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Archive for aprile 2010

Lo so che dovrei essere fiera e orgogliosa e grata per questa opportunità che mi viene data e che casca a fagiolo con il mio desiderio di cominciare a lavorare come psicologa colorata, ma io faccio sempre fatica a propormi direttamente e mi imbarazza dire- venite e vedere-.
Però quando parlai con Elisa, la mia Samira, e le raccontai dell’idea che avevo di scrivere le storie che avevo inventato ai miei figli per fargli fare le cose, e le dissi che non sapevo come, non sapevo quando, che mi imbarazzava scrivere un libro, lei, con due figli, mi rispose -non vorrai tenerti tutto per te?- tagliando così le gambe al mio pudore e forse anche orgoglio e compresi che tra l’ostentare e il nascondere esiste anche il condividere.
Se qualcuno vorrà condividere venerdì prossimo con me, io da parte mia, non terrò tutto per me.

In collaborazione con l’ Associazione “Amici della Biblioteca di Monteriggioni”
Biblioteca Comunale Di Monteriggioni Via XXV Aprile, 38 Castellina Scalo

Venerdì 7 Maggio 2010 ore 21.00 presso i locali della Biblioteca
Presentazione del libro
“Storie per fare le cose”
di Caterina Comi
Un modo facile e coinvolgente per dare
risposte alle “difficoltà” dei genitori
Introduzione dell’ autrice
Letture di brani di Monica Migliorini
Laboratorio per i genitori
Info: Biblioteca Comunale di Monteriggioni: tel. 0577 304163

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Questa storia è nata da una riflessione sul valore della solitudine.

Nel cerchio

“Pietro faceva la quarta elementare e fino a quel giorno aveva odiato l’intervallo e il dopo pranzo, non sapeva mai dove stare. Finchè c’era scuola tutto andava bene. Poi…Avrebbe voluto giocare con Marco, il più bravo a correre e a calcio, ma non voleva essere il secondo, quello che arrivava sempre dopo.Sarebbe stato meglio giocare con Luca? Era meno bravo di lui, avrebbe sempre o quasi vinto, ma era troppo facile. Oppure Valentino, che ti chiedeva sempre di giocare? No, lui in fondo voleva decidere da sé.
Così rimaneva sempre indietro, lontano da loro. Allora si trovava qualcosa da fare, guardava le formiche, le nuvole, ci metteva una  vita a mangiare la colazione. Però doveva stare attento sennò finiva a guardare Luca e Marco o capitava vicino a Valentino che aveva quel brutto vizio di invitarti.
Avrebbero capito e non voleva: anche a lui piaceva giocare, si sentiva solo.
Luca stava sempre in porta. Lo sapeva che ce lo mettevano perchè non era veloce a correre e neanche bravo a tirare e poteva anche andar bene. Però lui voleva andare avanti, sognava di fare goal. Marco e Valentino erano così sicuri e decisi, non ce la faceva a dirglielo. Quanto avrebbe voluto essere come loro, non come era lui. Si sentiva diverso e solo.
Valentino chiedeva sempre agli altri di giocare, ma nessuno mai invitava lui: forse non lo volevano? Non aspettava, era sempre lui a organizzare, a mettere su le partite, ed era sempre il capitano, ma la sua diventava sempre la squadra perdente, quella degli scarti. Giocava giocava, ma si sentiva solo.
Marco era stufo di giocare sempre a calcio. Gli sarebbe piaciuto andare a caccia di formiche, o magari starsene lì tranquillo a mangiare la colazione e guardare le nuvole. Ma gli altri avrebbero riso, lui era il più bravo, faceva più goal di tutti. Avrebbe voluto esser solo.
Quel giorno la maestra ebbe una strana idea: chiese di fare un gioco diverso nell’intervallo, ognuno avrebbe dovuto cambiare le proprie abitudini.
Valentino non sapeva cosa chiedere.
Pietro era terrorizzato.
Marco era contento.
Luca eccitato.
Arrivarono le femmine, presero tutti per mano e iniziarono a giocare allo sculaccione.
All’inizio ci volle la presenza della maestra per farli stare. Poi si scordarono di tutto: dei bambini delle altre classi, della maestra, della campanella. Si sentivano soli nel cortile.
Valentino poteva aspettare, prima o poi sarebbe toccato anche a lui: era nel cerchio, con gli altri.
Pietro sapeva che avrebbe gareggiato con Marco, lo avrebbe certo battuto, era felice, era nel cerchio.
Luca si sentiva tutto emozionato: era per mano con Margherita, gli batteva forte il cuore.
Marco si divertiva come non mai, nessuno vinceva o perdeva a quel gioco, erano tutti insieme, nel cerchio.
L’intervallo volò.
L’insegnante se ne stava seduta sul muretto in disparte, controllando con la coda dell’occhio gli scolari, che per il momento se la cavavano senza di lei.
Pur tra le grida e gli strepiti e la responsabilità, era un momento tranquillo.
Guardò il cielo azzurro e si stiracchiò rilassata: si sentiva quasi sola”.

