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Archive for marzo 2010

In questi giorni stavo lavorando ad una nuova storia per l’associazione Il dono onlus con cui collaboro.
Sabato pomeriggio, ero un po’ giù, me ne sono andata in mezzo agli olivi sotto casa mia. Me ne stavo seduta e guardavo l’erba agitata dal vento, con sollievo mi son detta, non sono sola…

Lisetta  dei Pratolini

Tra il popolo dei Pratolini, i minuscoli esseri che vivono in mezzo ai prati e che si occupano di lucidare i fili d’erba sì che il sole possa risplenderci e rischiarare le creature che ci corrono in mezzo, ci svolazzano sopra e ancor più coloro che d’erba si nutrono per sacrificarsi poi nel cedere i loro corpi affinché altri animali vivano, Lisetta era sempre stata un po’ diversa.
Non aveva mai accettato i fili d’erba che lei avrebbe dovuto seguire senza prima averli visti e soprattutto aveva voluto poi prendersi cura di loro come se fossero degli amici, la sua piccola famiglia e non soltanto il suo lavoro, un lavoro da fare.
Suo padre e sua madre avevano permesso questa sua curiosità e questa sua particolarità, anche se davanti agli altri Pratolini si sentivano un po’ a disagio e in imbarazzo. Comunque ci si poteva stare perché Lisetta aveva le più belle trecce verdi che si conoscessero nel raggio di molti Filamenti e anche dei Prati più prossimi.
I Pratolini, si sa, erano poco vanitosi, ci tenevano che i loro fili d’erba fossero splendidi, quello era il loro orgoglio e il loro onore. Lepri e conigli e gli altri animaletti del bosco sapevano bene dove andare a scegliere, dove trovare l’erba più splendente che invogliava a mangiare compiendo lunghi spostamenti dalle tane per trovare i fili lucidati con più cura.
L’unica ambizione che si riservavano i Pratolini erano le loro trecce verdi, le lunghe capigliature che maschi e femmine, grandi e piccoli portavano con i più elaborati intrecci, delle vere sculture che ogni Prato ornava poi con una particolare acconciatura che era anche il segno della loro appartenenza ad una comunità piuttosto che ad un’altra.
E anche i capelli venivano lucidati per renderli di un verde il più possibile simile a quello dell’erba: più verde e più lucente, maggiore il vanto.
Così quando a Lisetta successe anche quel fatto increscioso i genitori veramente provarono un tale imbarazzo da non riuscire a sopportarlo.
Ma cosa era successo?
Lisetta, come tutti i Pratolini, non usciva mai allo scoperto, mai lontano dai suoi fili che doveva curare e che con la loro ombra la riparavano dai predatori, dal freddo, dal caldo, da tutto quello che loro, nel loro minuscolo e basso universo, ignoravano e non conoscevano.
Ma ecco che un giorno si era trovata a guardare una nuvola con una strana forma che le aveva fatto venire in mente una nuova acconciatura e da lì’,  proprio da quella nuvola che lei stava fissando, senza che potesse prevederlo, era spuntato il sole.
Era rimasta senza fiato, avvolta da quella luce e da quel calore, non ce l’aveva fatta a spostarsi, dimentica di tutto, di chi era e di quello che doveva fare, si era abbandonata a quella sensazione senza preoccuparsi delle conseguenze, anzi senza neanche pensare che ci potessero essere conseguenze.
Il vento aveva poi spostato un’altra nuvola che aveva di nuovo coperto il sole e così si era come svegliata da quel sogno, tanto che non era più neanche sicura che fosse successo.
Ma una volta arrivata con aria assorta alla sua buca, dai suoi genitori, l’urlo di sua madre le fece intuire che qualcosa era accaduto e veramente.
-Cosa hai fatto ai capelli?- le chiese con aria sbigottita sua madre mentre stava arrivando anche suo padre.
Lisetta non capiva, non percepiva niente di diverso, neanche toccandoli.
-Sei stata al sole, lo hai guardato!- esclamò suo padre impallidendo.
Come potevano saperlo, cosa era successo ai suoi capelli? I Pratolini non hanno specchi, riescono a conoscere la loro immagine soltanto dopo i temporali, nel breve tempo in cui l’acqua resta nelle minuscole pozzanghere tra le zolle e intravedono qualcosa nelle gocce di rugiada che distribuiscono al mattino, instancabili, sui fili mentre li lucidano.
-Cosa ho?- chiese dunque ai suoi.
-I tuoi capelli sono del colore dell’erba secca, sono gialli! Orribili!- disse sua madre singhiozzando.
Lisetta restò senza fiato. Come poteva essere successo? Ma in realtà lo sapeva, il sole, quel calore, quella luce, come non averci pensato?
E ora?
Per prima cosa cominciarono a curarle i capelli, sua madre le fece molti trattamenti, creme, impacchi, ma non servirono a niente, il colore non tornava quello di prima.
Provarono anche a chiederle di tagliarli, sperando che sarebbero poi ricresciuti di nuovo verdi, ma per i Pratolini tagliare i capelli è una cosa proprio innaturale, come tagliare un prato invece che accettare che gli animali ne prendano la quantità giusta per la loro sopravvivenza, solo quella necessaria, senza sprechi. Per questo hanno quelle elaborate acconciature, perché i capelli sono una forma di ricchezza e di abbondanza, non si sciupano neanche quelli, proprio come i fili d’erba.
