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Archive for novembre 2011

Vorrei raccontarvi molte cose di questi tre giorni a Torino, ma su tutte, imperante un raffreddore mi ha ovattato la testa tanto che mi sembra, non solo per come tutto è stato bellissimo, di aver sognato. Nell’attesa di riprendermi eccovi intanto la storia che ho scritto per l’incontro di sabato, con due diversi finali, per riflettere su come noi genitori bisogna saper mollare, qualche volta, ma anche esser capaci di tenere, qualche altra.

Una madre e una figlia

C’era una volta una principessa che non voleva vestirsi da principessa. Decise di non volersi vestire come ci si aspettava da lei. Da anni, forse secoli le principesse del suo regno indossavano per il ballo della presentazione ufficiale alla corte reale la stessa foggia di abiti, lo stesso tipo di veste e di scarpette, la stessa acconciatura con lo stesso diadema, così era stato per sua zia, non per sua mamma che non era nata principessa e aveva soltanto sposato il re, ma così era stato per sua nonna, la sua bisnonna e molte prima di loro, indietro indietro nel tempo e nelle generazioni. Selenia, questo il nome della principessa che fin da bambina nelle cerimonie ufficiali aveva portato i capelli intrecciati con nastri tempestati di pietre splendenti e grembiuli iridescenti, era arrivata ormai all’età di passare alle vesti da futura regnante e figlia legittima dei sovrani. Più si avvicinava il giorno della cerimonia ufficiale più lei però provava disagio e sentiva che aveva a che fare con la famosa vestizione che l’attendeva. A lungo da bambina aveva sognato e aspettato quel giorno sapendo che avrebbe rappresentato il passaggio dal mondo sicuro e familiare, ma anche circoscritto e controllato dell’infanzia, dal potere dei genitori, dei precettori e delle balie reali, alla maturità, alla libertà, alla possibilità di decidere per se stessa, per la sua persona e per la sua vita. Ma più si avvicinava il giorno più si sentiva imbrogliata. Che libertà, che scelte avrebbe avuto se anche per gli abiti non avrebbe potuto seguire le sue inclinazioni, i suoi gusti e le sue preferenze? Come uscire dal guscio, con tutto il suo percorso già stabilito? L’attesa trepidante si era trasformata pian piano in un fastidio, cresciuto giorno per giorno senza che avesse osato manifestarlo. Non voleva e non poteva arrivare allo scontro, soprattutto con suo padre, Gran Sovrano del Regno, non poteva sfidare ufficialmente la sua autorità, ma ogni giorno Selenia aveva sentito nascere in lei il bisogno sempre più forte di poter determinare liberamente come vestirsi, come presentarsi, cosa esprimere e mostrare della sua persona alla corte e all’intero regno. Quello che provava era che non voleva mascherarsi, indossare un abito che percepiva ogni giorno di più come un’uniforme che non le apparteneva e che in qualche modo la soffocava, le faceva mancare l’aria. Era soltanto un abito, un vestito, ma era come se andasse a coprire l’intera sua anima, e proprio non poteva sopportarlo.
Mancava una settimana alla cerimonia ufficiale e i sarti e i calzolai di Palazzo avevano già preso tutte le misure e avevano iniziato a lavorare, non poteva rimandare oltre la decisione, doveva affrontare l’argomento. Si alzò decisa, ne avrebbe parlato senza girarci intorno e avrebbe dato battaglia se occorreva, a sua madre, a suo padre, alla corte intera.
Si vestì da sola, prima che la sua cameriera o la sua balia arrivassero a svegliarla e andò a cercare sua madre, sarebbe stato più facile, o almeno meno traumatico, iniziare da lei. Dopo tutto la regina non era nata principessa e aveva potuto scegliere di vestirsi come aveva desiderato, non era stata costretta ad uniformarsi, a lasciare che altri decidessero per lei. Bussò fiduciosa alla sua porta, sicura che fosse già sveglia e pronta ad ascoltarla. La regina stava parlando con la prima cameriera, probabilmente le disposizioni per la giornata, ma sorrise sorpresa nel vedere la figlia e le fece cenno di entrare.
Selenia si rincuorò, si avvicinò e -ti posso parlare, madre?- chiese seria.
-Certo, figlia mia, siediti- rispose e subito congedò la cameriera e si fece attenta.
In qualche modo Selenia, prima titubante, poi sempre più determinata, quasi aggressiva, spiegò alla madre che non poteva, non voleva!, indossare gli abiti ufficiali, stabiliti per lei prima ancora che nascesse, per la sua prima cerimonia ufficiale da principessa. Le chiarì che voleva mostrare se stessa e non assomigliare a qualcun altro, non essere soltanto un ruolo, una maschera, ma esprimere quello che lei veramente provava, come si sentiva, insomma chi era lei.
La regina la ascoltò in silenzio e poi sorrise, Selenia si sentì sollevata.
-Capisco come ti senti, capisco che vuoi esprimerti, anche con i tuoi abiti, che tu abbia bisogno di provare, di dimostrare, di sperimentare chi sei anche nel modo in cui ti mostri agli altri. E rispetto questo tuo bisogno. Adesso vorrei che tu ascoltassi e cercassi di capire perché, nonostante tutto quello che dici, ti chiedo di indossare comunque quegli abiti-.

