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Archive for giugno 2009

Quando mi trovo a parlare del dire no ai propri figli uso sempre la stessa immagine: un bambino di tre quattro anni con una bicicletta o un triciclo che girella tranquillo su una terrazza. Immaginatevi ora la stessa cosa, ma togliete alla terrazza la balaustra, ringhiera, parapetto, chiamatelo come volete.
La reazione immediata è un senso di tensione e pericolo, almeno a me fa sempre questo effetto.
Ecco, pensando al nostro compito di genitori, una delle cose che noi dobbiamo imparare a fare è essere la ringhiera. In termini tecnici si può definire funzione di contenimento, ma la ringhiera rende meglio l’idea.
I  nostri bambini non hanno mica  bisogno che decidiamo noi per loro, sanno ben scegliere, come il bambino con la bicicletta, verso dove muoversi, a quale velocità e con quali soste.
Ma noi dobbiamo limitare il loro territorio in spazi sicuri, in ambiti che loro possano gestire.
E’ il classico: un bambino può decidere il gusto del gelato che vuole, ma non se stare con mamma o con papà, neanche dove andare in vacanza.
Da questo si deduce quando è il caso di dire no e quando cedere. La nostra ringhiera ha un obiettivo doppio: proteggerli, ma lasciare loro abbastanza margine di movimento per imparare a muoversi e gestire la loro autonomia.
La balaustra si allarga a mano a mano che loro crescono. Ma siamo noi ad allargarla, magari su loro richiesta, ma la decisione spetta a noi, allora loro possono sentirsi al sicuro, perchè la balaustra non scompare, solo cambia.
Avete mai notato che se cedete e loro vincono dopo poco la bizza si ripropone con altri argomenti? Loro non vogliono vincere, vogliono essere “contenuti”, vogliono sapere che in fondo, alla fine dello spazio di cui hanno bisogno, il muro regge.
Un esempio che mi colpì fu una babbo al supermercato che faceva la spesa con un figlio molto piccolo. Il bambino piagnucolava che voleva le patatine. Io pensai che sicuramente il babbo avrebbe ceduto.
E invece lo ritrovai alla cassa con questo bambino che tutto preso teneva in mano un sacchetto di patatine mentre il padre gli ripeteva:-Lo sai cosa ti ho detto, le potrai aprire soltanto a casa.-
Ecco, questo mi sembrò un ottimo esempio di come la balaustra non debba essere rigida, si può anche cedere, ma come e quanto rimane una nostra decisione.
Quel bambino poi era così concentrato, si vedeva che si sentiva importante: il padre l’aveva preso sul serio e gli aveva dato fiducia, ora lui doveva dimostrargli che era stata ben riposta. Fiducia e responsabilità, cose appunto che non hanno prezzo, ma un infinito valore.

P.S. Io mi guardo sempre intorno a vedere cosa fanno gli altri genitori, e le persone in generale, talvolta si trovano davvero degli spunti molto belli.. e utili! In fondo nella scuola della vita copiare è concesso!

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Ecco una riflessione nata da Silvia, une delle “rondini” di cui parlavo Venerdì. E ha tirato fuori un punto dolente credo per molti di noi..
“Ho letto “ il valore delle cose” ed effettivamente hai proprio ragione, solo che è difficile fare i genitori, i bravi genitori, quelli che come te sanno attendere il momento giusto. Per me, a volte, è molto più semplice dire : ok va bene. Mi godo quel meraviglioso e godurioso momento di euforia del mio Ale, e attendo il prossimo desiderio da esaudire, tremando al pensiero che anche per me “ arrivi un Venerdì e lui non scarti nemmeno il pacchetto”
Saranno i perenni sensi di colpa che mi affliggono dalla sua nascita, sarà colpa del mio carattere, che sembro forte,ma in realtà mi faccio corrompere da una lacrimuccia, il fatto è che per me è difficile dire : NO
C’è da dire che Alessandro non chiede moltissimo, ma quando chiede…”
Voglio fare una piccola precisazione, solo questa volta. Come ho già scritto a Silvia, saper scrivere e descrivere, e anche riflettere su quello che si vive non è uguale a saper fare, chiedete ai miei figli e a mio marito…
A me fa bene esprimere tutti i personaggi e i pensieri che mi sfrecciano dentro, se a qualcuno fa bene conoscerli è un dono reciproco che ci facciamo.
In quanto all’essere bravi genitori… perdonarsi e imparare ad essere felici con noi stessi, queste sono le mie linee guida.
Tornando al dire no, ne riparliamo, ma intanto vi consiglio un libro, un po’ fortino, perchè è un’esperienza di una psicoterapeuta, ma apre molti orizzonti: Se mi vuoi bene dimmi di no E con il titolo si è già detto tutto!