Che fare, allora?
Se ne rese conto solo un pezzo avanti, Lisetta, di quello che i suoi stavano facendo, perché tutto era cominciato impercettibilmente, come se fosse normale che accadesse così.
Iniziarono a darle dei compiti straordinari da fare proprio quando c’erano le Adunanze, le serate in cui i Pratolini si trovano tutti in cerchio, al chiaro di luna e le Pratoline più anziane raccontano le storie del mondo. Tutti adorano ascoltare ogni volta di come la pioggia venne a riempire la terra di vita e lasciò per nutrimento ai suoi abitanti piccoli fili di pioggia che col contatto con la terra si trasformarono, diventarono non più fugaci aghi di acqua, ma solidi e nutrienti fili verdi, fili d’erba. E si racconta sempre anche la storia degli animali che morivano di fame perché trovavano i fili d’erba secchi, aridi e incapaci di saziare fino a quando un piccolo popolo generoso aveva iniziato a prendersi cura del loro cibo, mantenendolo fresco e verde.
Lisetta si metteva sempre all’angolo con le Pratoline più giovani, ma negli ultimi tempi le capitava sempre più spesso di fare troppo tardi perchè sua madre o suo padre la trattenevano e le davano qualche lavoro da svolgere, dei fili d’erba intricati da sistemare, un pezzetto di terra da smuovere, o incombenze della loro buca, che fino allora non le avevano quasi mai riguardato.
Quando cominciò a rendersene conto era già un po’ isolata dagli altri, la si vedeva sempre meno, così che le voci sulla sua gialla capigliatura, invece di diminuire e normalizzarsi, aumentavano, sembrando al popolo dei Pratolini che insieme ai capelli chissà quale altra stranezza dovesse riguardare la nostra Lisetta.
In fondo, pensò, era giusto così: era meglio che se ne stesse in disparte, meritava di sentirsi strana e diversa, anche se era ogni giorno più triste, ma almeno questo lo doveva ai suoi genitori, che si erano ritrovati con questa strana figlia.
Un giorno se ne andò, come ormai continuamente le accadeva, tutta sola verso il suo quadrato di Prato, che si trovava ogni volta sempre un po’ più isolato da quelli delle sue amiche e degli altri Pratolini della sua età, quando ecco che le comparve davanti un’ape.
Non è insolito trovare api per i Pratolini, anche se in genere loro ronzano negli angoli coi fiori più sgargianti e più ricchi di nettare, mentre il lavoro dei piccoli lucidatori di fili d’erba avviene lontano da quelle zone, nei pascoli più alti e ombreggiati a ridosso delle  montagne.
Quando l’ape la vide fece con un piccolo volo un giro su se stessa che, tutti i Pratolini lo sanno, è il saluto ad un membro di un Popolo diverso dal proprio.
Lisetta si stupì e si girò a guardare se ci fosse qualcuno dietro di lei perché in realtà si stava abituando a considerarsi trasparente, a cercare di farsi notare sempre il meno possibile.
L’ape la guardava con aria curiosa, poi nel Linguaggio del Bosco, che è il sistema con cui si comunica tra specie diverse nel mondo dei Prati, le chiese -E’ stato il sole, vero?-
Lisetta avvampò di calore, come quando davvero il sole l’aveva illuminata, anche se insieme provò un grande imbarazzo e si sentì in colpa, scoperta nel suo misfatto, abbassò lo sguardo.
-Non dovevo dirlo?- continuò l’ape.
-Non è una bella cosa per noi Pratolini, avere i capelli gialli- rispose sempre con gli occhi bassi, perché altrimenti l’ape si sarebbe accorta che erano velati di pianto.
-A me piacciono invece: i fiori sono gialli mica verdi- rispose serena l’ape. -I tuoi capelli poi mi ricordano il sole, io li trovo belli.- continuò.
Allora Lisetta si trovò a ripensare a quel giorno, che lei aveva cercato di dimenticare, che aveva anche odiato, perché l’aveva guardato con gli occhi dei suoi genitori.
Sorrise e disse, quasi pensando ad alta voce -Sì, è proprio bello il sole e il suo calore è benedetto.-
L’ape se ne ronzò via e Lisetta se ne tornò pensosa al suo lavoro e più tardi alla sua buca.
Quella sera c’era l’Adunanza e lei decise di andarci.
Si avvicinò al cerchio e senza prepotenza, con naturalezza, si sedette vicino alle amiche, alle Pratoline più giovani.
Molti Pratolini la guardarono e le fissarono i suoi capelli gialli, ma la maggior parte fece finta di niente, molti non avevano il coraggio di affrontare l’argomento, altri semplicemente non pensavano che il colore di quei capelli riguardasse loro.
Da quel giorno si comportò come le sembrava giusto, di volta in volta, ma non si allontanò più dagli altri Pratolini, non si lasciò più escludere
Certo i suoi genitori continuarono a tentare di tenerla in disparte, non riuscivano a superare l’imbarazzo per quei suoi capelli e lei dovette subire ancora a lungo quei loro sguardi abbassati quando insieme incontravano altri Pratolini. Ogni tanto si sentiva ferita da questo.
Però poteva sopportarlo, li capiva, li perdonava, nei suoi capelli gialli loro vedevano solo una vergognosa diversità.
Lisetta invece, lo aveva imparato dall’ape, non lo aveva più dimenticato: dopotutto lei aveva guardato il sole.

