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Archive for febbraio 2010

Vivere è come disegnare su un album da disegno: è bello avere tante pagine bianche da riempire dei nostri colori e con le nostre forme. Ma talvolta sembra di avere solo fogli neri, dove si fatica con un gesso bianco a lasciare qualche tratto.
Perchè il foglio ci appare come siamo noi, ma soprattutto perchè per avere colori da mettere nei fogli, pennelli, matite e pastelli, occorre riempire sempre i nostri astucci con emozioni buone, con momenti di gioia, ma soprattutto di sentire, mentre spesso pensiamo e facciamo, e ci scordiamo che se il cuore non è pieno tutto poi ci appare grigio.
Pensavo di aver avuto un pensiero originale, poi mi è venuta in mente la canzone Acquarello..

Però se si tratta di colori anche io ho qualche freccia al mio arco. Leggete…

Il gatto buffo

Il gatto buffo si accorcia le code, o se le attorciglia. Sì, perché ne ha nove di code, come tutti i gatti, si sa. Noi ne vediamo una, le altre le attorciglia, le nasconde, ma a lui servono tutte e nove.

La prima, quella gialla, è quella dei cinesi. Ogni volta che la scuote un cinese, codino e risciò, inizia a correre e a urlare. Pensa, in cinese, di essere matto. Correndo, e gli altri lo guardano  e pensano, in cinese, che lui è matto, gli prende un’allegria e comincia a divertirsi. Vede le facce stupite e scandalizzate e sorprese e qualcuna divertita. Allora comincia a ridere e anche chi lo vede alla fine ride. E anche il gatto buffo alla fine, di nascosto, sotto i suoi baffi, ride.

La seconda coda è quella azzurra e quando la taglia, a ogni pezzetto gli spuntano le ali e sale in alto in alto, diviene un gabbiano e inizia a volare verso il mare. Vede le case da lassù e i prati e le colline verdi. Anche il gatto buffo vede attraverso gli occhi del gabbiano e guarda, guarda tutto. Quando arriva al largo si butta giù in picchiata e nell’istante in cui tocca l’acqua si trasforma di nuovo e diviene un pesce volante. Va sotto la superficie e di nuovo attraverso i suoi occhi il gatto buffo conosce tutto quello che lui incontra là sotto, in fondo al mare.

La terza coda, la rossa, il gatto buffo non la muove quasi mai. Quando succede sventolano le bandiere e le sciarpe colorate dei tifosi, si elevano le insegne dei reggimenti, i gladiatori iniziano a combattere e le belve entrano nell’arena, suona la tromba della cavalleria, le rivali in amore si strappano i capelli, e macchine incrociano a 180 all’ora, e il gatto buffo guarda tutto questo e il suo pelo diventa tutto intirizzito. Poi il pelo torna liscio, la coda si ferma e tutto piano piano si acquieta. Il gatto buffo a questo punto dorme tranquillo.

La quarta coda è trasparente e così il gatto buffo non riesce mai ad afferrarla nel punto giusto. Più non la vede e più la guarda, più è convinto di averla individuata e allunga le zampe e il muso per prenderla, più si ritrova senza niente. Questa è la coda che più odia e più ama, non riesce a controllarla né a possederla. Per fortuna nessuno può prendergliela perché nessuno la vede, ma ogni tanto gliela pestano e lui sente insieme al dolore quanto quella coda sia sua. Spera sempre che il livido, la cicatrice scura gli permetta finalmente di vederla. Ma continua a restare trasparente.

La coda nera è la quinta, ma qualche volta cambia di posizione e diventa prima, quarta, sesta. Quando si attorciglia ogni volta, le finestre si aprono e una donna guarda fuori per vedere se il tempo è buono per stendere il bucato, una ragazza la richiude guardando le stelle. Poi un bambino viene ad appiccicare il naso al vetro, ad alitarci sopra per disegnare astronavi pronte per partire. Apre la finestra e fa partire l’astronave, chiude, va a letto e sogna il viaggio intorno ai pianeti, a passeggio per le galassie. E attraverso il bambino il gatto buffo esplora le galassie.

La sesta coda, la coda grigia e lunga, batte ogni tanto piccoli colpetti per terra e subito tutti i cappelli cadono come fosse passata una folata di vento. Le persone alzano gli occhi a cercare il cappello e il  gatto buffo guarda tutti quegli occhi, e legge dentro di loro. State attenti a non guardarlo negli occhi perché vi conosce fino in fondo e vi prende tutto. Non si stanca mai, il gatto buffo.

