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Archive for luglio 2010

Eccomi qua, tornata ieri sera da Fiuggi e ancora frastornata. Non so dire cosa ha rappresentato questa esperienza per me, certo qualcosa è cambiato, ma non lo so comprendere. Lasciamolo lì a lievitare e svilupparsi. Però ora è dura ricominciare la mia giornata da casalinga coi figli in vacanza dopo cinque giorni di proiezioni, convegni, incontri con persone interessanti, mio marito che si occupava a tempo pieno dei figli, della spesa e dei pasti perchè quella impegnata ero io. E ora devo fare le lavatrici e pensare ai compiti, rischio un altro attacco di casalinghitudine.
Non è stata comunque una passeggiata neanche propormi con il mio libro e i miei laboratori, anche se ero su tutti i programmi, anche se c’era un bellissimo pannello con il disegno della locandina. Mi hanno chiesto di restare e un laboratorio l’abbiamo fatto. Ma è stata dura non scoraggiarmi e non sentirmi fuori luogo quando me ne stavo lì ad aspettare le iscrizioni che non arrivavano. Poi si avvicinava qualche mamma o babbo e si iniziava a raccontarci, a scoprirsi e l’esperienza lavorativa che avveniva o non avveniva passava sullo sfondo davanti all’incontro con le persone. Partire con un programma e poi scoprire che non è come ti aspetti, ma accorgerti che c’è altro che puoi prendere e dare, seminare, ma anche raccogliere al di à dei tuoi schemi ma non certo del tuo cuore, quante volte succede?
E poi c’è stato il laboratorio, presto scriverò la storia, pieno di confusione, bambini piccoli che si addormentavano e si svegliavano, magari piangevano, i più grandi che partecipavano, qualcuno che si è stufato e qualcuno che è arrivato, mia figlia che stava lì con aria di sufficienza col telefonino in mano e poi non ha resistito, lo ha passato ad una bambina che glielo guardava curiosa e si è messa a disegnare coi pennarelli colorati. E in mezzo a tutto quanto noi genitori che dopo aver inventato le storie si cercava di comprendere, di riflettere, di spiegarci. La vita che si esprime in tutte le sue forme e che, neanche dalla fantasia, si lascia incanalare.

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Stasera partiamo con il nostro camper per Fiuggi per andare finalmente al Fiuggi Family Festival, dove, ormai lo saprete, sono stata invitata a portare il mio libro e ad organizzare un laboratorio per genitori e bambini. Il laboratorio però non credo che si farà, per mancanza di iscrizioni, a meno di colpi di scena dell’ultimo momento.
Ma io sono agitata lo stesso, sarà in vendita il mio libro e potrò certo ricevere molti stimoli interessanti. E se mi scoprono? Sarò in incognita o comunque qualcosa avverrà? E io non so che sperare.
Ho preparato, sotto suggerimento dell’amica imprenditrice che mi deve sempre pungolare, dei bigliettini  e un po’ di documentazione, per non essere completamente impreparata e disorganizzata. Ma tanto si sa che sono una frana nelle pubbliche relazioni, meno male che ci sarà mio marito. E meno male che ci sono i bambini, l’idea di incontrarne e vivere con loro le fantastiche avventure inventate insieme mi fa accettare e sostenere che devo farmi conoscere, prendere contatti. Vedremo.
I miei impazziranno con tutte le proiezioni, ma prometto che io guarderò, fiuterò e cercherò con cura, per raccontarvi al mio ritorno tutto quel che può servire a migliorare il mio mestiere di psicologa colorata, di mamma, di persona.

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I postumi della conferenza sull’anoressia si fanno sentire, ho cominciato a chiedere a mia figlia di fare alcune cose in casa, piuttosto che a brontolarla per quello che non fa, obbligandola per scavalcare quella posa adolescenziale che non può fare niente e dire sempre di no. Ha passato, imbarazzata e imbranata, l’aspirapolvere, eppure sentivo che stava nascendo qualcosa di nuovo tra di noi e in lei, una distanza come se parlassimo tra due balconi, forse come due vicine, due donne adulte, appunto.
Mio figlio ieri ha avuto a casa un amichetto e hanno giocato a pallone ai giardinetti sotto casa con due bambini stranieri, -Tedeschi. No! Erano spagnoli! No tedeschi!- si sa comunque che erano bravissimi e per bilanciare le squadre hanno fatto due coppie miste, i mondiali certo qualcosa hanno insegnato e lasciato. Dopo aver esaurito sotto il sole cocente le energie mi hanno chiesto di fare un gioco per loro. Credevo che mio figlio volesse un percorso invece gli è bastato che leggessi dei quiz, forse è passato anche per lui il periodo in cui voleva questa idea per giocare. Quando il troppo caldo e soprattutto il troppo freddo li costringevano in casa si poteva inventare una serie di semplici cose da fare in sequenza, un percorso appunto. Scavalcare una sedia, poi passare sotto ad altre due messe in fila, lanciare una pallina dentro un recipiente, saltare su due mattonelle alternate, fare una capriola su un cuscino messo per terra, mettere una fila di oggetti in equilibrio, e così via. Cose semplici che divertivano sia mentre insieme si creava il percorso, sia a turno nel farlo, guardando chi faceva meno errori o era più veloce, così da individuare il vincitore.
I primi percorsi li ho inventati nel giardino della casa di mia zia insieme alla bambina di cui raccontavo in estate, quando avevamo ancora la trasmissione estiva Giochi senza frontiere ad ispirarci, tutto sottovoce perchè fino alle quattro veniva imposto a livello condominiale il silenzio e non potevamo fare alcun rumore. Allora ci inventavamo giochi e percorsi che, rivisitati da mamma,  pur non tenendo il confronto con tv e videogames, ogni tanto i miei figli gli hanno preferito.
Domani parto per Fiuggi

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Amiche, quasi sorelle, poi anni e anni senza vederci, rincontrarsi nel fine settimana di nuovo a Roma, come ai tempi dell’università, col timore di non riconoscerci o di trovarci cambiate, invecchiate. E invece dentro e fuori, tutto come prima, lo stesso affetto e la stessa confidenza e anche la stessa immagine che conservavamo nel cuore ognuna dell’altra, il tempo non si è preso la nostra giovinezza e il nostro entusiasmo. E lo ha arricchito di famiglie, esperienze, scelte, riassunti di vita da concentrare in due giorni e nel mio caso anche le mie storie, come questa, nata dopo uno delle nostre chiacchierate.

