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Archive for settembre 2011

Quando ho visto Invictus al cinema, ero sola per fortuna, ho pianto di commozione dall’inizio alla fine,  sapete come sono fatta, e ho desiderato di poterlo vedere con tutta la mia famiglia. Finalmente questa estate ci siamo riusciti. Invictus è uno dei film di Clint Eastwood come regista, roba grossa, film che nutrono e restano nell’anima. Questo poi per noi aveva un’altro significato. Mia figlia ha portato come argomento all’esame di terza media l’apartheid e Nelson Mandela, eravamo riuscite anche a vedere un film sulla sua lunga prigionia, quasi trent’anni fino alla trionfale liberazione. Invictus riprende da quel punto e narra dei primi anni della presidenza di Mandela. E ci si esalta, ci si entusiasma a vederlo e ci si commuove, io specialmente. Certo c’è lo sport, la competizione, ma soprattutto c’è l’etica, i valori, che stanno alla base delle scelte, cos’altro possiamo insegnare ai nostri figli? Un film che è piaciuto anche a mio figlio, che talvolta è un po’ razzista, che vede nella forza e nella spacconeria  una tentazione, lui che è un maschio. Qui c’è un’altra virilità, la forza che viene dall’anima, un’ “anima invincibile”.

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Ieri, anno scolastico nuovo vita nuova, ho finito di “alleggerire” la parte di camera di mio figlio liberandola di tutti quegli oggetti, giochi, giochini, gadgets, libri, giornalini, fascicoletti, cards e figurine e chi più ne ha più ne metta che si erano accumulati dall’ultimo “repulisti”. Molte cose le ho buttate, mentre lui ovviamente non c’era e molte altre le ho portate alla scuola materna dove insegna la mia amica, la mamma stanca, per intenderci. Quando è tornato e ha trovato il suo angolo rinnovato è rimasto ammirato e ha finalmente “visto” i libri e i giochi che gli avevo lasciato, li ha riscoperti. Oggi la vera impresa per un bambino è rimanere con il desiderio e il senso del valore degli oggetti, sommersi come sono non solo dalle cose, ma dall’abitudine a trovare il gusto nel comprare, trovare, scartare piuttosto che nell’utilizzare e nel giocare con qualcosa, bombardati come siamo tutti dall’idea delle pubblicità che lo shopping, il comprare, sia l’unico modo per essere felici.
Era contento. Ha riaperto il domino, si è riguardato le sue macchinine.
Poi sono andata all’asilo a portare il resto delle cose. Mentre salutavo la mia amica, che ha la classe dei piccolini di tre anni, mi sento tirare il vestito. Abbasso la sguardo e una bambina dai capelli color dell’oro con una borsina argentata a tracolla mi chiede qualcosa, ma non sento, il sottofondo delle voci copre la sua. Allora mi abbasso e lei mi chiede se voglio un dolcino. Io non so bene cosa significhi, ma rispondo di si. Lei, con calma, apre la sua borsina e poi, io tendo la mia mano, tutta seria fa il gesto di darmi qualcosa. Io faccio finta di mangiare e poi giro l’indice sopra la mia guancia e la ringrazio dicendole che è molto buono il suo dolcino. Lei sorridente mi risponde “E’ alla fragola.”
“Fatevi un tesoro inesauribile nei cieli, perché dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.”(Lc 12, 33-34)

