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Archive for the ‘film da amare’ Category

Avendo un figlio maschio, mi sono vista molte volte, non solo a memoria Star Wars, ma i vari Men in black, Indipendence day, persino ultimamente Alien. Ma non abbiamo mai visto purtroppo insieme nè E.T. nè Incontri ravvicinati del III tipo, entrambi del primo Steven Spielberg. Sabato pomeriggio sono riuscita però a rivedere da sola l’ultima scena di quest’ultimo, quella dell’incontro appunto del III tipo, della musica. E di nuovo mi sono commossa e ho pianto. Perchè a differenza di tutti gli altri film, qui gli extraterrestri non solo non sono cattivi o, in qualche modo uguali a noi, ma rappresentano il meglio di noi. Sono pieni di bontà e di poesia e la loro grandezza tecnologica è affiancata ad una grandezza di umanità, di civiltà, di dignità, di compassione. C’è chi ha fatto notare di come la sommità dell’astronave madre rovesciandosi assomigli al castello di Cenerentola, ma basterebbe pensare che nel film il canale che hanno scelto per contattarci è la musica. E  infatti quando rispondono alle note non c’è paura o curiosità in chi ascolta, ma soltanto commozione. Tutti gli scienziati terrestri, con tute e pieni di tecnologie, costretti ad indossare occhiali da sole per la luce abbagliante, rimangono attoniti, perdono la loro seria efficienza, costretti come sono ad improvvisare e ad assistere ad un inatteso e buffo concerto, come se questi alieni volessero incontrarci sul piano del gioco, come se a contattarsi fossero due bambini invece che due civiltà. E infatti mandano i bambini ad accogliere i terrestri, ma la parte che preferisco sono quelle braccia allargate, non aggiungo altro se non lo ricordate o non lo avete mai visto. Spero di ribeccarlo con mio figlio perchè ritengo questa scena formativa come quella dell’inchino agli hobbit  de Il signore degli anelli: il potere, qui della scienza lì della forza, abbinato al bene, alla generosità, cosa c’è di più bello, grande e, che ci volete fare sono fatta così, di commovente? Al di là della lingua, tramite i gesti e i suoni “Incontro”, non poteva esserci titolo migliore.

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La vita è buffa . Mentre penso, e scrivo, dell’importanza di saper piangere e prendersi cura dei propri sentimenti piuttosto che sfogarli violentemente all’esterno dei giovani maschi, mi ritrovo a vedere un film bello, coinvolgente e commovente, in una tranquilla domenica pomeriggio con mio marito alla tv, Antowne Fisher. Prima prova alla regia dell’attore Denzel Washington, ispirato ad una storia vera, narra il ritrovarsi di un giovane marinaio americano che reagisce con la violenza alle sue difficoltà. Nel rapporto con uno psichiatra che la marina gli ha imposto di frequentare, emerge l’infanzia dolorosa che il protagonista ha dovuto affrontare e come, al di là della violenza, vero simbolo di fragilità, Antowne sia riuscito a mantenere una purezza e un candore che lo rendono capace di meravigliarsi e che gli permetteranno di andare oltre. Ma la cosa che più mi ha colpito è successa alcuni giorni dopo, quando fermi in macchina con mio figlio, che dovevamo aspettare, gli racconto il film, che parla anche di abusi sessuali sul protagonista bambino, quindi un tema anche non facile da affrontare con un ragazzino di undici anni. Quando arrivo al finale, dove io avevo abbondantemente versato lacrime, lui contrae il viso e comincia a piangere. Sono talmente stupita che gli chiedo cosa abbia, se sia commosso. Lui mi fa sì con al testa e allora gli dico che anche io, quando avevo visto il film, avevo pianto e così abbiamo un po’ pianto insieme. Senza commenti, senza giudizi. Poi è passata, abbiamo parlato di altro. Però dentro di me sono rimasta meravigliata, e grata, di questo mio giovane maschio, sensibile e impulsivo, amante delle armi e dei combattimenti, di come insieme a me e ad Antowne, stia imparando ad accettare e a non avere paura della sua sensibilità, dei suoi sentimenti, delle sue lacrime, di come si stia preparando a diventare un uomo, forse anche forzuto, ma soprattutto forte.