Correre

-Io ho bisogno di correre, è nella mia natura, non ne posso fare a meno!- esplose quella mattina Piedi con tutta la sua impazienza.
-Un momento, io non sono ancora ben sveglio, rischio di farmi male- ribadì Polpacci, stiracchiandosi dopo le molte ore di inattività del riposo.
-E poi non è che nella tua natura ci sia soltanto il bisogno di correre, ma anche di sostenere- precisò Ginocchia dalla visuale più ampia della sua posizione.
-Tu che sei simile a me, sai che io posso dare e prendere, colpire, ma anche accarezzare e tutto questo fa parte della mia natura- ecco che anche Mani si era sentita coinvolta.
A quel punto intervenne Cuore e tutti si fermarono ad ascoltare -Quando corri non soltanto non sei sola, sei in gioco con tutti noi, ma devi assicurarti che la strada davanti a te sia sgombra, senza ostacoli con cui farti del male o che potresti calpestare, quando sarai sicura che puoi muoverti in armonia, solo allora sarai libera di correre. Perché se la tua natura è correre, nel profondo di ognuno di noi c’è il desiderio e il bisogno di essere felici insieme.-
Piedi sentì che era vero e come ogni volta che Cuore si esprimeva e tutti lo ascoltavano, Bocca sorrise e Occhi brillarono. Andava tutto bene.

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Ecco l’ultima storia scritta per le mamme-single dell’associazione Il dono, sulla condivisione con le figure dei nonni dell’educazione e della gestione dei figli, un aspetto che riguarda comunque tutti noi genitori che siamo ovviamente tutti quanti anche figli. E più in generale parla del bisogno di chiedere aiuto, di chiedere. Chi non ne ha? Chi può farne a meno?

Aladino
Quella mattina, come al solito, Aladino lesse la lista dei compiti che avrebbe dovuto assegnare. La lista era insolitamente corta, le richieste al sovrano e le incombenze di stato evidentemente erano state ben impostate e se non si creavano emergenze date da eventi straordinari scorrevano fluidamente come un fiume dagli argini ben costruiti e costantemente controllati.
E d’altronde se di piene non ci si doveva preoccupare certo non si trattava comunque di giorno di secca, che i soliti incarichi non mancavano: occuparsi dell’arrivo delle sete fatate dalle oasi invisibili per la tessitura dei tappeti volanti, risolvere le liti fra fratelli che si contendevano tesori trovati in grotte scovate grazie a formule magiche, ladroni che si lamentavano per essere stati bruciati da olio bollente, fanciulle che non volevano sposare principi innamorati dopo notti e notti ad ascoltar storie, insomma le solite incombenze di ogni giorno.
Eppure quella mattina Aladino, sovrano di Persia e sposato felicemente con la figlia dell’Imperatore del Catai si sentiva strano, dubitava persino del suo stesso potere, e soprattutto di meritarlo. In fondo, anche se aveva portato la pace  e la prosperità nel suo regno, tutto ciò lo aveva potuto realizzare grazie all’aiuto di Genio, l’unico suo merito era stato quel giorno trovare la Lampada e riuscire a diventarne il suo unico padrone.
In fondo qual era il suo potere? Senza la Lampada e senza l’aiuto di Genio tutto quello che aveva costruito sarebbe potuto svanire da un momento all’altro. Ma non era questo, quale sultano poteva vantare la sicurezza eterna di potere sul proprio regno? La cosa che lo faceva infuriare era che doveva continuamente ricorrere all’aiuto di Genio, non era qualcosa del passato, ma del presente e del futuro, di quello stesso momento se voleva svolgere i compiti segnati sulla lista che teneva in mano.
Non sopportava più di chiamarlo per chiedergli aiuto, ogni giorno faceva più fatica a sfregare la Lampada per rispondere alle sue rituali parole -Eccomi, mio signore, son qui per servirti-  con -Ascolta le mie parole- e iniziare il suo lavoro.