 

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Ci sono momenti in cui vorresti qualcuno per dirti che va tutto bene, che ce la puoi fare, che anche se ti senti stanca e svuotata, sperduta, riuscirai a ritrovarti, perchè in fondo vai bene così, sei in gamba, sei anche brava e puoi essere orgogliosa e grata di te stessa. Ma forse proprio in quei momenti nessuna voce riuscirebbe a convincerti del tutto che è vero e a nessun altro potresti dar retta se non alla voce del tuo cuore, che magari ha bisogno solo un pochino di riposo, di calma e di quiete.
Per coloro che hanno conosciuto questa sensazione e che  forse la conosceranno ancora, affinchè la voce che consola, da ovunque provenga, si stenda sopra il loro e il mio cuore come “un ponte su acque tempestose“.

“Quando sei giù
E ti senti piccola
Quando hai le lacrime nei tuoi occhi
Io le asciugherò tutte
Sono dalla tua parte
Quando i tempi diventano duri
E amici semplicemente non ne trovi

Come un ponte su acque agitate
Io mi sdraierò vicino
Come un ponte sulle acque agitate
Io mi sdraierò vicino

Quando sei giù di corda
Quando sei sulla strada
Quando la sera arriva così dura
Io ti darò conforto
Io sarò dalla tua parte
Quando arriva la oscurità
E la paura è tutta intorno

Come un ponte su acque agitate
Io libererò la tua mente
Come un ponte sulle acque agitate
Io libererò la tua mente

Dispiega le vele ragazza d’argento
Dispiega le vele
E’ il tuo tempo di risplendere
Tutti i tuoi sogni sono sul loro cammino
Guarda come risplendono
Se hai bisogno di un amico
Io sto navigando proprio al tuo fianco

Come un ponte sulle acque agitate
Io libererò la tua mente
Come un ponte sulle acque agitate
Io libererò la tua mente

When you’re weary, feeling small,
When tears are in your eyes, I will dry them all;
I’m on your side. When times get rough
And friends just can’t be found,
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.

When you’re down and out,
When you’re on the street,
When evening falls so hard
I will comfort you.
I’ll take your part.
When darkness comes
And pain is all around,
Like a bridge over troubled water
I will ease your mind.
Like a bridge over troubled water
I will ease your mind.

Sail on silvergirl,
Sail on by.
Your time has come to shine.
All your dreams are on their way.
See how they shine
If you need a friend
I’m sailing right behind.

Like a bridge over troubled water
I will ease your mind.
Like a bridge over troubled water
I will ease your mind. (Simon and Garfunkel, Bridge over troubled water)

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Ci sono momenti in cui hai la sensazione che un percorso è stato compiuto e una fase della tua vita finisce per schiudersene un’altra che ancora non conosci e non sai come si svilupperà.
Dopo anni finalmente mi sono riconciliata con il mio essere psicologa, come già ho accennato.
Le cose stanno cambiando e presto ve ne parlerò.
Intanto mi è tornata alla mente la storia che scrissi per l’ultimo incontro del mio gruppo al corso per diventare psicoterapeuta.
Finivo e iniziavo, come ora, come capita continuamente nella vita, tra gatti, prosciutti e colline fiorite.

