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Archive for dicembre 2009

-Mamma oggi è già 2010?- mi chiede in questi giorni mio figlio che forse per la prima volta comprende la cosa.
-Vedrai che te ne accorgi, festeggeremo- gli ho risposto.
Ecco allora i miei auguri per grandi e per piccini, per festeggiare accanto a coloro che amiamo l’anno nuovo che arriva e la vita stessa.

“Ogni inizio contiene una magia
che ci protegge e a vivere ci aiuta.” (Hermann Hesse)

Gennaio mette ai monti la parrucca
Febbraio grandi e piccoli imbacucca
Marzo libera il sol di prigionia
Aprile di bei fiori orna la via
Maggio vive tra musiche di uccelli
Giugno riscalda al sole i poverelli
Luglio falcia le messi al solleone
Agosto previdente le ripone
Settembre i dolci grappoli arrubina
Ottobre di vendemmie empie le tina
Novembre ammucchia aride foglie in terra
Dicembre ammazza l’anno e lo sotterra!
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Come promesso, eccola qua, la mia storia, il mio regalo di Natale. E buon Natale a tutti voi. Vorrei augurarvi molto altro, ma il mio Gesù Bambino di sette anni mi reclama per giocare con lui, perchè l’affetto è l’unico dono, al di là dei 45 che ha chiesto, a cui lui, come noi tutti, non può, non vuole e non deve rinunciare. Vi auguro di essere reclamati e di reclamare, in questi giorni, che possono diventare tristi, pesanti e pieni di malinconia, oppure pieni di meraviglia e di sorprese, proprio come accade alla bambina della storia e al suo regalo.