Ma per il bene del suo popolo sapeva che quello era il suo compito.
Avendo ogni giorno soltanto tre desideri a disposizione da farsi esaudire aveva ormai imparato a mettere in ordine di importanza e di urgenza le necessità del sultanato, sapeva scegliere tra le richieste della lunga lista le tre che avrebbero sbloccato tutte le altre e raramente, dopo i primi tempi, quando si era fatto costruire il palazzo, aveva ottenuto il regno e la sua sposa, aveva lasciato spazio a richieste che riguardassero lui e la sua vita.
Eppure quel giorno, visto che la lista era così ridotta pensò che forse una richiesta per sé sarebbe riuscito a lasciarsela, a farsi questo piccolo regalo, se non altro per ritrovare la voglia di rivedere il suo magico servitore, che non riusciva più a considerare un amico e tanto meno un dono e una benedizione.
Sfregò la lampada, svogliato, e la scia luminosa a cui i suoi occhi erano ormai abituati e di cui non si meravigliava più si trasformò ben presto nella sagoma abbagliante di Genio.
-Eccomi mio signore, son qui per servirti- esordì come suo compito la creatura magica.
-Ascolta le mie parole- rispose automaticamente Aladino. Ma poi si fermò.
In realtà, preso dai suoi dubbi e pensieri aveva sfregato la Lampada senza aver preparato i compiti già tutti in fila e organizzati e per la prima volta dopo tanto tempo guardò in silenzio il suo onnipotente servitore.
-Eccomi, mio signore, son qui per servirti- ripetè alquanto spaesato Genio, guardandosi intorno e alzando lo sguardo anche su Aladino, con un’attenzione insolita.
Ed ecco, avvenne l’imprevedibile.
-Buongiorno Genio, come stai?- furono le parole del sultano invece che -Ascolta le mie parole-

Genio rimase sospeso, disorientato, ma soltanto un attimo.
-Sto molto bene, mio signore e sono pronto a servirti- riprese imperturbabile.

Aladino, però non si lasciò scoraggiare  e continuò -Volevo farti una domanda, personale…-
Genio chinò il capo.
-Mio signore non mi è concesso di risponderti, ma puoi chiedere al tuo Visir, lui certo saprà parlarti di me e per me.- rispose sempre inchinandosi Genio.
Così al sovrano non rimase che esprimere velocemente i tre desideri del giorno e far chiamare poi il Visir, il suo primo consigliere di cui aveva totale fiducia, ma anche bisognava ammettere un po’ di soggezione. Cosa avrebbe pensato della sua domanda? Ma in fondo, si rispose, lui era il sovrano poteva ben rischiare e sopportare di mostrare le sue perplessità al suo servitore.
-Mi hai fatto chiamare mio signore?- esordì il Visir insieme ad un profondo inchino al suo arrivo.
-Si, mio fido consigliere. Desideravo avere una risposta da Genio, su di lui, ma mi ha riferito che non può raccontarmi di sé e di chiedere invece a te.
Volevo conoscere un aspetto della sua vita e non  so se tu potrai rivelarmelo. Ecco, visto che Genio ha il potere di fare tutto quello che vuole, perché non lo ha mai usato per liberarsi dal mio servizio? Perché continua a restare mio schiavo, lui che può sollevare una montagna con un soffio e far scaturire l’acqua nel deserto, perché non usa la sua magia per liberarsi dalla Lampada e dal dovere di esaudirmi ogni volta che viene chiamato?-
Il Visir guardò il suo sovrano Aladino e sorrise, poi fece un altro inchino e cominciò a parlare.
-Mio signore, tu mi chiedi se io posso spiegarti perché Genio sia rimasto finora al tuo servizio, di spiegartene il motivo. Ed è in mio potere soddisfare questa tua richiesta. Avere dubbi è un grande dono, è nella natura di chi sa pensare farsi domande. E vorrei prima rivolgerne, se tu me lo permetti, io una a te.-
Aladino annuì.
-Perché mio sovrano hai usato in tutti questi anni la Lampada e i suoi servigi ogni singolo giorno e soprattutto perché hai scelto desideri rivolti al bene del tuo popolo? Perché non ti sei fermato quando hai ottenuto il tuo personale benessere, il palazzo, la tua sposa, le ricchezze e hai cominciato invece a costruire una città e un regno sapendo di dover impiegare molto del tuo tempo e delle tue energie e i continui servigi di Genio per persone che non conosci e che forse non si renderanno mai conto di tutto il bene che gli hai procurato?-
Aladino non si aspettava queste parole e soprattutto si rese conto che non aveva mai riflettuto sulle sue azioni, era diventato insofferente alla sua vita, senza ricordarsi come ci era arrivato, senza aver mai considerato che l’aveva scelta e costruita con le sue stesse mani.

-Ebbene- rispose dopo una breve pausa -questo è il mio dovere di sultano e di sovrano, la mia responsabilità e la mia missione- ma sentiva la sua voce e le sue parole risuonare vuote, come il suono metallico di un cembalo.
Il Visir di nuovo chinò il capo e di nuovo sorrise.
-Bene, mio signore adesso ti darò io la mia risposta, per quello che io so.
Genio ha scelto e sceglie ogni giorno di restare, di vivere nella Lampada  e di stare ai tuoi servigi perché questa è la sua natura, questo il motivo per cui è stato creato e che dà un senso alla sua vita e che lo rende felice.
Non resta per il dovere, ma per scelta, è per provare la gioia profonda. Lui serve te, che chiamandolo, servi lui, ciò di cui ha bisogno non è la libertà dai tuoi comandi, ma di poter scegliere di servirti. Non per te, non per il popolo, ma per se stesso, perché lui è Genio della Lampada, è ciò che è.-