Il viaggio del vascello

C’era un vascello che navigava in mezzo al mare.
Era bello, di legno tutto lucido, con le vele grandi e bianche spiegate al vento, e con le corde grosse, tese e sicure.
A bordo di questo vascello ci stavano 40 passeggeri, piccoli ometti che quasi si sperdevano sopra il ponte a guardare l’orizzonte, sporgendosi dalle balaustre di legno.
Un giorno, mentre navigavano, cominciarono a spuntare da chissà dove tanti gatti, morbidi e miagolanti, che venivano a sfregarsi ai piedi dei passeggeri.
Facevano un gran rumore tutti insieme e poi, come nutrirli?
Il vascello non aveva così tanti topi e certo se li erano già mangiati tutti.
Così i passeggeri erano preoccupati, anche perché non sapevano da dove sbucavano questi gatti.
Ad un certo punto qualcuno di loro cominciò a fissare uno dei gatti negli occhi, e il gatto lo rifissava. E si fissavano immobili a vicenda.
Piano piano cominciarono tutti a fissarsi, 80 occhi di passeggeri che fissavano 80 occhi di gatto. E a mano a mano che si fissavano, i gatti cominciarono a sbiadirsi, diventarono trasparenti e alla fine scomparvero.
A forza di fissarli i gatti non c’erano più e quando rialzarono lo sguardo si accorsero che i loro occhi di passeggeri ora erano diventati diversi, ognuno aveva gli occhi del gatto che aveva fissato e con occhi stupiti, ma di gatto, si guardavano l’uno con l’altro.
Proseguirono il viaggio tra le onde ed ecco un altro avvenimento.
Cominciarono a spuntare prosciutti, grandi prosciutti crudi, da tutte le parti.
Inciampavi in una tavola ed ecco che sotto scoprivi un prosciutto.
Alzavi il coperchio di una botte ed era piena di prosciutti, aprivi l’armadio e i prosciutti ti cascavano addosso.
Insomma prosciutti ovunque, a non finire.
All’inizio erano contenti i passeggeri, anche se smarriti. Poi però capirono che non potevano mica mangiarne molto perché il prosciutto mette sete e l’acqua era limitata.
Decisero così di metterli giù nella stiva per venderli o mangiarli alla fine del viaggio, ben stagionati. E trasformarono la stiva in una cantina di prosciutti.
Ma non era mica possibile, la quantità aumentava di giorno in giorno, lo spazio e il peso dei prosciutti toglieva posto ad ogni cosa.
Se avessero continuato così avrebbero presto naufragato. Dovevano disfarsene.
Salirono tutti sul ponte, con i prosciutti, per gettarli in mare.
Ma nessuno trovava il coraggio di farlo. Erano lì, immobili, sospesi, non riuscivano a pensare che i prosciutti si dovessero gettare via così, come bucce di mela o foglie di insalata marcia.
In quel silenzio, finalmente due passeggeri si guardarono, fecero un gran sospiro, annuirono e insomma, chiusero gli occhi, girarono la testa e lasciarono cadere i benedetti prosciutti in mare.
Ma quale prodigio immediato avvenne! Appena entrati dentro l’acqua, prima ancora di andare a fondo, uscirono subito, trasformati due gabbiani che salirono alti nel cielo e girarono in tondo sopra il vascello.
Allora anche gli altri passeggeri cominciarono a lanciare i prosciutti e il cielo si riempì di ali bianche, di piume soffici e le goccioline d’acqua brillavano al sole. I passeggeri erano così contenti che non si tennero neanche un prosciutto per la merenda, preferivano che diventassero invece gabbiani.
Erano così felici, sollevati e spensierati, che si misero a danzare leggeri sopra il ponte intrecciando le mani e battendo i piedi a ritmo sul legno che risuonava.
E ogni volta che intrecciavano le mani e battevano i piedi spuntavano dall’aria tante farfalle azzurre, verdi, gialle.
Il vascello si riempì di farfalle e mentre danzavano il ponte cambiò piano piano colore finché si accorsero che non erano più su un vascello in mezzo al mare, ma sopra un prato fiorito, insieme con le farfalle, in cima ad una collina da cui si vedevano tante altre colline e paesi laggiù in fondo.
Capirono che il loro viaggio era terminato. Finalmente erano arrivati.

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Ieri sono andata al cinema con mio marito e mio figlio a vedere il nostri primo film in 3D, pieno di battaglie, effetti speciali, mostri e combattimenti, un grande videogioco, pieno di azione e senza nessuna emozione.
Così siamo usciti con gli occhi pieni di immagini e il cuore vuoto, al massimo colmo di noia. Il bello è che era pieno di ragazzi, ognuno col proprio occhialino, ognuno convinto all’uscita di aver visto un bel film, di essersi divertito, ognuno con gli occhi pieni e il cuore sempre più lasciato lì da solo, senza qualcuno che gli parli. Come potranno imparare a trovarlo, a tessere i fili che permetteranno loro di scoprire che cosa lui vuole e desidera per essere felice? Mi è tornata in mente questa frase di Benigni, “L’anima ha bisogno di essere nutrita come il corpo. Quando mangi scegli le cose migliori, no? E invece alla nostra anima viene data tutta spazzatura, continuamente”.
Sono contenta di impedire, anche quando glielo impongo, ai miei figli la tv, il computer i video-giochi, oltre un certo tempo.
Magari si annoiano, magari mi odiano, magari aumenta la loro voglia di stare appena possibile comunque davanti ad uno schermo, ma almeno per quello che posso, cerco di sgombrargli gli occhi.
Magari così, almeno un pochino, trovano i loro cuori.

