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Archive for maggio 2011

Oggi voglio auto-citarmi: dall’ultima puntata di E la pillola va giù

“A volte penso che crescere un figlio sia un po’ come preparare una torta. Gli ingredienti, intanto possiamo soltanto metterli, mescolarli, valorizzarli, ma non abbiamo altro potere su questi, così come non possiamo cambiare i nostri figli a nostro piacimento, che fin da piccolissimi mostrano il loro carattere molto chiaramente  e lo si vede bene quando nasce il secondo figlio. Così noi possiamo soltanto prendere i loro ingredienti e rispettarli e valorizzarli, imparare bene la ricetta.
Innanzitutto rispettando i tempi, c’è la fase dell’impasto, e ha le sue regole, non la puoi far durare troppo  a lungo, o troppo poco, altrimenti la torta non viene soffice come dovrebbe. Lo stesso è con i figli, ci sono gli anni in cui devi essere presente, in cui non puoi lasciarli un minuto e anche dopo devi essere sempre lì ogni volta che ti cercano, magari non tutto il giorno, ma quando sei presente lo devi essere veramente, devi ascoltare, guardare, -mamma, guarda!- quante volte lo dicono? Devi impastare impastare, lasciare che attraverso la tua presenza, il tuo fare, le tue storie, le tue coccole, le tue punizioni, il tuo vestirli e lavarli e imboccarli, e pian piano solo tagliargli la carne o sbucciargli la mela, il tuo addormentarli e poi invece lasciarli dopo il bacio da soli a leggere, il tuo seguirli nei compiti e poi pian piano solo firmare le verifiche, lasciare che così l’impasto prenda forma, che la torta gradualmente  assuma la sua consistenza. E quando comincia ad essere pronta ecco che arriva il momento di mettere in forno. E non si può fare troppo presto, altrimenti gli ingredienti non si fondono come dovrebbero e il risultato non sarà armonioso, gradevole. Né puoi infornare troppo tardi, perchè l’impasto cuoce male, lievita troppo. Così con i figli, bisogna lasciare poi che cuociano al calore della vita, che sperimentino da sé, che imparino a sostenere le loro emozioni, le loro paure, le loro delusioni, la loro rabbia, ma anche che comincino a provare i loro entusiasmi, i loro successi  in cui noi non ci entriamo niente, che spostino al di fuori di noi e di casa nostra la loro attenzione. E dobbiamo dare il tempo a loro di farlo, senza che si spaventino o si sentano spinti in una realtà esterna troppo presto, altrimenti non saranno armoniosi nel loro aprirsi al mondo, ma neanche troppo tardi, perché ogni passaggio ha il suo tempo giusto e più si aspetta, più diventa difficile farlo, a volte impossibile.
E bisogna ricordare che se c’è il tempo impegnato e faticoso dell’impastare, arriva poi il tempo calmo e passivo dell’attesa, del solo controllare la cottura, senza dover aprire lo sportello, senza dover intervenire, che tanto si peggiorerebbe la situazione, ormai le cose sono state fatte, ecco perchè è importante pensarci bene al momento dell’impasto.
Si arriva così alla fase finale, quella che dà più soddisfazione. Si sforna la torta la si guarnisce e la si consuma. Anche qui però bisogna calcolare bene i tempi e infine bisogna accettare e godere dei risultati senza prendersela dei difetti, troppo cotta o bruciacchiata, troppo alta o troppo bassa. Così è con i nostri figli, non è tutto merito e nemmeno tutta colpa nostra quello che sono, e prendersela o gloriarsi, assillarli con le nostre aspettative, equivale a non vederli, a non accorgersi che loro sono al centro delle loro vite, non noi, non il nostro averli cucinati.
Infine, poiché crescono, bisogna accettare che ci lascino, che vadano ad offrirsi al mondo, ad una persona, ad un lavoro, a passioni, amici e interessi, lontano da noi. La torta è pronta e non è per noi, il nostro compito è finito, il pasticcere a questo punto si fa da parte e si ritira. D’altronde che gioia e soddisfazione si può trovare a cucinarsi e poi mangiarsi una torta tutta da soli, in perfetta solitudine, ma senza offrirla agli altri?”

