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Archive for novembre 2009

Ieri è iniziato l’Avvento e in casa nostra abbiamo, anzi ho, messo su le musiche natalizie che da ora fino alla fine delle feste farò sorbire a tutti quanti. I miei figli sbuffano, mio marito tace, ma in fondo amano le nostre tradizioni natalizie, quei piccoli riti che prima ancora che i ragazzi nascessero io e mio marito abbiamo iniziato. Domani inizieremo il calendario dell’Avvento, quest’anno hanno ancora voluto quello con le cioccolatine, che toccano un giorno per uno a chi apre la finestrina di turno. Lo prendo al discount e con 85 centesimi il secondo rito è a posto.
Credo che l’attesa, specie quando si è bambini, sia ciò che renda questo periodo speciale e un po’ magico, già una festa, e per questo non transigo e non dimentico mai le cose da fare.
Vorrei regalare anche a voi, e a me, una piccola sensazione di attesa, per cui prometto solennemente che la vigilia di Natale metterò qui la prima e la mia storia preferita che ho scritto tra le tante per questo periodo: l’Armida.
Magari potrebbe diventare un piccolo regalo a qualcuno, o anche solo al vostro cuore.
Nel frattempo, per chiarirmi meglio sull ‘argomento, eccone un’altra.

La vigilia
Quella sera alle otto, davanti al camino, con la fiamma che scoppiettava, eravamo tutti lì seduti, in silenzio.
Nessuno aveva il coraggio di produrre un qualsiasi suono, un alito, un movimento, quasi un pensiero, per paura di coprire quel segnale tanto atteso, di sovrapporsi proprio in quel momento a quel tintinnio che da un anno, ma in fondo da sempre aspettavamo.
La fiamma rischiarava l’oscurità della stanza, tutto era lasciato volutamente in penombra per non imbarazzarlo, per non spaventare la sua timidezza, per fargli capire che lo stavamo aspettando, al buio e in silenzio.
E in quell’atmosfera magica, dove ognuno di noi appariva come una sagoma in controluce, un personaggio delle fiabe, tutto sarebbe potuto succedere.
Per quanto i nostri occhi si girassero continuamente verso la finestra, il più delle volte ci ritrovavamo a fissare a fiamma e la brace luminosa.
Com’è che la fiamma un momento è in quel punto e poi è altrove e quindi lì non è più?
Si muove o appare e scompare in punti diversi, ognuno a se stante? E’ la fiamma o sono le fiamme?
Comunque il suo calore, quello che anche agli occhi arriva, toglieva il senso ad ogni domanda. Meno che ad una. Quando arriverà?
E così tra la fiamma e la finestra, in silenzio e all’oscurità i minuti passavano.
Non poteva esserci tributo d’amore più intenso di quella cocciutaggine che non ci permetteva di alzarci e andare altrove.
No, no. Quest’anno potrebbe essere la volta buona e noi staremo qui ancora, ad attenderlo, vicini e quieti, lasciando che il tempo scorra su di noi.
Verso la fine della serata, per non addormentarci, cantavamo piano piano, lasciando un orecchio libero di rivolgersi all’esterno, le solite nenie, i canti di tutti gli anni.
E riuscivamo a fare tutto insieme, dormicchiare già un poco, canticchiare e ascoltare il silenzio fuori, ed aspettare.
Quando le campane suonavano e annunciavano la fine della vigilia, l’inizio della festa e che tutto ora si sarebbe compiuto, capivamo che non sarebbe più venuto, neanche quest’anno.
Ci alzavamo e dandoci i soliti baci di augurio, andavamo finalmente a dormire con il suono delle nenie e delle campane nelle orecchie, con l’immagine della fiamma e del silenzio nella penombra negli occhi che finalmente si chiudevano.
E con il cuore caldo di quelle ore di intima attesa, vissuta ognuno da solo eppure tutti insieme, nell’armonia del tempo e con la stessa domanda, per fortuna, ancora irrisolta:
quando, quando arriverà Babbo Natale?

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Ed ecco la storia d’amore per Michela (i blog possono anche farti scoprire persone che ti risuonano dentro, con la stessa melodia e che qualche volta, per fortuna, abitano vicino. Stiamo lavorando insieme al progetto dei viaggi di Duccio, ragazzo che viene dal medioevo che gira le nostre terre toscane, figlio di un fabbro ambulante. Questa storia, potremmo dire, è l’inizio di tutto).
E per tutti voi, cuori innamorati.

