Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2011

Dove sono finita?
Non è una domanda che faccio a voi, ma a me stessa. Mi sento presa e tirata dalle tante cose da fare, dai contatti, dai progetti, dalle proposte che faccio e che ricevo e che spero mi portino ad un’attività fluida e consistente anche se ancora questa mia psicologia colorata non saprei definirla nemmeno io. Ma non mi resta il tempo di fermarmi, di ruminare e rimuginare su quello che vivo. Scrivere qui mi è servito e mi serve per trovare tutti i contatti e le attività, per cui questa è ormai la mia finestra sul mondo, sul lavoro, sulle persone. Quindi devo mantenere i collegamenti, non posso permettermi di trascurarli o tornerò a sentirmi isolata e inutile.
Ma scrivere qui mi serve soprattutto per comprendere e mantenere il filo del discorso con me stessa e con la mia vita, per capire dove vado, per ricordarmi chi sono, per sentirmi con me stessa, io, tutta intera, nonostante il mare di sensazioni, di ricordi, di pensieri, di emozioni che mi porto sempre dentro e dietro. Come una carovana che si muove con il carro in cima alla fila col capo-carovana, con i cammelli carichi di bagagli, i cavalieri con i loro cavalli veloci a proteggere i carri con i passeggeri più importanti, facoltosi mercanti, velate fanciulle o bambini vocianti e in fondo, a piedi, i servi, i più trascurabili eppure i più essenziali quando c’è da montare le tende e abbeverare gli animali.
Così io. Non mi sento di trascurare nessuno, devo fermarmi ogni tanto per controllare, per vedere che tutto il mio affollato mondo interiore arrivi e proceda fino a questa mia quieta e ultimamente agognata oasi.

Read Full Post »

Martian child. Un bambino da amare
Una storia particolare e anomala, lontana dai nostri schemi dove un padre solo adotta un bambino strano e incomprensibile, convinto di essere un marziano capitato sulla Terra per sbaglio, novello Et, clima pienamente americano. Ma il dolore e la paura dell’abbandono che hanno mandato il piccolo protagonista con il cuore su Marte ha intenerito il mio cuore di mamma italiana e terrestre. E mi ha colpito l’attenzione con cui ha seguito le trovate del piccolo Dennis mio figlio, quasi coetaneo del protagonista.
Quante volte i nostri figli parlano ai nostri cuori percorrendo vie o usando metafore dentro cui noi ci perdiamo senza riuscire a coglierne il significato? Eppure se ascoltiamo quello che il cuore e le emozioni ci suggeriscono riusciamo a comprendere, sappiamo cosa sta dietro quel capriccio, a quella bizza, a quella richiesta apparentemente così incomprensibile. Certo è il mio mestiere saper cogliere tra le righe, ma l’amore e non la tecnica rimane la chiave più potente per decifrare i messaggi delle persone che amiamo, ancor più dei nostri bambini. Però bisogna fidarsi di se stessi, non scoraggiarsi, perchè come il piccolo Dennis è convinto di essere un marziano, ognuno di loro è in buona fede, crede fermamente a quello che dice, a quel mal di pancia, agli ostacoli che solo lui vede, alle difficoltà per noi assurde, ma per lui più che valide.
Se noi molliamo, li lasciamo soli nel loro mondo, restano come Dennis che si sentiva arrivato da Marte e in attesa di volerci tornare, fino a quel momento davvero perso e solo, senza qualcuno capace di riportarlo sulla terra. E se la scena finale è intensa e commovente, non c’è un minuto del film dove non si respiri questo oscillare tra il disorientamento e lo sgomento e la caparbietà di insistere e non mollare, quella determinazione che non si trova nè nella logica nè nel buonsenso o nella tenacia, ma soltanto nell’infinito affetto e amore del cuore di un genitore.