La ragazza aveva i capelli lunghi e fini, del colore delle castagne che ci sbucciava e ci dava ancora calde. Era la nostra preferita.
Quando la mattina arrivava per aiutare la zia nella grande cucina bianca il primo che la vedeva chiamava -L’Armida è arrivata!- e noi tutti di corsa a salutarla. Ci sembrava così bella e certo lo era, come la fata buona delle novelle.
Sempre quieta e tranquilla, rideva chiassosamente ai nostri scherzi. Si faceva a gara per farci guardare -Armida!- E giù una capriola, -Ciao Armida!- e le dita ad allargare la bocca, la lingua fuori e gli occhi verso il naso. Lei rideva e noi pieni di soddisfazione fino a scoppiare.
Poi, però arrivava la zia, allora ci mandava fuori dalla cucina e cominciava a pulire le verdure e a chiacchierare con lei.
Noi si ascoltava da fuori e si giocava: una faceva la zia, una l’Armida e gli altri i contadini che portavano le verdure.
Ma i giochi più belli erano quelli proprio con l’Armida, quella vera. Se si stava buoni, dopo mangiato, si poteva stare in cucina a girare un po’ per uno il macinino e se avevi fortuna toccava a te aprire il cassettino e versare fuori il caffè. Altre volte invece era lei che macinava e intanto ci raccontava le novelle.
A me piaceva quella della donna di pasta che stava alla finestra e che quando la figlia del re si sposava metteva la padella con l’olio al fornello, ci metteva le mani dentro e quando le toglieva, non solo non si era bruciata, ma nella padella c’erano delle belle frittelle croccanti a forma di pesce, di leone e di uccelli.
Mi sembrava proprio di vederla, dietro alla tenda ricamata, sul balconcino, a guardare il paesaggio.
E la faccia, bianca e tonda di pasta, era bella e aveva l’espressione dell’Armida.
Mi ci perdevo, nell’immagine della donna di pasta, e quando tornavo coi piedi per terra l’Armida aveva già finito e stava raccontando la storia di Canfriano o quella delle tre melarance.
Altre volte invece lei rassettava la cucina e noi si stava seduti sul camino a guardarla.
In certi pomeriggi speciali l’Armida riusciva a finire presto, allora si potevano fare le caramelle.
Prendeva il pentolino, ci metteva l’acqua con lo zucchero e lo faceva fondere. Quando diventava bello scuro e lucente, che faceva quella schiumetta che sembrava friggesse, lo versava sul tavolo grande, sul marmo bianco. Lo spianava e lo tagliava a quadretti, lo staccava pezzetto per pezzetto e ce lo dava.
Non erano buone come quelle che si compravano da Giannino in piazza, ma erano state fatte da noi e pareva come una magia.
Un anno per Natale decisi di farle un regalo, io da sola.
Cosa potevo fare?
Sapevo giocare, andare a scuola, fare i compiti, litigare con la Teresona, ascoltare l’Armida, fare la treccia attaccata, giocare a briscola.
Non ero brava a cucinare, né a lavorare a maglia o cucire né a disegnare.
In casa erano iniziati i preparativi. La sera al fuoco si schiacciavano le mandorle per fare i dolci natalizi e noi bambini si contava alla rovescia per il giorno in cui finalmente la zia avrebbe tirato fuori i personaggi del presepio.
Saremmo andati a prendere la borraccina giù al fiume, per fare il prato soffice che portava alla capannuccia.
Poi avremmo messo i personaggi. Ognuno di noi ne aveva  due a disposizione, alla fine la mamma sistemava la Madonnina e San Giuseppe nella capannuccia, Gesù arrivava solo la notte di Natale.
La Teresona aveva il compito di buttare la farina per fare la neve. A quel punto era pronto e non c’era che da stare lì a guardarlo, facendo le voci dei personaggi aspettando la vigilia.
Ma io quell’anno non potevo aspettare né giocare. Dovevo preoccuparmi del mio regalo speciale e stare attenta che nessuno se ne accorgesse, soprattutto la Teresona che sennò avrebbe voluto farlo anche lei.
Pensa e ripensa decisi di preparare un piccolo pane, a forma di cuore e di scrivere un biglietto. Ma come riuscire a nasconderlo agli altri?
Quando la zia e l’Armida facevano il pane, se non eravamo tutti lì appiccicati a guardare, sperando di poterci mettere le mani e di impastare anche noi, di aggiungere l’acqua e la farina, allora eravamo tutti a scuola.
Così una sera, a letto, dopo le preghiere, chiesi alla mamma di aiutarmi.
Ci fu un gran da fare in quei giorni, ma lei riuscì a farmi impastare il mio pane sola soletta e a farmelo mettere a lievitare in un angolino della madia. Poi, prima di andare a letto restai alzata con lei e lo misi sul fuoco a cuocere.
Venne proprio bene, si capiva che era un cuore, il giorno dopo lo avrei dato all’Armida.
Restava da scrivere il biglietto.
Era la parte fondamentale del regalo. Da quello lei avrebbe capito che avevo voluto farle un regalo speciale e perché avevo scelto il cuore di pane.
Ma non mi riusciva.
Con le lacrime agli occhi dovetti rassegnarmi: non sapevo scriverlo.
Allora mi venne una gran rabbia e decisi che non avrei fatto il mio regalo e che avrei dato il pane al cane!
Ma era troppo tardi anche per questo e così mi addormentai.
La mattina, appena sveglia, e non del tutto, scalza e in camicia andai subito in cucina per dare il pane al cane prima che qualcuno mi vedesse.
Entrai e aprii la madia e lo trovai nell’angolo dove lo avevo nascosto.
Mi girai e l’Armida entrava allora. Vide che avevo in mano il pane e lo guardò.
Le parole mi uscirono da sole.
-C’era una bambina che voleva tanto bene alla donna di pasta, ma non sapeva mai come dirglielo. Un giorno decise di fare un piccolo pane a forma di cuore per farle vedere che le voleva bene. Ma non venne bello come le focacce che faceva lei e allora decise di darlo al cane senza che lei nemmeno lo vedesse.-
Allora l’Armida si mise a sedere, mi prese in collo con tutto il pane e incominciò a parlare.
-La donna di pasta un giorno si sposò, allora tutte le massaie del paese le portarono tante focacce e frittelle di forme diverse, focacce a forma di case, di alberi, del sole e della luna, dipinte dei colori dell’arcobaleno, decorate con frutta e con fiori.
La donna di pasta le guardò tutte e alla fine scelse un piccolo pane a forma di cuore, preparato da una bambina che le voleva bene.
Era il più bello di tutti.
Da quel giorno la donna di pasta portò sempre con sé il ricordo della bambina e del suo piccolo cuore di pane nel suo cuore di pasta.- Poi mi baciò.
Non l’ho mai dimenticato.

