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Archive for aprile 2012

Sarà l’orizzonte luminoso, dopo tanti giorni di pioggia, sarà che la campagna che attraverso ogni giorno trasportando i miei figli in qua e là è ora tutta verde e rigogliosa, o forse sarà che ieri ho finalmente visto e sentito le rondini, i mei pezzetti di cuore volanti che abitano il cielo azzurro, ma sono felice, mi sento nuova e rinnovata. Da bambina ogni sera davo la buonanotte alle stelle, aspettavo le rondini e annusavo l’aria, cercandoci dentro sensazioni, emozioni e ricordi dei miei pochi allora anni vissuti, ma in quei profumi che annunciavano il caldo e le lunghe giornate cercavo segni di una gioia ed un entusiasmo che sapevo possibili perchè era già accaduto, certa che si sarebbe ripetuto il miracolo dell’estate anche quell’anno. Anche ora, da mamma, mentre chiudo le persiane per la notte do una sbirciatina ai punti luminosi che da lassù mi tengono d’occhio e mi fermo, almeno un momento, ad esplorare quali profumi, e quindi quali ricordi e buoni presagi l’aria odorosa mi annunci per la stagione a venire. Rondini, stelle, alberi e profumi della campagna, forse ero una bambina sola, piena di quelli che oggi chiamiamo amici immaginari, forse era soltanto che mi guardavo intorno con occhi fantasiosi, occhi interessati più dentro di me che fuori. Certo, anche se ora sono voluti e come un rito, non rinuncio agli amici che la natura mi offre, o forse mi è diventato un gesto automatico, oppure sarà per via della lunga attesa di queste settimane, ma come mio figlio che ancora  deve guardare i tanti regali ricevuti per il compleanno, da un paio di giorni mi sento circondata di doni, nell’abbondanza, di vivere in questa festa che anche quest’anno la natura, costante, affidabile e inesorabile, per fortuna, come ogni anno con la bella stagione ci offre.

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Certe volte penso ai milioni di auto che circolano continuamente e di come la maggior parte di queste, nonostante purtroppo i tanti incidenti, costantemente si muova, si fermi, riparta senza intralci, rispettando gli stop e le precedenze, i semafori e le rotatorie, come gli ingranaggi perfetti di un orologio. Tutto questo mi dà un senso di armonia.
Sabato abbiamo fatto la festa di compleanno per i dieci anni di mio figlio, venti e più bambini, giochi, regali, candeline, punteggi e premi, come ogni anno.
Tra le novità la scoperta che sono golosissimi di fragole, ne hanno divorate a chili, e il loro desiderio di partecipare ai giochi non soltanto come concorrenti.
Ho organizzato un quiz con delle schede di domande prese da un gioco da tavolo e ho messo i due portavoce di Fuoco e Luce, la squadra dei maschi e quella delle femmine, su due sedie mentre io stavo distante davanti a loro con le braccia aperte. Dopo la domanda partivano correndo e il primo che toccava una delle mie mani poteva rispondere. Subito alcuni hanno chiesto di stare loro con le braccia aperte, altri volevano leggere le domande, altri segnare i punti. Così a turno si sono alternati nei vari ruoli mentre gli altri, con mio figlio in testa, si divertivano a correre e ad indovinare. Ognuno aveva diritto a due turni di domanda e loro, senza arrabbiarsi, si prenotavano, aspettavano, partecipavano. Bambini che non si conoscevano, che mai avevano giocato insieme, che chissà se una cosa del genere l’avevano mai fatta prima.
Io, che comunque facevo le domande perchè sapevo quali andavano scelte nelle schede, come un bravo vigile dirigevo il traffico, controllavo chi si prenotava, l’alternanza dei turni. E’ stato un momento proprio bello. Eravamo un perfetto ingranaggio, immersi e parte di una gioiosa, divertente e spensierata armonia.

