Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2011

Ero eccitata e commossa. Io romantica amante del medioevo e delle sue leggende ne avevo appena incontrata una, dal vivo. La prima e probabilmente l’unica della mia vita.
Mi sentivo tornata bambina, mi sentivo parte di una fiaba, per la prima volta, finalmente. Sergio mi trovò così, con aria sognante e mi riportò alle mie preoccupazioni di mamma: avevano messo del ghiaccio sulla caviglia di Pietro che protestava di volersi alzare che non aveva niente.
Riuscii facilmente a farlo stare seduto. E anche Martina e anche Sergio.
Rimasero colpiti come me dalla storia di Giardino, anche se non, almeno a vederli, altrettanto commossi. Continuarono a parlarne allegri ed eccitati.
Io restavo in silenzio, volevo conservare quel senso di calore e magia che spesso le parole banalizzano e raffreddano.
Chissà quante cose conosceva del castello, ma era rimasto in silenzio per rispetto dei suoi antenati, per non svenderli ad estranei, o forse per mantenere su se stesso insieme a loro il riserbo e l’intimità di una storia che per lui era vita di carne e di sentimenti.
Mi affascinava anche il suo non ricevere direttamente i soldi, forse ultimo segno di una dignità d’altri tempi.
E se fosse stato tutto un trucco? Ormai ci avevo troppo costruito e mi sarei trovata non soltanto delusa, ma cinica e scettica, le cose che vanno meno d’accordo con me e mi rendono insoddisfatta e cupa finchè non se ne vanno.
Dopo cena Sergio chiese se c’era modo di rivedere Giardino e di ringraziarlo. La signora ci disse che quasi sempre i turisti chiedevano di lui, anche senza sapere del suo legame col castello.
Ma per lui si trattava di una cosa molto isolata col resto della sua vita e non accettava niente tranne i soldi che i turisti gli facevano arrivare tramite lei.
Le chiesi allora se avesse conosciuto la storia della sua famiglia e del castello.
Giardino, ci disse, non ne parlava mai, ma suo figlio aveva fatto fare delle ricerche araldiche e lui stesso si era informato in molte biblioteche e con molti libri di storia locale. Sembrava proprio che loro fossero un ramo discendente, anche se non l’unico. Il castello doveva essere stato una residenza estiva poi diventato fortezza. Diroccato ormai da secoli, la famiglia di Giardino era tornata casualmente nel paese con il bisnonno che aveva preso il mulino.
Non mi piaceva ascoltare queste notizie, soprattutto raccontate dalla signora, quasi come un pettegolezzo. Preferivo il silenzio e il mistero su questa figura, questo cavaliere errante, piccolo re Artù di una fiaba vera e moderna che io stavo vivendo.
La mattina seguente eravamo decisi a rivederlo. Io però insistevo che dovevamo rispettarlo. Potevamo tornare da soli al castello.
Tutto era cambiato, la vacanza non solo non era più noiosa, ma un misto di incanto e commozione, di eccitazione e di frenesia ci rendeva inquieti. Altro che relax!
Sergio era della mia stessa idea: dovevamo lasciarlo in pace. Ci avrebbe anche potuto deludere e comunque non avevamo alcun diritto di disturbarlo. I ragazzi, chiaramente, non ci volevano sentire, erano irremovibili.
La signora ci aveva fatto capire che non poteva dirci niente per imparzialità e per lealtà nei confronti di Giardino.
Provammo con aria indifferente a fare un giro del paese, ma non successe nulla. Forse aveva un pezzetto di orto e magari era lì a lavorare: girammo verso gli orti.
Forse erano arrivati altri turisti e lui ora stava proponendosi su alla pensione.
Non lo trovammo neanche lì. Così decidemmo, per forza di cose, di tornare da soli al castello.
