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Archive for aprile 2011

Ci sono giornate e momenti della mia vita in cui mi sento satura, arrivata, colma e così piena di tutto che il bisogno di vivere e anche di lasciarmi vivere diventa l’unico modo per fare spazio, per avere un margine più ampio di movimento, di respiro. Due feste di compleanno tra le vacanze di Pasqua, con in mezzo mini viaggio pellegrinaggio in camper alla Verna, cioccolata e torte e panini e stanze e case e case viaggianti da pulire e sistemare, tutto in otto giorni. E i figli a casa per queste vacanze imposte dalla scuola fino a lunedì prossimo. Troppo pieno, inclusi altri avvenimenti belli e brutti che non sto ora ad aggiungere. E allora anche se sento che vorrei fare gli auguri, anche se penso che dovrei scrivere qualcosa, non lasciar passare tanti giorni senza farmi viva nel blog, -Non è rispettoso, non è giusto per chi ti segue assiduamente, non è educato nè gentile saltare persino gli auguri e non è cristiano non mettere neanche una delle piccole riflessioni che hai fatto in questo giorni sulla Pasqua.- Non importa, decido di essere sincera, non scrivo semplicemente perchè non ci sono, non posso fare spazio neanche alle parole, neanche a queste righe bianche. Giusto quest’angolino per rendermene conto, queste mie frasi, questo almeno, sinceramente , posso scriverlo.

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Se ieri pomeriggio qualcuno di voi si è recato a passeggiare per il corso a Siena e ha visto una mamma camminare con passo un po’ stanco, reduce dai festeggiamenti del nono compleanno di quel ragazzino che si faceva tirare per mano con aria sacrificata continuando a ribadire che lui voleva il gelato, se le avete visto accanto, giusto un passo avanti, una ragazzina alta quanto lei, bionda e con l’aria insofferente di chi deve contenere la sua incontenibile energia, la sua frustrazione per non aver trovato il numero 40 proprio di quell’unico paio di scarpe che il suo cuore desiderava in tutto l’universo, se avete letto negli occhi di quella mamma lo sforzo per contenere quella rabbia e irritazione e lasciare che altri capi di abbigliamento ugualmente necessari riempissero un po’ quel vuoto che a tredici anni, lei se lo ricordava bene, possono sembrare immensi, mentre sapeva che dopo trent’anni la soddisfazione di quelle scarpe verdi con la para o di quel cappotto grigio dentro cui si guardava davanti allo specchio è rimasta indelebile, sapendo che anche un golfino blu di cotone, -mamma, questo è fashion- può far risalire quella china, se avete visto quella stessa mamma guardarsi poi di sfuggita nel riflesso delle vetrine pensando che avrebbe voluto andare dal parrucchiere o comprarsi almeno le scarpe nuove, ma che altre priorità, come questo shopping pomeridiano sono arrivate perchè la sua vita, pur essendo piena e felice, non è proprio quel sogno perfetto e pianificato da pubblicità che una si aspettava, ma se l’avete vista anche sorridere affrettandosi per non fare tardi alla Messa del Giovedì Santo “In cena Domini”, con il figlio che si godeva la sua coppetta fragola e amarena e la figlia senza più nuvole per aver trovato altri capi e persino un libro che desiderava e avete letto nel suo viso che in fondo andava bene anche così, che pur senza scarpe e pettinatura, per il momento, almeno i figli erano soddisfatti e si avviava sfinita, ma serena,
beh, se avete visto una mamma, così come ce ne sono tante, quella ero io.

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Stanca, piena di cose da fare, compleanno dei nove anni mercoledì, giovedì inizio delle vacanze di Pasqua e vuota di energie e di entusiasmo, unico desiderio una passeggiata o starmene sdraiata sull’erba al sole. E intanto porto avanti lavatrici e lavori di casa e lascio la mente vuota e leggera. E se per una volta me la facessi bastare la casalinghitudine? Se me ne stessi a sfaccendare ascoltando le mie canzoni e lasciassi i pensieri fuori, a vagare e svolazzare come farfalle su nuove margherite? In fondo anche questa, la casalinghitudine scelta, è una nuova esperienza. Si fa per dire poi, oggi pomeriggio devo andare a registrare le nuove puntate per la radio. Speriamo mi ricarichino, è sempre emozionante per me e forse di quello ho bisogno, sane e coinvolgenti emozioni, calde come questo sole di primavera. Eh sì, lo ammetto, povera casalinghitudine, ci vuole altro per me.

