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Archive for gennaio 2010

Quando ero piccola immaginavo che sotto il mio letto vivessero tanti uomini piccolissimi e tante donne piccolissime, bambini e anziani e anche animali e piante piccolissime, persone di ogni tipo, ma tutti minuscoli, che se ne stessero là sotto in quella che per loro era una grande distesa.
Da grande mi sono resa conto che quella era allora la mia “fantasiosa immagine della mia fantasia”.
E ho compreso che tenere tutto quell’intero popolo a bada sotto i limiti della mia rete e del mio materasso è per me più faticoso che ogni tanto permettere a qualcuno di loro di uscire a raccontare la sua storia.
I miei figli mi hanno aiutata a farne uscire alcuni, con le loro richieste e i  loro spunti. Ma ora sono grandi, cominciano a cercare, come è giusto che sia, le loro storie altrove.
Le altre storie che scrivo sono sempre un modo di parlare di me, ma in fondo alla fine diventa un po’ noioso guardarsi e scriversi sempre addosso.
Volete aiutare qualcuno di quei minuscoli personaggi a fare la sua passeggiatina fuori dalla rete?
Sentite dentro di voi a chi, anche a voi stessi!, vi piacerebbe raccontare una storia, delle mie. Scrivetemi e parlatemi di loro e di cosa volete esprimere.
Scopriremo quale dei miei abitanti da sotto il letto arriverà e staremo ad ascoltare cosa avrà da raccontarci.  Sarà bello farlo insieme.
Intanto vi racconto la storia che mi arrivò una volta mentre guidavo.
I mei figli e due loro amichetti mi chiesero -Storie di paura! Storie di paura!- come ogni volta che salivano in macchina con me.
Stavano mangiando le patatine.
“C’erano due bambini e due bambine che viaggiavano in  macchina per andare a casa e uno di loro stava mangiando per merenda un pacchetto di patatine, quando ecco che una brutta strega che venne sorpassata pronunciò un incantesimo facendo diventare le due bambine e uno dei due bambini minuscoli e prigionieri dentro il pacchetto di patatine.
L’altro ignaro, continuava per via dell’ incantesimo a vederli accanto a sè, e continuava anche a mangiare le patatine.
I tre cominciarono a urlare, non volevano essere mangiati!
Ma così minuscoli come erano diventati, non riuscivano a farsi sentire e il bambino prendeva le patatine dal sacchetto senza guardare e con le sue mani, che sembravano ora enormi tenaglie, avrebbe potuto catturarli e inghiottirli ad ogni presa.
Mentre si guardavano intorno cercando disperati una soluzione ecco che videro la bustina, anzi la bustona, della sorpresa, là, proprio sul fondo del pacchetto. Nonostante il sale facesse bruciare i loro occhi si buttarono sulla bustina e con grossi sforzi riuscirono ad aprirla.
Dentro c’era un piccolo cavallino di plastica, e si misero tutti e tre in groppa al minuscolo destriero che era giusto della loro misura. Cavalcarono faticosamente verso il bordo del sacchetto e quando stavano per uscire e mettersi finalmente in salvo da quella enorme bocca, ecco che il loro amico vide il cavallino e lo prese in mano. Lo guardò, ma distrattamente, non era una delle sue sorprese  preferite e quindi stava per buttarlo sul sedile dell’auto, si sarebbero sfracellati!
Urlarono con tutto il loro minuscolo fiato per richiamare la sua attenzione, ma lui non ci badava. Però per fortuna il movimento, se pur minuscolo dell’aria che provocarono, fece il solletico a quell’enorme naso tanto che alla fine il bambino starnutì sonoramente.
I tre bambini volarono via, ma lo starnuto interruppe l’incantesimo e così si ritrovarono seduti di nuovo accanto al loro amico, che  si girò a guardarli pensando di essersi incantato a sognare questa buffa storia, mentre guardava fuori dal finestrino.”
Nel frattempo eravamo arrivati.

Aspetto piccole situazioni, o grandi emozioni da farci raccontare dai miei personaggi. Mi farete un bel regalo, ve ne sarò grata.

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Sono così stanca… eppure mi voglio regalare una sferzata di allegria e di ottimismo.
Magari a quest’ora, con tutti i sensi allentati e assonnati entrerà meglio e mi accompagnerà fino a domani mattina e al risveglio sarò piena di energie e di potere, il potere dell’amore.
D’altronde “non occorrono soldi o fama, nè carta di credito per salire su questo treno, è forte e improvviso e magari anche crudele, ma può salvare la tua vita.”
Ogni tanto bisogna arrendersi alla gioia.

