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Archive for ottobre 2012

-Mamma, quanto è bella la vita!-
Lo so che io non c’entro niente, che è eccitata perchè va per la prima volta da sola dal parrucchiere con un amica a farsi -il frisè, mamma- perchè così la serata sarà ancora più speciale, il suo primo Halloween in discoteca, con le amiche, con i tacchi e le corna rosse con la luce da diavolina che le ho dovuto prendere ieri andando a comprare un orribile costume per suo fratello. Il suo primo Halloween col fidanzato, -ma lui arriva dopo con i suoi amici-. A quindici anni, anche se piove a dirotto -mamma, dirò alla parrucchiera di mettermi tanta lacca che il frisè mi deve reggere fino a stasera!- tutto diventa eccitante e meraviglioso ed ecco che hai bisogno di sfogare, di esprimere tutta questa meraviglia che ti fiorisce dentro e se stai tornando a casa da scuola e sei in macchina con tua mamma, ma ti senti al centro dell’universo e di tutti i suoi doni, puoi venirtene fuori con questa frase che è un sollievo per non scoppiare di felicità. -Mamma, quanto è bella la vita!-
E non lo sai che regalo hai fatto a tua madre che brilla, per te, di te e con te. Che in mezzo alla pioggia battente si sente risplendere, inondata di sole, circondata di luce.

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Ho iniziato a lavorare alla mia nuova rubrica per la radio, parlerò di amore romantico, si ispirerà a Jane Austen e ai suoi meravigliosi romanzi che tanto dicono sui rapporti e sui sentimenti e che, pur essendo stati scritti all’inizio del 1800, molto hanno da insegnare e molto hanno insegnato a me. Ho iniziato rileggendo l’introduzione di Orgoglio e pregiudizio, il romanzo più famoso della scrittrice inglese, che conosco si può dire a memoria.
“È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un’ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie. Per quanto poco si possa sapere circa i sentimenti o i punti di vista di un uomo del genere, al suo primo apparire nel vicinato, questa verità è così saldamente fissata nelle menti delle famiglie del circondario, da considerarlo di legittima proprietà di una o l’altra delle loro figlie.”
Cosa abbiamo qui? Un esempio tipico di quell’invadenza che, tanto facile per noi mamme, ci porta a voler decidere, convinte di saperlo meglio noi di loro, il futuro. il meglio per i nostri figli, la loro strada, già tracciata dalle nostre speranze, le nostre aspettative, magari i nostri bisogni non risolti o desideri non soddisfatti, certezze spesso pesanti come macigni.
Proprio l’opposto de “i vostri figli non sono i vostri figli, ma i figli della fame e della sete che ha in se stessa la vita”.
Le madri invadenti sono sempre esistite, ma cosa fa la Austen con questa frase, cosa imparare, cosa prendere da lei?
La sua arma imbattibile, l’ironia. Come autrice non si arrabbia, non si indigna, nè si ribella a questa logica. Semplicemente sorride di questa invadenza, sorride grazie alla sua capacità ampia di veduta, all’orizzonte più vasto da cui osserva, che non a tutti e tutte è data, specie quando si è genitori, cioè, si sa, terribilmente coinvolti. Eppure questo è il primo passo da fare per crescere, anche noi come mamme e genitori con noi stesse e noi stessi. Ma soprattutto per i figlie e le figlie. Imparare a saper vedere, a guardare ai propri genitori con tenerezza, saperli perdonare, accettarli con i loro limiti e andare oltre. Quando davanti ad un invasione di campo, che riguardi il modo in cui ti devi legare i capelli o chi devi frequentare, si risponde con l’ironia invece che con la rabbia significa che siamo cresciute e cresciuti, che si è imparato a non sentirsi calpestati, e soprattutto a riconoscere l’affetto che sta dietro l’invadenza. Singifica aver imparato a perdonare, aver accettato che la mamma e il babbo non sono come vorremmo, ma che a modo loro e con le loro risorse ci vogliono comunque bene. Solo così si può scegliere liberamente la propria strada, il proprio modo di essere, non per uniformarsi o al contrario, per antitesi per ribellarsi continuando a non scegliere. Per smettere di cercare o scappare dall’approvazione di quegli esseri formidabili e implacabili che siamo noi mamme l’unico sistema efficace è saper riconoscere l’affetto, grande o piccolo che sia, che sta dietro all’affanno, all’ansia, alla frustrazione, alle brontolature, ai musi, ai ricatti, alle liti. E farselo bastare.

