è una specie di indovinello che ci veniva illustrato all’università.
Sapete come si fa a togliere un osso dalla bocca di un cane senza farsi mordere? L’unico sistema è offrirgli una bistecca.
Questo significa che per abbandonare una modalità, un’abitudine, un modo per affrontare le situazioni, l’unico vero sistema che ci rende felici di farlo è cercare un’alternativa migliore.
Per esempio quando ci si mette a dieta, o si vuole smettere di fumare, la cosa funziona se si vive il cambiamento non come una privazione, ma come un cambiamento in meglio del proprio stile di vita, dove si aggiunge e non si toglie, magari la propria voglia di star bene e di piacersi, di prendersi cura di sè, allora il mangiar male non c’entra più con noi.
Ancora di più questo vale quando certe rinunce, o cambiamenti, vogliamo suscitarli nei nostri figli.
Io per esempio ho lottato e lotto con i miei figli tutti i giorni per limitare loro la tv. Ma la cosa funziona se io propongo loro non tanto di non guardarla, ma senza neanche nominarla di fare un’attività insieme, almeno all’inizio, un modo diverso per impiegare il tempo, che sia più coinvolgente. 

Così, quando devo fare o proporre qualche rinuncia o cambiamento, penso all’osso e alla bistecca e cerco un’alternativa più bella, non meno faticosa o impegnativa, ma che mi piaccia un bel po’ e che davvero valga la pena di adottare.

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Ieri sono stata ad una riunione a scuola di mio figlio che fa la prima elementare.
Le prospettive di cambiamento per il prossimo anno sono avvilenti e anche inquietanti.
Avvilenti perchè non avrà più un’insegnante per l’italiano e una per la matematica, ma soltanto quella di italiano più una interna alla scuola che dovrà coprire le ore che la sua maestra da sola non potrà fare per problemi di orario, probabilmente coprendo le ore di mensa e magari ginnastica e altre attività.
E’ inquietante perchè la logica che porta a questo cambiamento è di tipo economico e non didattico, ci sono  tagli di personale e di fondi con cui fare i conti e non concetti pedagogici e didattici da applicare.
Io non sono brava a denunciare, sono più di quelle che cerca sempre di costruire e creare un’alternativa migliore davanti alle situazioni negative  e distruttive, è il mio modo di arginare il senso di impotenza, rabbia e frustrazione, la paura. 
Ma ieri pomeriggio, mentre il dirigente didattico parlava e ci spiegava, non ho potuto fare a meno di ripensare a questo brano che lessi tempo fa su Giulio Cesare.
“Il dittatore democratico non è il tiranno occhiuto che fa eliminare senza pietà gli avversari, sul quale s’impreca a mezza bocca, che al passaggio è seguito da un coro di maledizioni; il suo potere si colloca a metà tra repressione e consenso, imposizione della volontà e ascolto delle profonde esigenze popolari, culto della personalità, totale identificazione (confusione) dei suoi interessi personali con quelli dello Stato. Il funzionamento della democrazia è macchinoso, lento, costoso; il dittatore democratico taglia i costi, accelera le decisioni eliminando gli equilibri tra i poteri, offre certi vantaggi; in cambio si sente autorizzato a limitare le libertà, a imporre il suo volere come il solo legittimo, vuole essere temuto, ma non per questo rinuncia a essere anche amato. Il dittatore democratico si sente il padre del suo popolo e come un padre si riserva di premiare e di punire a suo giudizio. Il contrario della democrazia, appunto.”
(Corrado Augias, I segreti di Roma)

Essere una mamma e una cittadina che costruisce relazioni democratiche è difficile, lento e macchinoso. Ma io ci provo.

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A proposito di vantarsi dei figli, mi è venuto in mente invece un aspetto legato al lodare e lodarli per quello che fanno.
Sembra un trucchetto, ma sottointende un aspetto molto più ampio. Quando uno dei nostri figli fa bene qualcosa che rientra nelle sue capacità e competenze tra dire -bravo- o dire -bene- cambiano molte cose.
Dire bravo o bravissimo su un’attività che è normale e che ci si aspetta che lui debba saper fare, per esempio un esercizio dei compiti, è come affermare -sono stupita e meravigliata, non mi aspettavo che ci saresti riuscito, non mi aspetto che tu in genere sia capace- e in realtà lui deve dimostrarci ogni volta di esserlo per renderci contenti di lui. Esagero per farmi capire, ma in fondo è così.
Mentre dire bene, significa semplicemente -sono contenta che tu ci sia riuscito- e non passa nessun altro messaggio, ci si rilassa e ci si può concentrare sull’attività senza paura di deludere nessuno.
E’ proprio l’opposto di quello che si penserebbe, ma potete provare e vedere cosa succede.
Io l’ho sperimentato da poco anche per me. La prima volta che imbarazzata ho detto ad un’amica che mi conosce da sempre, che pubblicavo un libro e che avevo anche tanti altri progetti, lei mi ha risposto d’istinto -Ma che ci avrai in questo cervello!- indicando la mia testa e ridendo. Che sollievo! Non era ammirata o sorpresa, o ancor peggio invidiosa, lei era sempre lei e io ero sempre io, qualunque interesse o progetto avessi.
E lo stesso accade con mio marito, completamente diverso da me, tanto concreto quanto io sono teorica, certo gli piace quello che faccio, ma non sono sua moglie per questo. Non ha bisogno che io sia brava, ma che sia felice.
E in quest’epoca dove la pressione ad -apparire- e a -fare- è così forte, sostenere con il nostro amore incondizionato e la nostra fiducia nelle loro capacità i nostri figli, aiutarli ad -essere- per essere felici prima che bravi, belli, famosi e di successo è proprio un regalo prezioso.
E bene, invece di bravo, è un metodo semplice e può servire.

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