Don’t need money, don’t take fame
Don’t need no credit card to ride this train
It’s strong and it’s sudden and it’s cruel sometimes
But it might just save your life

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Una settimana piena, convulsa, senza sosta: sequestrata dalla vita.
Così mi sento, quando mi manca il tempo, quello materiale e ancor più quello mentale ed emotivo, di rimuginare sulle cose che faccio, su quello che mi accade, dove sono.
Mio figlio in tutti questi giorni non mi ha dato tregua, mi sta addosso come non succedeva da mesi, lo avevamo effettivamente un po’ trascurato e il risultato è che ora è radioso.
Avevo letto, non ricordo chi fosse, affermare che per misurare il suo livello di stress o di benessere nella sua vita considerava la sua capacità effettiva di trascorrere il tempo in modo positivo e rilassante con i suoi figli.
Quando riusciva a fare delle cose belle con loro come lunghe passeggiate nel bosco, allora voleva dire che era riuscito ad impostare bene le sue giornate lasciando spazi per ricaricarsi, quando stava con la fretta insieme a loro, significava che era sotto pressione e non era riuscito ad amministrarsi bene.
A me l’idea sembrò bellissima, per tutti quanti.
Ma mio figlio ultimamente quando siamo insieme non si allontana da me più di due centimetri.
E per la verità io ho proprio bisogno di stare anche un po’ per conto mio, a guardare fuori dalla finestra ascoltando musica e lasciando che i fili dentro di me si disingarbuglino come vogliono loro e, come un ruminante, non posso digerire la vita così di primo impatto, me la devo riporre nel cuore un pezzetto alla volta.
Vedere mio figlio euforico e contento mi lascia dentro una scia luminosa che prosegue anche il giorno dopo, ma non annulla la mia stanchezza fisica e per quanto riguarda il sapermi amministrare bene mi sa che sono ancora parecchio indietro.

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Certi squarci di sole ti colgono all’improvviso.
Ieri sera, ero in macchina ad un incrocio, un bambino sui nove-dieci anni mi attraversa la strada. Veniva dietro ad altri adulti e bambini, non ho guardato con attenzione.
Con gli occhiali e paffutello mi guarda dritto negli occhi, alza il braccio e mi fa cenno di aspettare che deve attraversare, con un gesto che mi ricorda mio suocero che alzava il suo cappello quando, sempre sulle strisce, passava dall’altro lato.
Io lo guardo, sorrido e aspetto. Quando arriva in fondo si gira, mi guarda ancora e mi fa il gesto invece che ora posso passare, come un piccolo vigile.
Io lo saluto, accelero e vado.
Penso, anzi sento e per una volta tanto senza analisi in profondità o conclusioni esistenziali, -bellissimo.-

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Quando non scrivo per tanti giorni in genere o sto male o  sono indaffarata.
In questi giorni di festa sono stata davvero male, non ci sono riuscita, ho buttato via il mio cuore di pane: le feste e la fine dell’anno mi hanno quasi annientato, bilanci e considerazioni, tristezza e nostalgie, giudizi che mi sono data, devastanti.
Eppure sono stata anche molto indaffarata, perchè sono una mamma.
E i miei figli non hanno colpa, tanto meno di una mamma disperata e negativa, incapace di vedere il miracolo che loro rappresentano, anche se molte altre cose non sono come le vorrei.
Ma loro non c’entrano e non meritano una mamma infelice.
Ma come si fa a non trasmettere un senso di fallimento e di amaro quando te ne senti pervasa?
E così sono stata tanto indaffarata a lottare con il mio pessimismo e la mia malinconia, a non abbandonarmi al malumore e alla tristezza, ma a guardarli, a stare con loro per ricordare come sono fortunata, come sono preziosi nella mia vita, come sarebbe stata vuota senza, che il vero tesoro è saper apprezzare quello che si ha, non disperarsi per ciò che non c’è.
E loro vedono la vita anche attraverso i miei occhi e il mio cuore e voglio che da me prendano uno sguardo amorevole, non di condanna.
Dico sempre che il primo compito di un buon genitore è perdonarsi, ma in certi momenti è proprio dura farlo, quando ci si sente profondamente delusi da noi stessi e arrabbiati.
E allora profondamente bisogna andare a cercare quella scintilla di tenerezza, scavare e riportarla su, per noi no, ci sembra di non meritarla, di non meritare nulla, ma per loro, per loro si può fare.

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