-Io ho sempre pensato che il merito fosse tutto suo e del suo potere e che io non contavo nulla..- disse quasi pensando ad alta voce il sultano.
-Ognuno ha le sue capacità e risorse, ma  è come si usano che conta, e lì sta il merito. Saper essere riconoscente è un grande dono, conservare la lucidità e il saper comprendere i propri meriti lo è altrettanto. Nessuno si aspetta che tu divenga Genio, che tu possegga il suo potere, come nessuno chiede ai tuoi sudditi che dimostrino la tua capacità di lungimiranza e giudizio di sovrano, ognuno di loro è chiamato però ad essere una persona onorevole, secondo le proprie capacità.
Saper riconoscere i propri bisogni, farsi aiutare, chiedere, essere riconoscente senza farsi annullare da tutto questo, il compito più difficile per un sovrano.
Permettimi, mio signore: tu non sei Genio, sei un semplice uomo, mio Sultano, un grande Sultano, eppure sempre un uomo. E sei un semplice uomo, bisognoso, eppure un grande Sultano.-
Aladino si trovò a pensare per la prima volta che certo senza Genio, senza i suoi servizi, il suo potere e la sua magia non avrebbe mai potuto realizzare il suo regno e ottenere le sue ricchezze, ma erano state indispensabili anche la sua volontà e abilità di sultano di scegliere i desideri giusti e la sua capacità di uomo di accettare ogni giorno di aver bisogno di aiuto, come aveva detto il Visir, sovrano, eppure bisognoso. Così aveva potuto costruire il suo regno, la sua capacità di chiedere insieme al potere di Genio.
Si sentì pieno di orgoglio e fiero di sè ed era tanto tempo che non succedeva
-In fondo- rispose, -mio Visir, anche io sono un servitore, proprio come Genio- e insieme si affacciarono a vedere la loro prospera e rigogliosa, meravigliosa città.
-Hai compreso mio signore, nessuna ricchezza e nessun potere sostituiscono un senso alla propria vita, ad ogni singola giornata e non si può trovare senza gli altri, nessuno può fare a meno di chiedere.-
-No, c’è di più- rispose il sovrano, -ed è questo che io e Genio condividiamo ed è un privilegio: il dono di sentirsi vivi, di far parte della vita che cresce, che si sviluppa, che va avanti.-
Aladino pronunciò queste parole ora con voce diversa, mentre la città, preziosa ai suoi occhi lucidi di commozione, si svegliava con la luce del mattino, nella distesa ai piedi della immensa terrazza.

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Tempo fa ho visto un film, una di quelle commediole per famiglie americana, che mi ha detto molte cose.
E’ la storia di una moglie, mamma, lavoratrice con due figli piccoli di cui uno si ammala, l’anniversario di matrimonio da festeggiare e un importante appuntamento di lavoro tutto nello stesso giorno: ordinaria amministrazione o quasi.
Ad un certo punto, in un attimo di sconforto, dice che vorrebbe moltiplicarsi in tre per riuscire a fare tutto e come da copione viene esaudita, si materializzano tre lei, mentre la sua persona diviene invisibile agli altri.
Il primo giorno si rilassa e si riposa mentre una perfetta e dolce mamma sta con i suoi figli, una spensierata e sexy donna si occupa dei festeggiamenti ed una efficiente professionista del suo appuntamento e del suo lavoro. Ma oltre a sentire pian piano la nostalgia e la gelosia della sua vita si rende conto che le tre lei sono troppo estreme, infatti danno sui nervi,  non hanno il senso del limite, troppo super. Ma lei non riesce a riprendersi la sua vita se non quando impara a perdonarle e a perdonarsi, per non essere così perfetta in nessuno dei tre ruoli, a capire che è impossibile essere tutte e tre le cose in quel modo.
La prima conclusione che mi è venuta è che se non si accetta che non si può essere tre cose tutte  e tre perfette non si potrà mai, oggi come oggi, essere donne felici, noi che siamo sempre di rincorsa perchè qualcosa manca sempre, qualche buco in uno dei tre ruoli c’è sempre e la perfezione, ma anche il senso di adeguatezza, il sentirsi a posto e appagate partendo da questi presupposti è impossibile.
E allora l’unica soluzione è accettarsi, venirsi incontro, sapere che si stanno vivendo tre vite in contemporanea, che si sta facendo comunque moltissimo.
Ma ripensandoci ora a distanza mi sono resa conto che forse c’era anche altro, che quello che mi è sfuggito è il livello di potere e di scelta che questa impostazione di vita, così ricca e variegata, davvero difficile da conciliare  e organizzare, però può dare.
A me le tre singole vite dei doppi della protagonista non piacevano neanche un po’, la professionista che antepone il lavoro a tutto decisamente non la saprei e non la vorrei fare, la mammina dolce che si appaga di pulire e stare con i figli figuriamoci, con la mia casalinghitudine mi dà i brividi! E la moglie felice di comprare lingerie e scegliere il ristorante mi sembra solo un’oca giuliva.
Desidero di più, una vita ricca e completa, voglio piacermi e l’amore romantico, la famiglia, la realizzazione economica e professionale. E credetemi non significa che ho tutte queste cose, significa che soffro perchè le desidero, significa che non sempre è perchè non so apprezzare quello che ho che sto male, ci sono aspirazioni e obiettivi non semplici da realizzare e mantenere, occorre tempo e costanza e determinazione, fiducia in se stesse.
Certe volte solo il disagio, il senso di vuoto ti legano a questi, e anche se è dura e faticoso, è comunque una scelta e non è male, perchè “Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.(Gibran)”
Ecco la seconda riflessione che mi è venuta dal film e dai tre doppi, non sono io che non basto alla vita, è la vita, solo mamma o solo moglie o solo lavoratrice, è il monoruolo, è una vita così che non basta a me.

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Mentre vi comunico una bella iniziativa, una conferenza sul tema dell’anoressia, con magari tanti spunti utili per noi mamme di preadolescenti, alla biblioteca di Castellina Scalo, la mia, vi racconto del laboratorio di ieri.
I bambini, i bambini. Potrei dire che ieri mattina il laboratorio non c’è stato, con i pochi presenti già impegnati in un altro evento in contemporanea.
Ma non è così per me. Se anche un solo cuore parte con il mio e ce ne andiamo insieme in questi mondi fantastici a incontrare nuovi personaggi e a vivere un’avventura, e sento che ci sono stata, come posso dire che che non vale?
E poi quel senso di magico delle coincidenze da cui imparare.. proprio da fiaba.