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I tempi cambiano e le fiabe si aggiornano. Mio figlio, innamorato della sua fidanzata, ma ancor più da sempre delle armi, scimitarre, archi, pistole, pugnali, spade-laser, rivoltelle, carabine, balestre, asce e scudi, elmi, parastinchi e così via, va ora ancor più tenuto a bada con i video-giochi perchè starebbe a sparare e duellare dalla mattina alla sera. Mia figlia a dieci anni ballava sempre, continuamente, seduta a tavola, mentre si vestiva, per la strada, lui, finte battaglie su astronavi o immaginari combattimenti corpo a corpo, duelli con bacchette e fantastici incantesimi, combatte. Lei con la bocca, piano piano, solo per sè, si faceva la musica, lui fa i suoni delle pallottole e dei colpi, le esclamazioni.
L’altro giorno, come al solito, c’era qualcosa a tavola che non voleva mangiare, in questo periodo rifiuta un sacco di cose, è grande, deve decidere lui. Dopo avergli chiesto svariate volte di finire quel che aveva nel piatto, gli ho detto che mi ricordava qualcuno quando ogni cosa gli dava noia, il cuscino in fondo al letto, la porta aperta, e poi voleva la pallina di zucchero prima, e così via. Lui, lo citiamo spesso, si ricordava bene che era Pinocchio quando non vuole prendere la medicina. Allora io ridendo -ma ti ricordi chi arriva alla fine alla porta per portarlo via?- E lui -si, i conigli neri con la bara-.
-Apri un po’ la porta e vedi se son venuti anche per te.-
Lui non ha fatto una piega, ha aperto la porta e con una delle sue numerose armi immaginarie -Ta, Ta, Ta ,Ta, Ta!- una raffica di colpi.
Poveri conigli neri, sistemati.

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Mamma mia quante cose avrei da dirvi, da dove cominciare? Piccolo riassunto. Il mio racconto è quasi alla fine, intanto sto preparando il nuovo programma che farò alla radio. Anche quello, come la mia storia, parlerà d’amore, con una figlia adolescente e innamorata mi sto proprio spostando su questa tematica. Anche mio figlio, dieci anni e mezzo, è fidanzato! Così anche se sta iniziando l’autunno, da noi siamo in primavera, gli amori sbocciano e prosperano. Ed è bello notare di come a tavola si parli molto di sentimenti, di effusioni, di baci, anche di sesso, chi lo avrebbe detto, non solo io e mio marito, ma anche le nostre conversazioni stanno cambiando e crescendo con loro. A mia figlia, ho detto, già da tempo, che è bello godersi ogni fase di quello che si vive, che è assurdo non voler guardare il tramonto, con i suoi colori e sfumature, per aver fretta di voler vedere le stelle del cielo notturno. Lei, che ha solo quindici anni e per la prima volta un ragazzo così vicino e una storia che sente può durare, mi sembra un miracolo, ma mi racconta che stanno imparando a conoscersi, senza fretta, per gradi. La prima volta che si sono dati la mano, che si sono guardati in faccia nel dirsi il loro amore. Poi certo non mi dirà tutto, ma la sento serena e innamorata. Da cosa me ne accorgo? Perchè mi bacia e mi abbracccia continuamente, mi sta sempre appiccicata. Ma non è tutto questo fiorire di affetto filiale, lei sa che non me la prendo e così lo può ammettere, nei giorni o nelle ventidue o più ore in cui non lo vede, tutti quegli abbracci e tutti quei baci non sono per me, io faccio solo da sostituta di Filippo.

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Eccomi qua, torno “a casa”, ma è un compromesso. Perchè mica ho finito di scrivere il mio racconto, gli ho solo trovato un titolo e mi manca ancora da risistemare l’ultimo capitolo. E poi mica ho voglia di tornare a scrivere qui, a raccontarmi. “Mamma non hai ancora scritto niente di Filippo!” mi incalza mia figlia. Ma mi sento impantanata nel classico non più e non ancora. Se prima scrivere in un blog è stato uno sforzo, una sfida, un’imparare a mostrarmi, ora sento che devo andare oltre, stare qui mi sembra un nascondermi. Ecco allora che nella mia intransigente emotività mi sono fermata, -devo fare altro, devo andare avanti-.
Ma forse il punto non è chiudere delle porte, ma aprirne di nuove. E poi le visite continuano ad aumentare, senza che io abbia mosso un dito e mia figlia brontola. E poi piango, mi commuovo molto più del solito, il che, conoscendomi, significa a livelli difficili da sostenere, un pudore e una facciata ufficiale sempre a rischio. Qualcosa tutto questo vorrà pur dire.
Forse quello che mi brucia in cuore se trova questa strada, questo filo esile delle consonanti e delle vocali, mi consuma un po’ meno e va a scaldare altri cuori, se ne va a comprendere e illuminare altre vite oltre la mia, e quella preziosa della mia giovinetta che leggendo della mia comprensione di lei, si sente forse compresa e capita e riesce così meglio a capire se stessa, che alla sua età non è cosa da poco, e riscoprendo qui quanto io le voglia bene e quanto lei sia importante per me magari impara a volersi più bene, cosa da molto, moltissimo, a qualsiasi età .

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