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Archive for luglio 2012

Sono proprio stanca, satura di tutto, l’unica cosa che però non voglio rimandare è la fine della stesura di questa storia che costituirà il mio secondo libro, non vedo l’ora di finirla perchè voglio che la legga mia figlia, la quindicenne innamorata della vita e di Filippo. Non mi dilungo allora se non dicendo che mi fermerò col blog, le puntate per la radio le ho già finite e riprenderò a settembre con un altro progetto che già adoro adesso, vedrete, ma per ora la mia concentrazione “scrittoria”, magari avessi da fare solo quello, sarà tutta dedicata a finire almeno la prima versione, tutta. Ma siccome siete voi, vi lascio per un po’ con l’incipit, voglio proprio chiamarlo così, della storia. A presto.

“Cara piccolina mia, voglio dirti che l’amore è la forza più grande dell’universo, l’energia più potente e formidabile capace di cambiare le nostre vite. Non bisogna averne paura, anche quando ci porta là dove non vorremmo o ci sorprende con scherzi inattesi. Vivendo all’ombra della paura di amare non si conquista la felicità. Perché tu un giorno possa comprenderlo, ti racconto ora questa storia.
Ricorda e credi sempre: “quando l’amore vi chiama seguitelo, anche se ha vie ripide e dure”.”

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Una storia che è anche un po’ vera, purtroppo, risale alla seconda guerra mondiale ed è successa a Monteriggioni, durante un duello aereo. Io ho aggiunto i personaggi, ma il fatto è accaduto davvero. Per ricordare a mio figlio, innamorato dei duelli, dei tornei, di battaglie, armi e cavalieri, che la guerra non è un gioco e la violenza mai una soluzione. Come dice Yoda, il maestro Jedi di Guerre stellari, saga di cui lui è innamorato “Un grande guerriero? Guerra non fa nessuno grande.”

Egidio

“Combatti! Combatti!” mi raccontò un giorno da bambino mio padre, mi parlò della sua storia, i racconti della guerra, la fame, le bombe, la paura. Di Egidio, che a mio padre salvò la vita quel giorno nella casa sotto il torrino. Gli aerei volavano bassi, carichi di bombe non ce la facevano a innalzarsi, era un trasporto di armi, non un bombardamento, erano gli alleati, osservarli era sentirsi più forti, la vittoria più vicina. Così tutti i bambini erano arrivati in piazza, urlavano, imitavano il ronzio delle eliche e il rombo dei motori, aprendo le braccia correvano e urlavano, salutavano anche. Nessuno si aspettava quelle raffiche all’improvviso, l’ombra dei caccia tedeschi sorpresero tutti, anche il grosso aereo che fumando stava precipitando, urtando il torrino sopra la casa e sopra le loro teste. L’istinto fece correre tutti dentro la casa, al riparo. Ma proprio lì c’era la morte, la casa stava crollando, gli aerei si erano già allontanati, il combattimento in altri cieli.
Un attimo e la casa si sarebbe schiantata, ma i bambini non volevano uscire. Egidio era poco più grande, ma abbastanza per capire, chiamò il più vicino “Combatti! Combatti!” Gli urlò “O sei una femmuniccia, gallinella spelacchiata?” E quello, lo scatto di rabbia e di orgoglio, uscì cercando sassi, pezzi di qualcosa da tirare, da trasformare in armi, a combattere. E dietro lui gli altri, ogni ragazzino al grido di “Combatti!” trovò la forza di venirsene allo scoperto, bisognava ubbidire al condottiero, muoversi, anche se la paura pizzicava ad ogni passo. Ma mio padre era proprio in fondo alla stanza, i piedi non ne volevano sapere. Gli scricchiolii aumentarono, erano ormai schianti, Egidio sulla porta urlò di nuovo “Combatti! Combatti! Aiuta i tuoi compagni!” Niente, i piedi due macigni. Allora si avvicinò a mio padre e gli urlò nell’orecchio “Combatti!” I piedi si mossero, una gran corsa e mio padre era fuori. Ma la casa crollò, Egidio rimase dentro, non ne uscì più.
Mio padre non parlò per sei mesi e anche dopo non volle mai affrontare l’argomento. Solo da grande, solo a me, quel giorno riuscì a raccontare la sua storia.
E io che non ero mai stato contento di chiamarmi Egidio.

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I figli, li vediamo grandi o piccoli spesso a prescindere da come realmente sono. Chi avrebbe pensato che mio figlio insieme ad un suo amico a dieci anni suonati avrebbe ancora ascoltato e apprezzato, durante la merenda, una delle storie del mio libro? Eppure quando le raccontavo era piccino, ma in fondo sua sorella, altrettanto presa, era più o meno come lui ora..