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Uno dei film che abbiamo visto tante volte e che non ci dispiace mai riguardare quando ci capita è Hitch, commedia americana con Will Smith, ben equilibrata e ben recitata, divertente. Ma il vero motivo per cui ci piace questo film è perchè l’eroe della storia non è il classico primo attore, il personaggio in cui bellezza, purezza d’animo, coraggio e ricchezza si trovano concentrate in abbondanza, la versione aggiornata del principe azzurro, per intenderci. Il personaggio vincente è apparentemente Hitch, interpretato da Will Smith, bello appunto, ricco, disinvolto, tanto sicuro di sè da insegnare agli uomini imbranati sistemi per conquistare le donne di cui sono innamorati. Puri in una New York superfashion, come direbbe mia figlia, ma con ancora un’anima. Il vero vincente della storia è il suo allievo, l’imbranato di turno, un economista goffo, ciccione e sbrodolone, che commette alcune gaffe così comiche che anche mio figlio di nove anni può tollerare questa storia di sentimenti e d’amore e farsi le sue belle risate. L’imbranato certo non è sicuro di sè, non è disinvolto, ma possiede in abbondanza una merce rara oggigiorno, roba un po’ datata e fuori moda, la capacità di soffrire, di pensare al bene dell’altro, la capacità di non vedere tutto girare intorno a sè. Insieme alla determinazione, per amore, di mettersi in gioco, di voler superare i propri limiti, accettandoli, ma non subendoli, senza paura di mostrarsi. Tutte cose che Hitch, colui che dovrebbe essere vincente ed esperto non conosce, non sa fare, anzi teme come la morte. E così ecco che i ruoli si invertono, che le certezze e i dubbi si scambiano, e l‘imbranato si scopre essere coraggioso e il disinvolto codardo.
Perchè amare significa rischiare anche di apparire goffi, ridicoli e soprattutto rischiare di essere rifiutati. Se fuggi, se ti nascondi invece non ti succederà niente di tutto questo, sarai sempre padrone della situazione, disinvolto e “vincente”, ma il tuo cuore resterà solo. Direi che è abbastanza per una commedia divertente da vedere tutti insieme.

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Tema “Che paura!” (III elementare)

“A Natale ho ricevuto come regalo una gattina che ho chiamato Fuffi.
All’inizio era una fifona, appena la presi mi scappò  di mano e sbattè il cranio contro il forno pensando che fosse un buco per scappare.
A primavera iniziò a uscire, ma solo quando c’era uno della mia famiglia. Ora sta giornate intere fuori e torna solo a pranzo per mangiare la scatoletta che uno della mia famiglia le dà, di solito io, che viene divorata in un sol boccone.
Ora non ha più paura e ha imparato a cacciare le lucertole, le porta in casa e la mia mamma ha paura; allora mi tocca levare le lucertole dalle zampe e dalla bocca di  Fuffi mentre lei mi ringhia.
Una volta ha ammazzato una piccola serpe e l’ha lasciata davanti al portone di casa mia.
Qualche settimana fa Piero, il proprietario di un negozio davanti casa mia, ha visto Fuffi con un topo vivo in bocca e l’ha raccontato alla mia mamma e lei ha detto -Speriamo che non ci porti i topi in casa!-
Speriamo che non li porti davvero perchè quelli non li porto giù! Mi fanno senso! -Bleh!-
A proposito della lucertole: non le porta più in casa!”

-Ma di me non parli mai!- la sorella quando ieri sera è stato letto a voce alta.
-Nemmeno di babbo- le ha risposto lui.
-Ma io sono più importante di babbo!- e se ne è andata stizzita.
Lui, in brodo di giuggiole.

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La vita va avanti, il cuore ci prova. Tante cose mi restano dentro, qualcuna si può condividere. Non è stato tutto facile col mio babbo, ma molto di ciò che io sono viene da lì. Lui, così fiero della sua Toscana, della sua campagna, lui mi ha dato l’amore per le sue, le nostre colline.

