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Archive for luglio 2015

Questa mania dei cuochi e delle torte e il cercare la felicità e la bellezza sempre più in una dimensione privata mi rattristano. Sarà che sono una pessima cuoca e non ho passione per la cucina. Questa è l’unica ricetta che io possa offrire, da una mia puntata alla radio..
“A volte penso che crescere un figlio sia un po’ come preparare una torta. Gli ingredienti, intanto possiamo soltanto metterli, mescolarli, valorizzarli, ma non abbiamo altro potere su questi, così come non possiamo cambiare i nostri figli a nostro piacimento, che fin da piccolissimi mostrano il loro carattere molto chiaramente e lo si vede bene quando nasce il secondo figlio. Così noi possiamo soltanto prendere i loro ingredienti e rispettarli e valorizzarli, imparare bene la ricetta.
Innanzitutto rispettando i tempi, c’è la fase dell’impasto, e ha le sue regole, non la puoi far durare troppo a lungo, o troppo poco, altrimenti la torta non viene soffice come dovrebbe. Lo stesso è con i figli, ci sono gli anni in cui devi essere presente, in cui non puoi lasciarli un minuto e anche dopo devi essere sempre lì ogni volta che ti cercano, magari non tutto il giorno, ma quando sei presente lo devi essere veramente, devi ascoltare, guardare, -mamma, guarda!- quante volte lo dicono? Devi impastare impastare, lasciare che attraverso la tua presenza, il tuo fare, le tue storie, le tue coccole, le tue punizioni, il tuo vestirli e lavarli e imboccarli, e pian piano solo tagliargli la carne o sbucciargli la mela, il tuo addormentarli e poi invece lasciarli dopo il bacio da soli a leggere, il tuo seguirli nei compiti e poi pian piano solo firmare le verifiche, lasciare che così l’impasto prenda forma, che la torta gradualmente assuma la sua consistenza. E quando comincia ad essere pronta ecco che arriva il momento di mettere in forno. E non si può fare troppo presto, altrimenti gli ingredienti non si fondono come dovrebbero e il risultato non sarà armonioso, gradevole. Né puoi infornare troppo tardi, perchè l’impasto cuoce male, lievita troppo. Così con i figli, bisogna lasciare poi che cuociano al calore della vita, che sperimentino da sé, che imparino a sostenere le loro emozioni, le loro paure, le loro delusioni, la loro rabbia, ma anche che comincino a provare i loro entusiasmi, i loro successi in cui noi non ci entriamo niente, che spostino al di fuori di noi e di casa nostra la loro attenzione. E dobbiamo dare il tempo a loro di farlo, senza che si spaventino o si sentano spinti in una realtà esterna troppo presto, altrimenti non saranno armoniosi nel loro aprirsi al mondo, ma neanche troppo tardi, perché ogni passaggio ha il suo tempo giusto e più si aspetta, più diventa difficile farlo, a volte impossibile.
E bisogna ricordare che se c’è il tempo impegnato e faticoso dell’impastare, arriva poi il tempo calmo e passivo dell’attesa, del solo controllare la cottura, senza dover aprire lo sportello, senza dover intervenire, che tanto si peggiorerebbe la situazione, ormai le cose sono state fatte, ecco perchè è importante pensarci bene al momento dell’impasto.
Si arriva così alla fase finale, quella che dà più soddisfazione. Si sforna la torta la si guarnisce e la si consuma. Anche qui però bisogna calcolare bene i tempi e infine bisogna accettare e godere dei risultati senza prendersela dei difetti, troppo cotta o bruciacchiata, troppo alta o troppo bassa. Così è con i nostri figli, non è tutto merito e nemmeno tutta colpa nostra quello che sono, e prendersela o gloriarsi, assillarli con le nostre aspettative, equivale a non vederli, a non accorgersi che loro sono al centro delle loro vite, non noi, non il nostro averli cucinati.
Infine, poiché crescono, bisogna accettare che ci lascino, che vadano ad offrirsi al mondo, ad una persona, ad un lavoro, a passioni, amici e interessi, lontano da noi. La torta è pronta e non è per noi, il nostro compito è finito, il pasticcere a questo punto si fa da parte e si ritira. D’altronde che gioia e soddisfazione si può trovare a cucinarsi e poi mangiarsi una torta tutta da soli, in perfetta solitudine, ma senza offrirla agli altri?”