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Pensavo, un concetto un po’ teorico, a quanto i bambini abbiano bisogno di una logica causa-effetto e di concetti legati a cose concrete, di quanto sia importante che possano incanalare su oggetti o comportamenti specifici, a cui poter dare un nome e un’immagine, le loro emozioni. Ecco perchè le punizioni sono un modo molto più semplice per loro per superare il senso di colpa rispetto ad un vago -così non va bene-.
Pensavo lo stesso delle paure, che se non circoscritte possono investire tanti aspetti della loro vita, invece se si ha paura di qualcosa, si può nominare, condividere, elaborare e sconfiggere.
Ecco perchè le fiabe sono sempre state piene di personaggi spaventosi, mentre sembra che oggi sia più facile, dappertutto, trovare la violenza, ma non la paura.
Quando raccontai questa storia, che è sul libro, un’amichetta di mio figlio, piangendo, mi chiese se esistesse davvero, mentre i miei figli e persino quella fifona di mia nipote, forse perchè l’hanno sempre conosciuta, non si sono mai spaventati, se non quel tanto che bastava, quando si nominava la Strega Mangiabambini.
Storia della strega Mangiabambini
Mia figlia per un periodo era un po’ sottopeso e magra magra. Dovevo spingerla a mangiare senza  creare tensione intorno alla questione cibo che si sa può diventare molto delicata. Infatti molte sue amichette erano già spaventate fin da allora all’idea di diventare “ciccione” e parlavano di diete e di dover dimagrire. Nel mondo delle fiabe invece il cibo rappresenta la ricchezza e l’abbondanza e segna sempre i momenti di festa. Inoltre essere mangiati rappresenta uno dei massimi pericoli perché chi ha fame è povero e soprattutto cattivo come gli orchi, i draghi, le streghe e i lupi. Ho preso in prestito uno di questi personaggi per farmi aiutare a combattere invece la paura di diventare ciccione, la Strega Mangiabambini, che spuntava fuori ogni volta che ce n’era bisogno. Non era una minaccia…  semplicemente un ricordare che esisteva, quando mia figlia cominciava a fare storie per mangiare.
-Lo sai vero che succede se non mangi? Ti ricordi chi viene? Allora devi sapere che esiste questa strega un po’ particolare, la Strega Mangiabambini.  Ovviamente se si chiama così, cos’è che farà questa strega? Brava! Lei mangia i bambini. Ma non qualsiasi bambino, è di gusti un po’ difficili e molto particolari… Ti piacciono le patatine fritte?  Bene, e quali sono più buone le patatine che scrocchiano sotto i denti o quelle un po’ mosce,  morbide morbide, che invece ti si attaccano ai denti come una gomma da masticare? Bene, ti piacciono quelle scrocchiarelle. Ecco anche alla strega Mangiabambini piacciono i bambini scrocchiarelli, cioè quelli che sono secchi secchi. Se lei vede una bambina, con certe braccia secche secche, certe gambine secche secche, allora le viene l’acquolina in bocca perché si immagina già  come scrocchierà bene sotto i suoi denti. Se invece vede una bambina che ha intorno alle braccia un po’ di ciccina, le gambe belle pienottine, allora sa già che questa bambina non scrocchierà come piace a lei e la lascia stare. Quindi tu che dici, cosa conviene fare per tenere lontana la strega Mangiabambini, mangiare e avere un po’ di ciccina, o non mangiare e diventare bambine scrocchiarelle?-
Così, mangiare diventava una specie di avventura. Mentre raccontavo, lei metteva in bocca il suo pasto e alla fine si faceva insieme. “Marameo!” alla cara vecchia Strega Mangiabambini.”