Qualche tempo fa…
“Sono fatta di terra di collina, queste colline che mi guardano tutt’intorno, che mi hanno visto ridere entusiasta, annaspare nell’acqua delle mie lacrime, gioire dei loro contorni nei neri cieli arrossati. Loro erano sempre lì, fuori e dentro di me, a guardarmi, a salvarmi. Perché è questo che mi ha salvato, la bellezza e l’amore che mi ha circondato, loro le mie rotonde ciambelle che mi hanno impedito di affogare nel mare della mia rabbia, ed io formichina che ogni volta, gli occhi alla finestra, nuotavo col cuore e così restavo a galla. Non mi ha aiutato nessuno e mi hanno aiutato tutti, perché da tutti ho saputo prendere, dove potevo mi appoggiavo e così galleggiavo e andavo avanti in cerca della mia terraferma. Ma quando l’ho trovata ho iniziato ad avere paura, non ci credevo che non affondavo o che non arrivava uno tsunami a devastarla. E sono stata quasi peggio: di galleggiare ero capace, ma a camminare, correre, saltare, rilassarsi, come si fa? Ma io sono fatta di terra di collina, non di acque agitate, non sono paura e tristezza, sono bellezza e armonia, proprio come le mie colline, dolci e generose, eppure modeste, non tolgono il fiato come le cime innevate o i bagliori delle onde. Eppure le guardi e senti che Dio le ha amate molto quando le ha create, ti riempiono lo sguardo di vita, di incanto, di amore, il cielo e la terra, l’uomo e la natura, il coltivato e il bosco, il verde e l’azzurro, l’alternarsi delle stagioni e delle colture, la vita che scorre e trascorre, l’armonia, l’amore. La ricchezza e la pienezza, i paesi e i castelli, l’ulivo e il cipresso, la vite e il grano, il tempo che scorre, includendo la morte dei singoli, ma non del mondo, non dell’amore. L’amore, come le colline, non se ne va, resta lì a guardarmi, ma sono io che lo guardo, lui, come loro, semplicemente esiste ed è abbondante, quanto ne vedo intorno a me. Ed io, che ho imparato a galleggiare, cosa ne faccio adesso? Cosa si fa sulla terraferma, con l’amore? Cosa sto facendo? Aprire bene gi occhi, amare più se stessi, l’amore fa bene alla gente, comprendere il perdono, l’amore fa.(Fossati)

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Ninna nanna, ninna nanna
questo bimbo è di mamma
Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?
Se lo do alla Befana
me lo tiene una settimana
Se lo do all’uomo nero
me lo tiene un anno intero
Se lo do all’uomo bianco
me lo tiene tanto tanto
Se lo do all’uomo giallo
me lo porta a fare un ballo
Se lo do all’uomo rosso
me lo butta dentro a un fosso
Se lo do all’uomo blu
non me lo riporta più
Se lo do all’uomo verde
di sicuro me lo perde
Ninna nanna, ninna oh,
questo nonno a chi lo do?
Lo darò a Gesù Bambino
che lo tenga un momentino
Lo darò alla sua mamma
che gli faccia far la nanna.

Insieme alle sue canzoni, quelle che più amava, tra il via vai degli infermieri e con i suoi compagni di stanza che mi accompagnavano formando un insolito coro, a lungo ho cantato anche questa ninna nanna a lui che me la intonava da bambina, fino a quando si è addormentato, sapendo che davvero Gesù Bambino e la sua mamma, la mia nonna Aladina, erano lì, pronti ad accoglierlo in cielo .
Babbo mio.