“Ruggero era figlio di maniscalco e l’incudine e il martello erano stati suoi compagni fin da piccolo. Per questo una volta cresciuto aveva deciso di girare il mondo guadagnandosi da vivere come fabbro ambulante.
Arrivò al castello del conte mentre la primavera stava finendo e il caldo estivo affacciando ad imbiondire i campi di frumento.
Aveva sentito raccontare da un pellegrino che il conte stava per sposarsi e che stava sistemando la sua residenza, Ruggero pensò che avrebbe trovato lavoro. E aveva pensato bene perché stavano cambiando tutti gli arredi della casa e a lui fu assegnato il compito di fabbricare alari e attizzatoi per i camini e spiedi e altri attrezzi per la cucina.
Così si trovò un angolo nel cortile dietro le cucine dove sistemò il suo braciere col mantice, l’incudine, la lima, le tenaglie e il martello, gli unici attrezzi che poteva portarsi in viaggio e che trasportava con un piccolo carretto e da cui non si separava mai.
Nel cortile, proprio dietro di lui, c’era un pozzo e così poteva bere e usare l’acqua per temprare senza spostarsi.
L’estate avanzava e come sempre lavorare al braciere diventava un viaggio nelle braci dell’inferno. Teneva sempre per rinfrescarsi e per bere una brocca piena d’acqua, ma faceva presto a scaldarsi e a finire, e non sempre poteva lasciare il pezzo che stava lavorando per andare a riempirla.
Sudato e affaticato com’era non aveva fatto caso all’aumentare dei viaggi delle servette della cucina a prendere l’acqua fresca dal pozzo dietro di lui e così quando un giorno una di queste gli portò un boccale di birra e glielo offrì senza dire niente si accorse che non l’aveva mai vista prima.
-E’ fresca- disse nel dargli il boccale, poi se ne tornò in cucina prima che lui potesse rispondere anche solo grazie.
Rimase per un po’ così stupito che se ne stette con il boccale in mano senza neanche berlo, poi se ne rese conto e mandò giù la birra tutta di un fiato.
Era davvero fresca, ma non solo: quel gusto amaro e frizzantino lo rimise al mondo, si sentì pieno di energie e rinfrancato come da tanto non gli capitava.
Che fortuna essere capitato in un castello dove si tenesse una birra così buona! Continuò il suo incarico contento che dovesse durare ancora a lungo.
Il giorno dopo, sempre preso dal suo lavoro, di nuovo non si accorse della ragazza che era venuta, quasi di soppiatto, col solito boccale in mano.
-Tenete- disse e questa volta Ruggero fece in tempo a rispondere grazie, ma non ad ottenere una risposta perché lei se n’era già andata.
Rinfrancato dalla bevuta arrivò al giorno dopo aspettando quel boccale come l’unica cosa che lo dissetasse in tutta la giornata.
Questa volta la vide arrivare, camminava velocemente, ma non in fretta, con passo regolare e tranquillo.
La fanciulla, accorgendosi che lui la guardava quasi si nascose dietro il boccale.
Ruggero si fermò e posò gli attrezzi, lei si avvicinò, lui le sorrise e prima ancora di prendere il boccale –Grazie, siete molto gentile-. Lei, mentre glielo porgeva rispose con un  cenno della testa.
Ruggero voleva parlarle, chiederle il suo nome, ma gli sembrò troppo tutto insieme e poi era talmente desideroso di bere che non potè tenere la bocca libera neanche un momento di più.
Dopo aver bevuto, lei non c’era più, se n’era già tornata in cucina.
Ma il giorno dopo ancora tornò e –Come vi chiamate-? riuscì a chiederle e sentire finalmente e di  nuovo il suono della sua voce -Mi chiamo Margherita – per poi vederla sparire con la coda dell’occhio mentre lui beveva.
Si era accorto che lei prendeva il boccale del giorno precedente e pensò che se lo avesse nascosto forse lei avrebbe dovuto aspettare che lui finisse prima di tornare in cucina.
Lo mise dietro la sua bisaccia dove teneva il pranzo e funzionò perché il giorno dopo Margherita continuò a guardarsi intorno mentre lui si dissetava ed era ancora lì che cercava con gli occhi quando lui ebbe finito di bere.
Ruggero fece finta di niente e cominciò a chiederle che mansione svolgesse lì nel castello e di dove venisse. Lei continuava a cercare e distrattamente rispose che lavorava nelle cucine e che veniva da un casolare vicino dove vivevano i suoi genitori che erano braccianti agricoli.
A quel punto lui le porse i due boccali e sorridente le disse -Ecco, tenete, io mi chiamo Ruggero-.
Margherita guardò i due boccali e lo fissò per la prima volta in viso con occhi che aveva del colore del grano di quella stagione, dal verde al biondo. Non disse niente, ma a Ruggero sembrò arrabbiata, forse non aveva gradito lo scherzo del boccale.
E infatti il giorno dopo non venne.
Ruggero aspettò e aspettò per molto anche dopo il solito orario, ma non successe nulla. Per tutto il resto della giornata si sentì assetato e per quanta acqua bevesse, non riuscì a rinfrescarsi. Ancora aspettò e si arrabbiò per quel tradimento, quell’attesa inutile che non aveva portato a nulla, fosse anche per il suo piccolo scherzo. La sete gli sembrava insopportabile.
Alla fine arrivò un’altra ragazza con il solito boccale.
Lo prese e bevve subito, senza dire nulla, neanche grazie.
Ma era cattiva, calda ed insipida.
La ragazza, come Margherita, se n’era già andata.
Si scoprì deluso e arrabbiato, e anche ingannato. Prese risoluto il boccale e si diresse verso le cucine.
Non ebbe bisogno di entrare, né di muoversi, neanche di parlare.
La vide dalla finestra accanto alla porta, curva su una tavola ad impastare, accaldata e con le maniche tirate su, un ciuffo di capelli imbiancato che le scendeva sulla fronte.
Sentì il sollievo, il frizzantino e le energie tornargli tutte insieme, persino la bocca smise di essere secca ed impastata. Rimase lì, fermo vicino alla porta, poi, prima che qualcuno lo scorgesse, se ne tornò indietro, ancora col boccale in mano.
Non era la birra, non era il caldo, neanche l’ora tarda. Era, ora lo sapeva, la sete di lei.”