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Ora che tutti i pacchetti sono stati incartati e ogni regalo ben predisposto, mi domando perchè non provo quel senso di trepidazione e attesa che vorrei invece sentire e che mi renderebbe felice. Certo non ho sette anni e mezzo e non aspetto i 45 regali come mio figlio nel dubbio su quali Babbo Natale abbia scelto e nell’inconfessabile incertezza sulla sua esistenza, però…
Però vorrei provare qualcosa che non assomigli alla perfezione satinata del Natale perfetto delle pubblicità, ma alla capacità di meraviglia e di commozione nel saper cogliere di nuovo e ancora i doni che mi circondano.
Allora mi sono detta, non sono i regali e nemmeno le feste, i bei vestiti, le occasioni di divertimento o di svago, ma gli affetti, il vero bene prezioso.
Scriverò dei biglietti alle persone importanti, quelle che il cuore sa individuare subito e con le parole cercherò di trasmettere le emozioni che la loro presenza nella mia vita sa regalarmi.
Chissà se lo apprezzeranno, se sarà per loro un pensiero gradito, ma io ora sono piena di attesa e di trepidazione, il regalo lo faccio così innanzi tutto a me stessa, perchè   “Dai poco se doni i tuoi beni, ma se doni te stesso, allora tu dai veramente. “(Gibran, Il profeta)
Buona attesa.

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Lunedì inizia l’inverno e in questi giorni sembra che il freddo e la neve siano l’evento del momento.
Ma forse per l’inverno tutte queste personcine che si agitano e si stupiscono, per lui, forse, siamo noi l’evento, persino quelli che a Copenaghen pensano di poter prendere o non prendere decisioni, senza ricordare quanto piccoli e vulnerabili siamo.
Mi è venuta in mente questa storia, nata dalla frequentazione di nonne e di galline, di orti e ortolani, di passeggiate in mezzo ai campi e ai viottoli sterrati.

Le farfalle

Quando quel giorno le farfalle arrivarono, tutti pensammo che la primavera sarebbe finalmente cominciata e il freddo finito.
Era stato un inverno molto lungo e ogni mattina annusavamo l’aria.
Eravamo ormai a marzo, tutti tesi e arrabbiati, derubati della bella stagione che ci aspettava, esasperati da tutto quel gelo.
La campagna, come sempre più paziente di noi, aspettava tranquilla a risvegliarsi, sicura che la primavera avrebbe forse tardato, ma non l’avrebbe comunque tradita.
Nessuno di noi invece ne poteva più di tutte le meraviglie dell’inverno: di bagliori di ghiaccio nel sole, di vasche e secchi pieni e rigidi negli orti, di cieli limpidi e tramonti luminosi, di terra asciutta senza una goccia d’acqua e senza fango che il ghiaccio se l’era preso tutto con sé. Anche la nostra pazienza, lasciandoci intrattabili l’uno con l’altro.
L’unica contenta era la nonna.
Amava l’inverno, poteva averci a lungo tutti riuniti e aveva così il tempo di guardaci e ascoltarci uno per uno.
Tranquilla nella sua cucina, sembrava far parte della stanza dove si muoveva senza scatti o mosse brusche. Sedeva sulla poltrona, ferma senza dire nulla, come soltanto i vecchi sanno fare. Ma in quei giorni guardava noi, con gli occhi divertiti e un po’ disorientati per la nostra rabbia nel sopportare il freddo.
La nonna era un tutt’uno con le stagioni e per lei non aveva alcun senso ribellarsi.
Non cambiava di una virgola le sue abitudini finchè anche gli alberi, i fiori, le foglie, le rondini e le galline, le mosche e le farfalle non avevano fatto tutto ciò che dovevano.
Allora anche per lei arrivava il momento di cambiare, di uscire o di rannicchiarsi vicino al fuoco. Sembrava che fossero le stagioni a seguire lei. Se la nonna la sera prendeva la seggiolina e stava anche solo cinque minuti a guardare il tramonto fuori, potevi star certa che l’estate era arrivata e il caldo non sarebbe andato più via.
Così quella mattina, vedendo le farfalle, tutti girammo lo sguardo verso di lei. Quando arrivava la primavera metteva i vasi fuori sul davanzale, sicura che il gelo notturno non avrebbe “cotto” le piante.
La nonna aprì la finestra, annusò l’aria guardò il cielo, la terra, gi alberi, gli uccelli e non so cos’altro. Poi richiuse, prese il piccolo annaffiatoio e bagnò i vasi, senza spostarne alcuno.
Ci arrabbiammo tutti e protestammo cercando di convincerla che ormai era caldo, altrimenti le farfalle non sarebbero potute nascere.
Lei si sedette. Poi ci chiese se volevamo che mettesse i vasi fuori.
Nessuno rispose, ma quella sera a cena ci fu un’aria più rilassata.
La mattina era di nuovo tutto gelato.
Le farfalle tornarono soltanto due settimane dopo. Quando la nonna mise i vasi fuori sul davanzale.