Mentre siamo lì che aspettiamo arriva una giovane donna che deve parlare con la mia collega per lavoro e  ha con sè una bambina di colore di sei anni che si mette a disegnare, poi insieme costruiamo una barchetta con un foglio e lei ci disegna un pirata, fa la vela nera e un piccolo oblò.
Ecco che arriva una ragazzina di dodici anni, una bambina creativa ed ironica come poche volte ne ho incontrate e decidiamo tutte e tre di disegnare una storia e avranno ognuna un foglio. E la grande e la piccola, la bianca e la nera, in questo mondo pieno di colori e di diversità cosa ti inventano?

La storia delle due pecore

C’era una volta una pecora davvero speciale, diversa da tutte le altre. Era nata di colore viola, e Violetta era il suo nome, ed era l’unica di tutto il suo gregge e, per quel che se ne sapesse, era l’unica pecora di questo colore di tutta la Francia, il luogo dove lei viveva.
E invece esisteva un’altra pecora viola, di nome Fama, che aveva avuto una sorte meno fortunata di Violetta e non poteva come lei starsene a brucare sulla riva del Rodano, vicino alla città di Avignone, insieme al suo gregge orgoglioso di lei e della sua bella lana colorata.
Fama, quando era ancora un’agnellina era stata rapita da un capitano di un vascello che voleva vendere a caro prezzo la sua rara lana viola e l’aveva rinchiusa in una gabbia che teneva sul ponte della sua nave dove la nutriva con le erbe più tenere perché si mantenesse bene in salute. Ogni tanto, quando si trovavano in alto mare, le mungeva anche il latte, che certo era bianco, e se lo beveva a colazione.
Non era stato facile per il capitano rapire Fama perché il pastore che la custodiva aveva lottato per salvarla, con l’unico risultato  che ora anche il giovane veniva tenuto prigioniero sotto chiave nella stiva del vascello, nutrito a pane e acqua, che il comandante non gli dava neanche un po’ del latte della sua amata Fama.
La povera pecorella era stufa di starsene rinchiusa in gabbia, si consolava pensando di essere l’unica pecora viola e guardando il paesaggio.
Un giorno il vascello si trovò a passare proprio davanti alla riva dove Violetta se ne stava brucando tranquilla. Potete immaginare la sorpresa quando le due pecore incrociarono i loro sguardi..
Fama chiese subito tutta agitata -Chi sei? E perché sei viola come me? Non lo sai che sono io l’unica pecora viola?-
Violetta che era un po’ più calma rispose dicendo il suo nome e che era la prima volta che incontrava una pecora del suo stesso colore.
Poi le venne in mente una cosa e le chiese -Ma tu dove sei nata e come si chiamava la tua mamma?-
E Fama rispose subito -Sono nata su al nord, ad Angiò e la mia mamma si chiamava Giò-
-Non è possibile!- esclamò Violetta -anche la mia! Allora siamo sorelle e non lo sapevo!-
-Ti prego, liberami da questa gabbia e fammi venire a vivere con te!- le chiese subito la piccola pecora viola sul vascello.
Violetta non perse tempo e chiamò subito tutto il suo gregge, e anche gli animali che abitavano vicino ai pascoli, cavalli, mucche, fringuelli, cerbiatti, ghiri e castori.
Nel giro di pochi minuti il capitano della nave si ritrovò circondato e attaccato da tutte queste creature arrabbiate senza rendersi conto del motivo finchè non vide Violetta che dirigeva le operazioni di arrembaggio dalla riva.
Intanto il pastore chiamava dall’oblò perché anche lui voleva essere liberato. Un piccolo ghiro, che  nel pieno del suo letargo era stato svegliato a forza e trasportato proprio davanti alla cella nella stiva  vicino alla chiave appesa non lontano, gli chiese come poteva aiutarlo, ma poi si riaddormentò.
Il pastore cominciò allora ad urlare verso il ghiro dicendo di prendergli la chiave  e di portargliela, ma il ghiro si riaddormentava continuamente non appena aveva fatto due passi e andava continuamente risvegliato.
Finalmente arrivò vicino alla cella e il pastore, ormai sgolato, stava per prendere la chiave quando arrivò un pappagallo che disse al ghiro con aria gentile -dormi, dormi, la porto io la chiave-.
Così il ghiro si addormentò con un sorriso beato, non sapendo che quello era il fido pappagallo del capitano e non certo un abitante dei pascoli: così la chiave fu subito portata sul ponte lontano dal pastore che non potè fare proprio niente.
Il capitano decise di levare l’ancora e di filarsene via, ma come l’ancora arrivava in superficie succedeva qualcosa che la faceva precipitare di nuovo con un tonfo sul fondo del fiume. Poi il capitano riusciva ancora a tirarla su, ma ecco che la foga dei combattimenti gli impediva di agganciarla e ricadeva in acqua.
Alla fine di tutto questo saliscendi spuntò dall’acqua una testa tutta spettinata -Ma chi è che fa tutto questo baccano a quest’ora?- era la Fata Azzurra che proprio lì sotto aveva la sua casa e se ne stava tranquilla ad affettarsi con il suo pescespada un po’ di spicchi di stella marina per colazione. Tutta in disordine e di malumore com’era era per non aver potuto finire di mangiare era anche un po’ bruttina, non sembrava tanto una fata…
Ma il pastore non si lasciò intimorire e subito le chiese di liberarlo. La fata in realtà era ancora un’apprendista e non sapeva fare nessuna magia, ma aveva a portata di mano il suo pescespada così, riuscì con quello a sfondare l’oblò e a far uscire il pastore che andò subito a rompere la gabbia di Fama. Nel frattempo la fata Azzurra, ormai ben sveglia, se ne salì sul ponte e con una lunghissima alga strinse così forte la gola al capitano che dallo sforzo vomitò sangue. Tutti se ne scapparono a riva prima che lui potesse  fermarli preso com’era a vomitare e Violetta e Fama e il pastore si abbracciarono e ringraziarono la giovane fata apprendista.
Al capitano, che come tutti i pirati non sapeva nuotare, non rimase che ripartirsene insieme al suo fido pappagallo mentre quel bel gregge colorato e variopinto se ne stava sulle rive del Rodano a festeggiare insieme al suo pastore e agli altri amici dei pascoli.
Proseguendo la navigazione lungo il fiume il vascello incontrò poco più in là una pecora gialla sulla riva e il capitano decise di portarla con sé. In realtà si sentiva solo senza qualcuno con lui, ma visto quello che gli era accaduto questa volta si rivolse gentilmente alla pecora -Ciao, vorresti venire a fare un giretto con me sul mio vascello?- le chiese tutto sorridente,.
Aveva ben imparato la lezione.

