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Archive for giugno 2010

Eccomi qua, compito fatto.
Con pazienza e un po’ di tempo, come da richiesta, o quasi, ho guardato tutti i pensieri scritti in questo spazio e ho raccolto sotto un’unica categoria le parole che riguardano mia figlia, la mia primogenita, la ragazza, tredici anni a settembre.
Subito dopo aver pubblicato il libro, con la sua prima media inoltrata, le ripetevo spesso che ormai le storie per fare le cose per lei non andavano più bene, che avrei dovuto scrivere un’altro libro e soprattutto trovare nuove soluzioni.
Perchè si possa crescere insieme, perchè l’amore prevalga sempre sulle tensioni, sulla paura, sulle incomprensioni, sulla rabbia e la frustrazione.
Tutti ingredienti poco gradevoli eppure indispensabili perchè lei si stacchi dal mondo dell’infanzia ed impari a fare a meno del mio intervento, del mio riferimento, del mio aprirle le strade e buttarsi, provarci, entusiasmarsi, allontanarsi e avvicinarsi altrove, lontano da me.
Come un cantiere aperto con il nastro rosso e bianco dei lavori in corso e non mi fido di quei ragazzi che non discutono, con cui non c’è mai conflitto nè tensione, non si costruisce senza cambiare, senza rinnovare, deve essere permesso anche distruggere, buttare via il vecchio.
Il meglio che io possa fare è stare su questa giostra e farne parte, accettare questa nuova sfida e avventura, sbagliando, sempre, comunque, nonostante lei e le sue qualità, contro di lei, insieme a lei. Quanto ancora ho da sbagliare con mia figlia, siamo appena agli inizi, quanta meravigliosa fatica dovrà ancora sudare e quanta ne farà durare a me, che ho intenzione di stare ben abbarbicata al bordo della sua vita, là dov’è il mio posto, continuando, tra litigi e confidenze, a raccontarvi del modo in cui, io come mamma, lei come persona, queste due Piccole donne crescono.

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Se la prossima domenica non andrete come me ieri a prendervi la vostra razione di mare e di sole, augurandovi di non trovarvi poi come me il giorno dopo pienamente frastornata che ancora non so se sono contenta di esserci stata o no, visto la fatica del preparare e spreparare e se siete nei paraggi di Poggibonsi (Siena) ecco l’ennesima occasione per conoscerci e per giocare insieme grandi e piccini con le mie storie, insieme ad un’amica e collega questa volta e con le emozioni e la fantasia, come sempre.
Questa volta sono riuscita a mettere anche l’immagine..

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E’ bello vedere che l’estate suscita tante emozioni, ci appartiene, a ognuno a modo suo.
Mi hanno colpito le voci fuori dal coro, tanto che sono andata a rivedermi quell’inizio di storia che un giorno Michela mi chiese, lo so, e che parte proprio da lì. E ho scoperto che la nostalgia, anche nelle storie, cambia i miei ricordi o almeno il loro sapore.