Finale 1
-Quando ero una ragazza anche io sono stata costretta ad indossare abiti e a recitare una parte che non mi appartenevano né mi piacevano e credimi era molto diversa da qualsiasi cosa tu possa immaginarti. Non ti ho mai raccontato della mia infanzia prima, ma voglio che tu sappia ora che io ero una sguattera, vestita di stracci e coperta di cenere, costretta a sottostare e a servire la mia matrigna e le mie sorellastre. Ma non ho mai lasciato che altri decidessero per me, che definissero chi io fossi, per cui posso comprendere quello che senti. Perchè ero costretta, agivo e vestivo come una sguattera, ma dentro di me continuavo ad essere la figlia di mio padre, che mi amava come la più preziosa delle dame e anche allora era questo che mi sentivo: una principessa. Io non fui neanche invitata al mio primo ballo, o meglio sarei dovuta andarci, ma la matrigna non me lo aveva permesso. Eppure ci andai, con un abito sontuoso e scarpette di cristallo, e fu lì che conobbi tuo padre. Una fata venne a consolarmi, mi trasformò e mi fece arrivare al ballo. Ma non è esatto dire che mi trasformò e credo che se io non fossi stata quella che io mi sentivo il miracolo non sarebbe potuto accadere, semplicemente la fata vide dentro di me e rese visibile i miei sentimenti e le mie aspirazioni, i miei gusti e le mie inclinazioni, i miei sogni. E’ per quello che avevo dentro che si trasformò il mio aspetto esteriore e non viceversa, non furono gli abiti a farmi sentire una nobile dama, si uniformarono invece ai miei sentimenti. La bellezza dei nostri sogni che sono i desideri racchiusi in fondo ai nostri cuori, possono trasformare e far risplendere ciò che siamo. Tu sei nata principessa e non ti rendi conto di quale grande privilegio hai, ma non è questo che conta, come giustamente vuoi esprimere e affermare. Ma non è nascondendo o rifiutando ciò che sei che troverai il tuo equilibrio e che la tua anima e la tua bellezza risplenderanno. Puoi però scegliere di far brillare ciò che sei, a modo tuo, senza permettere che i tuoi abiti siano un limite per te, puoi indossarli dando loro vita e scoprire davvero chi sei, accettando di essere Selenia, la persona particolare che tu senti e anche una principessa che rivesta un ruolo. Non è rinnegare un abito che farai, se deciderai di rifiutarti di indossarlo, ma rifiuterai una parte della tua vita che dovrai imparare ad accettare e gestire, se non vorrai un giorno scappare.
Se invece senti che non puoi svolgere questo ruolo, che quello che ti viene richiesto è troppo per la tua persona e comunque deciderai di non voler mettere la veste tradizionale, puoi certo farlo, ma dovrai parlarne con tuo padre, col cerimoniere, e accettare le conseguenze di malcontento, rabbia e delusione che provocherai e dovrai imparare a sostenerlo e a comprendere anche la posizione delle persone che ti amano e ti stanno accanto.
Qualunque sarà la tua scelta, qualunque veste deciderai di indossare, se riuscirai a trovare dentro di te comunque quello che il tuo cuore davvero desidera e ad esprimerlo in armonia con i tuoi gesti come con i tuoi abiti, allora avrai imparato qualcosa, sarai cresciuta e forse sarai davvero diventata una principessa.