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Questa volta è successa una cosa nuova ed imprevista.
Una persona, una bella persona, mi ha chiesto una storia.
E non l’ha chiesta per sè. Ci sono mamme che spesso non si vedono, più spesso ancora si giudicano. Serena mi ha chiesto una storia per alcune di loro, perchè quello che fa con la sua associazione e con il sito internet è di dare sostegno e aiuto a quelle donne alle quali la maternità ha portato tante cose, ma non tutte belle: le mamme che non volevano un figlio e non ce l’hanno fatta a tenerlo, ma ora non riescono ad accettare di non averlo voluto. Le mamme che invece desideravano tenere i loro bambini, ma la vita se li è presi per sè e infine le mamme, è per loro la storia, che non cercavano un figlio, poi si sono lasciate invadere dalla vita e ora, spesso con dolore, come Isaia, lo crescono “senza un potatore”.
Davanti a tanti giudizi politici e moralistici, semplicemente esserci come loro senza giudicare mi sembra la cosa più bella che si possa fare. Fate un giro ne  Il dono.org onlus sostegno alla gravidanza e al post aborto a leggere di queste persone, io mi sono sentita fortunata e grata per quello che la vita come mamma mi ha riservato.
Anche come scrittrice perchè, per la prima volta qualcuno, oltre i miei figli, mi ha chiesto ” inventami una storia” ed è stato bellissimo per me scoprire quello che in fondo voi tutti con la vostra attenzione e presenza mi donate ogni giorno, la differenza che passa tra scrivere e raccontare.
P.S. Per Michela: lo so che anche tu me l’hai chiesta una storia, stai tranquilla, arriva, è già pronta.

