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Archive for febbraio 2012

Non c’è niente da fare, i maschi sono diversi dalle femmine. Mio marito da alcune settimane è molto preso dal lavoro, va via prima del solito la mattina, non c’è quasi mai a pranzo e torna molto stanco e tardi la sera. Conseguenza: mio figlio diventa scostante con lui, sempre arrabbiato, il suo modo di manifestare il suo disagio, che gli manca il suo babbo. Ieri sera, dopo uno dei loro soliti scontri, se ne è andato tutto immusonito in camera sua, si è infilato il pigiama e si è messo a letto, col viso verso il muro quando suo padre ha provato a parlargli. Allora mi sono avvicinata io, lui si è girato, gli occhi lucidi. Ho richiamato mio marito e lui si è nascosto sotto le coperte e ha risposto con una parolaccia quando il padre ha provato di nuovo a dirgli qualcosa. Ed eccoli là, i maschi. Mio marito ha cominciato tutto un discorso di parolacce e soprattutto di schifezze, per dimostrare che lui comunque ne sapeva di più. Vi risparmio i particolari, fatto sta che piano piano, un po’ ridendo, un po’ rispondendo, la testolina bionda è spuntata di nuovo da sotto le coperte. A quel punto, mi sono allontanata, era giusto lasciarli soli, ma anche le mie orecchie erano sature di quei discorsi, a godersi le loro schifezze, pardon, tenerezze da maschi.

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A nove anni quasi dieci, mio figlio è ormai nel pieno di quella fase in cui il suo universo è tutto al maschile, le femmine, anche le sue amiche più care, per non parlare del resto delle compagne, sono poco più di un accessorio. Certo di me continua ad essere geloso e anche se non mi dice più come prima -mamma, tu sei mia moglie e babbo e Maria sono i nostri figli!- continua ad appiccicarmisi addosso, tanto che il padre deve ricordargli che -questa donna è mia, tu dovrai cercartene un’altra!- Devo dire che comunque in casa nostra parlare di amore, fidanzate e ancor più di sesso, è roba di ordinaria amministrazione, specialmente con mio marito che, a differenza di me, non è cresciuto con un’educazione cattolica un po’ sessuofoba e rigida, ma da buon toscanaccio non ha proprio peli sulla lingua. Così si scherza su tutto e comunque se ne può parlare. Ma mio figlio per ora non ha fidanzate in vista. La figlia di una mia amica, che ha la sua stessa età, è arrivata a casa invece esultante -mamma, ho baciato tre volte Tommaso!- Lei, discretamente, tanto per informarsi, le ha chiesto dove l’aveva baciato e la bambina ha risposto -in corridoio-, poi però ha specificato -mamma, il terzo bacio era quasi vicino alla bocca-, sollievo. Ma o presto o tardi arriva per tutti il momento del risveglio da quella che Freud chiama fase di latenza, e le femmine, o i maschi, diventano “interessanti”. Noi per ora siamo tranquilli, ieri, dopo aver fatto piangere una compagna e aver pianto lui perchè un’altra lo aveva fatto cadere alla festa di carnevale, ha detto a cena, -io con le femmine o picchio o piango- Ecco, per ora, c’è tempo.

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E così anche quest’anno ci risiamo, ieri sera per San Valentino, dopo aver cenato a lume di candela, ci siamo addormentati sul divano davanti a Sanremo un po’ tutti e quattro, poi i ragazzi sono andati a dormire, ma è la nostra tradizione che si rinnova. Non mi è piaciuto quasi niente di quello che ho visto, molto ho dormito abbracciata con mio marito, ma vedere il festival è un modo per rendermi conto di dove siamo, a che punto questo nostro paese si trova. Non perchè ci rispecchiamo, ma perchè se ne parlerà fino allo sfinimento e io preferisco sapere di cosa si spettegola. Poi ogni tanto qualche sprazzo di vita arriva, la canzone di Vecchioni dopo il 13 febbraio, lo scorso anno. Quest’anno per ora niente. Speravo di sentire qualche vecchio cantante italiano raccontarci di sè, di cosa ha imparato nella sua esperienza, del suo credere che la vita non si fermi al presente e al terreno, di quale sia il suo sogno, la sua visione, di avere un briciolo della sua verità, di avere qualche spunto per renderci tutti un po’ felici. Perchè quello che mi interessa è la perla che ognuno trova, o almeno cerca, nel campo, quella per cui si vendono poi tutti i tesori, quella di cui davvero vale la pena parlare. Non mi interessano le critiche, quello che voglio trasmettere ai miei figli, e che a volte, grazie anche ad una tesina sul razzismo per l’esame di terza media puoi imparare, si può trovare anche su un palcoscenico, ma deve iniziare con altre parole, per esempio “I have a dream”..

