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Archive for dicembre 2013

Un nuovo anno sta per iniziare, tempo di bilanci e di nuovi propositi. Dopo un Natale ricco, e un pochino ci sono riuscita con i miei figli, voglio ora propormi un anno generoso, un anno di doni, quelli veri. Auguro lo stesso per tutti voi, che “la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri eredi.”
“Date poca cosa se date le vostre ricchezze.
E’ quando date voi stessi che date veramente.
Che cosa sono le vostre ricchezze se non ciò che custodite e nascondete nel timore del domani?
Vi sono quelli che danno poco del molto che possiedono, e per avere riconoscimento, e questo segreto desiderio contamina il loro dono.
E vi sono quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza, e la loro borsa non è mai vuota.
Vi sono quelli che danno con gioia e questa è la loro ricompensa.
Vi sono quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto è il loro sacramento.
E vi sono quelli che danno senza rimpianto né gioia e senza curarsi del merito.
Essi sono come il mirto che laggiù nella valle effonde nell’aria la sua fragranza.
Attraverso le loro mani Dio parla, e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
E’ bene dare quando ci chiedono, ma meglio è comprendere e dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi è generoso, cercare il povero è gioia più grande che dare.
E quale ricchezza vorreste serbare?
Tutto quanto possedete un giorno sarà dato.
Perciò date adesso, affinché la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri eredi.
Spesso dite: “Vorrei dare ma solo ai meritevoli”.
Le piante del vostro frutteto non si esprimono così né le greggi del vostro pascolo.
Esse danno per vivere, perché serbare è perire.
Chi è degno di ricevere i giorni e le notti, è certo degno di ricevere ogni cosa da voi.
Chi merita di bere all’oceano della vita, può riempire la sua coppa al vostro piccolo ruscello.
Siate prima voi stessi degni di essere colui che da e allo stesso tempo uno strumento del dare.
Poiché in verità è la vita che da alla vita, mentre voi, che vi stimate donatori, non siete che testimoni.
E voi che ricevete – e tutti ricevete – non permettete che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi e a chi vi ha dato.
Piuttosto i suoi doni siano le ali su cui volerete insieme.
Poiché preoccuparsi troppo del debito è dubitare della sua generosità che ha come madre la terra feconda, e Dio come padre.(Gibran, Il profeta)”

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Eccoci, qua, la vigilia è arrivata e come ogni nascita e nuova vita che inizia in fondo non sono pronta e tanto meno perfetta. E non sono i regali o i pranzi che non sono sistemati a dovere, ma il mio cuore, affannato e appannato quando ne desideravo uno luminoso e splendente. La cosa migliore è riconoscere la mia incapacità di fare spazio, almeno finora sono stata come uno dei locandieri che risponde che non c’è posto. Ma c’è ancora tempo, e soprattutto ci sono i miei figli, i miei Gesù Bambini. Voglio portare loro i miei doni, il più prezioso che ho, anzi non ce l’ho, lo posso solo condividere  “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. (Gv 1, 9)” La Luce che risplende sulle tenebre è anche il mio sorriso per loro, la mia capacità, a volte distratta, a volte offuscata da rabbia e preoccupazione, da stanchezza, ma a volte dalla sola timidezza, di dimostrare loro non solo il mio amore, ma le mie speranze, il mio amore per la vita, questo nostro dono immenso. E in mezzo ai pacchetti e alle musiche, domani mattina voglio ricordare loro che tutti questi sono i segni per imparare ancora una volta che vale la pena vivere, sempre e nonostante tutto, che la vera ricchezza l’abbiamo e l’hanno dentro i nostri cuori. Auguro a voi e a i vostri figli un Natale ricco.

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Con i bambini del catechismo dovremo fare per il giorno della Befana una recita in parrocchia, ovviamente sul Natale. Cercando, come sempre si fa in questi casi, su internet ho trovato questo racconto che mi ha, che novità, commosso. Non lo utilizzeremo, però l’ho letto a mio figlio che fa la prima media. Lo dedico anche a voi e mi scuso del non citare l’autore, non so chi sia, certo una bella persona.