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Sono molto contenta quando mi date degli spunti di riflessione, sennò diventa quasi un parlarsi, anzi uno scriversi, addosso, grazie!
Rinforzare le ringhiere, bella faccenda, come si fa?
Mi piacerebbe sentirmi l’esperta che fornisce la ricetta magica, ma sappiamo bene che non funziona così.
Però un paio di idee mi sono venute.
Primo: non è una ricetta, ma è comunque un principio fondamentale, ma perchè si fa la ringhiera? Perchè si deve dire no? E perchè si educa?
Sembra ovvio, ma mica tanto, io mi son resa conto che non lo avevo così chiaro.
Perchè il nostro compito è di guidare i nostri figli verso l’autonomia, aiutarli a diventare cittadini del mondo e della vita.
E fare ringhiera, che ne è una grossa parte, è difficile faticoso e magari anche doloroso, ci si può davvero sentire dei mostri.
Coccoliamoci allora, invece che sempre giudicarci in questo ruolo: siamo limitati, siamo deboli, siamo umani! Però ci proviamo, anche quando siamo stanchi, confusi e ci sentiamo una barriera sottile sottile che vorrebbe lasciar passare e mollare, anche quando siamo una pessima ringhiera, siamo lì, non molliamo, lo facciamo come possiamo, usando tutte le nostre risorse. Questo conta.
Secondo pensiero: quando mio figlio se ne era andato col suo amichetto e io me l’ero perso, gli ho chiesto quale punizione al posto mio si sarebbe dato. Lui l’ha scelta, un intero mese senza tv, io ho approvato e lui l’ha rispettata, serenamente.
Ho compreso che crescendo i nostri figli devono sviluppare loro regole e loro principi, le loro ringhierine. Come si fa?
Un modo è quello di parlarci, da adulto ad adulto. Io per esempio oltre a far scegliere le punizioni, gli chiedo cosa faranno loro quando saranno babbi e mamme in quella specifica occasione con i loro bambini. Così imparano a mettersi nei nostri panni, a pensare da un altro punto di vista, cosa difficile per le capacità così concrete del pensiero infantile.
E poi anche essere sinceri, rivelargli quando non ce la si fa, -oggi mamma lascia stare perchè è troppo stanca,- o perchè non c’è tempo – ma tu sai che così non va bene.- Io lo dico piuttosto che far finta di niente, che tanto, figuriamoci, se non se ne accorgono.
Ogni tanto mio figlio nella sua battaglia amorosa col padre chiede a me di leggergli prima di dormire quando il padre glielo ha appena proposto e lui ha rifiutato. Le prime volte restavo interdetta, cosa fare?
Ora gli rispondo -Babbo te lo ha appena chiesto, i bambini devono stare con le mamme, ma anche con i babbi e io ora voglio fare un’altra cosa.-
All’inizio mica mi veniva facile, però era vero.