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Siamo strani animali noi mamme, messe alla prova per notti, per mesi e per anni, teniamo duro come leonesse e tigri finchè si tratta di occuparsi del bene della prole, ma delle vere pappemolli a preservare un po’ di integrità al proprio territorio, a quello spazio senza il quale non si può sopravvivere a lungo, ma che troppo spesso sembra invece rubato al bene dei figli, della famiglia, degli impegni, degli altri, del mondo intero.
Gli uomini, beati loro, non sanno nemmeno cosa sia questo problema, certo si perdono forse molta intensità, tanti batticuore, quanta commozione, ma quanto meno si complicano la vita.
Ma non è questione di cosa sia migliore o peggiore, giusto o sbagliato, ognuno ha la propria natura e certo ci sono mamme e mamme, son sicura che ce ne sono di brave, che riescono a non farsi mangiare dai sensi di colpa, dai figli, dal senso di inadeguatezza che anche solo due giorni chiusa in casa con un bambino e un’otite e una notte insonne sulle spalle ti provocano.
Finalmente ho imparato che è normale sentirsi così, farina sparsa e non lievitata di una pagnotta non riuscita e mi do il tempo, aspetto che passi.
E poi mi ricordo che non sono sola, che capita a molte se non a tutte e se scopri che ci hanno fatto persino un film e ne vedi per caso il trailer, che neanche capisci che è in inglese, ma forse proprio per questo ti colpisce di più, quando vedi quello sguardo e quella manina che saluta la sua mamma ti dici che forse un po’ di farina da qualche parte si è raccolta e che almeno le tue due piccole pagnottine stanno invece venendo su e magari qualcosa di buono lo hai fatto anche tu.
E domani, orecchio permettendo, si torna a scuola.

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L’altra mattina a colazione c’era a tavola la zuccheriera vuota. Mio figlio non solo si è ricordato del serpentello, ma si è raccomandato che la riempissi subito perchè sennò il povero animalino non avrebbe saputo dove nascondersi.
Mi sono stupita, ma anche tranquillizzata del suo bisogno di fantasia.
In questi giorni infatti ha mostrato i suoi primi dubbi sull’esistenza di Babbo Natale.
Se gli piace credere al serpentello, mi son detta, figuriamoci a Babbo Natale.
Io, come feci con sua sorella e sua cugina, ho dato la mia solita risposta
-Finchè ci si crede viene Babbo Natale, quando non ci si crede più ci pensano i genitori-.
Non è una gran logica, ma funziona perchè così lui è libero di scegliere se crederci.
-Mamma, da me viene, perchè io ci credo!- mi ha risposto tutto contento.
Anche perchè ha chiesto in tre fogli 45 regali! Anche se sa che Babbo Natale ne sceglierà solo alcuni.
Per arricchire la sua fantasia e per ricordargli da dov’è che tutto parte, ho tirato fuori per lui anche questa mia vecchia storia natalizia.