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Attraverso queste mie piccole riflessioni sto scoprendo un legame e una vicinanza con mamme amiche che incontrate ai compleanni o ai giardinetti o in piscina, mi sembravano invece lontane dal mio mondo e dalle emozioni che io provo.
Sono come una nuova stagione per me, come le rondini, che ho sempre amato, fin da bambina, che tornano ogni primavera ad illuminarmi il cuore.
A queste amiche, loro sanno chi sono, dedico questo pensiero che scrissi molti anni fa.
E a ognuno di voi, che qui mi seguite.
Potete riutilizzarlo se volete, con qualcuno a cui volete bene, marito, compagno, un figlio, delle amiche, come feci io, o un genitore, basta cambiare alcune parole e certo se lo farete sarà comunque per me un onore.

Care amiche mie, voglio raccontarvi una piccola storia.
Una rondine un giorno volò sopra il mio tetto e mi fece questa domanda.
“A lungo ho volato sopra le colline verdi, la brughiera gialla e il duro deserto delle Afriche. Ovunque volai e cercai se qualcuno l’avesse vista, o almeno conosciuta, e tutti mi rispondevano di sapere cos’era, ma di non poterla descrivere, di averla conosciuta, ma ormai dimenticata.
E io ancora volo e ancora cerco.”
“Cosa dunque stai cercando, rondinella mia?” le chiesi.
“Cerco” disse, qualcuno che mi descriva l’amicizia, l’affetto e la comprensione di cui tanto ho sentito, ma che non so riconoscere. Se saprò bene come è fatta potrò vederla anche dall’alto dei miei voli.”
“Rondinella mia”, risposi, “l’amicizia non la si può vedere né descrivere, non si può leggere dall’alto quello che sta dentro al cuore ed è là che lei si trova.”
“Come potrò allora riconoscerla?” mi chiese preoccupata.
Allora le dissi questo.
“L’amicizia non la si può vedere,ma le persone che si vogliono bene, quelle sì, si possono vedere”.
“Descrivimi allora, per favore, come sono le persone come sono quando si vogliono bene, si comprendono e si fidano l’una dell’altra, così che io possa riconoscerle!”
Fu così che quel giorno, a quella rondinella, raccontai di voi, amiche mie.

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Un’amica, insegnante di scuola materna, mi raccontò un giorno di un suo scolaro che tutti i venerdì veniva preso all’uscita dalla nonna. E tutti, tutti i venerdì questa nonna gli portava un regalo, al punto che alla fine lui non scartava più neanche il pacchetto.
Questa storia mi fece molto riflettere, su come sia difficile crescere, in questo mondo consumistico e commerciale, un figlio che sappia apprezzare e desiderare e non come una persona che “conosce il prezzo di tutte le cose e il valore di nessuna” (Catherine Dunne, L’amore o quasi”).
Mia figlia (12 anni) ci ha reso la vita difficile per due anni perchè voleva il cellulare. Noi avevamo deciso che non lo avrebbe ricevuto per la Prima Comunione, poi avevo letto un articolo che diceva che gli scienziati lo sconsigliano sotto i 12 anni perchè non si sa quali effetti possano avere le radiazioni sugli organi in crescita. Quindi avevamo deciso che lo avrebbe avuto al compleanno, a fine settembre.
Poi per vari motivi ci siamo resi conto che era arrivato il momento e la scorsa settimana, dopo la pagella, come pretesto, glielo abbiamo comprato a sorpresa.
Quello che voleva, l’ultimo modello, rosa, che il padre, super tecnologico, non ha avuto problemi ad individuare.
Dopo tre giorni di euforia mi ha detto che non se lo aspettava, ma anche che -ora non so più cosa desiderare, perchè ho tutto.-
Io, da vera mamma antipatica, le ho ricordato che forse non averlo avuto prima, averlo così tanto aspettato e desiderato, e ricevuto proprio quando sapeva cosa voleva farci, che è tutt’altro di quello che ci faccio io con il telefonino, le ha permesso di apprezzare e provare emozioni che se se lo fosse ritrovato già da quando aveva 10 anni non ci sarebbero state.
-Mamma, mi sa che hai ragione- ha detto, pacata, dopo un attimo di silenzio.
Speriamo di averle, non insegnato perchè non si insegna niente, ma dato gli stimoli giusti perchè possa aver imparato qualcosa su se stessa e sulla sua giovane vita.