Finale 2
Quello che dici mi addolora e mi spaventa e preoccupa, perchè tutti si aspettano che tu rivesta il tuo ruolo e prenda il tuo posto nel mondo, nel tuo mondo. Ma tu senti che non puoi farlo, che questo significherebbe tradire una parte di te. Credi veramente che scegliere di indossare quegli abiti significhi questo? Voglio raccontarti, come non ho fatto mai, la mia storia. Tu sai che io non sono nata principessa, ma quello che non sai è che dopo aver perso i miei genitori che mi amavano e proteggevano, mi sono ritrovata sguattera, vestita di stracci e coperta di cenere, costretta a servire la mia matrigna e le mie sorellastre. Ma non ho mai permesso che fossero i miei abiti o il ruolo che mi era stato dato a decidere per me chi io fossi. E non mi sono lasciata abbattere né convincere da altri, per questo sono stata sempre libera, senza dipendere da ciò che gli altri vedevano in me, ma da ciò che io sapevo dei miei sogni, della mia persona e questo è ciò chela Fata ha saputo vedere dentro di me, per questo lo ha potuto rendere visibile, farmi bella anche fuori, ben vestita, distinta ed elegante, proprio come io mi sentivo. Questa è la forza che si esige anche da te perché quello che ti verrà richiesto come principessa sarà molto di più che indossare degli abiti tradizionali. Il potere e i privilegi sono vuoti, una forma di prepotenza se non sono legati alla responsabilità e al senso del servizio. Stai crescendo e vuoi affermare la tua persona, la tua essenza, la tua anima e vuoi essere bella a modo tuo. Ma non ti puoi nascondere né scappare da ciò che sei, devi riuscire a trovare un senso per fare il tuo dovere senza farti schiacciare e annullare da questo. Ti senti mascherata, ma lo saresti comunque perché, che ti piaccia o meno, tu sei una principessa e questo è quello che ci aspetta da te, quello che io e tuo padre ci aspettiamo da te. Dipende dalla tua capacità indossarli come una bambina punita o come una ragazza che sta diventando adulta e che sa vestire il suo cuore e la sua persona del suo nuovo stato con dignità e gratitudine. Quando vedrai quante persone aspettano di conoscerti e di vedere in te un modello e un riferimento per le loro vite, allora comprenderai che quello che fai non riguarda soltanto te: il tuo posto nel mondo, anche con gli abiti, puoi prenderlo soltanto tu. Se vuoi decidere, come solo le principesse possono fare, della tua vita, comportati come tale. Forse non ti sentirai accolta, forse mi odierai, ma è proprio per trattarti come un’adulta che ti chiedo ufficialmente di fare quello che il tuo dovere esige, abiti inclusi. Un giorno forse, mi comprenderai, o forse no, ma io non sarò venuta meno al mio compito, a quello che io, nel mio cuore, sento che ci si aspetta da me. Se non mi comporto io da regina, anche imponendomi, come posso pretendere che lo faccia tu come principessa? Amare una figlia sai può anche significare non accontentarla, andare, guardare oltre, perché la vita è fatta di orizzonti e di traguardi che sempre, anche quando non li vediamo, si schiudono davanti a noi.

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Siamo in partenza per Torino, il pomeriggio su moda e bellezza mi attende, ispiriamoci al solito insuperabile, Gibran.

“La bellezza non è un bisogno, ma un’estasi.
Non è una bocca assetata né una mano vuota protesa,
È piuttosto un cuore infiammato e un’anima incantata.
Non è l’immagine che vorreste vedere, e non è il canto che vorreste udire,
È piuttosto un’immagine che vedete pur tenendo chiusi i vostri occhi, è un canto che udite con le orecchie tappate.
Non è la linfa nel solco della corteccia, né un’ala congiunta ad un artiglio.
È piuttosto un giardino sempre fiorito, e uno stormo di angeli eternamente in volo.
Popolo d’Orfalese, la bellezza è la vita quando la vita svela il suo sacro volto.
Ma voi siete la vita e voi siete il velo.
La bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l’eternità e voi siete lo specchio.”  (Gibran, Il profeta)