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Come qualcuno saprà, collaboro con una associazione Il-dono onlus che segue ragazze-madri e donne che hanno interrotto la gravidanza attraverso la rubrica Chiedi ad un’esperto e con le mie storie.
Questa volta farò un bell’intreccio, tra la rubrica, una storia e questo spazio che sfrutto per pubblicarla, metto anche la risposta, così si comprende il tutto. Mi sono sentita di fare così, davanti al dolore non si scherza.

Dopo un’ incidente stradale è possibile andare in depressione maggiore fino a tentare il suicidio a causa di un aborto? Anche dopo molti anni da quando è successo l’aborto..

Il vero problema della depressione, e quello che la rende una malattia, è che non si riesce, come dire a ritrovare il bandolo della matassa. Se io sto male per un motivo, che so, ho perso il lavoro, so già dove devo agire, quali azioni intraprendere per recuperare. Ma se apparentemente non c’è nesso tra il mio stato d’animo e quello che faccio, o comunque niente riesce a farmi stare meglio?
E’ come se mancasse un pezzo e i conti non tornano. Ma come succede?
Io, per tutte le difficoltà di tipo emotivo e psicologiche uso spesso questo esempio.
Se mi rompo una gamba e non me ne accorgo, posso andare avanti un po’, ma ad un certo punto il dolore sarà così forte che dovrò affrontare la cosa, farmi curare. Ma se mi “rompo” il cuore, siamo capaci di far finta di niente, certe volte è l’unica soluzione che riusciamo a trovare, a sopportare. Perchè abbiamo paura del nostro dolore, della nostra impotenza, delle conseguenze, dei sensi di colpa, di inadeguatezza, e chi più ne ha più ne metta. E si costruisce un equilibrio, finchè regge e che ci limita certo la vita, ma insomma si tira avanti. Spesso non si sa neanche di stare male, e si riesce veramente a non sentirlo. Ma come su una palafitta se qualcosa si smuove si rischia di far cadere giù tutto. Allora si va a cercare quale potrebbe essere la causa, si scava, si ipotizza.
Ma la soluzione non è trovare la trave che si è spaccata, che ha ceduto. Il punto, molto più difficile, è recuperare la capacità di contatto con noi stesse, imparare a sentire per poter riconoscere dove siamo e dove vogliamo andare, di cosa abbiamo bisogno e cosa ci fa male. Volersi bene, sembra scontato, ma lo sappiamo davvero fare?
Mi permetto di raccontarti una storia che ho scritto molto tempo fa e che rappresenta un’esperienza di quello che spesso ci succede quando perdiamo la capacità di ascoltarci e di ricordarci chi siamo. Restiamo vive, ma con un pezzo di morte dentro e come il protagonista della storia ci “portiamo”, ma non camminiamo con noi. Eppure solo con l’amarci, ascoltarci, accettarci, accompagnarci e nutrirci si può “risorgere”, andare oltre, perchè dietro al dolore, proprio laggiù sta il nostro cuore. La pubblico appositamente e per la prima volta per te nel mio blog, spero che leggerla ti possa aiutare come aiutò me scriverla. E credimi, andrà tutto bene.