Lo zio

Versando l’acqua nel bicchiere zio Antonio, lo vidi bene, fece una piccola smorfia e la mano gli tremò per un attimo: aveva l’aria stanca, nascosta dietro un sorriso.
Mi proposi di parlare con lui appena avessi trovato un momento tranquillo in mezzo alla lieta confusione della festa.
Continuai a mangiare tranquilla i miei tortellini e fino al panettone non ci pensai più.
Ma quando tutti cominciarono ad alzarsi e mentre i bimbi piccoli giocavano con i doni appena scartati e i più grandi, compreso i miei, reclamavano il tavolo libero per giocare a tombola, decisi di non perdere d’occhio i movimenti di mio zio.
Appena finito di sparecchiare e apparecchiata invece la tombola con tutti quanti pronti con cartelle e fagioli lui, con aria indifferente, si alzò e avviò verso le camere.
Anch’io con aria indifferente lo seguii e lo raggiunsi solo nel corridoio fuori dal salone.
Lo presi a braccetto –Vai a riposare?- gli chiesi sorridendo.
-Si, sono un po’ stanco- mi rispose.
-Non hai dormito bene stanotte?-
Si irrigidì e questo mi sorprese. Poi, imbarazzato, -ecco, si, non ho riposato bene, è vero- e affrettò il passo.
-Ho chiesto qualcosa che non dovevo?- chiesi con aria veramente dispiaciuta, non volevo metterlo in difficoltà.
Lui era il mio zio preferito. Quello che da bambina mi aveva coccolata, che mi faceva fare il Presepe, mi insegnava le storie dei personaggi, mi cantava le canzoni, scartava con me i regali.
Ero la sua nipote preferita, anche ora che ero cresciuta, come lui era il mio zio speciale. Non volevo vederlo imbarazzato con me, mi faceva male.
Lui se ne rese conto e subito mi sorrise.
-Scusami, sono io che ho fatto qualcosa che non dovevo, non mi sto fidando di te, ma non lo meriti.-
Non capivo, ma non lo dissi, non dissi nulla.
-Ti ricordi quando facevamo il presepio, le storie dei personaggi che ti raccontavo?-
Non avrebbe potuto farmi domanda più gradita.
-Le racconto ai mie figli, ma non sono brava come lo eri tu con me- gli risposi.
-Nessuno le ascoltava e le amava come te. Nessuno dei tuoi fratelli e dei tuoi cugini. Tu amavi il Natale.-
-E’ vero, per me è importante e l’ho imparato da te.-
-Allora meriti che io mi fidi di te, ora come quando eri bambina.-
-Non capisco- risposi.
-Ti sei accorta che sono stanco ed è una stanchezza tutta speciale, soltanto tu l’hai notata, neanche tua zia.
-Mi stavo spaventando, ma la sua espressione era lieta.
-Promettimi che non dirai a nessuno quello che ti racconterò, almeno fino al prossimo Natale e che non riderai e trarrai conclusioni finchè non avrò finito.-
Annuii con la testa.
-Non tutti lo sai amano il Natale come te e me. Non so se c’è una percentuale fissa in ogni famiglia, ma certo nella nostra siamo noi due quelli per cui questa è La festa e in questi giorni tutto è diverso. Vieni con me.-
E mi portò davanti al presepe nell’ingresso, quello piccolo dei bambini e chiuse la porta.
-Ascolta attentamente e mantieni ciò che hai promesso.-
Io sorrisi.
-Sto  parlando alla bambina che passava le ore con me qui a giocare con i personaggi, lei potrà capire.
L’altro giorno, mentre facevo questo presepio, e stranamente ero da solo, è sucesso un fatto straordinario.
Mentre tiravo fuori i personaggi dalla scatola, ecco che sento che un pastore, quello col cane che lo tira, diventa improvvisamente caldo e un pensiero si forma dentro di me: non spaventarti.
Lo appoggio subito invece, spaventato. Ma il pensiero dentro di me continua.
Sono proprio io che ti parlo, il pastore col cane di cui hai sentito il  calore. Ho bisogno del tuo aiuto. Ascolta col cuore prima di tutto. Sapessi tra quante mani sono passato senza che nessuno si fermasse un attimo a tenermi, guardarmi per scoprire chi sono e per accorgersi del mio calore.
Sono un pastore e questo è il mio cane. Le pecore sono nel mio ovile, ma vedi quella sera, la famosa sera, mentre mi avviavo ad adorare il Bambino Santo che ci era stato annunciato, mio figlio venne correndo a dirmi che le pecore si erano spaventate per via di quella strana stella che era sopra di noi e stavano scappando.
Era un fatto straordinario anche questo, le pecore non scappano mai di notte. Tra tanti eventi eccezionali dovetti occuparmi di quello da cui dipendeva la mia sopravvivenza immediata e così rinunciai ad andare dal Bambino.
Non portai alcun dono né amore e non merito di essere qui. Non è un privilegio che mi spetta. Ma se tu mi aiuterai potrò anche per quest’anno fare la mia parte.
Ero stordito, ma anche affascinato. Come posso fare qualcosa io? chiesi.
Non ti preoccupare, basta che tu faccia quello che io ti dirò. Dovrai venire qui da solo a mezzanotte la sera in cui il Bambino Santo viene messo nella grotta.
Così feci e da solo, mentre tutti andavano a Messa, mi recai qui dove siamo ora. Ed ecco la voce, il pensiero: attraverso di te potrò fare anche io doni al Bambino Santo, come avrei voluto allora. Non farti domande e vai sul terrazzo.
Uscii e accostai la porta dietro di me
Sospesa nell’aria c’era una slitta, la slitta, capisci? E un mantello e un cappello rossi lì appoggiati. Li indossai, poi saggiai la stabilità della slitta, sembrava appoggiata sul terreno, così salii. Mi ritrovai in mezzo alle stelle, le renne erano maestose e l’aria fredda mi pungeva la faccia, ma mi spuntò la barba che mi proteggeva. Ero io, tuo zio, eppure ho passato la notte su una slitta, le renne sapevano dove andare e al loro arrivo la finestra a cui si accostavano si apriva e io potevo lasciare dentro il pacco, quello che usciva dall’enorme sacco dietro di me.
Alla fine mi hanno riportato al punto di partenza, io sono sceso barcollando, mi sono tolto il costume e persino la barba era diminuita quasi che il vento, tornando, se la fosse portata via.
Allora sono tornato davanti al presepio. Forse qualcuno lo aveva spostato, il pastore col cane era proprio di fronte alla grotta, al Bambino. Non ha detto niente, o almeno io non ho sentito, ma ho avuto la sensazione che i suoi occhi brillassero.
Allora sono andato a dormire. O c’ero già fin dall’inizio? Non so cosa pensare, comunque oggi sono stanco proprio come se non avessi dormito e solo tu l’hai notato. Proprio tu, non significa qualcosa anche questo?-
-Non lo so zio, comunque è una storia bellissima e ti ringrazio di averla condivisa con me- gli dissi.
-Quindi non mi credi?-
-Non saprei, non so se è vero, se è un sogno, credo però che tu sia sincero, questo si.-
In quel momento sentimmo una voce.
-Grazie- disse semplicemente.
-Zio!- esclamai spaventata.
-Adesso sappiamo- mi rispose e guardò il pastore.
Anch’io lo guardai e nella penombra dell’ingresso sembrava brillare di luce propria.