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“Sta tutto ritto con la testa!” mi disse mio marito mentre il pediatra lo lavava e controllava. E così dieci anni fa nostro figlio entrò nelle nostre vite, arricchendola e indaffarandola, come sempre succede, facendoci scoprire e sperimentare, toccare con mano, di come davvero ogni vita, ogni individuo sia un miracolo a sé, come ognuno di noi sia un “pezzo unico” nell’universo. E regalandoci, e anche questa è stata una scoperta, una gioia infinita e che credevamo irripetibile, speravo che arrivasse un maschio, ero curiosa di sapere com’era, visto la meraviglia che era stata avere una figlia femmina, e con lui è arrivato un nuovo mondo di emozioni, uniche eppure ugualmente intense e formidabili, e nuove sfide. Un maschio, con un suo diverso carattere, due bambini da crescere con le loro differenti esigenze, noi e loro, nuove relazioni da gestire. “Quanti figlioli, abbiamo” di nuovo mio marito, la prima sera che eravamo tutti e quattro a dormire a casa. Eravamo qualcosa di più e di diverso ora e andava vissuto, la gelosia, le preferenze, i mostri che incombono, con il senso di colpa, su di noi genitori con due figli, chissà com’è quando sono di più. Quella paura di fare differenze che mi spinge anche ora a parlare non solo di lui, di quel bambino profondo e deciso, saggio e impulsivo, tutto suo padre che volete, quel bambino che sta diventando il mio ometto di cui sto imparando ad essere orgogliosa e lasciarlo andare tanto quanto sono stata protettiva e sempre presente. Quel bambino che mi ha mostrato come il mio cuore, forse perchè anche i cuori in fondo appartengono all’infinito, abbia spazio per ogni affetto, uno spazio sconfinato che a lui magari sembra di doversi conquistare, ma che è invece tutto e soltanto suo, per quegli occhi scuri e quel suo sguardo intenso, per quel suo modo di dire -Ma’- e -Ba’- tanto per atteggiarsi a grande e per differenziarsi dalla sorella, come se non fossero già abbastanza diversi, per come ogni giorno è stato ed è vederlo crescere in questi suoi e miei primi benedetti dieci anni della sua vita.

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Come questo cielo di primavera che prima ci fa sognare l’estate e poi torna indietro e ci ributta nell’inverno, così mia figlia sta crescendo, facendo i suoi primi passi falsi, scontrandosi con le sue prime contraddizioni e scoprendo che fare i conti con se stessi è molto più difficile e doloroso che non con i giudizi degli altri, persino con i possibili rimbrotti e punizioni dei genitori. Così sta tentando di perdonarsi per essersi delusa da sola, per ritrovare fiducia e stima in se stessa. Per farlo ha parlato col padre, abbiamo scherzato con lei tutti e quattro a tavola e poi, figuriamoci, con me chiacchierate a non finire. Lei, che è di pianto facile, non ha mai mollato, non si è lasciata andare ad una tristezza che non sa gestire, tranne che in un momento quando io, anche se lei non voleva, l’ho abbracciata stretta e le ho detto piano in un orecchio, e scusate se mi ripeto, come con lei:
-Ti sei dimenticata quello che ti avevo detto di ricordare sempre-
-Cosa?-
-Ti sei dimenticata che tu sei…-
-…-
-Che sei preziosa-
-No, mamma, al massimo, preziosetta-
-No, no, amore mio, sei preziosa-
E le lacrime e forse con esse un po’ del suo perdono, hanno trovato strada dentro di lei.

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Devo ammettere che andando ogni tanto al cinema con mio figlio, che tanto ormai c’è un film per ragazzi ogni domenica, uno dei pochi cartoni che mi sono davvero piaciuti negli ultimi anni, e che riguardiamo se ci capita in tv, è Dragon trainer. Un film che si pone semplicemente come singola avventura, senza seguiti, che non fu particolarmente acclamato, eppure è proprio bello. E’ una storia, per una volta non accattivante nè umoristica, alla Shrek per intendersi, che è certo più apprezzabile da noi adulti che dai nostri figli. Qui invece si parte con un tono epico sottotono visto che il protagonista, senza troppo tragedie e drammi è il perdente del villaggio di vichinghi dove vive, lui, orfano di una mamma da cui deve aver ereditato tutta la dolcezza e l’intelligenza, visto che il padre, il capo, come tutti gli altri abitanti è un mezzo gigante che vede nella lotta con i draghi e nell’uso della forza l’unica ragione di vita. E non è che Hic, il ragazzino, anche per compiacerlo, non vorrebbe essere così, solo che non ne ha il fisico, ma soprattutto il cuore. E quando se ne presenta l’occasione invece di uccidere il più temuto dei draghi, di nascosto, lo addomestica, ne diventa amico, cambiando il suo modo di vedere queste creature, se stesso, il suo modo di stare al mondo. Grazie all’aiuto e alla fiducia dei suoi compagni di scuola, una scuola speciale per combattere i draghi, riuscirà a far ricredere anche gli adulti e persino suo padre e le loro vite cambieranno. Mi ha ricordato la saga dell’Ultimo elfo della mia Silvana (De Mari) quando alla fine de L’ultimo orco il comandante degli uomini scopre come la vera vittoria, per entrambi, sia usare la compassione con i nemici, gli orchi, dare loro un’opportunità, trasformandoli in amici. Quanto piansi! La commozione di quando senti che il cuore si allarga e che c’è posto per un’altra strada che va oltre l’odio e la paura. E andando ancora più in alto, scusate forse esagero, ma per tradurre ai bambini, e ai nostri cuori bambini, il concetto di “ama il tuo nemico, perdona fino a settanta volte sette” e più ancora “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” quale occasione migliore di un film divertente e avvincente dove un ragazzino confida all’amica del cuore che gli chiede le ragioni del suo comportamento quando tutto sembra perduto, nel momento della sconfitta, badate bene, non quando vince, lui risponde “Trecento anni e sono il primo vichingo che non ha voluto uccidere un drago. Non ho voluto ucciderlo perchè aveva l’aria spaventata quanto me, ho guardato lui e ho visto me stesso”