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“E’ bello! Grazie Michela, ciao DIEGO.”
Queste parole sono state digitate direttamente da mio figlio che ha così fatto anche un ripassino di ortografia (e di informatica) in attesa di  iniziare il libro delle vacanze.
Ha infatti gradito molto il finale della storia di Giacchettino di Michela, anche perchè la storia lui se la sente sua e infatti la sorella, che comunque è venuta a sentire mentre leggevo il commento, si è risentita perchè è gelosa del fratello e non vuole mai restare indietro, neanche sulle storie!
Voglio ribadire un concetto, che è bene ogni tanto riformulare.
Lo so, eccome!, che esporsi fa paura: affiorano tutte le nostre obiezioni e insicurezze, ci si sente goffi e presuntuosi, o magari si perde l’attimo dell’ispirazione e poi viene faticoso farlo in un altro momento.
Ma ricordo a tutte le persone che spesso o anche solo per questa volta leggono queste mie parole, che il primo motivo per cui ho creato questo spazio, come è messo alla fine del libro, è per ricevere le “integrazioni, osservazioni, soluzioni e invenzioni…” di ognuno e ognuna di voi per poter poi fare una nuova edizione allargata e corale del mio libro, piena di tutta la ricchezza che sta dentro tutti noi.
Lo so che a leggere Michela viene un po’ di timore,  si percepisce una persona davvero speciale e, ve lo dico io che la conosco, con una semplicità che mette a proprio agio chi la incontra e non fa immaginare quanto ci sta dietro.
Ma ricordate che ogni goccia è unica e se non la mostrate voi nessuno potrà farlo al posto vostro.
Io intanto continuo a mettere da parte tutto il materiale che arriva imparando da Maria “che serbava tutte queste cose meditandole nel proprio cuore”. (Vangelo di Luca)

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Sarà meglio che scriva la storia di Giacchettino, prima che me la dimentico.
Un giorno dovevamo uscire e mio figlio non ne voleva sapere, lo dovevo tirare, ma lui aveva deciso di -fare il birbone, no, non vengo!- E non sentiva ragioni.
-Ma se non vieni non ti posso raccontare chi era Giacchettino, lo sai chi era?- intanto mi divertivo e preoccupavo allo stesso tempo perchè non ne avevo idea neanch’io. Ma tant’è che non tirava più la mano e mi seguiva docilmente.
-Lo sai che era un mio amico?- intanto pensavo ad un mio compagno delle elementari, uno dei due che alternativamente mi piacevano, uno era il bello, uno il bullo, in questo caso pensavo al bullo.
-Ma non è vero che esiste!-intanto obietta mia figlia, che non lo dà a vedere perchè è grande, ma rizza sempre le orecchie se c’è in giro una nuova storia.
-Giacchettino era un bambino che andava sempre in giro con appunto un giacchettino che gli piaceva tanto e lo portava con il colletto rialzato a furbetto e tutti lo chiamavano: Giacchettino che fai? Giacchettino dove vai?
Lui se ne andava in giro con una fionda a tirare sassi ai piccioni.  (Noi abitiamo in mezzo ad un’intera colonia di piccioni e ogni tanto mio figlio con il padre fantasticano su battute di caccia)
La mamma lo sgridava, gli diceva di lasciar stare che poteva colpirne uno e fargli male, ma lui, figurati, non dava retta.
Un giorno però un piccione gli passa sopra e gli fa la cacca proprio sul suo bel giacchettino!
La mamma glielo lava, ma per un giorno non può uscire col giacchettino e quando lo vedono gli chiedono: e il giacchettino Giacchettino?
E lui risponde la verità: un piccione me l’ha sporcato…
Ahi Ahi Giacchettino! Vedi che succede a insistere troppo?
Meglio dar retta e non fare i birboni. Tu vuoi fare come Giacchettino o essere bravo?”
Meglio insegnarli che prima o poi i nodi vengono al pettine, vi pare?
Ma anche per noi i nodi arrivano.
La mattina dopo mio figlio appena sveglio
-Mamma, voglio anch’io una fionda come Giacchettino.”

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Ormai mi sono mostrata in una debolezza, posso andare anche oltre. Questa canzone, che ho sempre adorato fin da quando nel 1977 mi conquistò da ragazzina, riesce ancora a darmi il buonumore e farmi sentire un po’ quella freschezza e spensieratezza, l’estate: il sole, i pantaloni bianchi, gli zoccoli all’olandese. Qualcuno potrà comprendermi..
Mia figlia ha la mia età di allora, ieri ha ricevuto il suo primo cellulare e non ha cenato per l’eccitazione.
Sto meglio, la vita prosegue..

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