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Ebbene sì, mi è capitato, qualche settimana fa, all’ennesima bizza esasperante di mio figlio che a otto anni pretende di prendere da solo decisioni  che ovviamente non spettano a lui, l’ho mandato a letto senza cena. Mio marito non ha potuto che accettare la mia decisione per coerenza educativa e mia figlia ha cercato inutilmente di ricucire lo strappo, ma io sono stata irremovibile.
Si è messo il pigiama e se n’è andato a letto spaventato nei miei confronti, con il conforto del resto della famiglia.
Io poi sono andata a salutarlo, calma, spiegandogli che qualche volta bisogna, per imparare, rendersi conto che si è passato il limite e saper accettare le conseguenze.
Mi sono tolta dalla sfida, io ero la garante della regola, non si era ribellato contro di me, ma contro le cose che sapeva di dover rispettare, quindi, essendo grande e capace, contro  se stesso.
Sentivo che questo ragazzino, energico e determinato, competitivo e con una sorella più grande, estroversa ed esuberante, doveva, ogni tanto bisogna farglielo fare, perdere, non spuntarla.
E’ la solita ringhiera che se non è solida può solo disorientare.
Questa cosa di togliersi dalla sfida l’ho imparata sin dal tempo degli studi di psicologia dell’educazione. Ma non sapevo allora com’è viverlo sulla propria pelle di mamma.
Abbiamo sparecchiato e io e mio marito ce ne siamo andati subito a letto anche noi.
Non vi dico in che stato ero. Decisioni così grandi le prende quasi sempre il padre, io sono per le cose spicciole, quotidiane, ma questa volta no.
Sconsolata e tristissima mi sono resa conto che in genere le punizioni, quelle date in modo giusto, non per rabbia o esasperazione, mi danno sollievo e sono liberatorie, un’ancora di salvezza, perchè bloccano un comportamento, le bizze, per me  faticoso.
Ma quella sera ho scoperto che punire può significare anche soffrire, rinunciare magari a qualcosa di bello da fare insieme, vedere tuo figlio in difficoltà e non poter indulgere, stare dall’altra parte della barricata anche se vorresti andare ad abbracciarlo. L’amore non scappa dalla responsabilità.
La mattina, dopo, giorno di festa, mio marito già pensava che dovevamo fargli un regalo, coccolarlo in qualche modo. Mio figlio invece si è alzato e senza dire niente a nessuno ha apparecchiato sereno per la colazione.
Che sollievo! La ringhiera aveva funzionato.

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Ieri sono andata a Messa con i miei figli e un bravo sacerdote, lo ha ascoltato anche mia figlia, ci ha ricordato quanto è importante sapere apprezzare quello che si ha, è un modo di vivere e va coltivato. -Ecco io faccio nuove tutte le cose, non ve ne accorgete?- diceva la prima lettura.
Bisogna che sempre più impari ad accorgermene,  perchè mi viene più facile lamentarmi, brontolare, innervosirmi, specie con i miei figli, a volte mi sembra di usare la voce e l’attenzione soltanto per riprenderli.
Così è’ stato bello, una volta tanto, uscire dalla chiesa insieme commentando questa cosa, il sacerdote ci ha dato l’impegno di ricordare almeno una volta al giorno una cosa bella che abbiamo.
Io mi avvantaggio con uno scritto che trovai una volta e non so di chi sia, e una canzone, una di quelle che ci ricordano che se amiamo qualcuno,  “how wonderful life is while you’re in the world.”

“La felicità è contagiosa e necessaria. La felicità va coltivata.

Perchè è tanto difficile descrivere la felicità? Ci sono parole in abbondanza per l’angoscia, la disperazione, la sofferenza, e sono piene di vitalità. Ma la felicità ha pochi verbi fiacchi, aggettivi modesti, avverbi cadenti. Una descrizione della felicità induce il lettore a saltare i capoversi e spinge uno scrittore a sprofondare nella melassa.

Eppure, come possiamo ricordarla se non ne scriviamo? Riponiamo l’estate nella frutta in conserva, imprigioniamo l’autunno nel vino ricavato dall’uva che matura tardi, facciamo profumi con i fiori di primavera. In questo modo possiamo ricordare, sia pure in modo alterato, qualche essenza del momento.