NON C’È POSTO NELLA LOCANDA

Guido Purlini aveva 12 anni e frequentava la prima media. Era già stato bocciato due volte. Era un ragazzo grande e goffo, lento di riflessi e di comprendonio, ma benvoluto dai compagni. Sempre servizievole, volenteroso e sorridente, era diventato il protettore naturale dei bambini più piccoli.
L’avvenimento più importante della scuola, ogni anno, era la recita natalizia. A Guido sarebbe piaciuto fare il pastore con il flauto, ma la signorina Lombardi gli diede una parte più impegnativa, quella del locandiere, perché comportava poche battute e il fisico di Guido avrebbe dato più forza al suo rifiuto di accogliere Giuseppe e Maria.
«Andate via!»
La sera della rappresentazione c’era un folto pubblico di genitori e parenti. Nessuno viveva la magia della santa notte più intensamente di Guido Purlini.
E venne il momento dell’entrata in scena di Giuseppe, che avanzò piano verso la porta della locanda sorreggendo teneramente Maria. Giuseppe bussò forte alla porta di legno inserita nello scenario dipinto. Guido il locandiere era là, in attesa.
«Che cosa volete?» chiese Guido, aprendo bruscamente la porta.
«Cerchiamo un alloggio».
«Cercatelo altrove. La locanda è al completo». La recitazione di Guido era forse un po’ statica, ma il suo tono era molto deciso.
«Signore, abbiamo chiesto ovunque invano. Viaggiamo da molto tempo e siamo stanchi morti».
«Non c’è posto per voi in questa locanda», replicò Guido con faccia burbera.
«La prego, buon locandiere, mia moglie Maria, qui, aspetta un bambino e ha bisogno di un luogo per riposare. Sono certo che riuscirete a trovarle un angolino. Non ne può più».
A questo punto, per la prima volta, il locandiere parve addolcirsi e guardò verso Maria. Seguì una lunga pausa, lunga abbastanza da far serpeggiare un filo d’imbarazzo tra il pubblico.
«No! Andate via!» sussurrò il suggeritore da dietro le quinte.
«No!» ripeté Guido automaticamente. «Andate via!».
Rattristato, Giuseppe strinse a sé Maria, che gli appoggiò sconsolatamente la testa sulla spalla, e cominciò ad allontanarsi con lei. Invece di richiudere la porta, però, Guido il locandiere rimase sulla soglia con lo sguardo fisso sulla miseranda coppia. Aveva la bocca aperta, la fronte solcata da rughe di preoccupazione, e i suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime.
Il finale di Guido
Tutt’a un tratto, quella recita divenne differente da tutte le altre. «Non andar via, Giuseppe» gridò Guido. «Riporta qui Maria». E, con il volto Illuminato da un grande sorriso, aggiunse: «Potete prendere la mia stanza».
Secondo alcuni, quel rimbambito di Guido Purlini aveva mandato a pallino la rappresentazione.
Ma per gli altri, per la maggior parte, fu la più natalizia di tutte le rappresentazioni natalizie che avessero mai visto.

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A proposito di Gesù Bambino  e Babbo Natale, io ai miei figli, quando ancora ci credevano, dicevo sempre che Gesù Bambino vedeva come si comportavano e conosceva i loro cuori e certo avrebbe detto a Babbo Natale cosa portare loro, se carbone e cipolle o i regali richiesti, non volevo che venisse escluso dalla parte per loro più eccitante della festa. Ho anche cercato nel mio piccolo di unire le due figure nella storia Lo zio che scrissi tanto tempo fa pensando al fratello di mia mamma che quando io ero piccola faceva dei presepi bellissimi.
Mia figlia, sedici anni, guarda un telefilm musicale Glee, il Saranno famosi di questo periodo. Nella puntata natalizia dello scorso anno i ragazzi facevano uno show con ovviamente tutti canti americani, da White Christmas a Jengle Bells, in quell’atmosfera natalizia che dagli spot della Coca Cola in poi ci hanno conquistato tutti, sapete che il rosso è nato grazie alla pubblicità della madre di tutte le bibite? Alla fine un compagno irlandese avrebbe dovuto leggere un racconto su un elfo o non so che cosa della ricca e bella mitologia del suo paese. Invece quando il ragazzo entra in scena con un libro dice che ha cambiato idea, apre e inizia a leggere “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto.. ”
Io mi sono rivista piccina davanti al presepio animato nella chiesa del paese di mia nonna, e mi sono commossa, perchè se Babbo Natale era per me un vecchio che portava regali, Gesù Bambino era invece un bambino come me, e mi portava la sua capacità di farsi amare solo per se stesso, senza fare niente, solo esistendo, venendo al mondo, nella sua fragilità, nella sua incapacità assoluta  di neonato. Quale dono più grande ognuno di noi in cuor suo ha mai desiderato?

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Mia figlia ieri è dovuta andare al funerale di un ragazzo di vent’anni, morto di leucemia, fratello maggiore di una sua nuova compagna di scuola che in realtà conosce ben poco.  Un avvenimento che le ha fatto vedere, come spesso succede davanti a tanto dolore, le cose da un altro punto di vista. Rientrando a casa non mi ha degnato di uno sguardo e solo ha chiesto dove fosse suo fratello, è andata da lui, lo ha staccato dai compiti per abbracciarlo. Lui le ha detto -sono vivo, stai tranquilla, sono vivo- dando voce alla sua paura, al suo affetto spaventato. Poi hanno scherzato un po’, in questa loro nuova complicità e competizione che è nata da quando lui va alle medie, un passaggio anche nel loro rapporto. Più tardi lei è andata in palestra e io ho accompagnato lui a ritirare gli occhiali, è diventato anche lui miope, come me e come da molti anni sua sorella. Ha scelto una montatura molto simile alla sua e quando lei è rientrata lo ha chiamato subito per vedere come gli stava. Lui ha fatto la grande entrata, lei gli ha detto che era brutto, proprio come lei che non si piace con gli occhiali e vuole sempre portare le lenti a contatto. Io invece gli ho detto che più che brutto ora sembrava ancor più uguale a lei, già si assomigliano e adesso con gli occhiali sono proprio simili, e lui si è gonfiato tutto. Suo padre voleva vederlo, ma ha dovuto aspettare un bel po’, dovevano farsi lel foto col computer e col telefono, insomma uguali dentro e fuori, un legame nel dolore e per fortuna nella gioia.