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Nella vita, come ci dice lo zio Herman,  occorre lasciare spazio al nostro sentire, alla poesia, alla capacità di stupirsi, di sapersi guardare dall’alto, usare la fantasia, e i nostri figli ci aiutano, ci obbligano a tirar fuori la nostra parte colorata, come la chiamo io.
Ma poichè noi siamo gli adulti, anzi, siamo adulti, non possiamo dimenticarci che c’è una realtà con cui fare i conti, allora dobbiamo trovare il tempo di riflettere, di pensare serenamente e fare il punto di quello che facciamo e di dove siamo.
Invece il più delle volte corriamo corriamo, facciamo facciamo e se non siamo affannati e indaffarati sembra che stiamo sprecando il tempo e le giornate.
Sentire, pensare, fare. Le tre funzioni che se collaborano dentro di  noi ci fanno stare bene.
Certo ognuno ha la sua peculiarità, io penso per esempio, mo marito fa, tutti e due sentiamo, nel bene e nel male siamo due tipi passionali ed emotivi. Mia figlia sente e pensa, mio figlio soprattutto fa, superefficientissimamente, fa.
Francesca pensa, Francesca Saccà la mia amica psicologa del blog Psicologo in famiglia, e lo fa tanto bene quanto a me viene difficile spiegarmi, vi dirò: mi annoio.
E allora lei mi ha fatto questo regalo, ha scritto un commento alla mia storia della Bella, ha spiegato con chiarezza quello che io esprimo con la fantasia, e ha proprio compreso bene quello che ci avevo messo dentro, quello che sorprende anche me quando le parole mi escono fuori come vogliono loro.
E” un filo magico che ci lega, il mio sentire e il suo pensare, e le nostre cose scritte, legate insieme nei nostri blog, il nostro fare.
Grazie Francesca.

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