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Da sempre ho avuto una gran passione per .. i piedi dei bambini. Mi sembrano miniature, non so che effetto mi fanno che non sia lo stesso per le mani o le braccia, i piedi dei bambini  sono perfetti come quelli degli adulti eppure minuscoli, è proprio una cosa così, viscerale.
Con i piedi di mia figlia e mia nipote d’estate al mare giocavo sempre a farci il telefono, digitando sui tasti-dita e parlando poi con la pianta-microfono, mettendole in posizioni scomodissime per tenere i piedi vicino al mio orecchio e facendogli, parlando, il solletico con loro grande divertimento.
Oppure li usavo come coni gelati e ci mettevo sopra i gusti e poi facevo finta di mangiarli come una cannibalessa, ma con gran soddisfazione delle mie vittime..
Anche ora quando incontro bambini e bambine piccole gli guardo sempre le scarpe e gli faccio i complimenti per come sono belle e da grandi e loro ogni volta allungano le gambine e sollevano i piedini per mostrarle orgogliosi.
Si sa, da piccoli le scarpe sono spesso molto amate e devo dire che con i miei figli il loro acquisto è sempre un avvenimento, vanno misurate, bisogna camminarci, non è come con i vestiti.
Anche da grandi, però.. Ho conservato le prime scarpine numero 17 rosse e blu di mia figlia mentre le ultime, scomode, brutte, ma di moda, color fucsia di panno, che ha uguali alle sue due amiche del cuore, no, si dice, migliori amiche, che dopo un anno finalmente ha comprato, sono ormai il numero 40.
Per fortuna c’è mio figlio. Quando lo metto a letto io, gli do i bacini sui piedi, per poi discostarmi fintamente disgustata dicendogli che fanno un gran puzzo, e lui ride soddisfatto e me li riavvicina al naso.
Ma la capacità dello sguardo dei bambini rimane insuperabile.
Un giorno il figlio di un’amica prese i piedini nudi del fratellino e li fece con delicatezza e precisione combaciare pianta a pianta.
-Cosa fai?- gli chiesi incuriosita.
-Volevo vedere se erano uguali- mi rispose.

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Mia figlia dodicenne, già nel pieno ruolo della sua preadolescenza, tanto da rispondere al padre che le ha chiesto una volta perchè risponde sempre bruscamente -perchè sono adolescente!- vive in funzione del computer: i suoi video musicali, i suoi telefilm, i suoi giochini e soprattutto il suo muretto virtuale, il mezzo per chattare con gli amici. E come la maggior parte delle ragazzine della sua età dice un sacco di parolacce, in continuazione.
Io però non voglio rinunciare al mio romantico sogno di vederla come una principessa, la mia, e le ho categoricamente vietato, a lei e ai suoi amici quando vengono in casa nostra, di pronunciare qualsiasi termine che vada oltre “sciocco” o “idiota”, e purchè non sia rivolto a nessuna persona direttamente, sennò neanche quello.
In realtà quello che desidero è che rimanga in lei la capacità di distinguere tra il suo mondo, dove ormai è automatico comunicare, tra parolacce e abbreviazioni, come dei marziani sboccati, e il mondo degli adulti e delle relazioni dove pretendo che mantenga l’abitudine di parlare in modo rispettoso, non solo ovviamente nei termini.
Lei si lamenta, ma lo accetta perchè, anche se non lo ammette, credo che comprenda il mio obiettivo.
All’inizio della prima media al suo primo -mamma mi hai rotto- la spedii in camera sua in punizione per il resto del pomeriggio.
Ora ovviamente le sequestro il computer.  E lunedì sera gliel’ho tolto per un’intera settimana. E soffro adesso insieme a lei e per me, mi sento in colpa, sarò esagerata? Mi odierà? Si allontanerà da me?
Mi consolo giocando a carte con mio marito e mio figlio, che a otto anni ha appena  imparato entusiasta scopa e rubamazzo e le partite si sprecano. Solo che vince sempre il mio bambino e ieri, sottovoce, mio marito mi ha confidato che lui lo fa vincere.
Accipicchia! Io veramente no!
Meno male che ho imparato che per essere mamma è importante avere altri serbatoi dove attingere la propria autostima, sennò..

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