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Archive for aprile 2014

In questi giorni riflettevo sulla paura più grande che un genitore e io possa avere e non ci sono dubbi a riguardo: la morte di un figlio. Allora pensavo che Dio ha così amato l’umanità che non solo si è fatto uno di noi, ma ha condiviso il peggio, l’aspetto più terribile: ha perso Suo Figlio, Lo ha visto morire. E scusate, ma nel mio grande egoismo a me questa cosa consola. Non solo e non tanto per la Resurrezione, ma per l’amore sconfinato, proprio senza limiti che spinge un Dio a provare il nostro dolore, a vivere la mia paura più grande trasformata in realtà. Sarà che in questi giorni mi sono trovata davanti a diversi genitori che hanno perso un figlio, cosa dire per consolarli? Ma quando domenica al Vangelo della Passione ci siamo inginocchiati al momento in cui Gesù muore, io ho sentito un calore, pensando a Dio, che in quel momento era come la mia amica, come il mio vicino, che giorni fa ha perso un figlio, come loro, là dove la disperazione è totale, a guardare dall’alto dei cieli quel corpo straziato sulla croce. E certo forse per me è facile perchè sono felice, i miei figli sono con me, comunque pensando a quel Suo dolore ho provato un senso di sicurezza, di pace, una luce si è accesa dentro di me: non sono sola, mai.
Allora certamente buona Pasqua, ma anche buon Venerdì Santo, che l’amore che Gli ha fatto sopportare tanto dolore inondi il vostro e il mio cuore.

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Ieri sono stata a parlare ad un gruppo di genitori, tra cui anche tu, mia cara Elisabetta, che sei come dire, per me un’anima affine, non a caso anche lei sta leggendo i libri di Silvana (De Mari), tra affini anche le passioni si accomunano.. Parlavo di valigie, perchè ho voluto usare un’immagine, quella per cui se la vita è un viaggio, noi dobbiamo ogni volta che ci spostiamo, scegliere quali valigie portare e quali lasciare perchè, specie per noi mamme, il bagagliaio è limitato e tutto non ci può stare. Vorremmo continuare ad essere tutto, ne so qualcosa, se volete leggete AAA, ma ho imparato anche che è impossibile, bisogna farsene una ragione. Il concetto che mi era piaciuto tanto l’ho preso da qui,  professor Daniele Loro, trovato in rete in uno dei  tanti incontri per genitori, come il mio di ieri.
Prima però una notizia a cui non posso rinunciare, oggi ho visto le mie prime rondini, quella delle rondini  è una valigia che rimarrà sempre con  me, potrei farne una sezione di mie storie, la rondine, cielo azzurro, volevo.
“Ecco in questo sta la complessità dell’essere adulti, la vita adulta è intessuta di guadagni, perché è vero che andando avanti si guadagna: pensate a quante cose si capiscono, si comprendono, si vivono, via via che si avanza nel tempo: un conto è avere vent’anni, trenta, un conto è averne quaranta, cinquanta, sessanta…il nostro sguardo sulla vita si allarga, si amplia si fa più profondo, più acuto sulla base dell’esperienza, ma quante altre cose abbiamo perduto e non siamo più in grado di poterle recuperare la nostra vita è un bilancio di guadagni e di perdite con la speranza che la parte del guadagno sia più forte delle perdite. Ecco se le cose stanno così si può porre la domanda: si vuol veramente crescere come adulti o non si preferirebbe rimanere come si è? C’è questa istanza, una profonda nostalgia, ma c’è anche un’altra questione: noi vorremmo crescere senza perdere nulla, mantenendo tutto, questo sarebbe il sogno, poter crescere senza perdere nulla…(professor Daniele Loro)

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Tensione tra me e mio marito, capita come in tutte le famiglie. Vedo però negli ultimi due tre giorni i miei figli, che sempre si avvicinano quando in casa c’è “maretta” , particolarmentre legati, affiatati e affettuosi. Io, invece di essere comunque contenta del loro bel rapporto, di accettare i miei limiti e quello che comunque di positivo c’è, siccome sono presuntuosa, vorrei essere perfetta e avere tutto sotto controllo, mi sento in colpa, mi dico che le nostre beghe li sottopongono, specie lui, a soli dodoci anni, ad uno stress che non è giusto che debba affrontare, penso che stiamo minando la sua crescita, il suo equilibrio, il suo benessere, la sua serenità e chi più ne ha più ne metta. Poi ieri mattina in macchina tornando da scuola mia figlia finalmente mi racconta dell’ennesima crisi col suo lui, scoppiata guarda caso proprio nei famosi giorni di avvicinamento. Allora un po’ di pezzi mi si ricompongono, soprattutto ripenso a come in realtà io abbia visto lei cercare il fratello, felicissimo come sempre di farle da compagno, puntello, valletto, tutto per lei. E di come quindi fosse stata lei ad aver avuto bisogno del suo conforto, per le sue difficoltà di coppia e non suo fratello, in crisi per le nostre. E allora ho capito che quel ragazzino che io immaginavo si facesse consolare dalla sorella maggiore per la tristezza di vedere i suoi genitori non in armonia, era invece un ragazzetto preadolescente coinvolto e tutto compreso nel suo ruolo di fratello, complice, sostegno e conforto della sorella in pena d’amore. Ed io che critico la mia adolescente di egocentrismo continuo, mi sa tanto che non c’entravo niente e neanche mio marito. Ma anche questo non è proprio vero, da qualche parte questo volersi bene e sostenersi e abbracciarsi e coccolarsi devono pur averlo visto.

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Tra i tanti impegni di queste settimane si sta avvicinando a passi da gigante, anche perchè nel mezzo ci sono le vacanze di Pasqua e i due ponti di primavera, il giorno della Prima Comunione dei miei bambini del catechismo. Domenica abbiamo preparato insieme le preghiere dei fedeli che dovranno leggere alla Messa. E io già mi commuovevo. Per i sereni ringraziamenti per le loro famiglie, per il dono della vita, degli amici, scritti per lo più dalle femmine, sempre positive, anche un po’ conformiste, ma sincere. Poi c’è il mio piccolo filosofo, quello che si riempe e ti riempe di domande, che un giorno è arrivato con -un annuncio incredibile da fare!-, aveva scoperto che il Sacro Graal è il Calice dell’Ultima Cena di Gesù, un altra volta mi ha chiesto preoccupato se deve sempre, ma proprio sempre sempre, pensare a Gesù, in ogni momento. Non è uno che prenda le cose superficialmente. Anche questa volta. -Gesù stai per arrivare da me sottoforma- tutto attaccato ha scritto -di ostia consacrata. Sarò pronto?- I miei occhi erano già lucidi e insieme al pensiero e alla preghiera che quel giorno sia per loro un’emozione bella, un ricordo che custodiranno tutta la vita non solo per la festa e i regali successivi, ma anche per quella cerimonia in Chiesa che li vedrà per la prima volta protagonisti, mi ritrovo a preoccuparmi sul come riuscire a non farmi inondare dalla commozione, se bastano le preghiere dei fedeli a mettermi già in subbuglio. Anche per me, da catechista, è la prima volta. Quello che ho fatto in questi 4 anni è stato di trasmettere loro il mio amore per la vita, per l’Assoluto, per la meraviglia che ognuno di noi porta dentro di sè nell’essere ad immagine dell’Altissimo, e chi più di loro me lo ha mostrato con la loro energia e il loro stupore? Chissà cosa mi credevo di insegnare.
-Forte questo Gesù- mi disse uno di loro in seconda.
“In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. (Mt 18, 1-5)”
Forte questo Gesù.

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