Read Full Post »

Rimango incredula e sconcertata davanti ai racconti di mia figlia, terza media, delle prime bravate dei suoi compagni e compagne che cominciano a bere e ad ubriacarsi, e non hanno ancora quattordici anni. Le statistiche sembrano così lontane , pensi che parlino di periferie e quartieri degradati, e invece, magari cambia la percentuale di quanti soffrono un disagio, ma i comportamenti restano quelli.
Da tempo parliamo di alcol e droga con lei e una frase di quelle che mi son rimaste dentro mi è venuta in aiuto.
Ad una conferenza, ai tempi dell’università, un sacerdote che lavorava in una comunità terapeutica per tossicodipendenti disse questa cosa, che non era la droga per quei ragazzi la cosa importante, si sarebbero drogati anche con la maionese. Quello che conta è la curiosità, l’incoscienza, nel migliore dei casi, o la necessità di fare qualcosa per riempire un vuoto, un buco, un dolore, un disagio appunto. La droga, la sbronza, la sostanza, la velocità sono alibi per qualcosa che le persone non sanno procurarsi con le risorse che hanno a disposizione. Devono bere per fare cose oltre i limiti e stare così al centro dell’attenzione, o sentire che sono fuori da ciò che li soffoca, dalla routine.  Non sanno assumersi la responsabilità dei loro stati d’animo. E se fino a qualche mese fa erano discorsi teorici, ora con i suoi racconti e conoscendo le persone purtroppo lei vede che i conti tornano, chi è più fragile tra i suoi amici, quelli hanno cominciato a bere.
Chissà poi se lei mi racconta tutto. Io le dico che l’amore, le relazioni, gli amici, le cose belle e le persone che ti vogliono bene sono l’unica “droga” di cui non si può e non si deve fare a meno e per spiegarle cosa vuol dire abbandonarsi all’allegria senza bisogno di sostanze usando per esempio la musica le ho proposto di guardare questo video, uno dei miei preferiti: Don’t worry be happy.

Read Full Post »

Mentre non posso non pensare alla mamma disperata delle gemelline e pregare per tutte loro, mi sento un po’ in imbarazzo, anche se commossa, per non essere stata ieri in nessuna piazza. Un impegno, saltato poi alla fine, non mi aveva fatto preparare alla cosa e la pigrizia ha prevalso. Però ho seguito la manifestazione di Roma in tv, su Sky, l’unica che la trasmetteva. Commossa e grata, perchè quello che prima o poi doveva succedere è successo: i cuori intorpiditi e addormentati, smossi dallo sdegno e dalla rabbia, esasperati dalla mancanza di pudore e di decenza si sono svegliati. E così tutte e tutti noi possiamo cominciare o ricominciare ad essere un po’ più vivi, un po’ più protagonisti, un po’ più emozionati e certamente migliori.  Forse infine abbiamo sofferto abbastanza, il malessere è arrivato alla soglia dove è meno faticoso muoversi, incontrarsi, che sopportare, mandar giù, subire passivamente. Questo però deve essere solo l’inizio, il primo passo, e non lo sto dicendo a voi, ma a quel timido, pigro divanaiolo del mio cuore.
A proposito di san Valentino, in questo giorno in particolare io e mio marito facciamo vedere ai nostri figli che ci vogliamo bene e che siamo innamorati, loro fanno i grandi e mostrano disgusto, ma fingono..

Read Full Post »

