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Archive for ottobre 2009

Il 19 Ottobre è nata la bambina di un’amica, conosciuta su queste pagine, Rebecca. Mi è tornato alla mente il finale di uno dei miei libri preferiti che ora non si trova più in italiano, Kati, di Astrid Lindgren, l’autrice di Pippi Calzelunghe e Vacanze nel’isola dei gabbiani, un’altro libro che ho straletto e adorato da ragazzina.
A Rita e a tutte le neomamme, e a tutti noi che avremmo voluto o magari avuto una mamma così.
“Mio figlio sta appoggiato al mio braccio, un peso così leggero che appena lo sento, e tuttavia pesa più della terra, del cielo, delle stelle e di tutto il sistema solare.
Mio figlio dorme fra le mie braccia, ha delle manine piccole piccole. Una di esse si è richiusa intorno al mio indice e io non ho il coraggio di muovermi. Potrebbe mollare la presa, e non lo sopporterei. Un tale miracolo del cielo, quella piccola mano, con i suoi cinque ditini e cinque piccole unghie. So bene che i bambini hanno delle mani, ma non avevo ben realizzato che mio figlio avrebbe avuto delle mani come tutti gli altri. Me ne sto sdraiata a guardare quel petalo di rosa che è la mano di mio figlio e non finisco mai di stupirmi. I suoi occhi sono chiusi, ha dei radi capelli neri e posso ascoltare il suo respiro. E’ un miracolo.
Suo padre è stato qui, e anche lui lo ha considerato un miracolo. Deve essere un miracolo, dal momento che ne siamo entrambi convinti. Poco fa mio figlio ha pianto. Quando strilla sembra un povero capretto,e non sopporto di ascoltarlo. E’ straziante. Come sei indifeso, povero caprettino mio, povero passerotto! Come farò a proteggerti? Le mie braccia si stringono più forte intorno a te.
Sei mio adesso, hai bisogno di me. Per il momento sei tutto mio, ma presto crescerai, ogni giorno ti allontanerai un po’ da me, non mi sarai mai più vicino di ora. Forse un giorno ripenserò con dolore a questo momento.
Ma in questo momento io ti posseggo, sei mio, mio, come miei sono la tua testolina pelata, i tuoi ditini fragili e il tuo pianto lamentoso. Hai bisogno di me perché sei soltanto una piccola creatura appena arrivata su questa terra e non puoi farcela senza tua madre. Non sai nemmeno dove sei arrivato. Forse piangi per questo. Hai un’aria così smarrita. Hai paura di cominciare a vivere senza sapere cosa ti riserva la vita? Vuoi che te lo dica? La vita è semplicemente fantastica, aspetta e vedrai. Ci sono meli in fiore, laghetti tranquilli, immensi mari aperti, stelle notturne, limpide serate di primavera e foreste.. non è magnifico che ci siano delle foreste? Amerai il calore e la luce del sole. L’acqua del mare è così fresca ed è così bello tuffarcisi. Il mondo è pieno di storie e canti e libri e persone. Alcuni diventeranno tuoi amici. Ci sono dei fiori che hanno l’unico scopo di essere splendidi. Non è fantastico tutto questo?
Il mondo è un posto meraviglioso dove vivere, e la vita è un dono prezioso. Non dar mai retta a chi ti dice il contrario. E’ vero che a volte la vita può essere dura, non dico di no. Ci saranno tempi in cui piangerai. Forse potrai anche credere che non hai più voglia di vivere. Oh, se tu sapessi quanto mi addolora anche solo pensarlo! Darei il mio sangue per te ma non posso toglierti neanche una delle sofferenze che ti aspettano. Tuttavia voglio dirti che la terra è la dimora dell’uomo e che è una bellissima dimora. Mi auguro che la tua vita non diventi mai così infelice da fartelo dimenticare. Che Dio ti benedica, figlio mio!”
(Kati, Astrid Lindgren)