Ma la felicità umana… tutte le parole per descriverla sono blande, come se fosse blanda anch’essa e come se fosse semplicemente un’assenza del dolore, mentre in realtà la felicità è solida, muscolosa e forte, ha tutti i colori dell’iride e un suono dolce come l’acqua che zampilla nel palazzo del faraone nel deserto, e il profumo della carne e della sua vita.”

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“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: -Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo-. Ed egli rispose: -Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole.” (Luca, cap.2, 46-49)
Giuseppe sfidò la Legge, e la sua vita di conseguenza, per accogliere  quel Figlio, che a dodici anni già si ribellò alla sua autorità. Quanto coraggio e quanto amore e che pazienza!
E i babbi, i papà che oggi festeggiano? Lo sanno quanto sono importanti?
“Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.”
Ma cosa succede lì nel mezzo, tra l’arco e la freccia?
Una piccola storia, perchè di piccole cose è fatta la vita, per gli archi babbi  e per tutti noi frecce vive che ci siamo passati.

Il biglietto

Emilia sentiva che era arrivata l’ora di spiegarsi e di tentare di riannodare quel filo che da sempre l’aveva legata al padre e che da troppo tempo si era spezzato.
Desiderava che lui fosse felice e fiera di lei, era la cosa che più voleva nella sua vita. O lo era stata fino a poco tempo fa.
Non che non ci fossero state altre cose per cui impegnarsi e dedicare tutte le sue forze. Ma per quella ragazza il saperlo fiero, orgoglioso e felice di lei e per lei donava un sapore a tutte le cose da affrontare nella giornata che altrimenti sapevano di grigio e lasciavano la bocca impastata
Per Emilia le cose che interessavano a suo padre avevano un valore prezioso: erano il canale per arrivare alla sorgente di acqua fresca e cristallina di quella approvazione che la dissetava come nient’altro nella vita.
Aveva cercato di assomigliargli e di riuscire in quello che lui amava: il suo adorato sport, il nuoto, lo sci, la corsa. Si era dedicata con tutta se stessa ad allenarsi, a migliorarsi e aveva delle possibilità, e comunque era già la sua campionessa, questo le era bastato.
Poi, quel giorno però, aveva sentito quella musica dolcissima e sconosciuta per lei fino ad allora.
Non voleva allontanarsi, tanto meno deluderlo.
Era solo successo che l’incanto di quelle melodie avevano fatto sgorgare un’altra sorgente, una nuova acqua che non sapeva potesse esistere dentro di lei. A quei suoni si era ritrovata a vibrare di una nuova essenza, a vivere in un altro modo. Come avrebbe potuto chiudere le orecchie e il cuore?
Ma suo padre amava il silenzio, quello che accompagnava negli spazi aperti i suoi sport, per ascoltare i suoni della natura e quelli cadenzati e regolari dei movimenti che i muscoli stessi producevano. Avrebbe compreso?
Eppure quel suo cuore di ragazza si era svegliato e da allora non aveva voluto chetarsi più: voleva danzare con quella musica, conoscerla e tenerla nel suo profondo.
E se anche questo aveva significato entrare in un linguaggio, quello delle note, finora a lei sconosciuto, e durare fatica e sentirsi goffa e disorientata, magari per diventare una mediocre o forse pessima cantante, e se anche aveva dovuto abbandonare lo sport, gli allenamenti, le corse e le sfide, e sopportare il sapore del grigio e della bocca impastata, non era potuta tornare indietro.
Non aveva voluto, nè saputo fingere di non aver ascoltato, di non aver vissuto i cambiamenti avvenuti in lei.
Suo padre ne aveva sofferto, lo sentiva, era rimasto deluso per se stesso, e soprattutto per lei.
Ma la strada di Emilia era stata segnata e le sue energie e gli sforzi indirizzati al mondo dei suoni, alla melodia e all’armonia: con la voce esprimere i colori della vita.
Uno studio difficile e impegnativo, che non le aveva risparmiato delusioni e sconforto, sentirsi scoraggiata e triste quando otteneva scarsi risultati anche con un grande impegno, per poi trovarsi all’improvviso sollevata dai suoni sopra l’arcobaleno nel più azzurro del cielo.
Un minuto di volo allora poteva valere mille ore di sforzi e sacrifici, il costruire, la pazienza e la fatica perché sapeva che poi era là che sarebbe arrivata.
Per seguire la sua strada si era allontanata da lui, non per abbandonarlo, o per deluderlo, neanche per ribellarsi.
Aveva creduto di potergli stare sempre accanto, di diventare come lui, invece aveva scoperto che amare non vuol dire essere uguali, desiderare le stesse cose, neppure volendolo.
In quel fatidico giorno Emilia non sapeva se suo padre avrebbe compreso e apprezzato, magari si sarebbe invece irritato: lui certo non aveva desiderato e di sicuro mai immaginato di vederla così.
Eppure lei voleva tanto averlo accanto col suo sostegno, o anche solo con la sua presenza, anche piena di silenzio e di imbarazzo.
Perché, lo sapeva bene -sia che tu illumini col calore che il tuo cuore irradia nel mio lo spazio davanti a me, sia che siano altri gli occhi che mi seguiranno in questa giornata, la musica ci avvolgerà tutti e ci porterà dove vuole lei, nel luogo che ci ha riservato.-
Per questo sperava, desiderava e sognava davvero che lui venisse.
Tutte questi insoliti e laboriosi pensieri le vennero alla mente mentre scriveva quelle semplici parole:
“Caro papà mio,
ti mando il biglietto di invito per averti oggi con me al mio primo concerto.
Ti aspetto. Ti voglio bene.
Emilia”