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Anche se è da molto tempo che non segnalo un film, voglio riprendere questa mia rubrica per l’amore che mia figlia quindicenne sta dimostrando, con mia sorpresa, per questa pellicola. Certo c’è poco da dire, chi non può amare questa storia? Ispirata alla  realtà, quindi che ci si può davvero credere, vien da pensare, si narra il rapporto tra un miliardario francese paralizzato dal collo in giù e di un ragazzone immigrato di origine africana, appena uscito di prigione, della periferia parigina, che gli fa da badante. Nella loro amicizia, nel loro rapporto i due prendono e danno l’uno all’altro ciò di cui hanno bisogno per trovare i loro rispettivi equilibri, cambiando le loro vite. Non è che a me non sia piaciuto… La prima volta, appena uscito, l’ho visto in un raro pomeriggio senza marito e senza figli, da sola al cinema, poi di nuovo al cinema con mio marito e mio figlio, poi finalmente tutti e quattro insieme in tv a casa. E da lì è partita la passione di mia figlia che ogni volta che lo rincrocia su qualche canale della tv satellitare lo riguarda fino alla fine. Ha visto che c’era il libro da cui è  tratto il film e vuole leggere anche quello. Perchè? Mi sono chiesta. Certo fa questa cosa con molti film, specie d’amore e di vicende adolescenziali. Ma cosa ha trovato in questa storia? Lei mi ha detto che le piace perchè oltre che far ridere, e lo fa davvero, è una storia di amicizia, le piace tanto il finale. Io credo che sia anche perchè il rapporto, lo scambio tra i due protagonisti, avviene fuori dagli schemi. Il ragazzo non vede nel miliardario e nel suo contesto nè una persona di cui avere soggezione nè un malato di cui avere pietà. E il miliardario vede nel ragazzo la sua intelligenza ed energia, lo guarda senza pregiudizi, si concentra su ciò di cui ha bisogno e sente l’atteggiamento “pulito” che ha nei suoi confronti. -Non avrà nessuna pietà- gli dice un amico per spaventarlo. E lui risponde che è proprio quello che vuole, -nessuna pietà-. Ecco per una ragazza adolescente credo che andare oltre gli schemi e le convenzioni e vedere il nocciolo, il cuore delle situazioni e ancor più delle persone sia liberatorio. E poi scoprire che la vera felicità non sta nella cose, neanche nella salute, ma nei rapporti, nella poesia e nell’ironia di cui il film è pieno, nell’amicizia e nell’amore, sia un messaggio pieno di speranza, un bene, in mezzo ai tanti oggetti che ci circondano, di cui siamo oggi forse tutti più bisognosi. -E poi mamma, mi piace tanto la musica- mi ha detto. E ne sono felice, perchè la colonna sonora, è bellissima, lontana dai suoi stili eppure capace di parlare al suo cuore, di farsi apprezzare e amare, proprio come i due protagonisti.

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Anche se in genere preferisco guardare un intero film, volente o nolente, oltre ai vari Ben Ten, Bakugan, Ninjia e Power Rangers che mi devo sorbire con mio figlio, dieci anni, mi toccano anche alcuni telefilm con mia figlia, quattordici, che abbandonati i cartoni e anche le serie più da ragazzini ormai sceglie solo MTV e le vicende di adolescenti ginnaste, liceali, impegnate in concorsi di ballo o di canto. Ma ce ne sono alcuni che mi piace seguire e che quando mi capita guardo anche da sola, per rilassarmi, ma anche per imparare. Perchè La vita secondo Jim racconta, divertendo, le vicende di una famiglia e soprattutto di una coppia con un marito sanguigno, concreto, infantile e istintivo,ma anche profondo, che deve relazionarsi con una moglie efficiente ed equilibrata, ma in realtà un po’ rigida e “perfettina” che lui riesce spesso a sgamare. Immaginate a chi assomigliano.. Tra scoppiettanti sfide e schermaglie riescono alla fine di ogni puntata a trovare un equilibrio tra le loro così diverse personalità, anche e soprattutto nella gestione dei figli. E’ stata così istruttiva la puntata in cui il marito si rende conto e fa comprendere anche alla moglie di come lei faccia fatica a sganciarsi dal terzo, ultimo e unico maschio dei loro figli!
Completamente diverso invece è Scrubs, telefilm ambientato in un ospedale che insieme alle risate e ad uno stile dissacrante del mondo medico propone in realtà tra le righe contenuti molto più alti e profondi di quello che l’apparente leggerezza al limite della demenzialità potrebbe far pensare. Come le parole del primario davanti alla ragazza obesa che vuole farsi restringere lo stomaco per dimagrire. Leggerezza e profondità, un unione irresistibile.