Fu emozionante, almeno per me. Gli altri sembravano alquanto delusi.
Tornando indietro facemmo una scoperta. Nel punto dove Pietro aveva inciampato era stata dissotterrata e spostata letteralmente una radice, probabilmente causa della caduta ed era stato pareggiato il terreno.
Ma perché quest’uomo così buono e attento era anche così misterioso?
A pranzo non si fece vivo. Esasperati, decidemmo di non pensarci più, di chiudere l’episodio di Giardino.
Per il pomeriggio Pietro e Martina proposero di procurarci o costruirci dei ricordi di questa vacanza, dei souvenir artigianali.
Trovai l’idea stupenda e non pensai più al mio re Artù, sapendo che proprio così sarebbe rimasto tale nei miei ricordi: un’apparizione fiabesca e fuggevole, proprio come deve essere.
Volevo trovare dei fiori dallo stelo lungo per farne una ghirlanda intrecciata da far essiccare. Mi piaceva molto l’idea, ma non ne parlai con gli altri. Il patto era di mantenere il segreto finchè i souvenir non fossero pronti.
Trovati i fiori adatti, mi sedetti su un masso ai bordi di un sentiero su uno slargo. Cominciai a tagliare gli steli per renderli tutti della stessa lunghezza. Li avevo messi in un bel paniere, avevo forbici, filo di ferro. Mi sentivo Heidi o forse la Cappuccetto Rosso che appena arrivata mi aspettavo di veder spuntare dal bosco. Certo non avrei mai pensato che col paniere e i fiori sarei spuntata io!
Canticchiavo meccanicamente. Invece del lupo cattivo dal folto sbucò mio marito. Ridemmo nel vederci, io in mezzo ai miei fiori, lui con in mano una specie di piccola accetta, “pennato” mi disse che si chiamava e una busta con dei pezzi di legno.
Senza dire altra parola proseguì al di là del sentiero e si inoltrò di nuovo nel bosco. Ero felice.
Quando tornai verso la pensione i ragazzi erano nel cortile e mi corsero incontro entusiasti. Senza dire niente mi mostrarono il loro souvenir. Avevano costruito una corona di cartone, l’avevano foderata non so con che cosa, ma era davvero bella. Aveva attaccato un piccolo ramo, sapevo cosa significava: il ricordo del nostro misterioso “re Giardino”.
Lì accanto vidi il souvenir di Sergio. Era non so come riuscito a trovare un pezzo di legno schiacciato, lo aveva scartato e pulito in quel poco tempo e aveva fatto un centro tavola.
Appeso al muro, pensai, poteva divenire una bellissima cornice per la mia ghirlanda. Senza saperlo ci eravamo completati, non era la prima volta.
Mostrai orgogliosa la mia ghirlanda ai ragazzi: i nostri gusti si riflettevano in questi lavori, ma non credevo che avremmo costruito degli oggetti così belli.
“Siamo stati proprio bravi” pensai e lo dissi anche. Giardino o non Giardino avevamo vinto la sfida, niente macchina, libri o carte e il tempo era volato, la mattina dopo saremmo partiti.
Proposi un ultimo passatempo, un gioco per trascorrere la serata. Dopo cena, seduti in cortile, ognuno avrebbe raccontato una storia inventata sul proprio souvenir. I ragazzi potevano farne una o due come preferivano. Accettarono tutti e tre. Decisi, come mio solito, di non pensarci e che avrei improvvisato. Non ce l’avrei fatta a pensarla prima a raccontarla in un secondo momento.
I ragazzi invece, stettero a parlottare sul letto per un bel pezzo e anche a cena fecero i misteriosi. Finalmente ci sedemmo sui gradini della pensione, in una quiete fatta di rumore smorzati più che di silenzio.
I ragazzi erano impazienti di iniziare e così io e Sergio ci accingemmo ad ascoltare. Si alzò Martina dicendo che avrebbero fatto un po’ per uno e cominciò.