La luna

La sera del ventottesimo giorno, proprio quando il sole scomparve oltre la linea dell’orizzonte, lasciando un mare infuocato sulle colline, lui tornò.
Con lo stesso passo lento e cadenzato con cui era partito camminò fino al mio trono e si pose seduto ai miei piedi, di fronte a me.
“Eccoti di nuovo tra noi, dunque. Hai mantenuto la tua promessa e io manterrò la mia. Sei il benvenuto nella mia casa.”
Chinò la testa in segno di approvazione, ma non disse nulla.
“Vuoi dirmi allora se hai trovato ciò che ti avevo chiesto per guarirmi?” domandai.
Nel guardarmi, alzando la testa, mi sorrise. Poi finalmente parlò.
“Non posso rispondere se non con le stesse tue parole di allora. -Il mio cuore giovane e allegro, che mai aveva saputo di tristezza, se non quella dolce dell’addio al sole al tramonto per ritrovarlo all’alba, del bacio al fringuello che ormai vola libero nell’aria, è addolorato da quando ho perso il mio adorato padre. Non è la paura del potere che ora mi spetta, o della solitudine da lui che non ho più con me. E’ questo compagno sconosciuto, di cui non sapevo l’esistenza, che ha atterrito il mio cuore che forse è morto.
Ti prego, va lungo le strade della notte e i viottoli dei giardini, fino alle città lontane e trova una medicina per guarire il dolore, per far tornare il cuore a vivere. Se farai questo entro la prossima luna avrai la mia gratitudine e con questa saprò ricompensarti.-
Eccomi dunque di ritorno, mia regina. Tu soltanto potrai rispondere se ciò che ti porto è la medicina che può guarire il tuo male.
La sera in cui lasciai la tua casa e il tuo dolore mi incamminai, come tu mi avevi detto, per le strade della notte indossando un mantello nero e scarpe di gomma per non svegliare l’oscurità che in questi luoghi viene a riposare.
Mentre lentamente avanzavo scorsi una figura chiara che si nascondeva dietro un albero. Poiché è la paura che rende pericolosi, decisi di non averne né di provocarne in lei. Così parlai ad alta voce.
-Non temere e non nasconderti. Ti ho visto, ma non voglio nuocerti, né ti temo. Se non vuoi parlare o farti vedere fuggi pure, se vuoi aggredirmi mi troverai pronto, se vuoi incontrarmi sono qui.-
Uscì da dietro l’albero una figura di donna, dai folti capelli lunghi e biondi, alta e snella, completamente nuda. Ma subito notai che all’altezza della vita rimaneva una zona d’ombra. Guardando meglio capii che erano due porzioni di donna, l’una sospesa sull’altra e che le mancava la congiunzione in quella striscia scura all’altezza della vita. -Cosa ti è successo lì?- le chiesi indicando col dito. Mi guardò intensamente, in silenzio.
-La paura degli uomini…- parlava con fatica, ansimando.
-Posso aiutarti?- le chiesi, vedendola in difficoltà.
-Non so- mi rispose con aria disorientata.
-Perchè?- proseguì, come per manifestare un dubbio interno più che per ottenere una risposta.
-E cosa vorrai da me, quale parte…-
Non riuscì a finire la frase, ansimava. -No, non voglio niente, niente che tu non vorrai darmi.-
-Ma io non ho niente.- disse, quasi reclamando.
-Allora non avrò niente. Vuoi permettermi di aiutarti, dunque?-
Lei abbassò la sguardo e chiuse gli occhi poi li rialzò con calma, li diresse verso di me.
-Va bene, voglio che tu mi aiuti- disse.
-Come posso farlo?- le chiesi.
-Se tu vuoi aiutarmi è sufficiente che cammini con me. Sei disposto a farlo?-
-Certo!- le risposi –non è difficile.-
-Allora avvicinati- mi disse.
Mi accostai e lei appoggiò un braccio al mio e mi prese dolcemente la mano e me la appoggiò sul suo fianco. Da vicino notai che era bella, ma pallida, quasi argentea, innaturale. Non si vergognava della sua nudità e al contatto la sua pelle era liscia e fresca, come l’aria della notte.
-Avanti- disse e la nota di terrore nella sua voce non fece in tempo a stupirmi che la sorpresa della sua andatura mi bloccò. Nel movimento la mancanza della connessione appariva in tutta la sua gravità. Le gambe, pesantissime, facevano resistenza, ed ogni passo si trascinavano come gambe di un vecchio ubriaco.
La mia mano serviva per imprimere un po’ di slancio al movimento, ma soprattutto per sostenere il bacino che sembrava dovesse cadere e ripiegarsi ad ogni movimento.
La parte superiore e l’espressione del viso mostravano tutto lo sforzo e la rabbia nel non riuscire a influenzare gli arti inferiori e la paura di non poter avanzare.
Con le braccia si attaccava ai rami e , facendo forza su questi e sulla mia mano, avanzava. Dopo un solo passo era ancor più pallida, e sudata, ansimante per lo sforzo. Mi rivolse lo sguardo, senza espressione. Feci un gran respiro, le dissi -Aspetta- poi le sollevai le gambe, le appoggiai i piedi sopra ai miei, e il busto al mio petto.
-Tieniti- le dissi.
-Fermati- mi disse ora con tono deciso. -Non stai mantenendo la tua promessa: io non ti ho chiesto di portarmi, ma di camminare con me. Se non vuoi farlo, va’.-
Avevo sbagliato, avevo cercato di risolvere il problema, per non vederlo. Senza dir nulla la rimisi giù e ricominciammo ad avanzare, lentamente. A mano a mano che camminavamo imparai a sostenerla in maniera più efficace, e l’andatura assunse un ritmo quasi regolare si velocizzò un po’. Stavamo in silenzio, concentrati sul movimenti fino a che lei alzò lo sguardo a cercare il mio.
-Non importa come, ciò che conta è che io possa camminare e migliorare.-