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-Andiamo a Torino?- nella mia famiglia è diventato quasi una barzelletta, perchè da anni io volevo andarci col camper e per un motivo o un altro  non lo abbiamo mai fatto. Quest’anno mia figlia che ricomincia con la storia farà, anzi ha già fatto, gli Egiziani e presto li studierà anche mio figlio, allora almeno per via del Museo Egizio la cosa era decisa, ci saremmo andati. Ma chi si aspettava che avrei unito il viaggio ad una mia spedizione da psicologa colorata?
Avere una figlia che cresce e che dice “fashion” e non “di moda”,  che ormai può indossare le tue cose che le vanno sia come misura che stile e tu devi stare attenta quando vai a far compere che non puoi farle il verso o concorrenza, eppure vuoi continuare a vestire giovanile, ecco che grazie al blog spunta la persona e la richiesta adatta per riflettere sulla questione. Mariachiara è un’amica e la sua figlia maggiore ha l’età della mia, ma soprattutto è una persona che sa guardare lontano con occhi profondi. Ecco perchè ha deciso di ideare questa azienda e questo sito web Fioredentro.com per occuparsi di moda, ma con la persona al centro e mi ha invitato sabato a Torino, ma lei lo sa dire meglio di me, sentite qua.
Fioredentro™ è un bocciolo nel panorama della moda piuttosto innovativo. Siamo impegnati a creare una moda che guardi alla persona in tutte le sue dimensioni perché siamo convinti che il bello, oltre ad essere indossato, debba dimorare nell’intimo di ciascuno così da attivare energie positive, utili a fare la differenza in noi ed intorno a noi.
Ecco perché creiamo inziative come Vivaio, in cui al bello delle nostre creazioni si aggiunge un momento di formazione umana in cui invitiamo, di volta in volta, esperti di valore a trattare un tema che ci sta a cuore e che torni utile soprattutto nella vita di tutti i giorni a noi genitori/educatori. E’ una delle modalità con cui intendiamo la responsabilità sociale della nostra azienda.
Nel caso di sabato prossimo, abbiamo scelto Caterina Comi perché psicologa con l’abilità di trasferire contenuti preziosi in modo divulgativo ma intelligente. Senza contare che c’è anche nel lavoro di Caterina una bella dose di creatività genuina proprio come la moda di Fioredentro™!”

Vivaio


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Mentre “la vita procede e non si attarda su ieri” le mie attività proseguono e si consolidano, così, anche se devo ancora riposarmi per la Cresima di ieri, in realtà mi sto già preparando per una nuova avventura, sabato prossimo a Torino, di cui vi parlerò nei prossimi giorni. Nel frattempo ho ripreso la mia rubrica alla radio, radio3network.  Per chi non ha tempo o voglia di ascoltarla, eccovi il testo della prima puntata di questa nuova stagione, con qualche suggerimento per l’inverno, ormai alle porte.