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A volte anche capire male qualcosa può far riflettere. Ero in macchina e alla radio c’era una canzone di Mario Biondi che secondo me si intitolava Belonging, appartenere, invece alla fine hanno detto il nome giusto Be lonely, cioè essere soli.
A parte il mio inglese, mi ha fatto riflettere l’accostamento: appartenere ed essere soli.
Mi son detta che in fondo ognuno di noi ha bisogno di trovarsi nella linea che va tra questi due estremi.
Ognuno ha bisogno di appartenere, ad un ambiente, ad un gruppo, ad un contesto, ad un progetto.
Pensavo all’emigrante che parte e se ne va e vive da solo, mandando i soldi a casa, perchè è a quella vita che lui appartiene. Oppure a quando ho lasciato i miei e me ne sono andata da sola a Roma all’Università, perchè appartenevo ad un progetto, quello di compiere miei studi. Ma anche perchè avevo bisogno di essere sola, di staccarmi dalla mia famiglia, di fare una nuova esperienza.
Ecco, pensavo come ognuno di noi deve avere il suo spazio dentro l’ambiente a cui appartiene, per non sentirsi annullato, per poter, quando vuole, sentirsi solo. Fino a qui è certo difficile, bisogna “revisionarsi” spesso, non adagiarsi come la famosa poesia di Neruda.
-Ma come genitori?- mi son chiesta.
Dobbiamo esserci, ma lasciare ai nostri figli lo spazio, essere la ringhiera, ma sarà sufficiente?
No, perchè poi c’è il nostro appartenere a loro e il nostro bisogno di essere soli da loro, trovare un equilibrio tra le nostre e le loro esigenze.
Mio figlio mi cerca fisicamente troppo, specie quando sono stanca e avrei bisogno di spazio, mentre racconta poco di sè, mia figlia se ne sta sempre per conto suo, comincia ad appartenere ad altro, e a volte mi intristisco, mi cerca solo per raccontarmi di lei.
Appartenere o essere soli, belonging or be lonely, tenere o mollare?
Devo dire la verità, come mamma per me tenere è faticoso, ma mollare, non chiedere a mio figlio, lasciare andare mia figlia è più difficile.
Ma ho scoperto una cosa, che se nel cuore veramente tu appartieni e senti che qualcuno ti appartiene, allora lo spazio si allarga e diventa più facile mollare.
Perchè la vera paura, che se ne sta nascosta laggiù, nel mio più profondo, è che mollare diventi abbandonare, paura di abbandonare e di essere abbandonata come mamma, come figlia, come moglie, amica, insomma come persona vulnerabile, con sentimenti, bisogni, emozioni che un po’ si mostrano, un po’ imbarazzano e a volte riescono a spuntare fuori anche grazie al titolo poco chiaro di una canzone.

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