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Mia figlia, una settimana ieri, ha iniziato le superiori. Ma c’è molto di più, direbbe lei. Mia figlia, come paventavo prima delle vacanze, si è innamorata e si è fidanzata. Per fortuna, egoisticamente parlando lo so, lui abita a Roma. Si sono conosciuti ovviamente in campeggio, lui ha sedici anni e tutto è successo nel giro di una settimana: conoscenza, gruppetto di amici, innamoramento, primo bacio, da tutti, meno mio marito, atteso, fidanzatini al mare, lacrimosissima partenza di lui, con consolazione di cugina ed amici e con regalo di sua maglietta che lei ancora non ha lavato per non perdere il suo odore. Ed ora? Messaggi, lunghe conversazioni in chat, gioie e dolori di ogni amore a distanza. Io sono tranquilla, tanto è lontano, ma è anche vero che, come è giusto che sia, mi sono tenuta un po’ in disparte. Certo lei mi ha chiesto consiglio, mi ha raccontato la mattina dopo, l’emozione del primo bacio, dell’essersi finalmente detti quello che provavano. Ma poi per l’intensità e la lunghezza dei suoi racconti e delle sue sensazioni c’erano e ci sono amiche e amici, la ringhiera e la mia presenza deve allentarsi, perchè è la sua interna che deve funzionare e la terrazza si allarga a dismisura fino a diventare il mondo intero e la sua vita.
Io in compenso mi porto dentro l’immagine tenera di lui che arrivava in bici a chiamarla in piazzola, senza dire nulla eppure con quello sguardo che, fin dalle origini del mondo, dice tutto.

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Tra il caldo, inizio scuola e attività varie, stamattina guardo fuori dalla finestra ed ecco che mi accorgo che è iniziato l’autunno, che le vacanze e l’estate sono finite. Ma io non mi arrendo, sono ancora lassù nel castello incantato, eccovi allora l’ultimo “compito” da fare, una fiaba con cui abbiamo concluso il corso. Ero seduta davanti ad un camino, una pagina di giornale accanto riportava questa frase “Come si costruisce una principessa”. Mi è arrivata questa piccola storia che è anche il mio augurio a tutte e tutti voi, principesse e principi, per questa nuova annata che si sta aprendo davanti a noi.

Piccola fiaba

Spuntò dal mattone del camino affacciandosi guardingo e subito rimase estasiato dalle scintille che il ciocco scoppiettante spruzzò tutto intorno cadendo sulla brace. Io rimasi immobile con gli occhi socchiusi, facendo finta di sonnecchiare, che è poi quello che stavo facendo realmente. Non mi stupii di vederlo lì, mia madre mi aveva detto che qualcuno sarebbe venuto in mio aiuto, quando le avevo chiesto -Come si costruisce una principessa?-.
Non c’era altro da fare, se volevo salvare il castello, i cavalieri non si sarebbero accontentati di una castellana, se pur gentile e affascinante, non avrebbero rischiato le loro vite per difendere dal drago la nostra piccola eppure imponente dimora, che dall’alto del monte dove svettava era diventata la preda più facile, o forse la più visibile, per la devastante creatura. Non si sarebbero giocati l’onore e soprattutto la testa per meno di una che non fosse coronata: doveva essere una principessa, non meno di una principessa a chiamarli. E non si sarebbero lasciati incantare tanto facilmente, mi aveva detto mia madre.
Be’ il fisico c’era, il visino dolce anche, coi modi potevo cavarmela, la materia prima quindi non mancava e i gioielli e i vestiti pure, che non ce la passavamo male, però..
-Come si costruisce una principessa?- avevo chiesto a mia madre. -Avrei dovuto dormire su venti materassi e trovarli scomodi per convincerli?-
Lei non esitò, ti verrà un aiuto, mi aveva risposto. Così mi ero messa davanti al camino ad aspettare e, infatti, ecco da dietro il mattone il piccolo bruco con occhi grandi ed espressivi e, non so come e con quale bocca, sorridente.
Avendo totale fiducia in mia madre e non essendo comparsa altra anima, ammesso che i bruchi ne abbiano, viva, fui certa che l’aiuto sarebbe arrivato da lì.
Il bruco scivolò oltre il camino e si avvicinò al baule colmo di abiti e gioielli. Fino a lì ci arrivavo, dovevo cambiarmi, vestirmi, “agghindarmi” e così feci. Ma sarebbe bastato? Il bruco si spostò, e io con lui, si avvicinò allo specchio, ne percorse il bordo e si fermò sulla cima, intento a guardarmi.
“Ci siamo” pensai, “ho capito. Devo imparare ad avere modi regali, il portamento, le movenze, gesti principeschi”. Così cominciai ad andare avanti e indietro guardandomi nello specchio e guardandolo. Sorridevo, ma non troppo, cenni leggeri di sufficienza, con la testa, come quelli di chi è abituata solo e sempre a dare ordini e già quello fosse una fatica, quasi un fastidio. Ma il bruco abbassava gli occhi. Non andava, non funzionava, fingevo, recitavo, facevo la principessa, ma non lo ero.
Allora mi guardai allo specchio, concentrata, mi vidi coi vestiti, col diadema, la collana e dietro e dentro c’ero io. E mi scoprii uguale eppure diversa, ero bella, mi piacevo, mi piacevo davvero, un sorriso pieno, spontaneo questa volta, mi salì sulle labbra.
Respirai, feci una giravolta contenta, ero io, ero una principessa, ero la principessa, la regina della mia vita. Guardai il bruco, soddisfatta e sorridente, feci una piccola riverenza. Lui spalancò gli occhi, formò una strana spirale, la attorcignò sempre più stretta, “si romperà!” pensai.
E infatti si ruppe e una farfalla uscì.
Con lei che mi svolazzava intorno mi avviai verso il salone, pronta ad accogliere i miei valorosi ospiti.