Presa da nuovi ritmi e impegni faccio fatica, come vi ho già raccontato, a mantenere spazi e tempi vuoti da poter riempire con le emozioni che trovano la strada dal mio cuore passando per questi tasti. Devo scrivere le storie dei laboratori, sto preparando le puntate per la rubrica alla radio, rimane poco tempo per mettersi qui ad ascoltare, ad ascoltarmi. Ma questa piccola cosa ve la voglio raccontare.
Ricordate di quando si faceva una raccolta di figurine? La piccola impresa ogni volta di riuscire a staccare la parte da appiccicare dal guscio liscio dietro, trovare il numero sull’album e vedere le pagine che piano piano si riempono. La sicurezza che dava il modulo dell’ultima pagina di poter richiedere alla fine le figurine mancanti “più spese postali”.
Quanto tempo che non ci pensavo, che non lo ricordavo.
-Mamma, guarda, in questa pagine ne ho già messe due! Qui devo scrivere il mio nome.-
In questi giorni mio figlio ha ricevuto l’ennesimo album omaggio a scuola e non si parla d’altro e non aspetta altro che nuovi pacchetti.
Forse è così preso perchè ora ha l’età giusta, quasi nove anni, forse perchè finalmente sono in molti che fanno la raccolta, -mamma, praticamente tutte le femmine e poi le posso scambiare sul pulmino-.
O forse sono io che, in mezzo a cartoni e videogiochi supertecnologici, avevo dimenticato che il suo cuore bambino non è poi così diverso da quello che era il mio e che al suo richiamo e a quello delle figurine, in qualche angolo là sotto, dentro al mio petto, dietro a tutte le responsabilità e agli interessi, dietro agli impegni e ai pensieri, alle gioie e alle preoccupazioni, continua a battere e a chiedere di essere ascoltato.
Meno male che ci sono i figli. E le figurine.

Read Full Post »

I bambini, riescono sempre a sorprendermi e ad incantarmi.
Quattro storie di animali con i laboratori, quattro gruppi di cinque anni, con i loro nomi fantasiosi, due amichette hanno voluto avere lo stesso nome, e non, c’è chi ha persino deciso di chiamarsi Bo’. Con le loro soluzioni ovvie e quelle inattese, come cantare una ninna nanna come arma, con il loro bisogno di un personaggio cattivo o di un problema per coinvolgersi, per scoprire che sono chiamati a compiere una piccola grande impresa e così divertirsi. E con la loro voglia di partecipare, anche quando non tocca a loro, accontentandosi magari di fare l’iceberg o la vaschetta per il mangime..

Nel bosco di Trenciatreccia

Nel bosco di Trenciatreccia  tornarono all’inizio della primavera due piccole rondini Rosaspina e Luccichina, ma quando cercarono il loro solito nido che usavano gli altri anni ecco che lo trovarono occupato da un grosso gufo di nome Giallino.
-Ehi! Questo nido è nostro!- esclamarono forte tanto che anche la pappagallina Bianca e la cignetta Odette vennero a vedere cosa stava succedendo.
-Ma ora ci sono io!- rispose un po’ arrabbiato Giallino.
-Non litigate- disse Bianca –Ho trovato un nido vuoto che potrete usare e insieme ad Odette le due rondinine andarono a vedere il nuovo rifugio.
Ma nessuno sapeva che durante l’inverno il cattivo Corvo Nero aveva scavato sotto quel nido un grosso buco e quando le quattro uccelline vi si posarono sopra finirono giù giù attraverso una galleria sottoterra sotto il tronco di un grande albero.
-Aiuto! Aiuto!- cominciarono tutte insieme a gridare.
L’aquilotto Riccio Spinoso che volava alto proprio lì sopra si abbassò perché gli era sembrato di sentire gridare aiuto, ma non si riusciva a capire, non si sentiva bene.
Il merlo Bo’ prese allora dei binocoli e guardava guardava per tutto il bosco, ma il buco sotto il tronco e sottoterra da fuori proprio non si riusciva a vedere e così si continuava a sentire gridare aiuto senza riuscire a vedere niente.
-Stiamo tutti zitti!- propose allora il cigno Tommy e così in tutto il bosco di Trenciatreccia ogni uccello smise di cantare e scese un gran silenzio.
-Aiuto! Siamo qui sotto! Aiutateci!- riuscirono allora a sentire bene questa volta e capirono da quale punto del bosco arrivavano le voci.
Tutti quanti si misero scavare e anche le rondinine, la pappagallina e la cignetta sentendo le voci fuori si misero a spostare con i loro piccoli artigli e con il becco la terra e i sassi e finalmente si aprì un buco e tutte poterono uscire.
Che ringraziamenti per gli amici che le avevano liberate! E che bella festa si fece quel giorno nel bosco di Trenciatreccia!