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Devo ammettere che andando ogni tanto al cinema con mio figlio, che tanto ormai c’è un film per ragazzi ogni domenica, uno dei pochi cartoni che mi sono davvero piaciuti negli ultimi anni, e che riguardiamo se ci capita in tv, è Dragon trainer. Un film che si pone semplicemente come singola avventura, senza seguiti, che non fu particolarmente acclamato, eppure è proprio bello. E’ una storia, per una volta non accattivante nè umoristica, alla Shrek per intendersi, che è certo più apprezzabile da noi adulti che dai nostri figli. Qui invece si parte con un tono epico sottotono visto che il protagonista, senza troppo tragedie e drammi è il perdente del villaggio di vichinghi dove vive, lui, orfano di una mamma da cui deve aver ereditato tutta la dolcezza e l’intelligenza, visto che il padre, il capo, come tutti gli altri abitanti è un mezzo gigante che vede nella lotta con i draghi e nell’uso della forza l’unica ragione di vita. E non è che Hic, il ragazzino, anche per compiacerlo, non vorrebbe essere così, solo che non ne ha il fisico, ma soprattutto il cuore. E quando se ne presenta l’occasione invece di uccidere il più temuto dei draghi, di nascosto, lo addomestica, ne diventa amico, cambiando il suo modo di vedere queste creature, se stesso, il suo modo di stare al mondo. Grazie all’aiuto e alla fiducia dei suoi compagni di scuola, una scuola speciale per combattere i draghi, riuscirà a far ricredere anche gli adulti e persino suo padre e le loro vite cambieranno. Mi ha ricordato la saga dell’Ultimo elfo della mia Silvana (De Mari) quando alla fine de L’ultimo orco il comandante degli uomini scopre come la vera vittoria, per entrambi, sia usare la compassione con i nemici, gli orchi, dare loro un’opportunità, trasformandoli in amici. Quanto piansi! La commozione di quando senti che il cuore si allarga e che c’è posto per un’altra strada che va oltre l’odio e la paura. E andando ancora più in alto, scusate forse esagero, ma per tradurre ai bambini, e ai nostri cuori bambini, il concetto di “ama il tuo nemico, perdona fino a settanta volte sette” e più ancora “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” quale occasione migliore di un film divertente e avvincente dove un ragazzino confida all’amica del cuore che gli chiede le ragioni del suo comportamento quando tutto sembra perduto, nel momento della sconfitta, badate bene, non quando vince, lui risponde “Trecento anni e sono il primo vichingo che non ha voluto uccidere un drago. Non ho voluto ucciderlo perchè aveva l’aria spaventata quanto me, ho guardato lui e ho visto me stesso”

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Ieri per caso ho rivisto la scena finale del film Luci della città di Charlie Chaplin che è una delle più belle e commoventi scene con cui sono cresciuta. Mi commuovo un po’ a parlarne perchè i film di Charlot li ho sempre guardati, fino ai suoi ultimi mesi, anche con i miei figli, con il mio babbo. E ho anche già accennato a questo film, ma rivedendo la scena ieri mi sono resa conto che non gli ho reso giustizia. Il film, muto in bianco e nero, del 1931, anche se comico non è certo un film facile per i nostri figli, abituati ai ritmi e a agli stimoli del cinema di oggi, però, però ne vale la pena, se non altro per il finale. Lui è un vagabondo che si innamora di questa giovane cieca, allora si diceva così, che vende i suoi fiori all’angolo di una strada, quando ancora “la gardenia nell’occhiello” era un’abitudine. Lei crede che lui sia un gran signore e lui glielo lascia credere e con varie vicissitudini riesce a procurarle i soldi perchè lei possa operarsi agli occhi. Ma subito dopo viene arrestato, anche se ingiustamente e trascorre molti mesi in prigione. Nel frattempo lei recupera la vista e apre un negozio di fiori. Ed ecco la parte più bella, lui esce va a cercarla al suo angolo, ma lei non c’è. Poi, per caso, capita davanti al negozio e all’improvviso la vede, capisce che il suo sacrificio è servito, lei adesso vede. Ma lei non lo riconosce ovviamente, di lui conosceva solo le sue mani e la sua voce. Lei che credeva che lui le avesse dato il suo superfluo, potrà finalmente “vedere” cosa lui ha fatto per lei, e la battuta finale insegna sull’amore forse più di interi romanzi, canzoni, poesie e certo delle mie parole.

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Se vivete nei dintorni di Siena e volete passare un sabato pomeriggio con i vostri figli a guardare un bel film tutti insieme, questa volta non via darò soltanto l’indicazione di un titolo. Riprende infatti la mia collaborazione con l’Associazione Peter Pan di Colle Val d’Elsa e sabato prossimo, 28 gennaio, ci troveremo presso la sede della Misericordia alle 17.30 per guardare un film. Ma anche per riflettere, confrontarci e avere qualche spunto su cosa sono i cartoni animati e come si fa a sceglierli, come regolarsi con la tv, come si fa a gestire questa vice-mamma e tecnologica baby-sitter con cui tutti siamo chiamati a rapportarci. Se invece vivete lontano, ma vi interessa l’argomento vi ricordo la mia sezione dedicata a questo Un film da amare e i miei post sulla tv, frutto delle mie riflessioni e un po’ dei miei studi, ma soprattutto del mio stare a casa con i miei figli. A proposito di cinema ieri siamo andati a vedere un film con mio figlio e mi è davvero piaciuto Winter il delfino, ve lo consiglio davvero.

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