“Io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”. (Martin Luther King, Washington, 1963)


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Ieri mi sono trovata a dare una grossa punizione a mio figlio per via di questi benedetti videogioco senza i quali sembra non si possa vivere. E’ davvero un’ossessione, così adesso starà senza fino a marzo. Ma la cosa che mi ha colpito è stata la sua reazione, e anche del suo amico, quello con cui ne combina e figurati se non c’era anche lui. Se ne sono stati fermi e in silenzio, senza commentare, con un’aria veramente mortificata, stavo dicendo loro che il torto lo avevano fatto a se stessi, sembrava fossero dispiaciuti, ma d’accordo, non hanno obiettato sul castigo che gli spetterà. Magari è stata tutta un’impressione mia, però mi è venuto in mente di come la punizione, specialmente da piccoli, sia la via per andare oltre i sensi di colpa, per imparare quando si è sbagliato qualcosa e poi chiudere con quell’esperienza e andare avanti. E’ molto più difficile non solo essere perdonati dai genitori, ma perdonare se stessi senza un modo per riparare. La punizione ci tira fuori dalla rabbia e dal -ti voglio o non ti voglio bene-, noi  genitori decidiamo cosa e quando devono fare se sbagliano, ma i protagonisti restano loro. Anche con mia figlia, che è ormai alle superiori, sono le punizioni che tracciano il nostro limite, la nostra ringhiera, certo ben più ampio, ma che deve continuare ad esistere alla sua autonomia, alle sue decisioni. E devo dire che funziona ancora così. Quando non siamo d’accordo su un suo comportamento e le mettiamo dei limiti, o la puniamo, all’inizio penso che non ci prenderà sul serio, me e suo padre, e invece…  Forse in questa nostra società consumistica dove sembra che non ci debba essere niente di non lecito, mi sento un po’ fuori tempo, troppo all’antica, ma loro accolgono le nostre richieste e  mi ricordano che tutti noi abbiamo bisogno di confini, che servono per dirci cosa ci fa bene e che cosa no. Le regole sono un modo di proteggerci, di insegnarci dove dobbiamo andare e di insegnarlo a loro. Certo la coerenza è faticosa e qualche volta anche dolorosa, specialmente mia figlia accetta, ma certo non in silenzio. L’ultima volta me ne ha dette tante, io le ho risposto che mi dispiaceva se mi odiava, ma che lei per me è più importante, più preziosa.

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In queste ultime settimane sto leggendo due libri diversi, ma anche molto in sintonia tra di loro, entrambi mi esortano e portano verso il pensare e credere all’abbondanza della vita. Il primo Prosperità è un regalo, mentre Il bambino che imparò a colorare il buio si è fatto trovare al supermercato: volevo il solito ultimo della Kinsella, ma questo costava meno. E così mi risuonano in mente molti messaggi di fiducia e di positività in questi giorni, che mi incoraggiano e richiedono da me qualcosa.. e allora ho deciso. Da anni, dopo averne sognato l’inizio, ho scritto una storia sotto forma di trama per una fiction e l’ho anche mostrata, o meglio mio fratello che lo conosce, ad un famoso regista. Ma non andò. Nel frattempo la mia storia di amore e formazione ha assunto un’altro significato, adesso ho una figlia adolescente, non è più per me, ma per lei, anzi per la sua migliore amica. Perchè? Be’ lei ha sempre me a sua disposizione per condividere le sue emozioni e poi la sua amica, a differenza di mia figlia, è un po’ imbranata e insicura rispetto al suo piacere ai ragazzi, proprio come ero io. E’ venuta l’ora di credere in me stessa, di cambiare, di buttarmi. Sto trasformando la mia fiction in un romanzo, per le mie ragazzine, per la ragazzina che ancora sono, per chi vorrà leggerlo, non mi nasconderò questa volta, non starò altri anni a rimuginarci sopra, lo lascerò andare, ci vuole un’altra vita.

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Ieri per caso ho rivisto la scena finale del film Luci della città di Charlie Chaplin che è una delle più belle e commoventi scene con cui sono cresciuta. Mi commuovo un po’ a parlarne perchè i film di Charlot li ho sempre guardati, fino ai suoi ultimi mesi, anche con i miei figli, con il mio babbo. E ho anche già accennato a questo film, ma rivedendo la scena ieri mi sono resa conto che non gli ho reso giustizia. Il film, muto in bianco e nero, del 1931, anche se comico non è certo un film facile per i nostri figli, abituati ai ritmi e a agli stimoli del cinema di oggi, però, però ne vale la pena, se non altro per il finale. Lui è un vagabondo che si innamora di questa giovane cieca, allora si diceva così, che vende i suoi fiori all’angolo di una strada, quando ancora “la gardenia nell’occhiello” era un’abitudine. Lei crede che lui sia un gran signore e lui glielo lascia credere e con varie vicissitudini riesce a procurarle i soldi perchè lei possa operarsi agli occhi. Ma subito dopo viene arrestato, anche se ingiustamente e trascorre molti mesi in prigione. Nel frattempo lei recupera la vista e apre un negozio di fiori. Ed ecco la parte più bella, lui esce va a cercarla al suo angolo, ma lei non c’è. Poi, per caso, capita davanti al negozio e all’improvviso la vede, capisce che il suo sacrificio è servito, lei adesso vede. Ma lei non lo riconosce ovviamente, di lui conosceva solo le sue mani e la sua voce. Lei che credeva che lui le avesse dato il suo superfluo, potrà finalmente “vedere” cosa lui ha fatto per lei, e la battuta finale insegna sull’amore forse più di interi romanzi, canzoni, poesie e certo delle mie parole.

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