 

Nel mare Oceano

La balena Gelsomina fa grosse bolle con la sua enorme bocca: è la campanella del mare Oceano nella scuola marina che avverte che la lezione sta per iniziare.
Oggi sarà una giornata davvero speciale, gli scolari faranno una gita al relitto del vascello fantasma, si chiama così perché si racconta che dentro il vecchio e mal ridotto veliero ci vivano i fantasmi, ma nessuno i ha mai visti.
Il tratto di mare dove bisogna passare si trova davanti ad un’alta scogliera  ed è così profondo che non si vede niente, l’acqua è scura scura, così gli scolari nuotano vicino alla maestra Gelsomina, l’enorme balena.
Ecco Tom e Tom-e-jerry, due squali un po’ birichini, ma coraggiosi e Vittorio, più calmo e poi gli altri.
Finalmente, arrivano e per primi si infilano nel relitto i due minuscoli cavallucci marini dallo stesso nome Anastasia e Anastasia, ma subito le acque si agitano! Non si tratta di fantasmi però, ma di una piovra gigante che cattura i due minuscoli cavallucci e minaccia che non li lascerà andare a meno che gli altri non le portino la perla gigante. Allora i tre squali, aiutati dagli altri loro compagni Rosa, Bo’ e Aurora, tre coraggiosi delfini, vanno a cercare la perla gigante nelle acque profonde vicino al relitto mentre la maestra Gelsomina resta vicino al vascello a sorvegliare.
Eccola! Ci sono riusciti! L’hanno trovata! La perla viene subito portata alla piovra gigante, ma quella che fa? Si rimangia la promessa e dice che non vuole restare da sola e non libera Anastasia e Anastasia.
Eh no! Così non si fa! Le promesse vanno mantenute, tutti si arrabbiano e cominciano a mostrare i denti e dare musate, persino la balena Gelsomina. Tanto che alla fine la piovra cede e libera i due cavallucci e tutti possono tornare a casa.
Mamma mia che gita movimenta!

 

La storia della fattoria

In una bella fattoria vive un grande cavallo marrone di nome Rock che se ne va sempre a fare lunghe passeggiate al galoppo. Intanto il gatto Bianco fa finta di dormire, ma in realtà osserva il pulcino Piu Piu che va  a trovare il suo amico, il maialino Tachi, perchè vorrebbe mangiarselo. Ecco, ci prova, gli si avvicina, ma la cagnolina Roberta sempre all’erta e di guardia abbaia forte e gli corre dietro. Così mentre il gatto rincorre  Piu Piu, il cane rincorre il gatto e anche Tachi si agita e in quel mentre arriva Rock e vede che anche quel giorno le cose vanno come al solito.
Ma in quel momento si alza una grande bufera di vento e soffia e soffia che tutti si devono tenere per  non volare via e si attaccano allo steccato, ma anche quello vola via e persino la vaschetta del mangime chissà dove se ne va. Infine si alza un così gran polverone che nessuno vede più niente.
Quando tutto si calma gli animali cominciano a mettere in ordine, ma dov’è Piu Piu? Dove si è nascosto?
-Sono quassù!- si sente ad un certo punto la vocina del pulcino. Gi animali alzano la testa: Piu Piu è finito, lui così leggero, sopra una nuvola che se ne sta proprio sopra la fattoria.
Bisogna farlo scendere! Ma come si fa ad arrivare fino alla nuvola?
Decidono tutti insieme di fare una grande torre, sotto si mette Rock il cavallo che è il più forte e anche il più alto e poi su su tutti gli altri animali, ma non basta!
Allora si prendono pezzi della fattoria, lo steccato, anche la vaschetta del mangime e insomma alla fine Piu Piu con un saltino riesce a scendere da lassù.
Evviva! Sono di nuovo tutti insieme. Che gran festa, prima di ricominciare a rincorrersi..