Cene e penitenze contro la noia!
Le vacanze estive sono oramai un ricordo lontano, anzi con il freddo e l’accorciarsi delle giornate si comincia a pensare al Natale, altre atmosfere rispetto al caldo e al mare. Eppure voglio ricordarmi alcuni trucchetti che ho imparato quest’anno che potrebbero tornarmi utili anche in futuro.
Mi sono trovata sempre vicina per alcuni giorni il gruppetto di amici di mia figlia quattordicenne, cugina, compagni di classe, qualcuno conosciuto in campeggio, che svogliati si lamentavano per non sapere come fare a conoscere nuovi amici e nello stesso tempo incapaci di divertirsi tra di loro e basta. Tirandole fuori dai miei trascorsi di animatrice, educatrice, catechista, maestra supplente in varie scuole dell’infanzia ho trovato due piccole soluzioni che possono essere utilizzate in vari modi anche durante il resto dell’anno.
La prima è stata semplicemente quella di chiedere a loro per una sera di preparare la cena. Si trattava in quel caso di mia figlia, mia nipote e un amico che dovevano preparare anche e soltanto per me e la mamma del ragazzo. Eravamo noi cinque, niente quindi di impegnativo. Hanno preso la cosa molto sul serio, sono andati a chiedere le ricette a mio figlio di nove anni che ha fatto ai campi estivi un corso di cucina e che quella sera era ad un’altra cena, hanno fatto la spesa al supermercato del campeggio e sono andati in piazzola a preparare, mentre noi mamme ce ne siamo rimaste tranquille in spiaggia. Hanno preparato una pasta e due secondi freddi, niente male veramente. Hanno apparecchiato e portato in tavola poi, finita la cena, è finito il servizio e ho dovuto sparecchiare io. Comunque è stata un’esperienza positiva, fare è un bel modo per scoprire che se si vuole si può, e poi è stato un bel diversivo. La seconda soluzione è un modo vecchio e nuovo con il quale si impara a stare insieme quando sembra che la noia sia l’unica regina della situazione: le penitenze. Proprio quelle di dire, fare, baciare, lettera e testamento. Anzi, lettera e testamento li abbiamo eliminati e ci siamo concentrati molto sul dire, fare, baciare. Abbiamo scelto il giochino dello stecchino sulla spiaggia, quello che si infila nella sabbia e se ne toglie un po’ a turno, il primo a cui cade, eccolo lì pronto per la penitenza. Ma si può giocare a carte, a indovinelli, a nascondino o mosca cieca, non ha importanza. Il punto è che chi perde fa la penitenza. All’inizio ero io a deciderle, così mia figlia ha dovuto dire ad un ignaro diciassettenne che leggeva accanto a noi che era proprio bello, un altro amico ha chiesto ad una signora se gli dava in sposa una delle sue piccole figlie, mia nipote ha dovuto chiedere ad una coppia che giocava a carte chi dei due stesse vincendo, un’amica ha aiutato a portare sdraio e ombrelloni a dei perfetti estranei. Il tutto con la divertita collaborazione delle vittime e con lo stupore dei miei ragazzi che non si aspettavano reazioni così amichevoli. Con questo semplice gioco hanno un po’imparato a vincere la timidezza, a sdrammatizzare tanto che poi hanno cominciato ad inventare loro le penitenze e a fare il gioco anche quando io non ero in spiaggia. Questo fin quando non sono riusciti finalmente a conoscere nuovi amici e amiche e allora hanno ripreso ad atteggiarsi come si fa a quell’età, a trattarmi come una Matusalemme incapace di dare loro stimoli o di capire i loro gusti. A sapere loro come ci si diverte, a starsene distanti per conto proprio e, scusate se lo dico, ma è vero, a lasciarmi godere la mia vacanza. E certo va bene così: come sempre, largo ai giovani.

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Mentre queste giornate che precedono la Cresima di mia figlia non corrono, ma galoppano, con le tante cose extra da fare, ho avuto poco tempo per seguire gli importanti cambiamenti che stanno avvenendo nel nostro paese. Mi ha colpito però l’affermazione del nuovo capo di governo sul fatto che era meglio che i politici non entrassero nel governo, che i partiti ne restassero fuori. Così, per il bene della nazione e di noi cittadini, il meglio che possano fare e per cui sono pagati profumatamente i nostri rappresentanti al Parlamento è… non fare! Mi è tornato alla mente un mio scritto di molto fa:

“Mi rifiuto di parlare!”  disse sotto la forte lampada che lo illuminava. “Non voglio parlare e non  parlerò. Non mi costringerete neanche con la forza. Parlare si sa, in democrazia è un diritto di tutti e quindi, proprio perchè diritto, esiste anche la possibilità di obiezione e cioè di rifiutarsi di esercitare tale diritto. D’altronde io non ho mai fatto particolari resistenze quando mi è stato richiesto di parlare, ma è anche vero che questo non significa che io ogni volta sia disposto a farlo. Non sempre sono disposto a mettermi in mostra, a gestire la situazione, insomma a fare la figura del protagonista. Per questo non voglio parlare  e non parlerò, non mi va di essere sempre al centro dell’attenzione e di tenere banco. Voglio poter scegliere e non farlo nel ruolo prestabilito o semplicemente perchè mi viene chiesto. Quindi non insistete più, perchè non parlerò.”
(Pensando che il discorso fosse finito) Alcuni applaudirono.