“Storia della galleria (contro la noia mentre si viaggia)
Quando il viaggio è lungo e l’abitudine alle storie ormai consolidata, per trovare qualche elemento nuovo occorre trasformare il viaggio stesso in un’avventura che scacci la noia, e in un lungo tragitto è difficile non attraversare neanche una galleria…

STORIA DELLA GALLERIA

C’era una volta una famiglia che stava facendo un bel viaggio con la propria macchina e tutti erano contenti perché andavano in vacanza ed era una bella giornata con il cielo azzurro e il sole che splendeva in mezzo a qualche piccola nuvoletta bianca bianca.
Arrivarono ad un certo punto all’imbocco di una galleria e mentre procedevano, aspettando di rivedere la luce, si resero conto, quando finalmente ne uscirono,  che il tempo era improvvisamente cambiato. Il cielo era scuro e rossastro, come se fosse scesa improvvisamente la notte  e un odore molto acuto e cattivo filtrava attraverso le bocchette. Non c’erano più neanche le altre macchine e neanche le strisce e i cartelli ai lati della strada, che anzi non sembrava proprio per niente una strada. Il babbo spense il motore. Sentirono uno strano brontolio, ai lati si intravedevano strane montagne senza cielo sullo sfondo: tutto nero.
Scesero dalla macchina. Il terreno era caldo ed elastico e anche un po’ umido.
Dove erano finiti? Un vulcano? Una grotta? Un sotterraneo?
Sentirono dei movimenti e ogni dubbio svanì: erano finiti nella pancia di un drago. Doveva essersi addormentato a bocca aperta proprio davanti all’imbocco della galleria mentre loro ne stavano uscendo e ora si stava svegliando.
Salirono in macchina, chiusero le sicure e si  misero le cinture, dovevano scappare da lì.
Il padre mise in moto e per fortuna le ruote camminavano bene sulla pancia, gola o quello che era. Ma evidentemente ora che il drago era sveglio li sentiva. Cominciò a tossire, come quando mangiando ci va qualcosa di traverso e in effetti era proprio così!
Grandi scossoni sbattevano la macchina qua e là, riuscivano comunque a procedere ogni volta che il drago smetteva di tossire e poterono così percorrere quella incredibile autostrada. Finalmente in lontananza apparve il cielo azzurro che non era svanito, ma soltanto scomparso dalla loro vista, finiti com’erano dentro quella enorme creatura.
Lì davanti però apparvero anche i denti, o zanne che fossero, grossi come colonne attraverso i quali la macchina sarebbe dovuta passare per uscire fuori senza essere, diciamo così, masticata.
Ma l’azzurro del cielo li guidava e il desiderio di raggiungerlo era così forte che il padre lanciò la macchina a tutta velocità. Il gran rumore provocò così tanto fastidio al drago che pensò bene di sputarli spingendoli con la sua lingua grossa come un’onda scura e gigantesca.
Si ritrovarono fuori e la luce del sole li abbagliò tanto che non riuscirono a tenere gli occhi aperti.
Quando finalmente poterono guardarsi intorno si accorsero che erano fermi, il motore spento, adagiati sopra una nuvola. Non cadevano, non salivano, non andavano né avanti né indietro, semplicemente sostavano lì sopra, come se si fossero fermati ad una piazzola, del drago non c’era traccia, si apriva davanti a loro una distesa immensa di azzurro come mai vista prima.
Non ebbero il coraggio di scendere dalla macchina, perché anche se la nuvola teneva chissà cosa sarebbe potuto succedere alla superficie umida e opaca al contatto dei loro corpi.
Si guardarono intorno proprio come se si trovassero a volare su un aereo, ma capivano che le somiglianze finivano qui.
Non sapendo veramente cosa fare, aspettando l’arrivo di un’idea, tirarono fuori i panini e fecero merenda. Per il momento potevano essere contenti di essere usciti dalla pancia del drago e rallegrarsi per l’incredibile vista. E godersi la merenda.

Qui finisce la storia, o almeno questa parte. Qualche volta è utile imparare la pazienza e accontentarsi di quello che si ha, restando sospesi sulla fine di un racconto o sopra una nuvola.”

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Giornate torride e intense, post festa medievale nel nostro borgo del 1200. Noi paesani siamo pieni e sfiniti dalle musiche, rulli di tamburi e vociare che nel fine settimana è andato avanti fino a tarda sera. Mio figlio, tre giornate piene di amici a guardare con lui giullari e duelli, stamattina è rimasto a dormire e ha saltato l’appuntamento col campo solare, ha iniziato il secondo che tradizionalmente frequenta, dopo quello parrocchiale ora quello del Comune. Spaparanzato sul divano dopo un risveglio lungo e lì prolungato, si è accaparrato una dose speciale di coccole da una mamma molto appannata e poco lucida. Tornano allora vecchie storie della sua infanzia e della mia.
-Come dici alla novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai, si dice…-
-Non lo so-
-Non si dice non lo so alla novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai, si dice…-
-Niente-
-Non si dice niente alla novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai, si dice…-
-Mamma la voglio dire io la novella dello stento!-
Dovrei rispondere -Non si dice la voglio dire io la novella dello stento alla novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai…-, ma la stanchezza, come la sua crescita, incombe, lascio fare, passo a lui il testimone.