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Andare alla riunione della scuola e scoprire che tuo figlio di sette anni, che si è ben guardato dal raccontarti alcunchè, è uno dei capibanda di una classe vivace e turbolenta, indisciplinata e un po’ strafottente, non è che ti fa tornare a casa proprio lieta della serata.
So che mio figlio è un tipo tosto che vuole stare sempre in prima fila e che non si smonta facilmente, ma scoprirlo tra i più indisciplinati e noncuranti dei rimproveri è il rovescio della medaglia della sua disinvoltura che non vorresti dover affrontare.
E ieri sera mi è venuto alla mente un episodio di Piccoli Uomini. di L.M. Alcott. Libri, Piccole donne e tutta la serie, che io ho letto da grande e non avevo invece conosciuto da piccola. Da mamma mi hanno sorpreso: l’aspetto morale ed etico, la retorica, ma insieme anche i buoni sentimenti, sono qualcosa che oggi ci è totalmente estraneo e sembra quasi imbarazzante dire che si DEVE fare qualcosa e ancor più che si deve fare semplicemente  perchè è giusto.
Eppure con mio figlio, come raccontava l’insegnante di Piccoli Uomini, l’aspetto più efficace, spero, della punizione, è stata la mia delusione e il mio dispiacere nel non poter essere fiera, orgogliosa di lui, che a vedermi così infatti era veramente mortificato, e non ha voluto parlare neanche col padre, ma solo andarsene a dormire, triste e sconsolato.
Almeno questo dava a vedere, il mio piccolo uomo.

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Stamattina presto, prima di alzarmi, mi è tornata alla mente una canzone di Battisti, L’aquila, e insieme il mio primo registratore, nero, con la fodera in pelle, regalo della mia zia preferita per  la mia prima Comunione. Avevo la cassetta, quella con il nastro, dell’album di Battisti, presa credo ad un cugino.
I primi ricordi, le prime esperienze, quelle che rimangono per sempre.
A volte penso che ciò che stanno vivendo i miei figli in questi anni rimarrà così in loro un domani e mi sembra incredibile.
E anche una grande responsabilità per me che sono qui a custodire le loro vite.
Eppure le nostre scelte  sono le “nostre” scelte.
Se L’aquila era una canzone enigmatica e malinconica, ricordo anche che mi piaceva Non farti cadere le braccia di Bennato, tutto un altro stile, e altri stati d’animo.

“..non so se ti è capitato mai
di dover fare una lunga corsa
ed a metà strada stanco
dire a te stesso: adesso basta!
Eppure altri stan correndo ancora
intorno a te… allora:

Non farti cadere le braccia, corri forte,
va più forte che puoi
Non devi voltare la faccia,
non arrenderti nè ora nè mai…
Non puoi fermarti ora…
Lo so, ti scoppia il cuore, dici anche di voler morire
dici: è meglio che correr così, ma no, non puoi fermarti…
Non farti cadere le braccia
non arrenderti nè ora nè mai.”

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“Conoscete la novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai?
No?
Non si dice no alla novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai, si dice?
Si!
Non si dice sì alla  novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai, si dice?
Boh!
Non si dice boh! alla  novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai, si dice?…”

L’altra sera con mio figlio, prima di dormire, abbiamo tirato fuori le vecchie novelle, quelle dei suoi nonni e della nostra tradizione: il piccolo naviglio, la novella dello stento, Piccinino.
Ma la sua preferita, e insieme a lei la canzone di Branduardi Alla fiera dell’Est, è la novella di Petuzzo.

