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Archive for the ‘Altre cose e altre storie’ Category

Un nuovo fatto di cronaca vip ci porta a riflettere sull’utero in affitto, è giusto, è sbagliato, è lecito? E di nuovo si dimentica di guardare la questione dal punto di vista del più vulnerabile e più bisognoso di diritti, il bambino.
E’ giusto e ancor più lecito decidere per un bambino, prima ancora della sua nascita, che dovrà vivere senza il rapporto esclusivo che lega ogni essere umano alla propria madre, che qui viene addirittura scissa in due funzioni di concepimento e di gestazione? Qual è la motivazione che giustifica il togliergli questo diritto?
I diritti dei minori e dei più deboli sono scomodi da prendere in considerazione, per questo è la legge che li deve tutelare, quella dentro ognuno di noi, prima di tutto.
Lo psicologo Erikson descrivendo gli stadi della maturazione affermava che non si può avere la capacità di intimità se non si è costruita una proprio identità, avremo piuttosto una fusione e anche che non si può arrivare allo stadio della generatività e quindi della genitorialità senza prima la raggiunta capacità di intimità. Una volta raggiunta questa fase sei genitore non solo di tuo figlio, ma delle generazioni che ti seguono e ne sei responsabile. Noi pensiamo ai nostri figli e ad essere felici con loro. E ci occupiamo dei nostri bambini, mentre quei piccoli che ogni giorno affogano, vengono presi dalla criminalità, dormono o vengono sgombrati da campi di tende a temperature invernali, aspettando a frontiere chiuse non ci riguardano, non ci toccano. Non ne parliamo, non manifestiamo, nemmeno ci vergogniamo della nostra indifferenza che almeno sarebbe un inizio.

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La sera della vigilia non mi trovò impreparata. Gesù Bambino fu posto nella sua mangiatoia quando le campane risuonarono, poi uscii nell’aria limpida e pungente illuminata di stelle avviandomi coi miei alla Messa di mezzanotte. Cantammo Astro del ciel e Adeste fideles, intonai In notte placida e all’immancabile Tu scendi dalle stelle finale mi avvicinai in coda all’altare per baciare i piedini del Bambinello, grata che fosse ancora per un altro anno lì ad aspettarmi come io avevo atteso Lui.
(dalla mia storia per mia figlia)
E’ lì che sono, a risistemare, a riscrivere frasi e capitoli, a dare spazio alla scrittrice, alla mia anima, che anche quest’anno viene salvata, illuminata dal Bambino Santo. Per me che amo e sento attraverso le parole una frase resta la più cara di tutte “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo noi.” (Prologo al Vangelo di Giovanni)
Auguri.

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Cosa non si farebbe per una figlia? Così quello che da mesi e potrei dire anche da anni non riuscivo a concretizzare, a scrivere, a finire, a concludere, ho deciso che lo avrei fatto per regalo per i suoi diciotto anni. Così in questi mesi, appena ho avuto l’idea, mi sono data quello che forse più mi mancava e mi manca: la disciplina. La creatività e la regolarità, la spontaneità e il controllo. Non è così che si tirano su i figli? Il mio amore per lei mi ha fatto tollerare e sostenere la pazienza, la fatica e la costanza per ascoltare la parte libera e delicata dentro di me. Senza giudizi, calma, accogliendo quello che veniva con gioia e serenità. Insomma il regalo l’ho fatto a lei, l’ho stampato, impaginato e impacchettato, ma forse è lei che lo ha fatto a me. Alla bambina che voleva fare la scrittrice da quando ha imparato ad usare la penna e le matite, che amava il profumo dei quaderni e considerava il mese di settembre come il più bello dell’anno perchè il primo ottobre inziava la scuola. Per amor suo ho finalmente ritrovato un amor mio, la mia piccola raccontatrice di storie sepolta, nascosta e forse soffocata dentro di me.
Ho scritto il mio primo romanzo. Gliel’ho dato la settimana scorsa, piena di emozione, grata, la mattina dei suoi diciotto anni. La mia bambina sta diventando donna, la mia raccontatrice dentro di me è uscita allo scoperto.
Penso a mia nonna che mi raccontava le novelle, a mia mamma che mi leggeva Pinocchio. La catena continua, i nodi sono sciolti, la vita scorre.
P.S. Non so che cosa ne farò per ora, volevo sapere le sue impressioni, cosa le è arrivato, ma lei non lo ha ancora aperto.

