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Archive for settembre 2009

Compiere dodici anni: un’altra occasione per fluire di quel fiume in piena di emozioni e pensieri e desideri che è ora mia figlia.
Lunedì è tornata a casa in lacrime e distrutta perchè aveva litigato con il suo miglior amico e si sentiva una nullità, dandomi un assaggio di quegli sbalzi di umore a cui mi sa che dovremo abituarci tutti in famiglia, lei compresa.
Dopo aver fatto pace nel pomeriggio su Messanger, cioè chattando con internet, ieri il caro ragazzo è stato fonte di ben altre lacrime.
Premetto che il legame tra i due dura dal primo anno di scuola materna, che sono stati fidanzati per gran parte delle elementari, lasciandosi di continuo perchè lui si arrabbiava facilmente. E’ rimasta storica la volta in cui tornò, verso le terza o la quarta, raccontandomi che lui l’aveva lasciata offeso perchè lei l’aveva chiamato “sporcaccione!” Io trasalii per poi scoprire che la motivazione dell’offesa era stata che lui aveva tirato il pane a tavola…
Dalla prima media sono soltanto amici, ma di quell’amicizia che a dodici anni può essere più intensa e importante delle passioni superficiali e transitorie legate al bisogno di innamorarsi più che alle persone che si incontrano.
E ieri è tornata con il “suo” regalo, un cd con un video fatto di scritte, foto e musiche: i suoi auguri.
L’ho lasciata da sola a guardarselo, ed è uscita dalla stanza con il fazzoletto in mano, gli occhi gonfi, la faccia stravolta.
Visto l’andazzo del giorno prima non mi sono arrischiata a chiedere niente, ma è stata lei a volermi mostrare il video.
Ed è stato bello vedere che la tanta vituperata tecnologia, questo mondo virtuale che toglie corpo e consistenza alle relazioni, può essere invece fonte di poesia, di emozioni e di affetto sincero.
Farina del suo sacco, anche con errori di ortografia!, con le loro foto scattate col cellulare, e le canzoni scaricate, il messaggio che le ha dato è che le vuole bene, che lei è una bella persona e che le sarà sempre accanto. E lei si è sciolta.
Cambiano i codici e i linguaggi, tante cose si perdono, ma i sentimenti e la loro capacità di commuoverci restano, ho fatto qualche lacrimuccia anch’io…

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Mio suocero, chi mi ha letto lo sa, era un personaggio, una persona che portava in sè un mondo di altri tempi, la cultura contadina del primo novecento e il suo linguaggio, quel toscano che è davvero italiano, ricco di poesia e di immagini.
Lui diceva “sugo di frutta” perchè “succo” era un termine che proprio non gli apparteneva e la mattina di Pasqua bisognava “malrimettere” un salamino, cioè iniziare ad affettarne uno nuovo e diceva “albergare” per indicare dormire fuori.
Era quasi analfabeta e non ha mai avuto la patente, eppure le poche vacanze dove portò, col treno, suo figlio bambino furono dei soggiorni a Venezia e a Roma e mio marito ha fatto i suoi primi bagni di mare al Lido di Venezia.
Oltre che nel mio cuore gli echi della sua persona mi vengono dalla campagna, dai cibi e questa volta, inaspettato, dallo studio a memoria di una filastrocca -toscana- come ha fatto scrivere la maestra sul quaderno, a mio figlio.
La stessa filastrocca che lui recitava ai miei bambini, traccia dei suoi limitati studi elementari.
Gli diceva la prima e l’inizio della seconda strofa, poi non se la ricordava più.
Certo gli sarebbe piaciuto, recitata da suo nipote, risentirla tutta.

“A, B, C la mia gatta mi fuggì
mi fuggì su per un pero
mi tornò col muso nero.
D, E, F la mia gatta mangiò a bizzeffe,
la sua pancia si gonfiò
fece bum e poi crepò.
G, H, I la mia gatta mi morì
mi morì a pancia piena
son rimasto senza cena.
L, M, N rosicchiai due cotenne
ed un pezzo di pan duro
vecchio, vecchi e scuro scuro.
O, P, Q non riuscii a mandarlo giù
mi restò nel gargarozzo
accidenti al vecchio tozzo.
R, S, T son rimasto solo qui
senza gatta e senza cena
a cantar la cantilena.
U, V, Z ho trovato una moneta
mi ci compro un caciottino
e un boccale di buon vino! “