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A ridosso delle vacanze e della bella stagione voglio esprimere qui un opinione personale che ho sempre tenuta per me per paura di passare per una mamma snob o di essere incompresa. Oggi questa botta di coraggio e di trasgressione.
Trovo Eurodisney un luogo surreale e folle, frutto di un idea pazza portata agli estremi senza buonsenso e senza una prospettiva realistica.
Ma mi spiego meglio. Siamo stati a Parigi  col camper tre anni fa per dieci giorni e uno di questi, da bravi genitori, lo abbiamo dedicato alla visita del parco. A parte la spesa incredibile dei biglietti, dopo aver girato per giorni tra la Senna, Notre-Dame e tutti i monumenti e le piazze e i viali che fanno di Parigi una città dove ti senti presto a casa tua, dopo che i miei figli si erano affezionati e ambientati alla nostra fermata del metrò con cui adoravano spostarsi, siamo arrivati all’ingresso del paese di Topolino.
Eccoci qua: una città tutta finta, strade e palazzi color cartone animato, con in vendita tutti gli stessi prodotti, ripetuti in maniera ossessiva con oggetti da bancarelle in versione però boutique. E poi le attrazioni, file interminabili tra l’altro, per salire sopra dei trenini per guardare dal vero quello che normalmente si vede nei film, castelli, covi di pirati, astronavi. E poi la sfilata finale, un carnevale solo da osservare, tutto finto, adulti travestiti per divertire non per divertirsi. Certo un gioco dal vero, ma, a parte che io preferisco si sa la fantasia, l’evocazione, la suggestione, il tutto costruito con tanta maestosità e con tale dispendio di energia, di spazio, di denaro, mi è sembrato una grande follia collettiva. E poi tutto spiccatamente americano, frutto di una cultura, un ambiente, un’abitudine agli eccessi e alla capacità di stupire che è tipico per loro, una rappresentazione del loro mondo, del loro modo di vivere. Peccato però che siamo a Parigi! Ho avuto l’impressione di essere dentro una favola, ma quella dove tutti gli adulti guardano l’imperatore che sfila in mutande e nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Voglio dire come il bambino che quello non è il posto più bello del mondo, sono mutande, frutto di una convinzione pubblicitaria e di immagine, senza sostanza, su come e cosa debba essere la felicità. I miei figli, devo ammettere, non rimasero particolarmente colpiti da Eurodisney, -ma è come Gardaland!- fu la loro impressione, che almeno è in un luogo bellissimo sulle rive del lago e un po’ meno “esagerato”. Mio figlio, che allora aveva sei anni, ricorda bene solo la Tour Effeil e non ha mai espresso il desiderio di tornare al famoso parco, neanche davanti alle pubblicità.
Ma chiudere in negativo non mi piace, una piccola bistecca ci vuole, devo dire che esistono oggi tanti musei e mostre interattive per ragazzi, anche se noi ci siamo stati poche volte. Però per il 17 marzo siamo andati a visitare il Palazzo Pubblico, l’ingresso era libero, in piazza del Campo a Siena. Abbiamo ammirato L’allegoria del buono e del cattivo governo, un ciclo di affreschi del 1300, ma anche una specie di cartone animato del tempo, dove si vede la città e la campagna, la vita quotidiana con tanti particolari sulle persone e gli usi del tempo. Sarà che il medioevo è l’epoca delle fiabe, sarà che si vedono tanti personaggi, mio figlio ne è rimasto affascinato, senza luci ed effetti speciali e non era certo l’unico bambino seduto lì ad osservare. Non me ne voglia Walt Disney, sono cresciuta a Topolino e Aristogatti e così i miei figli, ma fumetti e film possono bastare, il divertimento poi lo cerchiamo altrove.

