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Archive for giugno 2013

Noi abitiamo dentro un’antica cinta muraria, un posto bellissimo sempre pieno di turisti dove mio suocero buonanima ebbe l’ispirazione negli anni ’50 di comprare casa. Siamo una quarantina di persone, una famiglia insomma, con molti anziani, tutti vice nonni. I miei figli soffrono di questo relativo isolamento, un unico compagno di classe lei dall’asilo alle medie, un’unica compagna lui con cui ha finito ora le elementari. Difficile per mio figlio non pretendere di passare la fine dei pomeriggi su tv o videogiochi, i compagni sempre disponibili e io, che mi sento un po’ in colpa per questa sua forzata solitudine, non riesco ad oppormi. Però da un paio di anni è diventato molto amico di un ragazzino che ha un anno più di lui, figlio del gestore di uno dei bar ristoranti, vecchio compagno di giochi di mio marito. Questo bambino non vive qui, ma quando viene corre immediatamente a suonare al nostro campanello e mio figlio scende, specie ora in vacanza, interrrompendo qualsiasi cosa stesse facendo. Vanno d’accordissimo e allora il paesino piccolo e desolato diventa un campo di gioco, un paese delle meraviglie, adatto per girare senza timori, non ci sono neanche le macchine. E le spade laser, le bacchette o i nascondini riempono i loro pomeriggi o dopocena e se c’è anche l’altra bambina, qualche cuginetto, si può stare a chiacchierare, fare i grandi già con la comitiva e il muretto e non c’è nient’altro da desiderare, nessun paese più bello al mondo. Quando sei insieme ad un amico il tempo non trascorre ma scivola via, i paesaggi si trasformano, le strade si allargano, le possibilità di divertirsi si moltiplicano, tutto assume una nuova veste. Un amico, un vero amico, fa la differenza.

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In questi primi giorni di caldo estivo mi ritrovo stanca e affannata e piena di cose da fare senza sapere dove trovare le energie. Rifletto quando posso. Stamattina guardavo la campagna e il cielo limpido, i miei due colori preferiti, i mie figli lo sanno, sono il verde e l’azzurro insieme, proprio perchè è lo sfondo che mi fa bene, con cui sono cresciuta, casa mia, colline verdi e cielo azzurro. Pensavo a ciò di cui questo nostro paese abbia bisogno e forse è proprio il verde e l’azzurro. Il film Avatar di James Cameron mi colpì molto perchè mostrava una civiltà diversa dalla nostra, sviluppata in modo completamente diverso, solo apparentemente primitiva, in realtà basata su altri presupposti, privilegiando due aspetti fondamentali e irrinunciabili per vivere: l’armonia con l’ambiente e la spiritualità. Arriviamo noi terrestri, pieni di armi e tecnologia con un’unico scopo, fare soldi. Poi sappiamo come finisce, quali fossero i veri selvaggi.
Viviamo in un pianeta deturpato, pieno di ingiustizie, e dove comunque i paesi ricchi non sono i più felici. Sento parlare di rilanciare l’economia, ma verso dove? Ancora tecnologia? Ancora consumismo? A me tutte queste svendite e offerte promozionali dappertutto danno proprio il senso di una civiltà decadente, già finità senza saperlo. C’è moltissimo da fare invece  per riportare la nostra civiltà “evoluta” ad un’equilibrio che permetta non la soprvvivenza del pianeta, che la terra esisterebbe anche deserta, ma la nostra sopravvivenza nel pianeta. Ma bisogna trovare altro, oltre ai soldi e al consumismo, sostituire la logica del rilancio di questa economia che non ha più senso, ma non ha alternative nelle nostre conoscenze e coscienze, crediamo che costruire ancora altri beni di consumo e arricchirci ci dia la felicità. Occorre, come gli abitanti del pianeta del film, trovare altri scopi, altri modi per essere felici, una nuova spiritualità, che riempia i cuori piuttosto che i portafogli, il verde e l’azzurro.