Read Full Post »

Non era né giovane né vecchio, quell’età indefinibile. Così naturale e disinvolto che sembrava avesse detto tutto già prima di cominciare.
Venne alla fine del pranzo al tavolo, mentre io già mi chiedevo, un po’ in ansia, cosa avremmo fatto. Ci annunciò che era la guida del paese per le escursioni al castello diroccato e che la quota andava comunque versata alla signora della pensione. Visto che era bel tempo saremmo partiti alle tre. Se qualcosa non andava potevamo avvertire la signora.
Disse tutto questo con tranquillità e serietà, come se fossimo già stati d’accordo. Non si offrì, né si propose, si assunse, potremmo dire. Non so se era studiato, ma questo saltare ogni formalità e anche ogni forma di presentazione o di accordo ci divertì e ci incuriosì. Alle tre meno un quarto eravamo già davanti alla pensione.
Finalmente ci chiese i nostri nomi. Gli dicemmo quelli veri. Ci incamminammo.
Aveva un bastone bellissimo, tutto intagliato. Quando entrammo nel bosco ci disse che anche noi dovevamo avere un punto d’appoggio e che ognuno doveva prendersi un bastone. Sergio si stava già muovendo per prenderlo anche ai ragazzi. Giardino lo guardò e disse di nuovo e senza forza che ognuno di noi doveva prendersi il proprio bastone. Poi disse “Se non si sa scegliere dove appoggiarsi, poi non ci si sa nemmeno appoggiare.”
Era proprio vero? La versione moderna simil-medievale di Mosè era con noi e ci stava guidando?
Sentii molto amore in quella frase, o magari ce l’avevo voluta sentire. Comunque scegliemmo i nostri bastoni.
Cominciò a camminare e intanto a parlarci della natura, del sentiero che va mantenuto pulito. Gli chiedemmo i nomi degli alberi, delle piante. Tute le nostre curiosità furono soddisfatte.
Non dicemmo niente di noi, ma molte cose vennero fuori: la mia tendenza estetica e romantica, io che osservavo i colori ed esprimevo le mie sensazioni, lo spirito pratico e intuitivo di Sergio a cui Giardino annuiva, condividendo le osservazioni. E l’ordine emotivo e fantasioso dei ragazzi.
Arrivammo al castello: poche rovine in una posizione superba. Mi aspettavo qualche spiegazione storica o almeno qualche leggenda. Ma Giardino non disse niente.
Restammo a guardare il panorama tutti in silenzio. Quella quiete infondeva un senso di rispetto come dentro una cattedrale: maestoso e pieno di dignità.
Come se gli antichi abitanti di quel luogo, le loro emozioni e i loro gesti si imponessero alla nostra attenzione per il solo fatto di essere esistiti e di essere ormai così distanti da noi
Giardino non disse proprio niente, neanche di ripartire. Soltanto si mosse e si incamminò verso la discesa.
Restammo tutti in silenzio per un pezzo. Poi Pietro inciampò. Si fece soltanto una storta, ma la caviglia si gonfiò subito.
Giardino non esitò, lo prese sulle spalle e a Pietro veniva anche da ridere. Sergio provò ad opporsi, ma giardino ribadì che non era né il primo nè l’ultimo. Lui c’era abituato.
Dopo un primo imbarazzo Pietro cominciò a guardarci divertito e fece anche i complimenti a Giardino per a sua forza. E per la prima volta lo vedemmo ridere.
Sergio si era rilassato e rideva anche lui.
Non ci salutò davanti alla pensione, ci disse soltanto di far riposare la caviglia di Pietro.
Chiesi subito informazioni alla signora della pensione che mi raccontò di come Giardino fosse un lontano discendente dei padroni del castello.
Aveva dodici nipoti ed era molto gioviale. Accompagnava da sempre i turisti al castello e non aveva mai permesso a nessun altro di farlo. Era l’unico argomento su cui non era disposto a scherzare. Era un nonno giocherellone e un uomo di compagnia, ma nessuno più si stupiva della trasformazione che aveva quando accompagnava le persone al castello. La nobiltà da cui discendeva si conservava in questo aspetto che affascinava il paese, anche se era ormai per tutti un’abitudine. Ma non per me.

Read Full Post »

Poichè in questo periodo faccio fatica, anzi proprio non riesco a scrivere e a stare in contatto con le mie tante emozioni e scrivere per me è proprio questo, e poichè non voglio nemmeno sospendere questo filo col mio cuore e con voi, agirò per interposta persona, diciamo così. Ho deciso di mettere, piano piano, il racconto che scrissi quasi vent’anni fa e che mi è tornato in mente durante le vacanze di Pasqua. Non conoscevo certo ancora mio marito, non potevo sapere che avrei avuto due figli, un maschio e una femmina e non potevo immaginare che sarei andata a vivere in un piccolo paese, ma è vero che i nostri desideri e i nostri sogni ci mettono in sintonia con persone e realtà che, se davvero ci credi, prima o poi arrivano.