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Mia zia era la moglie del fratello di mia madre, ma erano come due sorelle, avevano vissuto insieme in perfetta armonia prima che mia mamma si sposasse. Con lei ho trascorso tutte le estati e le feste comandate. Era una donna bellissima e mio zio l’aveva sposata sulle ali della passione lasciando la fidanzata ufficiale e scontentando tutti tanto che nessuno andò al matrimonio. Ma lei poi aveva fatto innamorare tutti in famiglia con la sua solarità ed energia, adorava la lirica, ma anche Patty Pravo, le piaceva ballare e la ricordo volteggiare nel salone al suono delle musiche natalize del disco che metteva, la mia fissa per i riti natalizi viene certo da lì. Mostrava attenzione e affetto per tutti, era piena di vita. Io l’adoravo, era tutto quello che mia madre non era e non riusciva a darmi, mi faceva i regali più belli per Natale, la casa delle bambole, per la Prima Comunione, un registratore a cassette, il top allora, e per la Cresima, un orologio al quarzo. Quando avevo ventisette anni durante le vacanze di Natale, passammo un pomeriggio a parlare davanti al camino, io e lei, le raccontavo dei miei amori di allora. Fu l’ultima volta che la vidi, due giorni dopo semplicemente non si risvegliò, lasciando mio zio attonito, spento, la vita se n’era andata con lei, la fine di un epoca. Le volevo tanto bene.
Mia nipote in questi giorni ha dato l’esame di terza media, io le ho risentito l’orale, ho cercato di darle una mano. E’ stato bello, parlando di storia, letteratura, arte, darle spunti di riflessione, allargare i suoi orizzonti scolastici, ma non solo. Una volta tanto ho potuto trovarmi da sola con lei, in genere è monopolio dei cugini, avvicinarmi al suo mondo. Non ci vediamo molto spesso, ma io la seguo, lei lo sa, su facebook, cerco di esserci per lei, di essere disponibile in tutto quello che posso, di darle il mio affetto. Il mestiere di zia per me è una cosa seria.

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Giorni intensi. Sabato e domenica sono stata ad un incontro per il mio nuovo impegno politico e ne sono molto contenta. Poi mi sono fatta male ad una caviglia e devo guidare il meno possibile, nei giorni che non c’ero mia figlia si è fidanzata, dirò così anche se lei non vuole, con il suo nuovo amore, diciottenne!, un ragazzo che faceva l’animatore con lei. In questo mese di luglio vorrei finire il mio romanzo, che forse sarà in realtà un racconto, la mia storia di amore e formazione  per mia figlia e le sue amiche adolescenti. Sul treno sabato ho letto una cosa che mi è molto piaciuta e che ho sentita in linea con ciò che sto scrivendo, me la sono portata a casa e l’ho letta a mia figlia domenica sera, dopo che mi aveva aggiornato sulla sua storia e ieri a mio marito e mio figlio, adesso tocca a voi.
“Thomas, il figlio quattordicenne di John Steinbeck, è innamorato cotto di Susan. Scrive per chiedere consigli al padre, che a stretto giro di posta gli risponde così.”
<<New York, 10 novembre 1958
Caro Thom, abbiamo ricevuto la tua lettera questa mattina. Ti risponderò dal mio punto di vista e di certo Elaine farà lo stesso.
Primo, se sei innamorato, è una buona cosa, praticamente la miglior cosa
che ti possa capitare. Non permettere che nessuno la sottovaluti o sminuisca.
Secondo, ci sono molti tipi di amore. C’è uno egoista, meschino, rapace e cattivo che usa l’amore per darsi importanza. Questo è il tipo di amore più brutto e che rende deboli. L’altro invece è una fuoriuscita di tutte le cose buone che hai dentro di te – di gentilezza, considerazione e rispetto – non solo il rispetto delle buone maniere, ma il rispetto più grande, che è riconoscimento dell’altra persona nella sua unicità e valore. Il primo tipo di amore può farti star male, renderti piccolo e debole ma il secondo può far nascere in te una forza,
un coraggio, una bontà e perfino una saggezza che non credevi di avere.
Hai detto che non si tratta di una cotta. Se provi sentimenti così profondi, certamente non è una cotta.
Ma non credo tu mi stessi chiedendo di dirti quello che provi. Lo sai meglio
tu di chiunque altro. Quello che mi hai chiesto è di aiutarti a capire cosa fare. E questo, posso dirtelo.
Rallegratene e sii felice e grato.
L’oggetto dell’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all’altezza.
Se ami qualcuno, dirlo non può fare alcun male, ti devi soltanto ricordare che certe persone sono timide e quindi nel dirlo dovrai tenerne conto.
Le ragazze sanno come capire e sentire le cose che tu senti, ma di solito preferiscono anche sentirselo dire.
Può succedere che quanto senti non sia ricambiato, per una ragione o per l’altra, ma ciò non renderà i tuoi sentimenti meno veri e belli.
Per finire, so cosa provi perché lo provo anch’io, e sono felice per te.
Ci farà piacere conoscere Susan. Sarà la benvenuta. Ma a questo ci penserà Elaine, perché è il suo terreno e ne sarà felicissima. Anche lei conosce l’amore e forse saprà aiutarti più di me.
E non avere paura di perdere. Se deve succedere, succederà. La cosa
più importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano via.
Con amore, P>>.

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