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Bollettino di guerra
Come precede il risveglio e le nuove regole mattuttine?
Mio figlio mi dà il brivido ogni mattina di alzarsi proprio all’ultimo momento sufficiente per non perdere il pulmino.
La seconda o terza mattina, mentre se ne stava sveglio e ben fermo a letto e i minuti passavano, per fortuna sua sorella gli ha chiesto perchè non si alzava. Così ho potuto e dovuto rincarare la dose con la minaccia, detta però a lei e non direttamente a lui, che lo avrei portato io a scuola in ritardo e che avrei detto alla maestra davanti a tutti i suoi compagni che aveva fatto tardi perchè è un bambino piccolo e capriccioso.
Dopo due secondi era in piedi che si sbrigava. Eh! Diventare grandi..
Poi ho applicato anche questo altro espediente: se loro non sono in piazza quando arriva il pulmino io, che certo ci sarò, dirò all’autista di non aspettarli, come faceva puntualmente lo scorso anno ogni mattina, perchè non è giusto che debba rallentare il giro perchè loro non riescono ad essere puntuali.
Insomma ci ho dovuto lavorare.
Certo mio figlio si lava in quel modo e dopo essersi già vestito e il letto di mia figlia è un po’ stropicciato, il pigiama scaraventato sopra.
Però ormai io sono fuori dai giochi, stamattina mia figlia si è rifatta il letto senza che io neanche mi ricordassi di controllare e mio figlio mi ha chiesto di mettergli i calzini per non fare tardi.
Insomma lo fanno per loro stessi e non per me, o non lo fanno per ribellarsi contro di me.
E quando mi avvio per andare in piazza, loro si affannano dietro senza essere arrabbiati se dirò all’autista di andare via senza aspettarli, immagino perchè in fondo capiscono che è giusto così.
Tutto sommato sono contenti e anch’io: non c’è dono più bello da fare ai propri figli che pretendere, perchè ci si crede, e bisogna davvero crederci, che siano in grado di dare il massimo.
Significa dire loro che sono e possono essere non solo grandi, ma anche in gamba.
Per ora funziona.

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Questa settimana iniziano i rientri a scuola dei miei figli e la vita sta prendendo sempre più la routine che ci porterà dentro un’altra annata che ci rotolerà via come una lunga corsa.
Ma prima e durante questo calarsi dentro le giornate, voglio mantenere almeno un attimo di lucidità, magari in quello sguardo allo specchio la mattina di controllo prima di uscire, prima di buttarsi nel mondo e nella vita.
Lo so che c’è chi lo amava e chi lo odiava, Michael Jackson, io amo alcune sue canzoni e una in particolare, il suo ritornello.

“Inizierò con la persona nello specchio,
le sto chiedendo di cambiare le sue strade
e nessun messaggio può essere
più chiaro:
se tu vuoi rendere il mondo un posto migliore
guarda a te stesso e inizia il cambiamento.”

“I’m starting with the man in the mirror
I’m asking him to change his ways
No message could have been any clearer
If you wanna make the world a better place
Take a look at yourself and then make the change”

Man in the mirror

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Sorprese

Eccola qua, la mamma che sa sempre come agire, abituata a riflettere e a tirare le fila degli avvenimenti, ad osservare dall’alto il suo rapporto con i propri figli e ad andare sempre un passettino oltre, tanto che scrive libri e blog dove condivide il suo cammino di genitore.
Eccomi qua, fregata da un ragazzino, anzi due, di sette anni che riescono a mettermi fuori uso tutte le esperienze, competenze conoscenze che ho sempre utilizzato con sostanziale successo, fin da quando facevo la catechista, l’animatrice, l’educatrice.
Mio figlio ha un amico del cuore, si vogliono un gran bene dal primo anno di asilo fino ad ora alla seconda elementare.
Sono il triangolo d’oro, l’amica di sempre, posata e costruttiva, riflessiva e creativa con cui mio figlio può andare a caccia di formiche o creare un complessino, e l’altro maschio, il bambino vivace e un po’ mattacchione, amante degli animali, generosissimo e sensibile, ma anche proprio forse per questo, un po’ spaccone e strafottente.
Quando sono insieme mio figlio si trasforma, mi risponde a tono come in nessun’altra occasione, mi prende in giro e apparentemente non si interessa che a seguirlo e insieme compiono imprese che da soli non avrebbero mai il coraggio di intraprendere, come aver spinto tutta vestita mia figlia dentro la piscina di un loro amico mentre era piegata in avanti a guardarla.
Ieri sono stati insieme e io mi sono contenuta nello sgridare, ma sono dovute intervenire allora altre persone e così sono anche passata male e non ho risolto niente.
Ho compreso, perchè io si sa io sono di quelle che comprende, che nelle relazioni le sfide non finiscono mai e che quando sono in gioco i propri sentimenti la consapevolezza non basta davvero da sola per risolvere.
E poi ho capito che il primo problema è che io non accetto questa cosa che mio figlio si faccia così condizionare dall’altro, che diventi qualcuno che non mi piace, che sia lui il debole tra i due quando in genere è uno che si impone e si fa notare per la sua decisione e determinazione.
Forse c’è un po’ di mio narcisismo ferito: non è così perfetto, anche lui ha i suoi lati deboli e se non lo accetto non aumenterò che la tensione sul problema.
Rimangono però  le decisioni da prendere, gli permetto di frequentarlo? Come mi contengo con la mamma con cui ho un ottimo rapporto, tanto che ieri le ho accennato la cosa?
Che fatica! Ma perchè i figli non sono come piacciono a noi?

