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Archive for marzo 2013

Come ogni anno, nei giorni vicini alla Pasqua nel mio blog aumentano le visite sulle pagine su come spiegare la Pasqua ai bambini. Lo stesso non avviene per Natale e certo mi dicevo è molto più facile spiegare la nascita che la morte ai nostri figli, l’adorazione e lo stupore davanti alla mangiatoia piuttosto che la sofferenza di una croce. Ma credo che, almeno per me con i miei figli, il problema vada oltre. Spiegare una nascita resta, per quanto ci siano di mezzo angeli e stelle, nell’ordine naturale delle cose, in eventi che fanno parte comunque anche del nostro quotidiano, gravidanze, parti, fratellini e sorelline. Non dobbiamo spostare molto lo sguardo, l’orizzonte. Ma affrontare la Pasqua è tutt’altra questione. Si tratta di scelte, di dolore e sofferenza e poi di Resurrezione, si devono spiegare temi che obbligano a parlare della vita in altro modo, di senso, di significato della nostra esistenza e soprattutto di ciò che c’è, o non c’è, dopo la sua fine. Non si parla dell’inizio, ma della fine e di come arrivarci. E parlare della Resurrezione senza crederci diventa una favola vuota, una follia. Proprio come fu considerata dai primi che ne sentirono parlare, una follia o un raggiro. Ecco che la Pasqua mi obbliga, con l”imbarazzo di qualcosa di intimo e inesprimibile, ogni anno a decidere come voglio presentarmi, cosa raccontare ai miei figli. La vita più forte della morte, la gioia più grande del dolore, lo spirito più potente e vero della carne. Ci credo o sono una folle?  Perchè se ci credo dovrò essere pronta ad affrontare ogni croce sapendo che la cosa non finisce lì. Sapere che oltre il mio orizzonte le cose non finiscono, ma ne inizia un altro “vestito di Luce Infinita.” Io devo dire sono una che lo cerca spesso, ma faccio fatica poi a crederci. Ma non mollo. Buona Pasqua.

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La prima volta che mi allontanai da casa e dai miei figli, qualche anno fa, mi recai ad un convegno in Sardegna, quindi con tanto di volo aereo e mare a separarci. Quando arrivai all’aereoporto di Pisa dopo quattro giorni molto intensi, mi ritrovai molto sbilanciata, confusa, diversa. Rientravo e non mi ritrovavo di nuovo in famiglia, tutto come prima. Ci volle qualche giorno, come se avessi dovuto rimettere un fuso orario interno. Sabato pomeriggio mia figlia è tornata dopo sette giorni dal suo viaggio studio in Inghilterra. Anche per lei, pur avendo ormai quindici anni suonati e per via delle nostre vacanze in campeggio con amici al seguito, è stata la prima volta che si è allontanata così a lungo da casa. Anche per lei il tempo è  andato più veloce che per noi rimasti a vivere una semplice settimana. E così, nonostante che il padre avesse da giorni pianificato il menù e preparato, è lui lo chef di famiglia, i festeggiamenti gastronomici, dopo cibo inglese per sette giorni! lei non è stata in grado di apprezzarlo come avrebbe dovuto, come avremmo voluto. E’ arrivata a casa stanca e disorientata, arrabbiata col ragazzo, con lui mi sa che il jet lag era ancora più netto, le mancava la signora che l’aveva accolta in casa sua, la stanza, tutto. Mio marito se n’è andato a fare una passeggiata, forse deluso, non lo so. Io sono rimasta, consolandola, raccontandole di quando anche io mi sentii non contenta di essere tornata a casa, nostalgica per  quello che avevo tanto intensamente vissuto e lasciato. Meno male che è successo anche a me, che potevo spiegarglielo. E soprattutto che potevo spiegarmelo, ricordarmi che ormai sempre più se voglio restarle accanto il mio posto è al suo fianco, condividendo le nostre esperienze e non più solo al suo centro, non più davanti. Non posso negare di esserci rimasti male, dopo tutta l’ansia provata, l’attesa, poi sentirsi come di troppo. Noi volevamo accoglierla come una regina, ma il suo regno, come è giusto che sia, è altrove.