“Il paese di case bianche, nate tutte insieme negli anni settanta per creare la zona turistica e balneare distava sette chilometri dal vero paese di mia mamma, quello antico, vicino all’Aurelia, perla della civiltà etrusca poco distante da Roma.
Sarà iniziato da lì il mio sentirmi antica e fuori luogo? Le case e i giardini vicino al mare, posto di vacanze e alla moda, per giovani e ragazzi spensierati in giro con la bici, uno pedala, l’altro dietro in piedi, tutto il giorno liberi, in costume e zoccoli, io invece vincolata alla cinquecento bianca con gli interni in pelle rossa di mia mamma ed ai suoi orari, quando poteva portarmi al mare. Mio fratello aveva la sua vespina bianca cinquanta e per lui stare al mare era un’occasione per essere ancora più libero e autonomo, la sua avventura di andarsene da solo.
Ma io?
Io che venivo dal paesino della Toscana, con il mio accento diverso e la “c” aspirata in mezzo a tutti quei ragazzi e quelle ragazze, più grandi di me, disinvolti e con l’accento romano e le loro battute, mi sentivo un dinosauro.
In più, ero distante, ero più piccola, Toscana e grassoccia. Non ero mica obesa, ma certo i miei rotolini sulla pancia quando stavo seduta sulla sabbia arrivavano a tre, invece di quegli ombelichi piatti che sembravano piccoli pozzi nel deserto.
Non ce la potevo fare, la mia autostima, la sicurezza e fiducia in me stessa non erano tali da reggere questi svantaggi, così annaspavo dietro alle mie tre amiche, le uniche con cui mi sentissi almeno di espormi un po’, ma in realtà non mi sentivo del gruppo, ero solo una clandestina, almeno ai miei occhi.
A ripensarci ora, come ci stavo male, con quanta fatica, eppure adoravo andare al mare, l’estate, le vacanze.
Saranno stati gli zii, la nonna e i cugini, che compensavano i miei sforzi, o la sabbia bruciante, ferrosa, nera e caldissima, i tramonti sul mare, l’atmosfera carica di scherzi e musica, e il mio desiderio comunque di appartenervi.
Maurizio era il mio idolo, biondo e riccio, alto e snello, con un dente davanti un po’ rotto che gli dava un aspetto caratteristico e un po’infantile. Me lo ricordo in costume, in giro scalzo in bicicletta, disinvolto e scanzonato, mostrava tutto quello che non avevo io, sicurezza di sé e ironia, un po’ bighellone, un po’ snob, insomma a me sembrava una via di mezzo tra Fonzie e Richie Cunningam, e più un personaggio che un ragazzo come tutti noi.
Abitava con i genitori e il fratello nell’altra parte della villa bifamiliare dove viveva mia zia. Di di fronte invece ci stava la mia amica, quella con cui stavo di più, forse perchè vicina di età, aveva soltanto un anno più di me, forse perchè anche lei non era certo inserita nel gruppo. Ma a differenza di me lottava contro questo destino con testardaggine e sembrava non soffrire e forse neanche accorgersi e dare peso al suo non essere popolare.
Ricordo affascinata le sue tre cugine che ogni tanto venivano a trovarla e che avevano tutte quante i nomi composti con il nome Maria dentro, mi sembravano delle principesse.
Poi c’erano i cugini di mio cugino, Diego dell’età di mio fratello e sua sorella, che aveva invece e finalmente la mia età, che venivano a stare da lui durante l’estate perché orfani di padre e la mamma aveva uno di quei negozi nella periferia romana che non chiudevano mai e vendevano casalinghi e un po’ di tutto, con l’odore di plastica delle tinozze e delle ciambelle con la paperella, niente braccioli allora, insieme a quello di detersivo delle scatole di Scala.
…”
Maurizio, mio marito, Maria e Diego, i nomi dei miei figli, sarà tutto un caso?

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Certi anni valgono minuti e certi minuti valgono anni.
Piccole decisioni prese magari mentre guardi alla finestra o mentre pulisci il lavandino del tuo camper.
Ti stai preparando per un’altra estate, una nuova stagione di mare e di vacanze, che resterà nel cuore dei tuoi figli come tu porti dentro le tue, quel mondo che come un rito si apriva col caldo e col sole, sempre uguale, eppure è durato per pochi anni, ma che nel ricordo è rimasto indelebile.
E invece è il turno dei tuoi figli, sarà per loro, anzi lo è già, che questa estate si schiuderà riversando come un cesto abbondante  le delizie che le vacanze portano con sè.
Le mie vacanze da mamma non riescono ad avere quel sapore di meraviglia, di attesa e impaziente speranza dell’adolescenza. Magari la rimpiango, però, però invece che immalinconirmi mi ci posso anche adagiare e rilassare, forse è il tempo del raccolto.
Posso anche pensare, sentire, di far parte di qualcosa che continua, che io stessa contribuisco a costruire, che fluisce anche attraverso di me, che la mia vita si evolve nell’abbondanza e piena di affetti, magari anche pulendo un lavandino o dando un’occhiata ai campi di grano che, forse come me, stanno maturando.

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Ecco un nuovo finale per la storia de il coniglietto e la bambina:
“Nel finale il “mio” coniglietto assiste indignato al litigio sorto tra la principessa e la bambina, e sbotta: “Ma insomma!! Non mi chiamo né Tippi né Gluck! Io sono Gigio e sono stufo di trainare la carrozza di questa principessa megalomane per due lire, o di essere trattato come una bambola da questa bambina sola e viziata in cambio di un paio di carote! Ho anch’io il diritto di fare la mia vita, di vivere da coniglio tra i conigli!”
Si infilò in testa il cappello e, sbattendo la porta, se ne andò, finalmente libero.”(Lucida follia)
Che ventata di libertà! Un vero sollievo.
In effetti le fiabe, che risentono dell’ambientazione medievale e comunque antica sono sempre piene di stereotipi e ruoli ben definiti, e anche questo ha una sua importante funzione, perchè insegna a districarsi tra quelli che nella vita comunque si devono affrontare.
Però che bello ogni tanto lasciar perdere tutto e andarsene da un’altra parte, anche se dopo continuando a raccontare del coniglietto Gigio è probabile che incontrerà altre limitazioni e altri stereotipi da gestire.
Ma forse no. Mi è venuto per esempio in mente Pippi Calzelunghe, un personaggio che ha rotto, come Pinocchio prima di lui con gli stereotipi del suo tempo vivendo fantastiche avventure, sempre fuori dagli schemi.
Dovremmo immaginare e scrivere le avventure di Gigio, magari provo anch’io, chissà che non ci faccia bene..