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E’ difficile tornare coi piedi per terra dopo aver volato, aver vissuto fuori dal tempo e in uno spazio meraviglioso come il castello di Oramala, dove sono stata, dove ho conosciuto Silvana De Mari e altre persone bellissime. E per ora non ho intenzione di farlo, per cui eccovi uno dei racconti-esercitazioni che abbiamo dovuto scrivere, o meglio, “sognare per iscritto” in questo corso nutrimento dell’anima.

Egidio
“Combatti! Combatti!” mi raccontò un giorno da bambino mio padre, mi parlò della sua storia, i racconti della guerra, la fame, le bombe, la paura. Di Egidio, che a mio padre salvò la vita quel giorno nella casa sotto il torrino. Gli aerei volavano bassi, carichi di bombe non ce la facevano a innalzarsi, era un trasporto di armi, non un bombardamento, erano gli alleati, osservarli era sentirsi più forti, la vittoria più vicina. Così tutti i bambini erano arrivati in piazza, urlavano, imitavano il ronzio delle eliche e il rombo dei motori, aprendo le braccia correvano e urlavano, salutavano anche. Nessuno si aspettava quelle raffiche all’improvviso, l’ombra dei caccia tedeschi sorpresero tutti, anche il grosso aereo che fumando stava precipitando, urtando il torrino sopra la casa e sopra le loro teste. L’istinto fece correre tutti dentro la casa, al riparo. Ma proprio lì c’era la morte, la casa stava crollando, gli aerei si erano già allontanati, il combattimento in altri cieli.
Un attimo e la casa si sarebbe schiantata, ma i bambini non volevano uscire. Egidio era poco più grande, ma abbastanza per capire, chiamò il più vicino “Combatti! Combatti!” Gli urlò “O sei una femmuniccia, gallinella spelacchiata?” E quello, lo scatto di rabbia e di orgoglio, uscì cercando sassi, pezzi di qualcosa da tirare, da trasformare in armi, a combattere. E dietro lui gli altri, ogni ragazzino al grido di “Combatti!” trovò la forza di venirsene allo scoperto, bisognava ubbidire al condottiero, muoversi, anche se la paura pizzicava ad ogni passo. Ma mio padre era proprio in fondo alla stanza, i piedi non ne volevano sapere. Gli scricchiolii aumentarono, erano ormai schianti, Egidio sulla porta urlò di nuovo “Combatti! Combatti! Aiuta i tuoi compagni!” Niente, i piedi due macigni. Allora si avvicinò a mio padre e gli urlò nell’orecchio “Combatti!” I piedi si mossero, una gran corsa e mio padre era fuori. Ma la casa crollò, Egidio rimase dentro, non ne uscì più.
Mio padre non parlò per sei mesi e anche dopo non volle mai affrontare l’argomento. Solo da grande, solo a me, quel giorno riuscì a raccontare la sua storia.
E io che non ero mai stato contento di chiamarmi Egidio.