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La vita continua, i dolori si affiancano alle gioie, grandi e piccole. Una, forse piccola, ma intensa. Ieri mattina, festa del papà, suggerisco a mio figlio di recitare la poesia a mio marito che tanto la deve ripassare prima di andare a scuola per dirla alla maestra. Non penso che mi darà retta, fa la quinta elementare, ma già si atteggia a ribelle e già sta imparando a vergognarsi e aver paura delle sue emozioni, di mostrarle. E invece si mette davanti al padre e comincia “Se tu fossi…poesia d’amore. Mio caro babbo se tu fossi una musica saresti la più bella melodia della mia vita, se tu fossi un sentiero…” E davanti al padre che se ne sta con gli occhi lustri e il collo irrigidito, gli recita tutta la poesia, fino al finale “ti voglio bene, babbo.” Io ascoltavo in silenzio, un po’ in disparte emozionata com’ero, mio marito alla fine si china e lo abbraccia chiedendogli e dandogli un bacio. Lui, prima si rifiuta, poi cede e glielo dà, in una commozione trattenuta, ma generale. Ce l’hanno fatta, si sono espressi il loro amore senza commuoversi, troppo, ma senza bloccarsi o nascondersi e fingere altro. Bravissimo! Gli ha dato a scuola poi la maestra. Ma per me l’avevano già preso, tutti e due.

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E così ieri mattina mia figlia è partita e ieri sera alle 19.05 ho ricevuto il suo messaggio che era atterrata all’aereoporto. Sono triste e ovviamente contenta per lei. Ma tutto mi viene amplificato dalla tragedia a cui ho assistito della morte di questo ragazzo. Così penso che io sabato la riavrò qui mentre la mia amica cosa aspetterà? E mi sento in colpa per la nostalgia e ansia per la mia ragazza. Come paragonarla alla sua? E mi sembra tutto nero. Da quando sono mamma non ero mai stata toccata da un evento così intenso e drammatico, e se non mi sento bloccata, mi sento però in colpa ad andare avanti. E’ giusto tentare di essere felici, contenti, sereni? Dobbiamo dimenticare, dimenticarlo? Eppure so che nella vita bisogna proseguire, andare oltre. E so che non significa dimenticare, ma dare un senso più ampio a quello che si vive, imparare ad essere umili, sapere ancora una volta che siamo piccole e finite creature, e che Lui, l’Infinito, il Creatore, non ci giudica, ci aspetta, ci accoglie, accoglie le nostre lacrime nel mare infinito della sua comprensione. Lui sa della Vita, Lui sa della Morte, noi dobbiamo ricordarci chi siamo. E allora cercherò di aspettare triste, perchè non posso non essere triste. Ma cercherò anche di essere serena, nell’attesa del ritorno mia figlia e della luce dentro di me, fiduciosa che arriverà.
“Se poteste mantenere in cuore tutta la meraviglia per il prodigio quotidiano della vita,
anche il dolore non vi sembrerebbe meno stupefacente che la gioia;
E accogliereste le stagioni del cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
E vegliereste sereni nell’inverno della vostra sofferenza.”(Gibran, Il profeta)

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La mia preoccupazione per la partenza di  mia figlia domenica è diventata niente, sono stata invasa dalla notizia della morte di un ragazzo di 23 anni, figlio di vecchi amici che frequentavo assiduamente molti anni fa, poi ci siamo allontanati e io lui praticamente non lo conoscevo. Aveva problemi di droga, neanche questo sapevo. Ma sono andata, insieme ad una miriade di persone, a partecipare a questo dolore. Vederlo lì, con i jeans e la felpa che pareva dormisse, immobile. Una cosa innaturale e contronatura. Un’immobilità che catturava tutti intorno a lui, un silenzio composto, sospeso, come se tutti fossimo paralizzati, incapaci di produrre una qualsiasi reazione. Ho pregato, ho pianto, stanotte ho fatto sogni dove ero arrabbiata, urlavo, urlavo a squarciagola. Ma nessuno lo ha fatto e l’immagine della mia amica, in silenzio, tremante, seduta su una sedia mentre la terra copriva la bara non so come fare a togliermela davanti. Una Pietà, Maria senza più lacrime. Non posso immaginare, e temere, un dolore più grande. Solo una frase mi è venuta in mente stamattina.  “Chi ci separerà dunque dall`amore di Cristo? Forse la tribolazione, l`angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso (anche io voglio esserlo) che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.” (Romani 8)