La vacanza del re Giardino

“5 saltelli e oplà, la canzone è tutta qua. Un passetto per l’in giù ed il ballo hai fatto tu.”
Così cantavano i bambini danzando nel cortile. Sembravano folletti, creature d’altri tempi.
Eravamo da poco arrivati, il tempo di sistemare le nostre cose nelle stanze e fare un giretto per il minuscolo paese. Ma già eravamo inseriti.
La campagna circostante ci guardava indifferenti, la naturale accoglienza di chi già ci considerava del luogo, diversamente dalle persone che con la loro riservata e un po’ fredda curiosità soddisfacevano il nostro bisogno di attenzione.
Forse era stata un pazzia venire a trascorrere il fine settimana lungo in questo posto, non sperduto, che ormai non ne esistono più, ma volutamente isolato, per il turista esigente, forse scelto o eccentrico e forse così anche noi.
Un’idea stravagante quindi, ma non per questo meno piacevole. Le vacanze o le gite precostituite ti dicono già cosa guardare o cercare, che tipo di emozioni attenderti.
In ogni modo mi ero portata da leggere, un bel po’. E qualcosa anche per il resto della famiglia. E un quaderno bianco.
“Siamo appena arrivati, è tutto magnifico, sembra di essere in una fiaba. E’ quello che ho sempre desiderato. Mi aspetto che spuntino da un momento all’altro Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel. I ragazzi sono eccitati, hanno visto un fiume con i cigni e un negozio, turistico tremendo, ma che vende giocattoli in legno e altre cose comunque in tono con l’ambiente. Sergio è tranquillo e guarda tutto, contento come al solito.”
La prima cena fu fantastica, a lume di candela con uno stupendo cielo stellato e un gran scorrere di macchine, almeno per quel che io mi aspettavo da quel luogo.
I ragazzi dissero che occorrevano nomi appropriati all’ambiente e alla vacanza. Ci divertimmo a scegliere i nomi, Sergio diventò Guglielmo, io Ginevra e i ragazzi Angelica e Federigo con la “G”.
Non c’era molto da fare nel paese, ma fu stabilito che non avremmo usato la macchina e che avremmo escogitato passatempi per trascorrere il tempo “in loco”. Escluse anche carte, scacchi e affini. Proprio un sfida.
Il resto della serata passò guardando le stelle ad indovinare le costellazioni.
Ogni tanto Sergio-Guglielmo russava, ma i ragazzi lo risvegliavano a suon di solletico.
I morbidi piumoni e gli alti cuscini autorizzarono invece mio marito a russare tranquillamente. I ragazzi erano già andati e neanche se ne accorsero.
Che bella cosa la colazione a tavola tutti insieme con i fiori e la tovaglia color crema!
E dopo? Come avremmo trascorso la mattinata? Nel modo più ovvio: facemmo un giro perlustrativo del paese e una passeggiata un po’ più fuori, verso il bosco.
Arrivati in un punto con una bella panoramica, proposi di tornarci a fare dei disegni da mettere insieme alle foto ricordo. Ma i ragazzi non ne volevano sapere.
Ci incamminammo verso il fiume per vedere i cigni. Trascorse così il resto della mattina e l’ora di pranzo ci trovò sì, ancora rilassati, ma sicuri che un altro paio d’ore così e ci saremmo certamente pentiti delle regole appena inaugurate.
Eravamo così, senza rendercene conto, in attesa.
E qualcosa accadde veramente: conoscemmo Giardino.
Per quanto assurdo fosse, Giardino era proprio il suo nome, o almeno il modo il cui lo chiamavano.

Read Full Post »

Ci sono fasi che si attraversano, volenti o nolenti, dove le cose viaggiano ad una velocità diversa, come se il tempo si dilatasse e contraesse a modo suo. Cose da risistemare, nuovi equilibri da trovare dentro e fuori di me: la morte di un genitore porta con sè o forse si porta via, pezzi di vita ed emozioni, ricordi e anche ostacoli che sono rimasti dentro, un senso di vuoto da riempire con una nuova immagine, chi ero, chi ho smesso di essere e chi sono ora. Non mi so spiegare bene, ma d’altronde non lo so fare neanche con me stessa. In viaggio, in movimento, senza averlo deciso e che non governo. Cerco di dare una direzione, magari un senso, gli eventi mi portano e anche io porto loro con me, perchè il passato e il presente mi si mescolano insieme, mi ritrovo dodicenne, adulta e ragazzina, avanti e indietro. E a tutto c’è da dare una risposta, trovare uno spazio dentro di me, dare rifugio a tutte le emozioni e i colori che mi attraversano, un arcobaleno che va dal grigio della malinconia, al nero della tristezza, al bianco della fede, al rosa aranciato del tramonto e della tenerezza che la fine della vita porta con sè. E’ difficile scrivere e sentire tutto questo, meglio correre e scappare, ma prima o poi bisogna tornare.