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Da un po’ di tempo ho scoperto un modo di concepire l’essere genitori e soprattutto mamme, che si chiama appunto ad alto contatto, che si basa su presupposti che non ho ben chiari, ma che sostanziamente mi sembra di capire teorizzino l’importanza dell’allattamento ben oltre il periodo di svezzamento e anche dell’anno di età, del tenere sempre in braccio il bambino, magari tramite fasce, di farli dormire nel lettone e di assecondare i loro desideri e bisogni il più possibile. C’è anche abbastanza chiusura tra di loro, almeno sulla rete e non è facile raccogliere informazioni a riguardo per cui potrei anche sbagliarmi, ma sento che bisogna che io chiarisca allora i miei presupposti di base.
La vita è complessa e imparare a gestirla è un compito aperto che ci porteremo avanti per tutto il corso della nostra esistenza. Ma si comincia subito. Nasciamo con un’unica risorsa che è quella di piangere per attirare l’attenzione, per chiedere ed ottenere di essere nutriti e accuditi. Piango: ottengo ciò di cui ho bisogno e quindi sollievo. A mano a mano che cresco imparerò a riconoscere la voce della mamma e mi calmerò mentre mi parla prima che inizi per esempio ad allattarmi perchè so che succederà e il tempo tra il bisogno e la sua soddisfazione si allunga. Quell’allungamento del tempo, quella capacità di sostenere la frustrazione grazie alla voce della mamma è lo spazio che il bambino potrà utilizzare per aprirsi al mondo. Se io non tollero che occorra pazienza, costanza, coraggio, se non vengo aiutata a sostenere la paura e la fatica, le mie possibilità di imparare, di allargare le mie competenze sarà limitata, la mia tolleranza alla frustrazione sarà molto bassa e io mi scoraggerò, mi chiuderò, mi arrabbierò davanti ad ogni ostacolo, ma anche ad ogni sfida, ogni traguardo da raggiungere che la vita inevitabilmente mi presenterà. La voce della mamma è lo strumento, il primo che sostenga il bambino ad allungare il tempo tra il bisogno e la sua soddisfazione, quello che mi fa sostenere il disagio, per esempio quando passo ad assumere cibo con il cucchiaino che non riempe altrettanto velocemente che con la suzione. La voce della mamma, la sua calma e il suo entusiasmo per le mie conquiste mi sosterranno a fare nuove cose, a staccarmi da lei, ad imparare a mangiare da sola come a camminare, a dormire nel mio lettino, a trovare il mio posto nel mondo. Ma se la voce della mamma è sostituita dalla tetta, dal contatto, dalla presenza fisica, cosa mi aiuterà ad allontanarmi? Se l’arco diventa faretra dove stare al calduccio chi mi farà scoccare e affrontare la vita?
“Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive vengono scagliate lontano.”(Gibran, Il profeta)
Chi mi aiuterà ad allungare il tempo tra il bisogno e la sua soddisfazione se la mia mamma non solo non mi sostiene, ma continua a mostrarmi una vita semplificata, facendo lei tutto per me? Cosa succederà quando la realtà prima o poi presenterà il suo conto?

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Ogni tanto sento di pratiche sessuali nei giovanissimi e soprattutto nelle giovanissime che veramente mi sconcertano. Io a mia figlia, soprattutto nei primi anni delle medie, dicevo spesso di ricordare quanto lei fosse preziosa, che era preziosa. Cosa passa nella testa dei ragazzi e delle ragazze oggi? Siamo capaci di proporre loro ancora grandi sfide o gli rendiamo tutto banalizzato e appiattito? Io faccio grandi guerre con i miei due “sannotuttoloro”, non voglio che niente sia per loro scontato, dovuto. Ogni tanto mi danno della suora, che sono all’antica, ma non mi importa, la posta in gioco è troppo alta. Ragazzine che fanno finta di essere già mogli a sedici anni e mogli quarantenni che fanno finta di essere ragazzine, mia figlia non lo fa, non con il mio consenso. Mi è venuta in mente questa immagine, magari gliela faccio leggere o forse ormai è troppo grande, diventa imbarazzante, la farò leggere al mio tredicenne, con lui ancora se ne può parlare..
“Il sesso è come un telescopio, non basta saperlo usare, bisogna avere qualcosa o qualcuno da cercare. Se non sai dove indirizzarlo non troverai che oscurità e solitudine, se invece punti alle stelle, potrai scoprire la grandezza del firmamento, l’infinito di cui sei parte, che è dentro e fuori di te.”
Questo brano invece, che uso a scuola con le adolescenti nel mio progetto sui sentimenti, l’ho fatto leggere anche a lei.
Lettera ad un amico
“Mio caro Friedrich, ho dovuto fare l’esperienza che non c’è davvero nulla di più arduo che amarsi. E’ un lavoro, un lavoro a giornata, Friedrich, a giornata. Com’è vero Dio non c’è altro termine. Come se non bastasse, i giovani non sono assolutamente preparati a questa difficoltà dell’amore; di questa relazione estrema e complessa, le convenzioni hanno tentato di fare un rapporto facile e leggero, le hanno conferito l’apparenza di essere alla portata di tutti. Non è così.
L’amore è una cosa difficile, più difficile di altre: negli altri conflitti, infatti, la natura stessa incita l’essere a raccogliersi, a concentrarsi con tutte le sue forze, mentre l’esaltazione dell’amore incita ad abbandonarsi completamente..
Prendere l’amore sul serio, soffrirlo, impararlo come un lavoro: ecco ciò che è necessario ai giovani. La gente ha frainteso il posto dell’amore nella vita: ne ha fatto un gioco e un divertimento, perché scorgono nel gioco e nel divertimento una felicità maggiore che nel lavoro; ma non esiste felicità più grande del lavoro, e l’amore, per il fatto stesso di essere l’estrema felicità, non può essere altro che lavoro.
Le relazioni umane, elemento essenziale della vita, sono, fra tutte, la realtà più mutevole, la più fluttuante; gli amanti sono proprio quegli esseri le cui relazioni non conoscono istanti identici.
Relazioni simili possono instaurarsi solo tra esseri estremamente ricchi, già ordinati, concentrati: possono unire solo due mondi singolari e nel contempo vasti e profondi.
Persone giovani non possono assicurarsi rapporti di tal genere; ma se comprendono bene la propria vita, possono innalzarsi lentamente verso quella felicità e prepararvisi.
Non devono dimenticare, se amano, che sono degli esordienti, degli apprendisti in amore.
Devono imparare l’amore e come per ogni studio, ci vuole calma, pazienza, concentrazione.
Chi ama deve cercare di comportarsi come se fosse di fronte ad un grande compito: sovente restare solo, rientrare in se stesso, concentrarsi, tenersi in pugno saldamente; deve lavorare, deve diventare qualcosa!”
(R. M. Rilke 29 aprile 1904)

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