La settima coda si attorciglia con l’ottava e stanno lì, strette strette, insieme. Quando il gatto buffo le pensa un uomo e una donna si guardano negli occhi e fanno all’amore. Quanto più il gatto buffo pensa le sue code tanto più loro si attorcigliano. Poi, se ne taglia un pezzettino, allora da qualche parte nasce un bambino. E il gatto buffo è felice.

La nona coda è quella che vediamo anche noi. Con questa il gatto buffo tiene il ritmo per le altre otto, segna il tempo come la bacchetta del maestro. Se la liscia e se la lecca e non si preoccupa di tagliarla o attorcigliarla. Se la tiene contento e rilassato e la muove libera nell’aria, mentre gira annusando qua e là.

Ogni tanto il gatto buffo fa una corsa per sgranchirsi le zampe. Poi si riposa. E sogna di avere nove code.

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Oggi mio marito parte e se ne va a sciare con gli amici fino a domenica.  E’ la prima volta che si allontana così tanti giorni e non per lavoro, praticamente da quando siamo sposati.
Non è che la cosa mi renda felice, ma va bene.
Il problema, la sua paura immediata, quando ha accettato la proposta, è stato il pensiero della reazione di nostro figlio.
Da un po’ di tempo infatti ogni volta che torna a casa dal lavoro, sempre tardi, mio figlio lo ignora, non lo saluta, anzi, lo evita. Mio marito allora lo cerca come un innamorato rifiutato e non si arrende finchè non lo ha afferrato e se lo coccola sul divano. Ma poi lui scappa di nuovo e ricominciano fino all’ora di andare a dormire.
Il fine settimana stanno continuamente insieme, cucinano, guardano i cartoni, giocano e gli occhi del mio bambino si illuminano.
Fino a incupirsi di nuovo il lunedì sera al rientro del padre, e le manovre ricominciano.
Io da brava mamma psicologa ho cercato di farlo parlare, di esplorare, di chiedere perchè si arrabbia quando ritorna il padre. Mio figlio, a differenza di sua madre e sua sorella, non va a nozze con un invito a parlare delle sue emozioni e mi ha liquidato con -sono affari miei e di babbo.- Come dargli torto?
Così davanti alla preoccupazione di questo babbo innamorato l’unico consiglio è stato di ricordarsi di spiegare bene a nostro figlio che andava via, al momento dei saluti.
Gli uomini, anche quelli piccini, si sa a volte preferiscono far finta di niente, ma con i figli non è mai una strada vincente, lo abbiamo già sperimentato quando mia figlia è andata al mare.
Così ieri sera, quando me ne sono andata a dormire, li ho lasciati a consolare i loro cuori straziati al pensiero di stare cinque giorni separati.
Chissà cosa hanno fatto e cosa si son detti, d’altronde non sono affari miei..

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Mentre arrivano da tutti i media notizie sempre più inquietanti sugli adolescenti e i loro problemi, sulle loro condotte e sul vuoto di relazione e comunicazione con i genitori, noi per fortuna abbiamo Sanremo.
Tra le tante diversità tra me e mio marito, il gusto di seguire il festival ci accomunava già prima di conoscerci. Così quest’anno mia figlia, che solo da questa seconda media va a letto più tardi rispetto al fratello che verso le nove e mezza chiude la sua giornata, ha seguito insieme a noi tutte le serate.
Invece di starsene per conto suo a chattare con gli amici o a seguire i suoi programmi al computer, ha sperimentato il nostro starcene accoccolati sul divano, un po’ addormentati, cullati dalla musica, riprenderci per qualche ospite o per la canzone che ci piace, commentare i vestiti o le acconciature, i testi e le interpretazioni. E lei si è appassionata, aveva i suoi preferiti e controbatteva ai commenti o chiedeva spiegazioni.
Insomma è stata una full-immersion di condivisione di musica, ma soprattutto un avere argomenti neutri in comune senza dover discutere, semplicemente confrontarci, ogni tanto addormentarsi e divertirci insieme.
Ora mia figlia si è innamorata di Marco Mengoni, arrivato terzo.
A me questo Sanremo resterà nel cuore.
Mi auguro anche a lei.

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Giove

“Se insacca di Giove,
non arriva a domenica che piove.”
Oggi, giovedì, la mia vicina del piano di sotto di 81 anni, quasi-nonna dei miei figli, che li aspetta sempre al rientro dal pulmino, è salita in casa insieme a noi a controllare come tramonta il sole, per vedere se “insacca” cioè se tramonta dietro le nubi o se invece scompare netto all’orizzonte.
Perchè da questo particolare sapremo come sarà il tempo da qui a domenica, se arriva o no “a domenica che piove”.
Mentre sono qui che scrivo è di là che mi ripete il testo del proverbio e gioca con mio figlio, che con lei si sente già un esperto e un uomo di mondo.
Ogni tanto, quando devo uscire lei sale su e giocano a  briscola o a dama o ad una versione di scacchi che inventa lui, e che lei segue ed esegue su suo comando. E vince sempre lui, così almeno poi mi raccontano.
Il giovedì viene a guardare “se insacca” così come i primi dodici giorni dell’anno servono per capire come sarà il tempo nei successivi dodici mesi.
E’ una concezione semplice della metereologia e della vita, che sa di calore di fuoco, di profumo di minestra e latte caldo a colazione.
Ogni tanto ci vuole.