-Sì- le dissi soltanto.
-Ora possiamo andare nella radura- continuò.
Prendemmo uno dei viottoli del giardino, proprio come tu mi avevi indicato e pensai in che modo insolito mi stavo avvicinando alla meta. Dopo un lungo silenzio, e tanta fatica, arrivammo alla fine del sentiero dove si apriva un prato largo, ma strano. Prima di rendermi conto di ciò che mi si presentava davanti agli occhi lei mi parlò.
-Questa è la radura delle donnole, degli scoiattoli, dei cerbiatti uccisi dalla paura. La stessa paura che mi ha divisa e ha fatto di me due porzioni invece di una donna intera. E’ la paura che gli uomini e le donne hanno della bellezza e della meraviglia. La paura che rende deturpato e orribile ciò che è bello e inspiegabile e infelice ciò che è vivo. Io, le donnole, gli scoiattoli, il cerbiatto siamo tutti morti, almeno in parte. Se tu avrai tanto amore e tanta bellezza da darci potrai renderci di nuovo  vivi. Altrimenti anch’io diventerò come loro.- E indicò il prato, ed era completamente scuro e lucido: erano corpi di animali divenuti ormai un’unica pellicola compatta.
Ero partito per trovare un rimedio per il dolore e mi trovavo ad affrontare la paura.
-Non amo la paura- le dissi.
-E non è lei che devi amare per guarirci, ma la bellezza e la vita che noi possiamo essere. Se tu l’amerai, la vorrai e non te ne spaventerai, noi potremo vivere ancora.-
Allora compresi e le sorrisi. Feci un bel respiro, poi cominciai a parlare.
-Amo che tu sia una donna intera e che tu sia bella. Amo i cerbiatti quando si fermano ad annusare e gli scoiattoli che mangiano le bacche. Amo le donnole che corrono veloci e amo i prati quando sono verdi.-
Ci fu come un fremito in tutta la radura e la ragazza sorrise annuendo con la testa. Cominciai a danzare tutto intorno cantando le meraviglie della vita, la bellezza degli animali, delle persone e dei prati verdi. A mano a mano che io cantavo lo scuro del prato diminuiva assumendo toni più caldi che impercettibilmente mutavano verso il verde, il marrone, il nocciola, a seconda dei punti.
La striscia scura sotto il busto della ragazza cominciava ad impallidire e ad assottigliarsi. Ma per ventisette giorni e ventisette notti ho cantato e danzato, e dormito e mangiato, dando felicità e gioia all’intera radura.
I primi scoiattoli si sono debolmente mossi sul prato, mentre le donnole e i cerbiatti stanno sdraiati respirando a pieni polmoni per riprendere energia.
La ragazza ha imparato finalmente a camminare e sta provando a danzare, così come io ho danzato. Sono quasi guariti.”
“Tutto ciò è molto bello e commovente,ma non capisco come questo possa aiutarmi a guarire, amico mio” dissi.
“Mia signora, lascia che io finisca il mio parlare prima di giudicare.” Annuii e lui riprese.
“La mattina del ventisettesimo giorno lo stesso che questo sole ha appena lasciato, dissi loro che dovevo partire e tornare qui. Dissi anche che ero sicuro che ormai erano guariti e che questa mia certezza sarebbe bastata anche dopo la mia partenza. Loro annuirono in silenzio e alcuni cerbiatti vennero lentamente a leccarmi le mani. Le donnole più robuste e più avanti nella guarigione mi vennero tutte intorno e gli scoiattoli mi guardarono fisso negli occhi per pochi istanti, come sono abituati a fare. Allora guardai la ragazza, ormai intera, anche se un po’ debole e incerta. Mi prese le mani.
-Non ho niente da darti se non quello che tu mi hai dato, la vita e la bellezza. Portale sempre dentro di te e ogni volta che penserai di non averne più torna da me e ritroverai sempre quello che mi hai dato.-
Compresi, mia regina, che amando la vita e amando loro il mio cuore aveva solo guadagnato e dopo ventisette giorni e notti di felicità donata partivo in realtà con ventisette giorni e notti di felicità vissuta.”
“Non trovo ancora una risposta per me in tutto questo.”
“E non te l’ho ancora data, se è questo che temi.
Ero felice e lieto dopo le parole della ragazza e anche se non avevo risposte da portarti, il mio cuore era pieno di emozioni intense che mi scuotevano tutto. Detti un ultimo sguardo alla radura e ai miei amici, abbracciai la ragazza e mi avviai.
In quel momento, mentre compivo il primo passo, sentii un gelo dentro il cuore così scosso dalle emozioni e per questo l’impatto fu più netto.
L’esperienza era stata faticosa e bella, ero felice di tornare da te, di proseguire la mia vita, eppure insieme a tutto questo sentivo che soffrivo, che provavo dolore.
Mi girai di scatto a guardare la ragazza. Stava lì come se mi aspettasse.
-Soffro- le dissi semplicemente. -Lo so, vieni.-
Mi prese le mani e ci sedemmo. Poi si chinò sull’erba, si bagnò la mano di rugiada e me la passò sulle guance che si inumidirono,.
A quel gesto, come ad un segnale convenuto, iniziarono ad uscirmi lacrime calde e salate che si mescolarono al fresco della rugiada.
Così piansi tenendo le sue mani appoggiate al mio viso. Poi la guardai e  dissi -Questo non è Niente-.
Adesso so che ho qualcosa da dare anche io. Grazie.- mi rispose.
Le baciai quelle mani generose e gentili e vidi che il colore adesso era roseo, come il mio e non più pallido come la luna. Quel gesto l’aveva riscaldata,ora era veramente vive e guarita. Con nuova gioia e nuovo dolore finalmente partii. Ora se vorrai seguirmi, potrò darti la mia medicina, mia regina.”
Acconsentii. Lui mi prese per mano e mi portò fuori, nella notte umida. Si fermò soltanto davanti alla tomba di mio padre dove non ero mai voluta andare. Lì mi fece inginocchiare, insieme a lui, mi prese le mani, poi passò una delle sue sull’erba umida della sera davanti alla pietra bianca e mi bagnò lievemente le guance.
Così piansi a lungo, abbracciata a lui, e urlai tutto il mio dolore, la rabbia della mia impotenza davanti alla scomparsa di mio padre. Lui stette lì, in silenzio e mi tenne stretta finchè non mi calmai.
Quando sollevai la testa e ricominciai a respirare regolarmente, il mio cuore aveva ripreso a battere, a vivere. Anche lui aveva ripreso a respirare regolarmente  e mi guardava sorridendo.
“Come potrò..”.
Mi interruppe “ho già avuto la mia ricompensa. E in abbondanza.”
La sera dopo era luna nuova.

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