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Oggi parto. Sono tornata e già riparto. Ma questa volta vado da sola, vado per realizzare un sogno. Me ne vado a fare un corso di scrittura fantasy “La realtà nascosta nel mito”, me ne vado in un castello vicino Pavia, ma ne vado a conoscere Silvana De Mari, la mia scrittrice preferita, che come me è anche psicoterapeuta, la mia ispirazione, il mio modello. Vado a conoscere la realtà del mio mito. E per comprendere come andare avanti con i miei colori. Ho tante idee, tanti progetti da iniziare o proseguire in questo settembre, ma prima, nei prossimi due giorni, voglio ascoltare il mio cuore, perchè la strada da percorrere, sempre di più, sia davvero la sua.

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Dopo due giorni immersa in lavatrici, nuovi astucci e diari da comprare, compiti da finire ecco finalmente un po’ di tempo per me. Tornata dalle vacanze, tornata dopo un mese esatto di campeggio. Pensavo.
Aver vissuto tanti giorni in questa realtà particolare è stato come vivere in un mondo parallelo. Il campeggio dove noi andiamo io lo vedo come una città in miniatura, dove grandi e piccini possono muoversi liberamente perchè non ci sono macchine e ed è in un luogo chiuso dove tutti si fidano, tanto che tende camper e roulotte potrebbero essere facilmente svaligiate e quindi se ci vai vuol dire che accetti il rischio.
Da un lato c’è il mare e la spiaggia, che rappresentano l’attività principe, “il lavoro” delle vacanze, il luogo dove si trascorre gran parte della giornata. Il mezzo di trasporto è la bicicletta o anche a piedi, così i miei figli si muovono autonomamente, vanno e vengono dalla piazzola alla spiaggia, non dobbiamo aspettarci, anzi possiamo anche incontrarci, per caso.
Dal lato opposto si trovano i negozi, dal supermarket all’edicola, al bazar al bar-pizzeria. Anche qui ognuno può andare da solo, io vado a fare la spesa e loro vanno in spiaggia, oppure loro vanno all’edicola, a prendere il pane, a comprarsi un gelato. E’ la parte sociale dove con pochi controlli, possono muoversi anche da soli. Poi c’è il teatro e l’animazione, la sala giochi dove la sera viene offerto il divertimento, spettacoli, concerti, ballo oppure giochi, ping-pong, biliardi e biliardini. L’alternativa all’imperante tv che in questo mese viene sostituita dalla realtà. E se mia figlia col gruppetto di amici vive il dopocena come il momento più eccitante della giornata, fino al fatidico coprifuoco che la riporta in piazzola dopo aver girato vestita e truccata a dovere tra spiaggia, bar, balli di gruppo e partite varie, quest’anno, orgogliosamente, anche suo fratello, dall’alto dei suoi nove anni compiuti, ha iniziato a girare dopocena da solo con gli amici per andare ad ammazzare gli zombi dei vari livelli di un tremendo videogioco, meno male che almeno si partecipava in due, oppure ad arrampicarsi e dondolare al parco giochi.
Così in questo mese sono un po’ cresciuti, hanno sperimentato cose che a casa è più difficile realizzare: muoversi da soli, chiedere, pagare, decidere. Sotto il nostro occhio vigile, che tanto eravamo tutti per lì, di coppia “orfana e abbandonata” con altre coppie orfane e abbandonate, a sperimentare la nuova realtà di genitori in libertà per avvenuta crescita.
Il tutto all’ombra benevola degli alti pini di Punta Ala, che di vita che trascorre e di famiglie che crescono e si trasformano, chissà ogni estate quante amorevolmente ne accoglie e ne ospita.

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