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La vita è buffa . Mentre penso, e scrivo, dell’importanza di saper piangere e prendersi cura dei propri sentimenti piuttosto che sfogarli violentemente all’esterno dei giovani maschi, mi ritrovo a vedere un film bello, coinvolgente e commovente, in una tranquilla domenica pomeriggio con mio marito alla tv, Antowne Fisher. Prima prova alla regia dell’attore Denzel Washington, ispirato ad una storia vera, narra il ritrovarsi di un giovane marinaio americano che reagisce con la violenza alle sue difficoltà. Nel rapporto con uno psichiatra che la marina gli ha imposto di frequentare, emerge l’infanzia dolorosa che il protagonista ha dovuto affrontare e come, al di là della violenza, vero simbolo di fragilità, Antowne sia riuscito a mantenere una purezza e un candore che lo rendono capace di meravigliarsi e che gli permetteranno di andare oltre. Ma la cosa che più mi ha colpito è successa alcuni giorni dopo, quando fermi in macchina con mio figlio, che dovevamo aspettare, gli racconto il film, che parla anche di abusi sessuali sul protagonista bambino, quindi un tema anche non facile da affrontare con un ragazzino di undici anni. Quando arrivo al finale, dove io avevo abbondantemente versato lacrime, lui contrae il viso e comincia a piangere. Sono talmente stupita che gli chiedo cosa abbia, se sia commosso. Lui mi fa sì con al testa e allora gli dico che anche io, quando avevo visto il film, avevo pianto e così abbiamo un po’ pianto insieme. Senza commenti, senza giudizi. Poi è passata, abbiamo parlato di altro. Però dentro di me sono rimasta meravigliata, e grata, di questo mio giovane maschio, sensibile e impulsivo, amante delle armi e dei combattimenti, di come insieme a me e ad Antowne, stia imparando ad accettare e a non avere paura della sua sensibilità, dei suoi sentimenti, delle sue lacrime, di come si stia preparando a diventare un uomo, forse anche forzuto, ma soprattutto forte.

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Occupandomi di violenza sulle donne, mi stanno venendo molte idee, i miei colori spuntano fuori. Bisogna trovare il modo di concretizzarle.
Nell’attesa che in qualche modo questa idea, con Jovanotti o meno, qualcuno sa come contattarlo?, trovi la sua strada, vi invito anche voi a fare questo esperimento, ascoltando le tre canzoni.
“Salve Lorenzo, ti do del tu, d’altronde abbiamo due figlie quasi della stessa età. Immagino che, come me, anche per te avere una figlia ti obblighi ancor di più a darti da fare per costruire un mondo migliore. Ognuno lo fa con i suoi talenti, io sono psicologa, mi occupo tra l’altro, di violenza sulle donne, collaboro con associazioni femminili e maschili. In questi ultimi mesi ho lavorato nelle scuole con ragazzi e ragazze come le nostre e con loro abbiamo cercato di comprendere come un ragazzo possa arrivare a tanto, ad uccidere. Potrei darti molte spiegazioni, molte risposte, ma su tutte una, l’incapacità di accogliere il dolore, la paura, la frustrazione di un abbandono, un tradimento, del non poter controllare. “Fidarsi dell’amore è come lanciarsi con un paracadute difettoso”, uno di loro ha scritto. Bisogna partire da lì, bisogna imparare ad accogliere il dolore, specialmente i maschi, specialmente i giovani, senza trasformarlo in odio, in violenza. Il dolore accolto ci fa crescere, “Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.(Gibran)”. Qualcuno deve insegnarglielo, dirglielo. E qui entri in gioco tu. Una canzone, lo sai può cambiare il mondo perchè cambia la fonte del cambiamento, il nostro cuore. Una richiesta allora che è una proposta. Stai partendo per il tuo tour. Potresti cantare una cover che porta dentro di sé un’idea diversa di uomo, perché bisogna che volersi bene, ma anche saper soffrire senza uccidere, accogliere il dolore, diventi di moda, specialmente per ogni uomo, ogni ragazzo che viene lasciato, tradito, deluso dalla propria ragazza. Tu puoi lanciare questo messaggio, tu puoi fare la differenza. Ti lascio tre titoli, per riflettere su come una canzone possa esprimere un mondo e tu potresti esserne, non solo letteralmente, la voce. Io so tra le tre, qual è la frase che vorrei che ogni ragazzo, non si vergognasse di cantare e soprattutto imparasse, si concedesse. Forse cantandola insieme a te potrà trovare il coraggio di farlo.
Grazie per l’attenzione.
Caterina Comi”

http://www.youtube.com/watch?v=SsUYDRjDA6g
Io che non vivo
http://www.youtube.com/watch?v=wsuBiERheiA
Quanto ti voglio
http://www.youtube.com/watch?v=oq67w-HVyTY
Io vivrò

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