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Prova a dire ad una figlia di quasi tredici anni, nel 2010, che l’uomo è cacciatore e la donna è preda. Non solo ti ride in faccia, ma non potrà, almeno la mia, trovare nessuna utilità e collegamento con la sua esperienza e la sua vita. Eppure l’aggressività e la disinvoltura non la renderanno più sicura di sè davanti al complimento di un ragazzo e soprattutto con i suoi sentimenti quando si sentirà attratta da qualcuno.
Ne sono convinta, non c’è passività da preda nel comportamento femminile, ma strategia sottile e delicata proprio come nell’andare a pesca. Bisogna lanciare un’esca ed essere convinte del suo valore e attendere, non passivamente, ma controllando ogni tanto, rincarando la dose. Noi così, almeno succede a me anche dopo anni di matrimonio, ci divertiamo, ci sentiamo seduttive e preziose e femminili.
L’uomo, il maschio, il ragazzo, l’oggetto dell’interesse, se lo desidera, se saprà entrare in sintonia, se sarà capace di vedere si farà pescare, altrimenti ogni altra manovra sarà vana perchè, come sempre dico a mia figlia, i sentimenti vanno dove devono andare e affannarsi non cambierà le cose. Ciò che davvero ci rende attraenti è il nostro stare bene e mostrare la nostra vitalità, la nostra parte più spontanea e autentica, i nostri colori, anche quelli scuri se son veri, il nostro frizzantino.

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Mentre io mi occupo delle mie storie e dei miei laboratori mia figlia, ormai sempre più vicina ai suoi tredici anni, in tre giorni di campo solare in parrocchia si è già innamorata contraccambiata di un sedicenne che lei chiama solo per cognome e ieri pomeriggio, tramite internet come oggi si usa, ha ricevuto la sua proposta.
Il tutto davanti ai miei occhi attoniti che seguivano lo schermo, che lei stessa mi aveva chiamato visto che come me non può fare a meno di condividere quello che vive. Così oggi se ne starà lì tutto il giorno, fuori dalla mia portata e da quella del suo per questo agitatissimo padre, rimangono solo gli occhi di un fratellino che ha già detto che lui ha da giocare.
Ieri sera non sapevo che raccomandazioni farle. Lo bacerà? Si metteranno insieme? Si risolverà tutto in un biccher d’acqua, come con quello della scorsa estate?
Non sapevo se essere contenta, spaventata o arrabbiata, certo tutte e tre le cose insieme. Ma quale volevo che prevalesse con lei?
Allora ho pensato alla mamma delle piccole donne del romanzo e ho compreso che non volevo essere alleata, amica con lei, non è questo che le serve da me, ma non volevo essere neanche la mamma arrabbiata o spaventata per una cosa tanto bella come una simpatia che nasce spontanea e naturale, reagendo come se fosse una colpa o un errore.
Cosa dirle, quali strumenti fornirle? Perchè anche in questo campo un po’ di ringhiera è necessaria specie se è lei a cercarla, se mi racconta e mi coinvolge.
Ho cercato innanzitutto di tranquillizzarmi, di pensare che nella peggiore delle ipotesi poteva solo accaderle di fare una figuraccia, di essere presa in giro, di passare male con gli altri del campo solare, di fare qualcosa con superficialità.
Tutte brutte cose per lei, pessime, potenziali vere tragedie a quell’età, ma che io potevo, potrei sostenere.
Così, dopo essermi calmata e rassicurata, le ho ricordato quello che in tante occasioni, in tanti momenti di confidenza e di lunghe chiacchierate le avevo già detto: che è importante ora per lei godersi e vivere ogni piccola sfumatura di quello che succederà, senza avere fretta, lasciare che ogni sguardo, ogni parola che si diranno risuonino dentro di lei, ascoltare il suo cuore che certo batterà forte ogni volta che si passeranno vicino e magari si sfioreranno e lasciare che i sentimenti trovino la loro strada.
Senza lasciarsi prendere invece dalla fretta e dalla frenesia, dalla paura di deludere lui o se stessa, di perdere l’occasione di fare finalmente l’esperienza che da tanto attende, il primo bacio, il primo ragazzo.
Tanto prima o poi arriva, e forse sta arrivando, perchè, lei lo sa che questo è il mio motto per quanto riguarda il gioco della seduzione, gli uomini vanno a caccia, le donne invece vanno a pesca.
Anche le figlie.

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