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Sono arrivate le pagelle,
un poco brutte un poco belle.

Non sono come le avevo desiderate
non danno risultati di menti esagerate.

La condotta è importante
e invece lui è vivace lei troppo esuberante,

poi ci son delle lacune
per fortuna sono alcune.

Insomma avrei voluto dei figli perfetti
certo non sono degli inetti,

ma  per il mio orgoglio da soddisfare
c’è veramente ancora molto, troppo, da fare!

Ma i figli sono persone,  pieni delle loro storie, diverse dalla mia, anche da quella che immaginavo per loro.
Non posso che amarli, sgridare, sostenere, spronare, rassicurare.
E imparare a guardarli un po’ da lontano, rispettarli. Esiste forse un’altro modo per insegnare il rispetto?

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I figli sono una strana cosa: ti fanno rivivere emozioni che sono lì sepolte da qualche parte e ti riaprono finestre sul tuo cuore bambino, che è ancora lì da qualche parte dentro il petto.
Stamattina quando il mio bambino è salito sul pulmino aveva in mano un coperchio di scatola di scarpe che la maestra ha chiesto di portare.
Un suo compagno era già lì seduto con un enorme coperchio, ancora più grande di quello di mio figlio, con un’aria sorridente e soddisfatta e mio figlio salendo ha osservato sorpreso come fosse grande.
Appartenere ad un gruppo, sentirsi a posto perchè si ha quello che ci è stato richiesto, la curiosità e l’attesa per vedere cosa verrà fuori dal lavoro da svolgere tutti insieme e ognuno per conto suo.
Ricordo queste sensazioni. Erano le mie o le ho lette nell’espressione luminosa del compagno di mio figlio alla sua esclamazione?
Non importa, ciò che conta è ricordarsi e re-imparare con loro la felicità in un coperchio di scatola di scarpe.

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Visto che di emozioni in genere non me ne faccio mancare,
una volta tanto voglio sorridere.

Mio caro Marsiglio
lascia che ti dia un consiglio
a che serve fare il coniglio?
Dammi retta, dacci un taglio.

Che ti importa di Firmina?
Non è poi così carina
senza offesa, è un po’ cretina
rinchiudila in cantina!

Ma sì, lo so, sto esagerando
certo, sarebbe un gesto orrendo
ma che vuoi ti sto dicendo
proprio ciò che sto pensando.

Insomma Marsiglio mio caro,
mi rendo conto che è un discorso duro,
no, non sbatter la testa contro il muro,
vedrai a tutto si trova riparo.

Dovresti cercare di distrarti
vedere amici, un po’ svagarti
non lasciar spazio a momenti morti
e poi ci sarò io qua ad aiutarti.

A che serve andare avanti
darvi calci proprio lì in quei punti
le cicatrici poi son dolenti
restano impresse nelle menti.

Come quando mi hai chiamato:
dalla finestra ti aveva buttato
nel cassonetto eri volato
e il gatto che frugava avevi urtato.

Mi chiamavi da una cabina
stramaledicendo la tua Firmina
dandogli tu della cretina
chiedendomi la carabina.

La mattina venni a vedere:
eravate di nuovo latte e miele,
dicevi che ero io ad esagerare,
che non c’era niente da cambiare.

Ma ora che il cassonetto hanno spostato
e quattro costole ti sei fratturato
che neanche il gatto il colpo ti ha attutito
forse finalmente avrai capito.

Questa per te non può esser vita
sempre a volare e poi la risalita
dopo la puntuale tua telefonata
col proposito della fucilata.

No, così non può andare
dammi retta, la devi lasciare,
ti sei dovuto ricoverare
andrò io per te a traslocare.

Macchè, tutto fiato sprecato
è venuta in ospedale, di corsa, a perdifiato,
piangendo ti ha abbracciato,
e tu neanche un minuto hai resistito.

 

Per i romantici a oltranza Denny, una meravigliosa canzone d’amore, perchè

“nessuno vede l’amore, qualcuno lo intuisce,
sto fra i tuoi occhi splendenti perchè l’attimo è ora,
toccami la mano e ti sentirò, toccami la mano e capirò,
accendi quella luce e la vedrò.” (Ivano Fossati)

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