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Intanto leggete…

“Nel giardino dell’Imperatore

Nel giardino dell’Imperatore anche quell’anno dodici piante di eucalipto ombreggiavano sopra i virgulti dei mandarini cinesi e dei nespoli del Giappone, messi lì per portare i loro frutti alla giusta maturazione.
La notte di luna nuova, al calar dell’ultima striscia sottile della regina bianca del cielo, illuminato da mille fiaccole l’Imperatore in persona accompagnato dall’intera corte si sarebbe recato per assaggiare e cogliere i frutti prelibati delle piante dorate maturate nel suo giardino. Isaia, con lui altri undici giardinieri, era stato incaricato della pianta all’angolo rosso scuro, ogni angolo dei tre quadrati che formavano l’orto imperiale veniva riconosciuto in base al colore delle anfore che cambiavano per ogni coppia di piante.
Ma quel giorno, l’ultimo prima della visita dell’Imperatore, Isaia era molto preoccupato. Il suo potatore, che doveva controllare la crescita armoniosa dei rami per far sì che i frutti risultassero lì proprio all’altezza della figura di Nostro Sovrano, per essere colti senza sforzo e ammirati i più lucidi e succulenti, il giovane Samia, aveva improvvisamente deciso di partire per le montagne, richiamato dal suo cuore in un altrove che doveva ancora trovare, ma che certo non era più lì, in quel giardino.
Così Isaia era rimasto solo e da solo aveva dovuto potare i suoi virgulti, controllare e scegliere le nespole e i mandarini più promettenti, recidere con decisione e determinazione quei rami che presentavano frutti troppo alti o troppo bassi.
Era stato doloroso prendere quelle decisioni in solitudine, mentre sentiva il parlottio degli altri giardinieri e potatori che insieme osservavano le piante: ognuno aveva la sua visione di quello che doveva venire fuori alla fine del lavoro, e parlando e approvando, trovavano alla fine la visione comune, in base alle diverse prospettive messe insieme, che accontentava tutti e due e poiché nata nella gioia e nell’armonia dava poi alle piante la forma più perfetta, quella dell’amore.
Ma lui, da solo, come avrebbe potuto trovare la forma perfetta per le sue piante, quale armonia e condivisione avrebbe potuto mettere nella visione, per creare la forma dell’amore più puro e profondo, da offrire poi alla vista dell’Imperatore?
Così se ne era rimasto per tutti i giorni da solo a lavorare, in silenzio, accompagnato dalle lacrime che mute gli scendevano fino ai piedi senza che gli altri se ne accorgessero.
Quella sera, Isaia era rimasto fino a tardi, a lucidare e accarezzare i frutti, a sistemare le foglie, e i rami nodosi che conosceva ormai uno per uno.
Contemplava tra le lacrime, quell’ultimo filo sottile di luna che lo sovrastava prima di scomparire per lasciare il campo libero alle fiaccole della corte imperiale, e che lo faceva sentire un po’ meno solo.
Guardava i suoi frutti, e provava tristezza per loro, più che per se stesso.
Improvvisamente una brezza leggera si sollevò, percepì una presenza dietro di lui e si voltò.
Una dama bianca, sottile, coperta di veli candidi gli sorrideva.
Poi fissò i frutti dei suoi virgulti
-Cosa sono?- chiese. -Sono i frutti per Sua Altezza Imperiale, Sole Della Nazione, Nostro Sovrano- rispose Isaia con aria triste.
-Oh!- sembrò stupita la dama bianca. -Posso averne uno?-
-Non sono destinati a noi- rispose Isaia, -sono nati per ricordarci che la vita può essere meravigliosa, che possiamo dare sempre il meglio di noi stessi e che questo è già il nostro premio. Poi forse qualcuno potrà essere anche apprezzato da Nostro Sovrano, perché la gioia e il riconoscimento sono il nutrimento che più sazia le nostre vite, che più ci rende maturi.-
-Oh! Posso allora guardarli?- chiese ancora la dama bianca.
-Certo- rispose Isaia, -ma non trarrai grande giovamento da questi piccoli miei, perchè non hanno avuto il meglio per crescere, che da solo ho dovuto portarli a maturazione…- e lo sguardo era basso mentre pronunciava queste parole.
-Oh!- di nuovo esclamò la dama bianca. -Così hai dovuto dare il meglio di te anche se non era tutto ciò che tu desideravi per loro. Hai offerto intero il tuo cuore anche se dentro portava un peso. Hai mosso le tue mani e i tuoi occhi per curare questi tuoi frutti sapendo che c’era altro che poteva essere fatto per loro.-
-Sì!- esclamò Isaia con foga – Ho fatto da solo, senza poter creare l’armonia e la gioia che crea la visone perfetta dell’amore e ora i miei frutti non saranno preziosi come gli altri! Ma cosa altro potevo fare?-
-Oh!- sembrò pensosa la dama bianca a questa domanda. -Hai accettato di soffrire, ma anche di gioire, di sentire e hai vissuto con loro. E’ così che hai creato l’armonia dentro di te, la tua visione di amore, tutto quello che hai, di cui sei capace. La meraviglia della tua vita.-
-Tu credi?- chiese illuminandosi per la prima volta dopo tanti giorni Isaia.
-Si, lo credo. Vorrei davvero assaggiare uno dei tuoi frutti.-
Isaia si voltò ad ammirare orgoglioso e felice i suoi virgulti.
Una brezza leggera accarezzò le foglie.
La dama bianca non c’era più e neanche la linea sottile luminosa nel cielo.
Da lontano si intravedeva il primo bagliore delle fiaccole.
Isaia era pronto.”