“I vostri figli non sono i vostri figli (Gibran)”  lo so, ma può far davvero male dentro.

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Chi conosce un po’ questi miei scritti sa  a cosa mi riferisco quando parlo di bistecca.
Bene, in questo inizio di anno scolastico e di nuove attività ho voluto cambiare alcuni riti della mattina, momento tanto delicato perchè la scuola e la giornata non aspettano.
E ho scoperto ancora una volta che la bistecca più efficace con i miei figli, che è sempre lì a portata di mano,  è quella che forse faccio più fatica a vedere e ad utilizzare, ad offrire.
Mia figlia ormai in seconda media, ha ricevuto questa direttiva che l’anno scorso ha funzionato solo a sprazzi, un po’ all’inizio dell’anno. Da questo anno dovrà rifarsi il letto da sola. Sempre, altrimenti lo troverà come lo lascia, io non metterò proprio piede sulla pedana del suo letto a castello.
Mio figlio, seconda elementare, dovrà alzarsi da solo, senza aspettare che io lo prenda in braccio e lo porti in bagno a lavarsi, altrimenti, se farà tardi, lo sveglierò e chiamerò ogni mattina sempre più presto
Anche l’anno scorso ho usato queste minacce, ma servirono a poco. Ma dov’è la bistecca?
SEI GRANDE.
Questa è stata la motivazione che con calma e determinazione ho presentato ad ognuno di loro, anzi per l’esattezza -sei troppo grande perchè sia io a fare per te ancora questa cosa-.
E diventare, sentirsi ed essere trattati come adulti è uno stimolo a cui non possono rinunciare.
Ma bisogna che la richiesta sia sincera, crederci veramente, non controllare, lasciarli fare.
Stamattina ho fatto così, e loro, dopo qualche titubanza, hanno fatto quello che dovevano, come una cosa loro,  io ho resistito a non controllare, a non guardare l’orologio o ad entrare in camera per vedere che cosa succedeva.
“Diventare grandi”, così semplice, e così difficile da vedere, forse perchè in fondo per ogni genitore, difficile da accettare.
Ma fa bene a tutti.
Resisteranno? Resisterò? Vedremo.

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Quest’ultima settimana di vacanze, e soprattutto gli ultimi giorni, ho lasciato perdere con i compiti nell’intento di far arrivare rilassati i miei figli a lunedì, lasciandoli completamente liberi di organizzarsi il loro tempo.
Che tristezza!
Dopo settimane di mare e campeggio, di amici, bagni e miniclub, vivere sempre all’aperto, tutto il giorno in costume e libertà, senza tv, computer e giochini pensavo che avrebbero a casa prolungato un po’ almeno la ricerca di queste abitudini.
Invece  con il rientro siamo ritornati al punto dov’eravamo e dove siamo: la mia lotta continua contro quelli che io chiamo i surrogati tecnologici di emozioni, amicizie e divertimento. Dove ho sbagliato?
Certo ammetto che nei momenti di tensione familiare è per loro un buon sistema di fuga, che non avendo amici sottomano è il modo più facile per non annoiarsi, che è la via più breve. Ma a quale prezzo?
Le difficoltà di cui parla Michela nel commento a Settembre, la solitudine in cui vivono, l’abitudine a relazionarsi sempre con qualcosa nel mezzo che riempe i vuoti e crea alibi: il cellulare, i giochini, la tv.
E la mancanza di dimestichezza con le emozioni e i sentimenti vissuti nelle relazioni reali: l’ignoranza della propria sfera emotiva nei compagni delle medie di mia figlia, in un’età in cui quello che provi comincia a giocare un ruolo così’ importante, l’ho trovata disarmante e avvilente.
Ma sempre bisogna portare una bistecca per togliere l’osso e infatti nell’esperienza di Michela le loro idee hanno funzionato.
Quando ce la faccio cerco anch’io di proporre alternative, altrimenti di stare almeno dentro a quello che fanno, di condividere i giochini, le canzoni, i cartoni, di conoscere quella fetta della loro vita adeguata a un modo di vivere a cui si ritrovano comunque a partecipare perchè è il mondo a cui appartengono, un mondo triste, dove tutti ridono e si divertono e nessuno si emoziona, nessuno si commuove e si meraviglia.
Provare tristezza è almeno mantenersi lucidi e vivi.
Per poi darsi da fare e avere fiducia nei loro cuori.

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