Read Full Post »

Ieri ho partecipato ad una tavola rotonda sulla violenza di genere, cioè degli uomini sulle donne. Questa sarebbe dovuta essere l’introduzione, ma per giochi di potere non è andata così. Che faccio la spreco? “L’uomo è cacciatore, la donna è preda.” Eppure ora noi donne votiamo, lavoriamo, guidiamo, usciamo la sera, fumiamo! Qualcosa è cambiato. Ma quando ce ne torniamo alle nostre case, ai nostri mariti e fidanzati, ai nostri datori di lavoro, ai nostri superiori, ai nostri dirigenti politici, quello che insegniamo ai nostri figli, il modello che conosciamo rimane quello del cacciatore, quello della preda. Certo non è che fare la preda ci rispecchia, noi donne, non è che ci entusiasmi. Allora abbiamo provato a copiarli, non c’è libertà senza potere e abbiamo anche noi preteso di cacciare, di decidere, di accedere al potere. E molto è stato fatto, gli schemi sono stati rotti, i tabù spezzati. Ma altrettanto resta da realizzare: l’ora del cambiamento è composta dal distruggere il vecchio, ma non prosegue senza costruire il nuovo. E’ arrivata l’ora di agire non più soltanto sugli schemi o sugli equilibri, ma sulle persone, sulle relazioni, sul modo di incontrarsi, e questo non può avvenire a senso unico, su una sola delle parti in gioco, non è un problema delle donne, ma anche degli uomini, delle coppie, delle famiglie, dei gruppi sociali, della società intera. La disparità va annullata, mantenendo la diversità, ma come si fa? Quali sono i modelli, i modi di vivere senza negare il proprio essere donna, il proprio essere uomo, senza disparità? In che modo gestire uno stesso potere senza  doversi assomigliare? Quale reciprocità, quale relazione per poter stare insieme, per amarsi, per convivere, per condividere e collaborare e anche per competere e discutere, cosa insegnare ai nostri figli maschi e alle nostre figlie femmine, ugualmente preziosi e preziose ai nostri occhi, per trattarli e trattarle equamente, per non fare differenze senza però appiattirli? Questa domanda ci ha portato a chiederci cosa finora è stato fatto,dove imparare, cosa diffondere, a quali nuovi modelli attingere e guardare per imparare e quindi insegnare alle nuove generazioni ad andare oltre al cammino che ci ha condotto fino qui e che deve ora, crediamo in questa nuova direzione, proseguire. Partiamo da un’immagine che è anche una proposta con cui magari iniziare questa ricerca, questo voler andare oltre la contrapposizione cacciatore-preda, perché è pur vero che noi tutte e noi tutti, femmine e maschi, sempre ci cerchiamo e non possiamo e non vogliamo fare a meno le une degli altri: cominciamo a pensare che se l’uomo va a caccia, la donna va a pesca, altrettanto attiva nel muoversi, ma con tecniche diverse, con metodi e strumenti propri e peculiari. Ecco che può farsi largo allora una diversa e nuova visione su quello che accade tra di noi, non cacciatori e prede, ma persone, esseri dotati anche di altri e ben più complessi comportamenti oltre agli istinti: tutte e tutti vogliamo essere cercate e cercati e vogliamo poter cercare, tutte e tutti vogliamo una parte di potere, essere protagoniste e protagonisti del proprio destino, ma ognuna e ognuno col diritto di farlo a modo suo, secondo la propria natura e le proprie capacità, perché l’incontro diventi  allora un vero trovarsi, la diversità non una minaccia, ma una ricchezza, non un ostacolo, ma una risorsa, non una fonte di sopraffazione, ma una sorgente di pace .