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A proposito dei sassi di cui accennavo, eravamo in un negozio di souvenir, io guardavo gli oggetti esposti e rispondevo distratta di no a mio figlio con la periferia della mia attenzione. Finchè non ho visto una signora e una ragazza che ci guardavano ridendo, sorridendo. Allora ho ascoltato e mi sono resa conto che mio figlio mi stava chiedendo di mettere i suoi sassi, due ciottoli grandi quanto il palmo della mia mano, dentro il mio zainetto e io mi rifiutavo, ma lui, convinto insisteva. La capacità di vedere meraviglie dei bambini ci insegna sempre. Ha tenuto in mano comunque i suoi sassi, se li è portati alla messa dove gli sono caduti facendo girare, nel rimbombo che hanno fatto, tutti i vicini di panca, facendoci sorridere a me e mio marito, di nascosto a lui ovviamente. Quando siamo arrivati al camper ne ha tirati fuori altri due più piccoli dalle tasche. Gli ho ricordato di quando vedemmo la prima spiaggia con l’alta marea in Bretagna, eravamo incantati a guardare le onde che a mano a mano ci si avvicinavano. Ma non lui, lui arrivò e vide la striscia di ciottoli sulla parte interna della spiaggia e rimase lì, di spalle al mare a scegliere tra tutti quei “tesori”.
Più vado avanti più sono convinta che la chiave della felicità sia la gratitudine, la capacità di vedere, di sentire, di godere, di meravigliarsi del miracolo che è essere vivi ogni giorno della nostra vita.
Tra una settimana mio figlio finisce dieci anni, crescendo vuole darsi un tono, “si, mamma, ho sempre avuto la passione per i sassi, quelli lisci, però”.

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Ecco cosa succede quando hai un marito iper-tecnologico, desideroso di vacanze e di staccare, così tu dai per scontato che con tutti i suoi aggeggi figurati se non ti puoi connettere ad internet ovunque ti trovi. Invece bastano due-tre chilometri al di là del confine, sei in Francia, e i giochi cambiano, anche le compagnie e il telefono e il resto servono solo per chiamare e fare foto. Così siamo stati cinque giorni solo noi quattro, senza blog io, pratica senza teoria per una volta, senza leggere i giornali e altro mio marito, senza Facebook mia figlia! E con noi tre sempre a sua disposizione mio figlio, ubriaco di gioia. Ha ritrovato sua sorella, finalmente tutta per sè, come sempre nei nostri viaggi col camper, che sono però sempre più rari, e lei è venuta a malincuore anche questa volta. Per poi ricredersi: a quattordici anni, in giro per Nizza e Montecarlo, mica male da visitare, e insieme a due genitori con cui chiacchierare senza fretta e scherzare e un fratellino con cui giocare, a provare a dire almeno -merci- e -au revoir- visto che studia la lingua. Ad ascoltare la messa di Pasqua in francese, con un fratello che si è portato fin dentro l’eglise dei sassi presi in spiaggia dopo aver poltrito nel pomeriggio al primo sole quasi estivo della stagione. -Mamma, credevo sarebbe stato peggio.- Neanche lei si aspettava che stare in famiglia potesse ancora piacerle, che trascorrere intere giornate soltanto in nostra compagnia potesse dare quel calore e quella consuetudine che ti fa sentire bene, serena, rilassata, “a casa” appunto, anche se sei isolata, senza internet, al di là del confine.

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