La mamma dice a Petuzzo:
Petuzzo vai nell’orto a prendere il cavoluzzo per il tuo babbo che è malato.
“No!”
Cane mordi Petuzzo che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo
per il suo babbo che è malato.
“No!”
Mazza bastona il cane che non vuole mordere Petuzzo
che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo per il suo babbo che è malato.
“No!”
Fuoco brucia la mazza che non vuole bastonare il cane che non vuole mordere Petuzzo
che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo per il suo babbo che è malato.
“No!”
Acqua spengi il fuoco che non vuole bruciare la mazza che non vuole bastonare il cane che non vuole mordere Petuzzo
che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo per il suo babbo che è malato.
“No!”
Bove bevi l’acqua che non vuole spengere il fuoco che non vuole bruciare la mazza che non vuole bastonare il cane che non vuole mordere Petuzzo
che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo per il suo babbo che è malato.
“No!”
Fune lega il bove che non vuole bere l’acqua che non vuole spengere il fuoco
che non vuole bruciare la mazza che non vuole bastonare il cane che non vuole mordere Petuzzo
che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo per il suo babbo che è malato.
“No!”
Topo rodi la fune che non vuole legare il bove che non vuole bere l’acqua che non vuole spengere il fuoco che non vuole bruciare la mazza che non vuole bastonare il cane che non vuole mordere Petuzzo
che non vuole andare nell’orto a prendere il cavoluzzo per il suo babbo che è malato.

“Rodo rodo!”dice il topo
“lego lego!” dice la fune
“bevo bevo!” dice il bove
“spengo spengo!” dice l’acqua
“brucio brucio!” dice il fuoco
“mordo mordo!”dice il cane
“do do!” dice il bastone
“vo vo!” dice Petuzzo.
E va nell’orto a prendere il cavoluzzo
per il suo babbo che è malato.

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Giornata difficile, troppe tensioni e stanchezza accumulate in tutta la settimana, o in tutta la vita?
Guardo il blog, e trovo tante visite.
Sarò infantile ma mi sento un pochino meglio, meno sola e impotente, mi sento compresa.
Magari ve lo racconto meglio con una delle mie vecchie storie, che dedico a tutti voi che siete, per oggi, le mie “donne di carne”.

“La donna di carta prese la sporta e andò al mercato. E andando si accorse, vedeva le altre donne, che tutte erano di carne, mentre lei sola era fatta diversamente.
Erano tutte ossute e muscolose, e piene di sangue e di linfa vitale. Lei sola invece era sottile e bianca, di carta e si accorse di come non riusciva a capire né a intendere i sentimenti e i dolori, le fatiche e i piaceri delle donne di carne.
Soltanto parole e immagini e disegni poteva lei conoscere e nient’altro.
E assimilava tutte le parole del mondo, la donna di carta, e tutti i pensieri e ciò che queste potevano esprimere e raccontare.
Ma tutto quel mondo che nell’aria e nel respiro delle persone trova la sua strada, lei non poteva comprenderlo.
Era triste la donna di carta, e la parola tristezza comparve scritta vicina a dove aveva disegnato il cuore.
E –lacrime- scritta sulle guance. E in questo modo la donna di carta piangeva.

La donna di carta prese la sporta e andò al mercato. E andando si accorse, vedeva le altre donne, che tutte erano di carne, mentre lei sola era fatta diversamente.
-Non importa- pensò, -posso stare con loro anche in questo modo. Le persone di carne mi vorranno comunque bene-.
E così cominciò a guardare con i sui occhi di carta, le donne di carne. Qualcuna la riguardò e lei, un sorriso le si disegnò sulla bocca di carta, sorrise.
Subito provò un calore e si aspettò, la donna di carta, di leggere la parola calore da qualche parte sul suo corpo.
Invece un piccolo movimento iniziò a muoverle la figura bianca e sottile, all’altezza del petto. Pum pum pum, sentì, e commossa, si accorse di piangere lacrime vere.
Da quel giorno la donna di carta-di carne ebbe un suo nome e cominciò ad essere come le altre donne.
Non dimenticò il suo passato e utilizzò le sue parole per raccontare alle donne di carne quello che lei aveva conosciuto, com’era il mondo di carta.
Scrisse tante storie, la donna di carta-di carne, e tante ne raccontò.
Anche questa.”