 

La storia dei ghiacci

C’era una volta un mare ghiacciato con due iceberg, uno molto grande e uno più piccolo, intorno ai quali nuotavano giocando a nascondino tre pinguini di nome Rocco, Andrea e Alice che dovevano farsi prendere da una grande e magnifica balena di nome Francesco.
I quattro amici si divertivano tutto il giorno e i due iceberg erano proprio perfetti per nascondersi.
Soltanto che un giorno la balena prese male le misure e rimase incastrata, non riusciva più ad uscire e neanche a muoversi.
-Aiuto! Voglio uscire! Ho fame!- cominciò a sbraitare tutta arrabbiata.
I te amici provarono a liberarla con tutte le loro forze, ma come facevano tre piccoli  pinguini a spostare quell’enorme balena?
Intanto dovevano anche portarle del cibo perché con quella gran pancia vuota Francesco non poteva proprio stare.
Finalmente ecco un’idea,  lì vicino a dove loro nuotavano, avevano visto un giorno un igloo, una casa di ghiaccio, dove era vissuto per un po’ un pescatore, magari lì c’era qualcosa di adatto per liberare Francesco. E infatti trovarono una vecchia ascia, la portarono dove stava la balena e cominciarono a spezzettare gli iceberg.
Ma rompendo tutto quel ghiaccio ecco che spuntò una piovra, rimasta intrappolata anche lei, la quale senza tanti complimenti e discorsi si prese i pinguini e se li portò via in una caverna.
La balena subito cercò anche lei allora di liberare i suoi amici, ma quella brutta piovra gli spruzzava addosso l’inchiostro che le faceva bruciare gli occhi e così tutto diventava difficile.
I pinguini furbi però si  misero a cantare tante volte la ninna nanna: -Ninna o ninna o, questa piovra a chi la do, ninna o ninna o questa piovra a chi la do- finchè non riuscirono a farla davvero addormentare.
Poi sottovoce chiamarono la balena e lei molto silenziosamente riuscì a farli uscire e a liberarli. L’avrebbero sistemata loro! Spostarono di nuovo gli iceberg e i pezzi di ghiaccio in modo che la piovra non potesse di nuovo uscire.
Certo lei a quel punto si svegliò, ma non poteva più fare niente, quella dispettosa!
I quattro amici gli fecero marameo e se ne andarono a giocare un po’ più in là.

 

 

 

Read Full Post »

Scrivendo i miei auguri per l’anno nuovo mi è tornato in mente un pensiero di quando ancora non ero una psicologa colorata, di quando le mie due anime ancora non si erano trovate. Ma può significare ancora tante cose, tante colline da scalare.

Cuore di lepre e di tartaruga
Una lepre e una tartaruga si incontrarono un giorno in un grande prato in cima ad una collina. Erano arrivate lassù per strade diverse:
la tartaruga aveva fatto tanti giri, larghi larghi, evitando le salite troppo ripide, per non cascare, rotolare giù dal ciglio della strada, sempre attenta ai pericoli, alle macchine, sicura però che nessuno l’avrebbe mangiata.
La lepre invece era arrivata in un baleno, a grandi balzi, attenta a non farsi vedere dai falchi, correndo veloce, scappando al minimo rumore.
Si incontrarono sulla cima, si videro e si riconobbero, erano state divise alla nascita e ognuna aveva un pezzo di cuore che sanguinava, cercando l’altra parte di sé, che non riuscivano a vedere.
Si abbracciarono e finalmente i loro cuori smisero di soffrire, si erano ritrovate.
Si strinsero così a lungo che non si staccarono più, erano così felici insieme, smisero l’una di correre, l’altra di stare sempre ferma e cominciarono a camminare.
Allora si accorsero con meraviglia che erano diventate un unico essere, una persona, una donna e scoprirono che non dovevano avere più paura dei falchi o delle macchine.
C’erano invece uomini, donne e bambini, vecchi e giovani, che la guardavano sorridenti.
Insieme ad alcuni di loro, un po’ correndo, un po’ camminando, un po’ saltando, un po’ fermandosi, la donna cuore di lepre e di tartaruga finalmente arrivava a casa.

Read Full Post »

Older Posts »