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Siccome non sono brava a propormi, ma solo a raccontarmi, ho fatto oggi per compito questo esercizio, invitarvi senza nascondermi, una volta tanto, dietro draghi, serpentelli o canzoni, ad incontrare me e Simona, una persona che mi sta a cuore e che ammiro. La mia maestra di relazioni pubbliche, perchè nel frattempo me ne sono procurata una, ha approvato e quindi, senza timori, magari con un po’ di imbarazzo, ecco a voi…

“Mie care amiche e miei cari amici, vorrei condividere con tutti voi alcuni incontri per me molto importanti e a cui tengo veramente. Sabato tornerà da Roma Simona Maiozzi, che è per me una cara amica, ma anche la persona che ha curato la prefazione e la prima presentazione del mio libro Storie per fare le cose. Nell’ambito di Leggere è volare, il festival della letteratura per ragazzi di Siena, sabato 21 alle 16 terrà nella Tendostruttura(l’hanno chiamata così!) in Piazza del Duomo una lettura animata tratta dalle mie storie per grandi e piccini. Simona, lettrice espressiva e autrice del sito web http://www.letturachevventura.it ci proporrà anche venerdì sera alle 21.30, cosa molto rara oggi, una lettura per adulti da Le mille e una notte, occorre prenotare, nella palestra-centro di discipline orientali Garyu di Siena. Terrà anche, sabato mattina alle 10.30, un incontro per genitori in attesa o con bambini molto piccoli sempre nella palestra Garyu. Grazie per la vostra attenzione e se potete spargere la voce mi fate molto piacere! Un saluto Caterina Comi”

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Quando aspettavo suo fratello mia figlia aveva quattro anni e faceva tutto quello che facevo io, così verso la fine della gravidanza mi sono ritrovata più volte a far nascere un coniglietto verde di peluche che dopo che io le dicevo di spingere usciva dal suo maglione mentre se ne stava sdraiata sul divano, finchè io la informavo che-è un bel maschietto robusto, signora!-
Sabato, domenica e lunedì, per vari motivi e impegni miei e suoi, pur trovandoci anche negli stessi luoghi io e mio figlio ci siamo visti pochissimo o da lontano. Ieri la misura era colma e con uno di quei provvidenziali mal di pancia che i bambini sanno saggiamente farsi arrivare si è fatto venire e prendere a scuola e ha rifatto il pieno. E siccome io preferisco sempre mettere parole alle emozioni, mentre lui mi stava appiccicato tutto il pomeriggio, aveva proprio bisogno di contatto, io gli ho detto scherzando, ogni tanto capita, che voleva rientrare in pancia.
E così lui mi ha caricato come una piccola alce per tutta la sera, con grandi capocciate sui miei miseri addominali ripetendo -mamma, voglio tornare in pancia!-
Io gli rispondevo che ormai grande come è diventato con lui ci si potrebbero fare sette bambini del suo peso di quando è nato.  E quando alla fine della giornata non ne potevo più del mio coniglietto verde gli ho mostrato stremata un vecchio filmato che la sua frase cantilenata mi aveva fatto tornare in mente: “Io voglio rientrare nel buco!”

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Sentire dei ragazzi con la chitarra cantare una canzone e ricordarsi dei propri quindici anni,  di tutta la vita che ti scorreva tra le dita, le energie e le promesse e le speranze di tutto l’universo proprio lì nella tua spina dorsale, niente era difficile e tutto ovvio, la parola impossibile non la conoscevi, il mondo, immenso e piccolo, il tuo palcoscenico.
Vedere ora con mia figlia Romeo e Giulietta di Zeffirelli mi ha fatto più o meno lo stesso effetto, comprendere quale energia appartiene ad un’età che scivola via macinando momenti eccezionali su momenti eccezionali, tutto normale.
Finchè sei cresciuta, o invecchiata, e quella donna che non deve piangere non è più la terra, il pianeta intero o la vita stessa, ma semplicemente tu.
Non sai più se farlo per tristezza, malinconia o commozione, ma tanto non puoi, devi pensare ai figli, agli impegni, alle cose da portare avanti, a vivere, per cui “no woman no cry”.

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