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Stamattina compito di matematica e geometria, il primo dell’anno della seconda media di mia figlia.
Per quasi tutta la settimana ho visto e sentito che i suoi compagni studiavano e si esercitavano mentre lei, nonostante i miei urlacci, è rimasta come la cicala a cantare sull’albero, giornalini, balletti e tv.
Ieri pomeriggio, finalmente preparandosi, si è resa conto che ha molte difficoltà, specialmente con la geometria.
Relativa disperazione, non per la cosa in sè, ma perchè l’abbiamo minacciata di toglierle il suo amato cellulare fino a giugno se prende un brutto voto.
Le minacce sono l’unica arma che abbiamo, visto che si gestisce da sola i compiti dalla terza elementare e per controbattere al suo-non voglio mica essere secchiona!-
Così, visto che col computer siamo già in cattive acque, ci è rimasta la paura di restare senza cellulare per spingerla a studiare.
Ma perchè è così frivola e ha solo le stupidaggini per la testa?
Poi mi viene da pensare che per il suo compleanno ha chiesto soltanto libri, anche dai suoi amici, in regalo.
E mi è venuto anche in mente  il giorno in cui le mostrai, sul famigerato internet, “Il corpo delle donne”, un documentario che se non conoscete è veramente da vedere, una riflessione sulla figura femminile in Tv oggi, e sull’uso della chirurgia estetica che sta cambiando i volti delle donne famose, togliendo insieme alle rughe l’esperienza e l’espressività, rendondole tutte uguali, omologate e per sempre giovani e belle, ma sempre meno individui.
Lei dopo averlo visto mi fece vedere a sua volta una foto su un sito internet che conosceva.
Era il volto di una donna, un gran faccione orribile. Era il volto di una donna a cui il marito aveva sparato una fucilata.
Era sopravvissuta, diceva la spiegazione, ma per cinque anni aveva dovuto tenere un respiratore e ingerire soltanto cibi liquidi. La foto presentava la donna dopo aver subito un trapianto di faccia, non so se fosse il primo al mondo.
Era orribile, ma ora poteva respirare da sola e mangiare tutto quello che voleva.
-Questa è la chirurgia estetica, mamma- mi disse  quella frivola e profonda e contraddittoria ragazzina di dodici anni che è mia figlia.

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C’era una volta una ragazza che alla fine delle superiori non sapeva proprio cosa scegliere all’università..
Un giorno, guardando Elena, una bambina, figlia di amici, -e se facessi psicologia per lavorare con i bambini?-
Un’idea un po’ pazza, psicologia era a Roma, bisognava trasferirsi…
Decise di provarci, i suoi glielo permisero..
Il 13 Ottobre 1989, quella ragazza si laureò e diventò psicologa con una tesi sulla comprensione delle storie nei bambini.
A luglio di quest’anno Elena si è sposata.
Mai avrei pensato che tra le storie da comprendere, un giorno ci sarebbero state anche le mie, un libro mio.
Eppure ringrazio ora quella ragazza che sono stata, tutte le energie, l’entusiasmo, ma anche le paura e la fatica affrontati in quegli anni a Roma.
Perchè senza di lei non ci sarebbero ora le mie storie, questi miei scritti e io non sarei oggi qui a scrivere.
Per un po’, negli ultimi anni, ho detestato i miei studi e questo ruolo che mi avevano allontanato dalla mia fantasia, dalla mia passione per la scrittura, per inventare.
Ma senza i concetti e le teorie che tanti insegnanti meravigliosi mi hanno fatto conoscere e padroneggiare, senza i pazienti che ho incontrato e aiutato, senza le famiglie e i ragazzi a cui ho dato un po’ della mia esperienza, e senza l’umanità che tutti quanti mi hanno donato, senza la fiducia nelle mie possibilità che mi è stata trasmessa dal loro fidarsi di me, dal loro chiedermi ed ascoltarmi, oggi le mie storie forse non avrebbero trovato la strada per mostrarsi alla luce del sole e a tutti quei cuori a cui assomiglio e che come me si emozionano e battono forte davanti alle meraviglie della vita.
Grazie davvero, a tutti.

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