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Da un po’ di tempo ho scoperto un modo di concepire l’essere genitori e soprattutto mamme, che si chiama appunto ad alto contatto, che si basa su presupposti che non ho ben chiari, ma che sostanziamente mi sembra di capire teorizzino l’importanza dell’allattamento ben oltre il periodo di svezzamento e anche dell’anno di età, del tenere sempre in braccio il bambino, magari tramite fasce, di farli dormire nel lettone e di assecondare i loro desideri e bisogni il più possibile. C’è anche abbastanza chiusura tra di loro, almeno sulla rete e non è facile raccogliere informazioni a riguardo per cui potrei anche sbagliarmi, ma sento che bisogna che io chiarisca allora i miei presupposti di base.
La vita è complessa e imparare a gestirla è un compito aperto che ci porteremo avanti per tutto il corso della nostra esistenza. Ma si comincia subito. Nasciamo con un’unica risorsa che è quella di piangere per attirare l’attenzione, per chiedere ed ottenere di essere nutriti e accuditi. Piango: ottengo ciò di cui ho bisogno e quindi sollievo. A mano a mano che cresco imparerò a riconoscere la voce della mamma e mi calmerò mentre mi parla prima che inizi per esempio ad allattarmi perchè so che succederà e il tempo tra il bisogno e la sua soddisfazione si allunga. Quell’allungamento del tempo, quella capacità di sostenere la frustrazione grazie alla voce della mamma è lo spazio che il bambino potrà utilizzare per aprirsi al mondo. Se io non tollero che occorra pazienza, costanza, coraggio, se non vengo aiutata a sostenere la paura e la fatica, le mie possibilità di imparare, di allargare le mie competenze sarà limitata, la mia tolleranza alla frustrazione sarà molto bassa e io mi scoraggerò, mi chiuderò, mi arrabbierò davanti ad ogni ostacolo, ma anche ad ogni sfida, ogni traguardo da raggiungere che la vita inevitabilmente mi presenterà. La voce della mamma è lo strumento, il primo che sostenga il bambino ad allungare il tempo tra il bisogno e la sua soddisfazione, quello che mi fa sostenere il disagio, per esempio quando passo ad assumere cibo con il cucchiaino che non riempe altrettanto velocemente che con la suzione. La voce della mamma, la sua calma e il suo entusiasmo per le mie conquiste mi sosterranno a fare nuove cose, a staccarmi da lei, ad imparare a mangiare da sola come a camminare, a dormire nel mio lettino, a trovare il mio posto nel mondo. Ma se la voce della mamma è sostituita dalla tetta, dal contatto, dalla presenza fisica, cosa mi aiuterà ad allontanarmi? Se l’arco diventa faretra dove stare al calduccio chi mi farà scoccare e affrontare la vita?
“Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive vengono scagliate lontano.”(Gibran, Il profeta)
Chi mi aiuterà ad allungare il tempo tra il bisogno e la sua soddisfazione se la mia mamma non solo non mi sostiene, ma continua a mostrarmi una vita semplificata, facendo lei tutto per me? Cosa succederà quando la realtà prima o poi presenterà il suo conto?

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Ormai potrei dire di aver svoltato, faccio la psicologa colorata, incontro tante belle persone, mi arricchisco, cresco con loro. Ma qualcosa manca: non scrivo più. Il mio romanzo si è arenato, la pratica che il blog mi imponeva con il mio cuore si è impigrita. E canto anche molto meno.
E c’è qualcosa che devo a quella ragazzina che mi ha portato fin qui. Quel suo guardare dalla finestra verso il cielo azzurro e le nuvole, a cercare l’infinito attraverso gli occhi delle rondini ha bisogno ancora di alzarsi, di volteggiare sulla mia vita di ora, molto più bella, per vederla davvero, per amarla tutta.
La mia, la nostra gattina mi parla e io le rispondo, abbiamo linguaggi diversi eppure ci capiamo. Non sono le parole o i miagolii che ci mettono in contatto, è il suo fissarmi da felino e il mio stare lì a guardarla, mamma amorevole di cuccioli cresciuti e ormai adolescenti.
-Mamma ci parlavi come fai ora con la gatta!- mi hanno detto i miei figli vedendo i filmini della loro prima infanzia.
Lei ora è la mia bambina, la mia piccolina da coccolare mentre i miei due guerrieri vogliono conquistarsi il loro mondo. Eppure non mi basta: c’è un’altra bambina che vuole essere guardata e sembra che io non riesca a vederla se non torno qui, nell’angolo che ho allestito, affittato e arredato per lei su queste poche righe.
Sono qui per lei.