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In questi giorni in cui non riesco in realtà a fare un po’ di spazio come i pastori in attesa del Natale, ho cercato qualcosa per preparare con i bambini del catechismo un regalino che possano portare nelle loro famiglie. Dovendo spendere poco, sono trenta, cercavo qualcosa magari da appendere ai loro alberi, un piccolo oggetto, a poco prezzo, come ho fatto in tante occasioni con  loro, ma anche per i premi delle feste di compleanno dei miei figli. Trattandosi di catechismo cercavo qualcosa che ovviamente richiamasse il significato cristiano della festa, la nascita di Gesù o almeno l’avvento della luce. Meno male che ho trovato delle stelle dorate adesive de attaccare su dei bigliettini bianchi, perchè per il resto è un trionfo di Babbi Natale, renne, orsetti, è difficile anche trovare dei semplici angioletti. Babbo Natale, Babbo Natale, non è che ce l’ho con lui, oggi è anche san Nicola, la sua  festa, la sua vera festa potremmo dire. Eppure, mi è venuto da pensare, che se Gesù Bambino nasce povero tra poveri, proprio perchè ricco di doni ben più preziosi, “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9) Babbo Natale invece in questo nostro mondo consumistico rispecchia quello con cui cerchiamo di sostituire la Luce vera nelle nostre indaffaratissime vite e forse in quelle dei nostri figli: regali, oggetti, cose, consumi. Siamo più ricchi o più poveri? “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. (Lc 12, 32-34)”

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Mia figlia, che in sedici anni ha resistito a tutti i reality, da Amici al Grande fratello e tutti i suoi consimili, ha ceduto alla fine a X Factor, pur se con moderazione. Mi trovavo a pensare di come in questi ultimi anni si siano moltiplicati per gli adolescenti i programmi, reality, ma anche registrati, come quelli sulle ginnnaste o sui calciatori, dove il succo del tutto è la sfida a cui sottoporsi, il rischio dell’eliminazione e la gestione della delusione o della vittoria. Si creano dei personaggi, degli eroi, perdenti o vincenti, in una moderna mitologia dove le qualità da mettere in gioco sono certo il canto, il ballo, l’esibirsi, il gareggiare, ma soprattutto il credere in se stessi, il non abbattersi, il riuscire ad esprimersi con autenticità, dare il meglio, una sfida in fondo intimistica, di realizzazione personale. Le sfide, che i giovani trovano sempre meno da affrontare nelle loro vite, perchè sempre più lontane e difficili da concretizzare in un mondo consumistico, le rivivono per interposta persona, attraverso queste emozioni e queste esperienze, reali o costruite che siano. Ma non avevo mai pensato ai videogiochi, l’altra faccia, più semplice e meno faticosa della sfida per eccellenza che è lo sport, la guerra e i combattimenti potrei dire in versione civilizzata, dalle olimpiadi in poi. Ieri un bimbo del catechismo, uno di quelli speciali, sapete ce ne sono, dice di voler fare un annuncio al gruppo: IV elementare, preparazione alla Prima Comunione. Afferma di aver scoperto che il Sacro Graal, che cercano i cavalieri della Tavola Rotonda, è in realtà il calice, la coppa dell’Ultima Cena di Gesù, di cui ovviamente si è parlato spesso. Allora io, da brava catechista, cerco di spiegare che il Graal rappresenta il Bene, che i cavalieri usavano la forza per il Bene e non per il male, per difendere i deboli e la giustizia, e subito chiedo, avevo un gruppo di tutti maschi, se vogliono anche loro servire il Bene come moderni cavalieri. Allora un altro bambino mi  chiede, un po’ confuso -E Assassin Creed allora?-  Io conosco il gioco perchè mio figlio ce l’ha, ma certo non mi piace, si combatte senza un contesto di scelta, bisogna soltanto scontrarsi e annientare il nemico, almeno agli occhi di un bambino, forse i ragazzi e gli adulti lo vivono diversamente. Ma di videogiochi di combattimento, sempre mio figlio, ce ne sono  per tutti i gusti, molti senza tante preoccupazioni del Bene, altri per fortuna più costruttivi. Perchè il punto non è solo combattere, non è impegnarsi, non è la  sfida, ma per cosa farlo. Senza mettersi alla prova, non si acquista sicurezza e fiducia in se stessi, non si cresce, ma anche senza un obiettivo non ci si evolve, non si cresce. La sfida a diventare migliore e non il migliore, questa mi sembra una buona sintesi.
Poichè hanno risposto di sì, ho chiesto ai miei bambini di trovare per la prossima settimana in che modo loro vogliono e possono essere cavalieri, oggi e alla loro età, per cercare e servire il Bene. Se ci penseranno almeno un pochino, sarà una sfida, una buona sfida.

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