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Domenica mia figlia, prima superiore, riceverà la Cresima, così siamo in fase di preparativi, settimana intensa. Nel frattempo è finita la storia col ragazzino della sua scuola, più o meno serenamente, anche se l’iniziativa è partita da lui. Così è cominciato un altro lavoro, almeno per me mamma con lei. Perchè il suo bisogno in questi giorni è di parlarmi di questa esperienza, di ricordare, sperare o chiudere dentro di lei, di andare a vedere cosa lascia e cosa porta con sè di questa breve eppure intensa storia. E come sempre nella vita avere qualcuno che ti ascolta, che ti vuole bene, che ha fiducia in te e nel tuo valore, aiuta ad andare avanti, a trovare la forza di guardarsi senza piangersi addosso per imparare, per conoscersi, per migliorarsi. Ci siamo anche scontrate in questi giorni e abbiamo avuto posizioni nette e opposte, e io, dubbiosa, non ho ceduto, anche se una parte di me aveva paura che lei si allontanasse da me, che mi vedesse solo come “sua nemica”. Ci siamo anche spiegate e detti i nostri motivi e io ho accettato che lei mi tenesse il muso, con tristezza, ma serenità. Poi è arrivata la rottura, il giorno difficile, son diventata la spettatrice e la cuoca per lei e i suoi amici arrivati a casa a soccorrerla, a non lasciarla sola. E adesso sono cominciati i giorni della riflessione, dei bilanci. E, pur continuando a cucinare, eccomi di nuovo a raccogliere i suoi dubbi, i suoi pensieri, le sue emozioni, contrastanti e volubili. Ed io mi sento grata e anche un po’ spaventata per questa figlia mia che cresce e ho scoperto che non mi sono persa nel mio starle accanto nella gioia e nel dolore, nei contrasti come nelle confidenze perchè sempre mi sono sentita dalla sua parte e anche quando sembrava che lottassimo in realtà eravamo dalla stessa parte della barricata. Io sempre la sua mamma, lei sempre mia figlia, eppure giorno per giorno due persone adulte che si vogliono bene, il bene più grande che ci sia.

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Ci sono giornate e periodi, “straordinari”, dove i cambiamenti ti stravolgono o si fanno invece aspettare. E anche guardandoti intorno ti senti sopra una barca scossa da onde gigantesche che richiedono tutta la tua attenzione per restare a galla. Si tratta magari di energie che vengono sciolte o che vanno incanalate, non negative, ma faticose. Insieme, una situazione esterna di un paese che sta riflettendo anche un mio momento personale, dove anche una lavastoviglie guasta può mandarmi fuori dai gangheri. Cosa fare allora? Perchè bisogna, io come forse tutti gli italiani, che mantenga la calma e la lucidità, la pazienza e la costanza, che i piatti vanno comunque lavati. Ricordarsi di ciò che davvero conta, di usare una visione ampia, una prospettiva allungata.  Ecco che ripenso alla parabola cinese e allora la rimetto anche qui, che una volta in più non fa mai male.

Parabola cinese
“Un vecchio possedeva un piccolo podere fra le montagne. Un giorno gli accadde di perdere uno dei suoi cavalli. Vennero allora i vicini per manifestare la propria partecipazione a una tale disgrazia.
Ma il vecchio disse:-Chi vi ha detto che sia una disgrazia?-.
Ed ecco che alcuni giorni dopo ritornò il cavallo e portò con sé un intero branco di cavalli selvaggi. Di nuovo si presentarono i vicini con l’intenzione di congratularsi per questo colpo di fortuna.
Ma il vecchio della montagna replicò:-Chi vi ha detto che sia una fortuna?-.
Da quando si era reso disponibile un così gran numero di cavalli, il figlio del vecchio cominciò a provar diletto nel cavalcare, e un giorno si ruppe una gamba. Allora tornarono i vicini per esprimere il proprio rincrescimento. E di nuovo il vecchio disse loro:-Chi vi ha detto che questa sia una disgrazia?-.
L’anno dopo venne sui monti la commissione degli “spilungoni” per cercare uomini prestanti da porre al servizio dell’imperatore come cavastivali e lettighieri. Il figlio del vecchio, che aveva ancora la gamba offesa, non venne preso.
Il vecchio non poté fare a meno di sorridere.”
Hermann Hesse

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