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Archive for ottobre 2013

E così anche questa nuova fase è arrivata. Mia figlia si sfoga al telefono, in crisi per via delle discussioni, delle gelosie, degli equilibri delicati con le amiche, chi non ci è passata a sedici anni? Piange, ma non mi racconta niente, non ne vuole parlare. Ovviamente la lascio stare, poi però, dopocena, viene naturale a tutte e due di mettersi sedute sul suo letto e io comincio non a spiegarle o a consigliarla, a chiedere, a consolare, ma semplicemente a raccontare. Le racconto la mia esperienza con le amiche quando avevo la sua età, di come era difficile anche per me: la mia compagna di banco, che ora è la mia migliore amica, una sorella, ma che allora era l’ostacolo per non poter stare accanto ad un’altra compagna, anche lei costretta a stare vicino ad un’altra che sarebbe rimasta molto male ad essere scartata. Scene di ordinaria amministrazione, penso ora, ma vedendo le sue lacrime capisco che probabilmente non ricordo l’ardore e il desiderio che mi bruciavano dentro allora. Ora mi sembrano aspetti accessori, ma certo mica conoscevo l’amore per i figli, la complicità con il marito, le passioni che ho, le fatiche e le gioie degli impegni di una famiglia, le preoccupazioni economiche o per la salute, il dolore di aver lasciato un genitore.  La vita ha altre priorità e intensità a sedici anni. Ma condividendo i nostri racconti ci siamo capite, ci siamo confrontate e lei si è rincuorata, l’ho visto, l’ho sentito. E con lei anche io. Ma da amiche, su un altro piano, ognuna nel suo lato da percorrere, carica del peso delle proprie responsabilità e scelte, io già compiute, lei da realizzare. Ognuna per conto suo, nella propria isola, sola nella sua strada personale e individuale. Distinte e distanti l’una dall’altra, eppure più vicine.

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In queste ultime settimane mi ritrovo ad utilizzare nuovamente quella che io chiamo la poesia dei genitori e che ho citato molte volte anche qui. Ma quello che mi fa più male è che le sue parole mi vengano in mente anche per consolare l’amica che mesi fa ha perso suo figlio. Mi sembrano terribili eppure ugualmente vere pensando alla perdita più dolorosa che si possa vivere, “i nostri figli non sono i nostri figli, ma i figli della fame e della sete che ha in se stessa la vita” D’altronde, sempre Gibran “Voi vorreste conoscere il segreto della morte, ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.”
In questa cosa sola queste parole  mi accompagnano per fortuna anche in momenti meno drammatici, anche se vissuti con difficoltà, come con questa mamma a cui ho risposto per l’associazione con cui collaboro.

“Ansia da prestazione

Salve, ho 32 anni e una bimba di 3, e mezzo, arrivata grazie a un miracolo, dato che ci avevano detto che per noi era pressochè impossibile concepire….Ora il problema è che mi son resa conto di aver sviluppato nei suoi confronti una sorta di ansia da prestazione: devo sempre fare in modo che non sia sola, si diverta e non si annoi…ho passato l’estate a programmare pomeriggi uscite e quant’altro, ora è cominciata la scuola materna e son più tranquilla perchè so che là si diverte e gioca in compagnia degli amichetti ( è andata anche l’anno scorso come anticipataria).Solo che ad esempio ieri pomeriggio, sabato, non avevo programmato nulla, lei era stanca per la prima settimana di scuola e non ho pensato a niente di interessante… e lei si è annoiata, cercava qualcuno con cui giocare e non abbiam trovato nessun amichetto, e io sto qua a rodermi il fegato per! chè avrei potuto organizzare qualcosa con mia sorella e farla giocare coi cuginetti ad esempio….so che tutto ciò è dovuto al fatto che lei è figlia unica, e ci sono pochissime probabilità che abbia un fratellino e io, prima di 5 figli, non riesco a darmi pace e la vedo condannata a un’infanzia di solitudine ( cosa peraltro non vera lo so benissimo, dato che ad esempio abitiamo attaccati al suo amichetto del cuore e spesso basta scendere in strada o suonare il campanello per giocarci insieme). Come faccio a rassegnarmi a questa cosa, e a convincermi che la bimba non soffre la solitudine? grazie dell’attenzione. Elena