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Lo so bene che in questa settimana ci sono appuntamenti cruciali per il nostro paese e non solo: l’apertura delle Camere, l’inizio delle consultazioni, il Conclave. Ma noi mamme viviamo “nella stagione che stagioni non sente” e la mia scadenza attuale e urgente di questi giorni è quella di domenica, quando mia figlia, quindici anni e cinque mesi, partirà con la scuola alla volta di Cantebury, Kent, Great Britain, per tornare il sabato successivo. Lo so, lo so che è una bella opportunità, che va per imparare la lingua, lei che fa il linguistico e che l’inglese è la sua materia preferita. Che va con le compagne, che prenderà il suo primo aereo, che andrà a visitare Londra con suo grande entusiasmo e che poi starà in una cittadina tranquilla e vivrà in famiglia con una compagna. Tutte cose che anche io a vent’anni ho fatto e quindi ancor più so apprezzare. Ma come si fa a convincere quell’angolo buio in cui il mio cuore si è rifugiato e che sta aspettando solo il giorno del suo ritorno? Cos’è questo dolore, questa contrizione, paura, preoccupazione, nostalgia, malinconia? Forse è tutto questo e forse ancor di più è l’attesa che mi fa vivere amplificato questo senso di distacco e di ignoto che spaventa e che dà la vertigine, eppure è l’essenza stessa dell’infinito e della libertà. “Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi. L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane. Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere; perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l’arco che sta saldo.”(Gibran, Il profeta) Non credevo che avrei provato anche fisicamente questa immagine, che mi sarei sentita così alla lettera tesa come una corda. Prepariamoci allora a questo suo viaggio che sarà anche il mio, una nuova prova mi attende, restiamo, tese, ma salde, oltre la paura per fare spazio alla gioia.

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La discoteca della nostra zona propone per oggi lo spogliarello maschile. Per alcune donne festeggiare l’8 marzo significa questo. Mia figlia, con le amiche, però non è interessata alla cosa e non lo festeggia. Possibile che per le “donne” adolescenti non possa esserci altro? Ma io voglio vederla in positivo. Intanto oggi quando torna da scuola le farò leggere questo brano, da un discorso di don Andrea Gallo, prete di strada, libro regalatomi da un’amica, una di quelle che non amano gli spogliarelli, di nessun tipo.
“La donna deve riflettere seriamente sulla conquista di una parità con l’uomo. Oggi la donna può desiderare di essere pari a un oppressore, a un erede di un’egemonia ideologica?
Le conquiste sociali impongono un cambiamento di mentalità. La lotta è soprattutto nel campo delle idee. E’ sempre e ancora un fatto di cultura. La donna deve avere ben chiaro che per il fatto di essere stata per troppo tempo serva e strumento del potere maschile, non ha ancora una “sua” cultura.
Uomo e donna devono imparare a perdere e a perdersi: devono superare l’educazione storica mistificante che annebbia spesso anche i progetti rivoluzionari.
Donna e uomo devono in questo cammino considerarsi in uno stato permanente di rivoluzione, e devono raggiungere la parità in uno scambio di servizio fraterno, che non ostacoli una personale autonomia.
La vera uguaglianza sociale altro non è che la conseguenza di un’organizzazione sociale che non deve produrre sfruttati nè programmare sfruttatori.
La donna, nel tentativo di liberazione personale, libera così anche l’uomo e compie un atto di amore rivoluzionario.”

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