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-Perchè non sei sceso dalla croce? Perchè non hai fatto venire una schiera di angeli a salvarti?-
“Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?” (Mt 26, 51-53)
Se Tu lo avessi fatto, se Tu fossi sceso, se Tu avessi chiamato legioni di angeli ed arcangeli a salvarti, come potremmo assomigliarti? Come seguirti con le nostre poche forze? Non dobbiamo essere superman, non dobbiamo e non possiamo avere poteri speciali, solo in una cosa possiamo assomigliarti: amare e resistere, come hai fatto Tu. Si, questo lo possiamo fare, è alla nostra portata. Hai voluto questo per noi, Ti sei messo, Ti sei abbassato alla nostra portata.
Poi le cose non sono finite lì, non finiscono lì. La soluzione arriva, non con le legioni, non con le nostre logiche, ma con la Tua, che a noi suona impossibile, follia. Sei morto, come noi, morto veramente, hai toccato il sepolcro, ma poi.. non è andata così, non è terminata così. Era solo un passaggio, una pasqua, la Pasqua. La fine è stata battuta dall’Eternità.
Io continuo nel mio percorso, sto lavorando finalmente come psicologa e va bene, davvero. E sto cercando di scrivere, lontano da qui. E’ difficile esprimermi, trovare il tempo, il modo, sono ancora alla ricerca di un mio equilibrio. Mi si è aperta una strada, imprevedibile. Una nuova piccola scrittrice accanto a me, la figlia della mia migliore amica, tredici anni, il mio secondo nome è il suo, siamo nate nello stesso periodo e quindi abbiamo anche lo stesso segno zodiacale, e poi sensibilità comune, stessa indole: energia, fantasia e creatività da gestire, da trovargli un posto nell’anima. Forse imparo di nuovo con lei, insieme a lei. Ecco il suo racconto, per farvi i miei auguri di buona Pasqua, per spiegarvi, lei molto meglio di me, quello che volevo dirvi. Mi ha dato il permesso di pubblicarlo, grazie Mati.

“Amore e follia

Un giorno l’Amore passeggiava nel bosco quando incontrò la violenza e la possessività che volevano averlo tutto per loro.
L’Amore si mise a correre e i due lo inseguirono, quando si vide spacciato, l’Amore cercò un rifugio e si sentì chiamare dalla Follia che si era nascosta in un cespuglio di spine.
Per salvarsi l’Amore doveva nascondersi dentro il cespuglio. Ad aiutarlo arrivò il Coraggio, così l’Amore si nascose nel cespuglio, ma delle spine gli graffiarono gli occhi e l’Amore diventò cieco.
Da allora l’Amore è cieco e ad aiutarlo ci sono Follia e Coraggio, così che possa sempre trovare la strada giusta.”

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Sto vivendo, e le energie sono sparpagliate su molti fronti: il blog ancora è qui e allo stesso tempo attende, è diventato una fonte da citare, un materiale a cui sto pensando di dare nuove forme. Ma Natale è Natale, anche se sono un po’ malata e le energie scarseggiano, posso almeno, per farvi i miei auguri, citare un pensiero che mi è caro, e che in questo mio malessere ancor più mi si addice. Che tutte le vostre tenebre siano profondamente e veramente illuminate.

“Gesù nacque in una stalla, <<perchè non c’era posto per loro nell’albergo>> (Lc 2,7). Dal Medioevo in poi gli artisti hanno rappresentato volentieri la stalla in cui Gesù nacque. Evidentemente furono molto colpiti da questa immagine. Pure lo psicologo C.G. Jung vide nella stalla un simbolo importante. Secondo lui l’uomo dovrebbe sempre ricordarsi di essere solo la stalla in cui nasce Dio, e non il palazzo che vorrebbe volentieri offrirgli. Gesù nasce lì dove si alloggiano gli animali. Lì dove abitano gli uomini, dove essi si trovano a loro agio, le porte rimangono chiuse. La stalla indica quella nostra sfera in cui abitano gli animali, vale a dire gli istinti, le pulsioni, la vitalità, la sessualità. Ci piacerebbe -oh, sì, quanto ci piacerebbe! – nascondere ai nostri occhi e agli uomini questa sfera ‘animalesca’ che è presente in noi. Ne proviamo imbarazzo, perchè non riusciamo a dominarla. Essa non è pulita. E’ maleodorante. Non è chimicamente disinfettata. Anche dopo essere stata pulita, ricorda sempre lo sterco e l’urina, cose che preferiremmo non guardare. Tutto ciò è penoso. Eppure proprio là Dio vuole nascere in noi.

Noi non troviamo Dio anzitutto lì dove lavoriamo, dove ci stabiliamo, dove invitiamo altri uomini; lo troviamo nellla nostra stalla. Questo esige da noi l’atteggiamento dell’umiltà. Dobbiamo avere il coraggio di aprire la nostra stalla a Dio. Solo se gli presentiamo tutto quello che c’è in noi, egli entrerà in noi. Dio non s’accontenta di abitare nelle camere ben pulite che riserviamo agli ospiti, ma vuole scendere anche nelle nostre profondità. Vuole illuminare anche le nostre tenebre.” (Anselm, Grun, Vivere il Natale)

“Veniva nel mondo la Luce vera, quella  che illumina ogni uomo.” (Gv 1,9)

 

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