Scusami se te lo dico, ma manchi di umiltà. Sei presuntuosa. Hai la presunzione di poter donare la felicità, o almeno la gioia, o almeno la  serenità a tua figlia. Ma la sua vita è molto di più di quello che tu possa soltanto immaginare. E quello che è stato prezioso per te nella tua infanzia e nella tua famiglia ringrazia che lo sia stato. Questo è quello che puoi fare, essere grata per ciò che hai ricevuto. Ed essere grata per quello che lei riceve ogni giorno, inclusa una madre tanto innamorata di lei. Circondala di questo, di gioia e gratitudine per il miracolo che lei è, e non solo per come è arrivata, ma perché un figlio è sempre  un miracolo, un dono infinito che la vita ci offre e offre a se stessa. Non sei tu che puoi donarle la felicità come non sei tu che le hai dato la vita, tanto che se ora tu potessi decidere le daresti dei fratellini. Ma non stanno a te certe decisioni: noi piccole creature crediamo di poter  fare tutto. Non puoi. E’ già difficile riuscire a dare a se stessi la felicità, la serenità. E questo è il più bel regalo che puoi farle, una madre contenta, serena, con cui trascorrere pomeriggi noiosi e solitari, i momenti belli e brutti dell’esistenza, qualcuno con cui condividere e su cui lei possa fare affidamento. Questo è il tuo ruolo e la sua vita da figlia unica sarà un suo problema, ammesso che lo sia. Se una figlia sola non ti basta e hai tanti nipoti, fai molto anche la zia, non credo che sorelle e cognate disdegneranno il tuo aiuto, riempiti la casa di bambini, ma se questo è un tuo desiderio. Magari lei vuole anche avere mamma tutta per sé, chissà. Ascoltala e soprattutto ascoltati. E ascolta anche queste parole, dure per la nostra ansia di genitori, ma inevitabilmente vere.”
“E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che ha in sé stessa la vita.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
poiché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro,
ma non cercate di renderli simili a voi:
perché la vita non procede a ritroso e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.”
Il Profeta, GIBRAN

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Dove troverò la forza e le energie in un momento di stanchezza fisica e solo quella? Bisogna guardarsi intorno e ricaricarsi e farlo in fretta. Ma mi sa che fretta e ricaricarsi non funziona, forse bisogna farlo solo un poco, ma con calma. Magari basta il tempo di una canzone, che sia una di quelle giuste, e magari la volontà di accettare che una vita piena e intensa possa diventare anche tanto faticosa, la fatica fa parte della gioia, della vita, dell’essere pieni di desideri. Oggi sono vent’anni che io e mio marito stiamo insieme, un matrimonio, due figli, una casa e molte attività che gestiamo insieme. Ne abbiamo fatta di strada e siamo ancora lì, pieni di valigie, borse, pacchetti e pacchettini che cammniniamo, ci guardiamo, ci sosteniamo, ci scontriamo. E ci rincontriamo, la sua principessa io, lui il mio principe. Non siamo “ancora innamorati”, siamo ogni giorno nuovamente innamorati, il passato conta e lega, ma il presente e i progetti futuri ci attraggono l’una verso l’altro. E poi con lui mi diverto, sono me stessa. Giorni fa gli ho detto – sarà bello tra trent’anni invecchiare insieme, ascoltare le canzoni degli anni ottanta e ricordare quando eravamo ragazzi!- Lui non mi ha preso molto sul serio, ma io lo penso veramente.
Ecco, alzare lo sguardo, essere grata di quello che vivo e che ho, già un  po’ di energia torna. E un po’ di felicità.