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Forse ve ne sarete accorti che da ormai quasi un mese arranco tra impegni straordinari nel bene e nel male della mia vita ordinaria e così non trovo il tempo di scrivere, di fermarmi, e la mente continua a volare da sola, ma non riesce mai ad atterrare qui per raccontarsi: un nuovo film da amare, uno spunto con mio figlio e il tremendo triangolo, madre, padre e figlio, sto scoprendo che è più complicato con un figlio maschio, almeno per me, lasciare che si stacchi, una storia quasi profetica che durante le vacanze di Pasqua ho come vissuto a distanza di vent’anni da quando l’avevo scritta. Ma non trovo il tempo di scrivere, di dedicare le energie che vorrei e poi devo scrivere storie per le ragazze madri e le puntate alla radio e finire il progetto dei laboratori. Ma la voce che esce dalle parole scritte, quel mio pezzo di anima non si esprime e non si mostra così, in fretta e a comando, vuole essere sicura di esse accolta, ascoltata, non è certo come aprire una saracinesca ed entrare in garage! E così mi sembra di camminare scivolando sul terreno, senza poter toccare mai con i piedi nudi l’erba verde e fresca, senza sentire il profumo della terra umida, senza ascoltare il canto delle rondini che sempre mi inebria in questo periodo. Mentre scivolo, scivolo, galleggio e sopravvivo, come pattinassi, accenno ad uno sguardo fugace a quel verde che si staglia sul cielo azzurro, annuso l’aria dolce la sera quando chiudo la finestra, tanto per percepire la nostalgia dei momenti in cui posso fermarmi ad ammirare, sentirmi un tutt’uno, accompagnata dall’universo. Ricordare, sapere che qualcosa manca, che qualcosa esiste fuori e dentro di me e che va ricollegato insieme appena possibile, anche qui, è già una boccata d’aria. Almeno questo me lo posso concedere.

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Sono tornata, anche se non sono certo mai andata via e anche se ora altre difficoltà e impegni mi chiamano, un padre molto anziano e molto malato, ma forse proprio per questo voglio scrivere di emozioni piacevoli, da accompagnare alle altre.
Mia figlia ormai è da un po’ e quindi assodato direi, che mi dice che tra le sue amiche lei è quella con la mamma più aperta e disponibile, più rispettosa delle sue idee, che le lascia più libertà di scelta e di movimento, con cui si può discutere. Eppure io non mi limito per niente nelle punizioni, persino negli urlacci e l’altro giorno che mi aveva risposto in modo sarcastico l’ho messa nell’angolino come quando era piccola! Però è vero che questo è quando sono arrabbiata, quando parliamo e discutiamo con calma, quando me ne rendo conto, cerco sempre di lasciarle il suo spazio e anche di non influenzarla, io che -fai come ti pare!- sapevo che significava che quello che volevo io non sarebbe stato approvato. Insomma mi auguro e desidero che lei sia indipendente, spero di riuscire a rispettarla, che si senta libera da me. Ma sono così ingombrante che credo sia un’impresa ardua. Io ho opinioni su tutto, sono controllante, ansiosa,
-peggiorista- come dice lei, cerebrale e tremendamente emotiva e romantica, qualche volta piangevo commossa vedendola arrivare da scuola con quelle sue codine e il grembiule bianco e mi commuovo quando le racconto le cose, le situazioni le storie. Sono tanta!
Eppure lei mi dice e ormai come scontato, che le mamme delle sue amiche sono meno malleabili, più ingombranti e presenti, più invadenti di me. E non è che lei sia una particolarmente tosta, come il fratello, come il padre, è molto indipendente e autonoma nelle sue scelte, ma ci tiene tanto all’approvazione degli altri, alle relazioni, che sono il centro della sua esistenza. Ora che ci penso è come me, già. La prima volta che sono uscita per conto mio nemmeno lo ricordo: ero alla materna, evidentemente quel giorno decisi di tornare a casa da sola a piedi invece che col pulmino. Mi trovò una vicina che camminavo tranquilla in mezzo alla strada verso casa. Ma sapete quanto ho paura del giudizio degli altri, la fatica a mostrarmi.
Forse è per questo assomigliarci che io e lei andiamo d’accordo e che mi trova sopportabile anche in questi anni di rapporti difficili di crescita, o forse è perchè ci rifletto tanto e mi interrogo su quello che faccio e facciamo, forse tutte e due le cose, come sempre succede nella vita, che la spiegazione non è mai una sola e semplice.
Comunque lei ogni tanto mi accarezza una guancia -mamma, sei carina- mi dice, poi va.
Ogni scarrafone è bello a figlia soja.

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