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Da Natale abbiamo con noi Fuffi, una battagliera gattina che la mattina segue i miei figli mentre vanno in piazza a prendere il pulmino. Arrivata a metà strada entra però in un giardino e loro proseguono da soli.
Stamattina a colazione ho detto ai miei ragazzi che Fuffi, come faceva Fagotto, se ne va alla scuola dei gattini e che questa scuola si trova nel giardino della vicina dove lei sei si ferma ogni mattina. Mio figlio, nove anni, pragmatico e concreto, veloce nei collegamenti logici ha subito compreso che scherzavo, giocavo, mia figlia, tredici anni, invece… è rimasta sorpresa e ha ripetuto con aria interrogativa -la scuola dei gattini?- quasi credendoci.
Lo so che forse lei pensava magari ad una scuola di comportamento, tipo quelle per i cani, ma io ho visto in quello sguardo, in quel dubbio, la mia bambina sognatrice e fantasiosa, che esigeva storie in continuazione, quasi che la realtà fosse troppo banale e volesse subito ripartire in volo per paesi lontani senza fermarsi mai a terra. Ho rivisto in un lampo nei suoi occhi quel desiderio, quella passione per ascoltare prima e per leggere e guardare poi, che ha fatto di lei ora una ragazzina romantica e sognatrice, che macina libri e storie e che ha scritto nell’ultimo tema a scuola che lei si sente davvero “a casa” quando è sul suo letto a leggere Harry Potter. Le ho dovuto rispiegare tutta la metafora e il gioco e lei ha compreso e ha sorriso, da ragazzina della sua età questa volta. Ma io spero che quella sua ingenuità rimanga in qualche parte di lei, perchè se è vero che deve maturare e diventare grande, mi auguro che quella sua capacità di bambina di stupirsi e di crederci non cresca mai del tutto e si conservi intatta dentro di lei.

Ecco com’era e com’è nel mio libro la storia di Fagotto.

Le storie di Fagotto
Mio figlio, per un periodo, non si addormentava se non gli raccontavo la sua storia quotidiana di Fagotto, ma ascoltava volentieri le sue storie anche la mattina a colazione, in macchina o mentre faceva la merenda. Insomma in qualsiasi momento della giornata era sempre pronto ad ascoltare una delle avventure del simpatico gattino. Sapete perché?
Perché Fagotto era lui. Cosa significa? Vi hanno mai chiesto i vostri figli di raccontare, a parole, la storia di un film che avete appena visto insieme? A me molto spesso, raccontare, spiegare, poter chiedere, commentare e digerire le parti più complicate o più inquietanti di una storia, insomma condividerla.
Le storie di Fagotto erano il racconto di quello che accadeva a mio figlio durante la sua giornata, rivissute pari pari da un piccolo gattino che viveva nel nostro orto, sotto casa nostra, che aveva una sorella più grande, un babbo, una mamma e andava all’asilo dei gattini proprio come lui.
Per esempio: una mattina Diego scende per andare a prendere il pulmino e sta aspettando la mamma e la sorella in fondo alle scale. Intanto che è lì arriva Fagotto, il suo amico gattino. -Ciao Diego, buongiorno!- gli dice appena lo vede.
-Ciao Fagotto- gli risponde Diego. -Dove stai andando di mattina così presto?-
-All’asilo dei gattini. Devo andare la mattina presto, perché poi chiudono il cancello e non si può entrare più.(!) Certo alzarsi a quest’ora è faticoso, e così la sera vado a dormire presto, sennò la mattina ho tantissimo sonno. E tu come mai sei già fuori?-
E Diego -Perché io invece vado all’asilo dei bambini e devo prendere il pulmino.-
-E che cos’è il pulmino?- (così le cose che fa Diego diventavano estremamente interessanti e degne di essere raccontate)
-Il pulmino è come una grossa automobile gialla dove salgono tutti i bambini che devono andare all’asilo e alla scuola elementare.-
-Che bella cosa, io invece ci vado a piedi all’asilo dei gattini. Ma mi piacerebbe anche a me andare su un pulmino.-
-Se vuoi puoi salire sul muretto in piazza, così vedi com’è fatto.-
-No, te l’ho già detto che sennò faccio tardi all’asilo dei gattini, comunque sono contento che me ne hai parlato così dopo lo racconto ai miei amici gattini e anche alle maestre.-
-Bene, anch’io ora devo andare che sta arrivando la mia mamma. Ciao Fagotto.-
-Ciao Diego.-

Ogni tanto Fagotto discuteva con la sorella gattina, scopriva o imparava delle cose nuove e ogni tanto gli capitava qualche piccola avventura e sempre trovava il tempo di raccontare e di chiedere della giornata trascorsa al suo amico Diego e io con lui.

