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Archive for agosto 2011

Avrei dovuto, anzi credevo che avrei voluto scrivere in questo periodo di vacanza e raccontarmi in questo spazio. Sarei dovuta anche tornare ieri insieme a mio marito, riprendere il filo del discorso, rendermi conto degli avvenimenti e i cambiamenti di queste giornate. Avrei voluto essere presente a me stessa in questo periodo o forse era quello che mi aspettavo da me, che conosco di me. In realtà, e invece, sono sempre in vacanza, con i ragazzi, ancora una settimana.

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Domani partiamo per il solito nostro campeggio: le nostre vacanze. Presa dai preparativi eccovi il testo dell’ultima puntata della rubrica alla radio, tutto sospeso, per le ferie, tranne il blog. Ci sentiamo dalla spiaggia..

“Eccoci qua, a ridosso delle ferie, almeno per me e con queste alla fine di un ciclo, di un anno di scuola, di studi e di lavoro, di vita. A settembre riprenderemo con tutte le nostre attività, ad affannarci, a correre. Questo invece è il momento di fermarsi, la pausa, il silenzio, la ricarica, il contrarsi per poi saltare di nuovo, ritrovare le energie. Ma forse è qualcosa di più. Lessi una volta uno scrittore che raccontava che lui misurava il livello del suo stress dalla sua capacità di stare bene con i suoi figli. Quando riusciva a coccolarli, a fare qualcosa di piacevole con loro, magari una passeggiata, un gioco, una bella chiacchierata, voleva dire che stava vivendo bene la sua vita. Quando invece riusciva solo a sgridarli, a scontrarsi con loro, quando non sopportava l’impegno di stare con loro, voleva dire che si era organizzato male, che non aveva misurato le sue forze, calibrato le sue energie, che non era appunto in un buon equilibrio.
Con le vacanze scolastiche il mio equilibrio viene messo a dura prova proprio da loro: averli sempre a casa, i compiti del piccolo, scarrozzare la grande, il disordine che aumenta, le discussioni per computer e tv, santa scuola quando ricominci?
Perché stare bene con i miei figli ho imparato che non significa starci sempre, ma anche che ognuno possa.stare bene per conto proprio, a fare le sue cose.
Ho scoperto, ora che sono grandicelli, che loro sono contenti se noi genitori, i vecchi decrepiti, come dice mia figlia, ce ne usciamo e li lasciamo soli magari una sera dopocena.
Noi ci riscopriamo fidanzatini, loro si sentono padroni della casa, e forse pure delle loro vite e anche così crescono e imparano la santa autonomia.
Essere genitori significa lasciarli andare quando crescono, ma un po’ anche andarcene noi, riprendere il nostro cammino di persone, con i nostri interessi, il lavoro, gli amici, le passioni e il nostro percorso di coppia, le nostre uscite, i nostri spazi. Il problema quasi sempre non è organizzativo, ma il senso di colpa, il pensare di dover stare con loro, se trovi lo spazio mentale, quello concreto segue facilmente.
E io non credevo che i miei figli sarebbero stati così entusiasti delle nostre uscite, forse abbiamo aspettato fin troppo. Lo dicevano all’università che i sottosistemi, potremmo dire i sottogruppi, in famiglia vanno distinti e rispettati, il sottosistema genitori deve avere una sua vita rispetto al sottosistema figli. Direi di più: deve esistere.
Io invece pensavo che più mi dedicavo a loro meglio era, almeno per loro: la madre perfetta, la dedizione assoluta. Ma il meglio in realtà sta nell’equilibrio, lo scrittore lo aveva capito. Se io non prendo in considerazione anche i miei bisogni, cosa darò a loro? E quale equilibrio potrò insegnare? Che modello sarò?
Ecco perché mi ci vuole anche la vacanza dai figli, e anche se non me ne andrò via, andremo in campeggio, comunque ognuno di noi potrà muoversi autonomamente in un luogo sicuro, protetto, potremo allontanarci gli uni dagli altri, liberamente.
Così faremo certo molte cose belle insieme, nuotare, giocare, chiacchierare, ma ogni tanto potrò prendermi anche una vacanza da loro, lasciare che se la cavino da soli, seguire i miei ritmi ed interessi, stare con mio marito, ma anche fare alcune cose a modo mio, ricordarmi e occuparmi soltanto e un po’ di me.
Buone vacanze allora, in tutti i sensi. Io ho intenzione di gustarmi in perfetta solitudine uno dei miei amati tramonti sulla spiaggia, il cielo arrossato, il mare metallico di “quando vejo o sol beijando o mar”. Shimbalaiè

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Ieri sono stata alla Messa con mio figlio, io e lui da soli. Durante tutto l’anno invece siamo stati nelle panche di fronte, lui con i sui catechisti della terza io come catechista con i miei bambini della prima e seconda elementare. Mi è tornato alla mente cosa ha significato riscoprire il Vangelo con i loro occhi, in particolare quando, dopo Pasqua, raccontai loro dei discepoli di Emmaus.
Nella nostra stanza del catechismo c’è un arazzo che riproduce il Cenacolo di Leonardo e quindi la scena dell’Ultima Cena, il Suo spezzare il pane, è diventato per loro per forza un concetto familiare.
Iniziai il racconto dicendo che questi due discepoli  si recavano in questo paesino vicino a Gerusalemme ed erano tutti presi dagli eventi accaduti, l’arresto di Gesù, la Sua morte e questa storia della Risurrezione così strana..
Quando ecco che lungo il cammino si avvicina un uomo e chiede loro di cosa stiano parlando. E i miei bambini veramente non sapevano di chi si trattasse: quello era per loro un racconto che ascoltavano per la prima volta, con attenzione e con la mente aperta, il cuore ancora non abituato come me che conosco il passo a memoria e che salto subito alla conclusione. Così incuriositi mi seguono e scoprono che questa figura apparentemente disinformata e straniera ne sa più dei due discepoli, una conoscenza difficile per loro da comprendere, la spiegazione delle Sacre Scritture, ma che, questo possono capirlo, aiuta e conforta, allarga gli orizzonti e il cuore dei due viandanti.
Finchè arrivano ad Emmaus, i due insistono, chiedono allo sconosciuto di restare e vanno insieme a mangiare in una locanda, lo trattano da amico. Ma chi sarà questo sconosciuto? E i miei bambini sempre più curiosi.
Ecco, lo spezzare del pane, il gesto che loro vedono rappresentato sopra le loro giovani teste tutte le domeniche, proprio quel gesto diventa la chiave di lettura, la soluzione per decifrare il segreto, indovinate un po’ chi è? Ma é Gesù! E’ Gesù!
Bravi, come loro anche voi avete indovinato.
Ma Lui è già scomparso ai  loro occhi e rimane il mistero, era un fantasma? Era vivo? Non lo sapevano. Era cambiato? Eppure era Lui. Gesù Risorto, non lo avevano riconosciuto quei due, ma quel gesto, quello resta inconfondibile, era Lui, ecco perchè erano così contenti mentre parlava con loro. L’entusiasmo è troppo grande, ripartono per Gerusalemme, per andare a raccontare tutto agli altri discepoli.
“Accipicchia era Gesù! Forte!”
Nei loro occhi illuminati  lo stesso sguardo e lo stesso entusiasmo che i due dovevano avere allo stesso punto della storia.
“Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20, 28÷29).

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