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Avendo un figlio maschio, mi sono vista molte volte, non solo a memoria Star Wars, ma i vari Men in black, Indipendence day, persino ultimamente Alien. Ma non abbiamo mai visto purtroppo insieme nè E.T. nè Incontri ravvicinati del III tipo, entrambi del primo Steven Spielberg. Sabato pomeriggio sono riuscita però a rivedere da sola l’ultima scena di quest’ultimo, quella dell’incontro appunto del III tipo, della musica. E di nuovo mi sono commossa e ho pianto. Perchè a differenza di tutti gli altri film, qui gli extraterrestri non solo non sono cattivi o, in qualche modo uguali a noi, ma rappresentano il meglio di noi. Sono pieni di bontà e di poesia e la loro grandezza tecnologica è affiancata ad una grandezza di umanità, di civiltà, di dignità, di compassione. C’è chi ha fatto notare di come la sommità dell’astronave madre rovesciandosi assomigli al castello di Cenerentola, ma basterebbe pensare che nel film il canale che hanno scelto per contattarci è la musica. E  infatti quando rispondono alle note non c’è paura o curiosità in chi ascolta, ma soltanto commozione. Tutti gli scienziati terrestri, con tute e pieni di tecnologie, costretti ad indossare occhiali da sole per la luce abbagliante, rimangono attoniti, perdono la loro seria efficienza, costretti come sono ad improvvisare e ad assistere ad un inatteso e buffo concerto, come se questi alieni volessero incontrarci sul piano del gioco, come se a contattarsi fossero due bambini invece che due civiltà. E infatti mandano i bambini ad accogliere i terrestri, ma la parte che preferisco sono quelle braccia allargate, non aggiungo altro se non lo ricordate o non lo avete mai visto. Spero di ribeccarlo con mio figlio perchè ritengo questa scena formativa come quella dell’inchino agli hobbit  de Il signore degli anelli: il potere, qui della scienza lì della forza, abbinato al bene, alla generosità, cosa c’è di più bello, grande e, che ci volete fare sono fatta così, di commovente? Al di là della lingua, tramite i gesti e i suoni “Incontro”, non poteva esserci titolo migliore.

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Nonostante ieri le abbiano fatto rispettare un minuto di silenzio a scuola, mia figlia con i suoi sedici anni non ne sapeva il motivo, la morte di immigrati non le significa molto. Una realtà lontana. Io avrei molto da dirle in proposito, sull’ipocrisia di una società e un mondo impostato sullo sfruttamento storico e l’allontanameno forzato di chi vuole venire a prendersi almeno le briciole di quello che gli rubiamo. Ma lei non capirebbe e ancor più non si interesserebbe. Troppo cattiveria, cinismo, disillusione, un mondo che lei deve poter affrontare con la speranza e non con la disperazione. Però in questa settimana sono successe delle cose tra di noi. Martedì ha buttato, per provocarmi, del cibo ancora buono nella pattumiera, davanti a me. Le ho dato una punizione pesante e anche se il giorno dopo mi  ha detto che non era per il cibo, ma perchè era arrabbiata con me, io le ho risposto che ci sono dei valori da rispettare che nessuna rabbia può superare o giustificare, tra questi il rispetto per quello che con tanta abbondanza noi abbiamo. Il giorno dopo, non contenta evidentemente, mio marito non c’era, a pranzo, si stavano quasi per picchiare col fratello per litigarsi un pezzo di panino, il pane era in tavola, ma i panini erano solo due. Li ho mandati entrambi in camera, nelle loro nuove camere, e ho fatto saltare a tutti e due il pranzo. Avevano molta fame, ma volevo che si rendessero conto di quanto loro la fame non sanno cosa sia e di conseguenza quanto siano fortunati. Hanno “sofferto” fino alle cinque del pomeriggio. Dopo avevo da fare -Pensate che voi adesso di là trovate tutto, ma molti ragazzi come voi, no-. E sono uscita.
Mia figlia so che mi ha dato della pazza, i suoi amici hanno riso di me e ieri sera mi ha accusato di essere come una suora, non certo una mamma alla moda.
Chissà forse quando crescendo si troverà a dover affrontare notizie sulle ingiustizie di questo nostro mondo, magari si ricorderà della discoteca negata e del pranzo saltato. Forse no.
Ma meglio suora che complice.

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