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In quest’ultimo periodo mio figlio di nove anni ha chiesto con assidua determinazione e ha ottenuto di rivedere un po’ alla volta i tre film de Il signore degli anelli, che abbiamo in cd. Ora ha chiesto di rivedere i tre Stars wars e quest’inverno, a ridosso dell’uscita del settimo episodio, tutti i cd di Hary Potter. Queste tre saghe rappresentano per la nostra famiglia un patrimonio comune, acquisito nel corso di pomeriggi di temporali estivi, nei lunghi spostamenti col camper o in serate casalinghe invernali. Già questo nostro condividere, conoscere le scene, i dialoghi, fare indovinelli sui nomi dei luoghi e dei personaggi ce li rende cari e pieni di ricordi. Per esempio mio figlio nomina spesso un castello di sabbia di alcune estati fa a forma di Minas Tirith, la città del regno degli uomini de Il signore degli anelli, così come il padre gli ha comprato per carnevale la spada laser di Luke Skywalker, protagonista di Star wars. Non parliamo poi di cosa Harry Potter rappresenti per mia figlia. Ma c’è di più. Queste saghe hanno dentro di sè un’epica, una visione del mondo attraverso la metafora dell’Impero galattico, della Terra di Mezzo e di Howgarts, che parlano di noi, delle nostre vite, della nostra condizione di donne e di uomini che devono confrontarsi con il bene e il male, con l’infinito e con i propri limiti.  Sono moderni poemi, le nostre Iliadi e Odissee, la nostra mitologia. Storie religiose ed esistenziali, dove è sempre presente un vecchio saggio che ci spiega cos’è la vita, chi siamo noi, dove andiamo. Che sia Gandalf, Albus Silente, Obi-Wan Kenobi o il maestro Yoda, le loro parole servono alle nostre anime e a quelle dei nostri figli non meno che a quelle dei protagonisti.
E poi l’eroe, colui che alla fine sconfigge il male e trionfa, portando a termine la sua missione, che sia Luke, Harry o Aragorn, è sempre una figura non solo di azione, ma anche con una forte spiritualità e un passato con cui dover fare i conti, in lui il potere è in funzione del bene comune, una forma di servizio, mai fine a se stesso, alla gloria e al potere personale, che certo non mancano. Ma vengono abbandonati, per una vita di affetti reali e quotidiani come succederà crescendo al personaggio di Harry Potter o vengono condivisi. Come non commuoversi alla scena dell’incoronazione, quando Aragorn si inchina insieme agli amici, allo stregone, al nano, all’elfo, alla donna amata che credeva perduta per sempre e al popolo tutto, davanti ai quattro piccoli hobbit, che pur essendo i più semplici e vulnerabili, grazie al loro coraggio e alla loro generosità, hanno forse compiuto la parte più straordinaria dell’impresa? E in quel re che si inchina, nella sua umiltà, nella sua capacità di essere riconoscente, in quella immagine si trova la grandezza che vorrei imparassero i miei figli e a cui spero guardando questi film si ispireranno.

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Sole, sole, sole. Il mio noce, il nostro calendario, ha messo le prime foglie, quest’aria di primavera mi mette voglia di vacanze. E invece siamo solo ai primi di aprile e io, oltre al cambio di stagione, ai figli, ai soliti impegni, ho un sacco di storie che mi rincorrono, che aspettano di essere scritte o trascritte e cerco di scappare da loro. Forse sono fondamentalmente una bambina ribelle.
-Voglio scrivere, voglio scrivere!- e ora che lo devo fare mi sento bloccata, svogliata, voglio andare al mare! E mi sento anche in colpa. Chi più ne ha più ne metta. Però, però mi dico anche che questo è in fondo il rovescio della medaglia, i nostri pregi, le nostre qualità sono anche i nostri limiti, a seconda se li utilizziamo o li subiamo, se li apprezziamo o li svalutiamo. La mia emotività, la mia fantasia, i miei colori sono anche questo. Forse dovrei riuscire a guardarmi con tenerezza, a prendere questa svogliatezza come una delle mie tante sfaccettature, ad avere un po’ più di umiltà. E’ come con i miei figli: voglio sempre mostrarmi la mamma perfetta, che sa tutto e sa gestire tutto. Ma ora forse sono abbastanza grandi da poter accogliere una mamma “primaveratizzata”. E io, io sono abbastanza grande? Perchè non posso essere semplicemente e sempre perfetta? E invece tocca durare tutta questa fatica, imparare a volersi bene così come siamo, ci si mette anche la primavera..

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