Read Full Post »

Lungi da me intendermene di politica, una delle cose che so fare bene è appassionarmi ai libri, eccovi allora qualche consiglio di lettura:
La bestia e la bella di Silvana De Mari.
Un piccolo e breve racconto per bambini, che potrete leggere anche ai vostri figli o nipoti, se si ha poco tempo ma molto bisogno di imparare.
Per ogni uomo che è padre, ma anche per chi ha responsabilità politiche, come sono o dovrebbero essere i sindaci, i principi e i re delle fiabe diventati grandi.
Per ricordarsi cosa significa governare, cos’è il potere pubblico.
Per ricordarsi che la società perfetta che finora ci siamo illusi di cercare, che ci spingono a cercare, nel denaro, il potere e il successo, ci ha portato ad essere ricchi e presuntosi sì, ma vuoti, sempre in cerca di qualcosa da comprare o da fare, oggetti e non soggetti del consumismo.
Per ricordarsi che il dolore del cuore è difficile da sentire, è un male sottile, inesorabile, difficile da ascoltare quando si è indaffarati, quando si è a pancia piena e pieni di tutto. Ma non se ne va e avanza finchè qualcuno trova il coraggio di ammetterlo e le persone si accorgono che è facile divertirsi, riposarsi, rilassarsi o eccitarsi, magari sballarsi e inebriarsi, ma il cuore resta vuoto perchè manca la possibilità di commuoversi, di meravigliarsi, di entusiasmarsi, di emozionarsi.
Per ricordarsi che la felicità sta altrove, magari anche nel leggere un piccolo libro, fatelo, capirete.
La collina dei conigli di Richard Adams
Un altro libro per ragazzi, un romanzo di avventure, che parla di conigli, ma insegna agli uomini, a chi deve fare il leader, perché qualcuno deve pur farlo ed è meglio, per il bene di tutti allora che tocchi a qualcuno che ne sia capace.
E Moscardo, il coniglio protagonista della storia, insegna in tutta la storia cosa vuol dire essere un capo.
Non è il più forte lui o il più intelligente, quello con più mezzi, un leader non deve e non può non dover render conto, tanto meno diventare grande grazie alle proprie sregolatezze, al proprio essere fuori dalle regole ordinarie.
Moscardo è un coniglio qualunque, ma sa ascoltare, sa vedere, sa chiedere e soprattutto sa valorizzare le doti di ciascuno dei suoi sottoposti, senza tirarsi indietro là dove invece deve essere poi lui in prima persona a rischiare.
E non pretende di sapere sempre la risposta giusta, non ha la chiave di lettura e la soluzione per tutto, come certi uomini politici  che non si lasciano mai scalfire dalle sconfitte, non si mettono mai in discussione, certi e attaccati ai loro privilegi, indifferenti al loro allontanamento dalla vita reale, dai cittadini e dai voti. Destra o sinistra, scozzano solo il mazzo, senza cambiare, per paura di perdere ancora di più.
Ma forse ora è arrivato finalmente il momento che nuovi Moscardo e non vecchi Vulneraria salgano al potere. Anche qui leggete e potrete capirmi.
L’amico ritrovato di Fred Uhlman
La storia di due adolescenti nella Germania anni ’30, la nostra storia anche, perchè siamo tutti chiamati e scegliere, chi ha potere non può nascondersi dietro le parole, i ruoli, i compromessi, non ora, non qui in questo nostro paese, in questo momento più che mai. La politica senza etica è dittatura, anche nel piccolo, non basta arrivare a tanto per essere totalitari, la democrazia è complicata e delicata, un bene prezioso da proteggere e preservare. Non ci sono alibi, o la si costruisce o la si distrugge, non si può non schierarsi.
Un ultimo consiglio, un film questa volta, Invictus di Clint Eastwood, dopo anni di odio e rancori e volgarità bisognerà re-imparare a volare alto, è bene allora usare tutto ciò che si ha a disposizione, anche un film può servire.
Un ultimissimo consiglio, andate a vedere l’affresco dell’Allegoria del buono e del cattivo governo nel Palazzo Pubblico di Siena: governare senza etica porta solo alla rovina,  questo il messaggio, questo il monito e l’ispirazione per i governanti del milletrecento, il buon governo segue la Speranza, la Giustizia, la Pace, la Temperanza,  il cattivo la Tirannide, la Superbia, la Vanagloria. Sono parole vecchie eppure un modo di concepire e costruire la società.
Un ultima suggerimento che è anche una preghiera, ma anche un consiglio: siatene degni.
Adesso vado al mare , ad iniziare un nuovo mese che spero segni davvero una nuova stagione.
Non sappiano come andrà, eppure il vento soffia ancora.

Read Full Post »