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Archive for the ‘le mie storie’ Category

Finalmente una promessa che riesco a mantenere! Mi ero proposta all’inizio di settembre di sistemare tutte le mie storie presenti qui in modo più chiaro, almeno spero, suddividendole per argomenti, per esigenze, Le storie per me,  per i genitori, per gestire le emozioni, per aumentare la propria consapevolezza, per avere dei modelli da cui imparare, ma anche per tornare indietro, prendersi un po’ cura della propria parte bambina, specie con le atmosfere natalizie.
Le storie per i miei figli, da raccontare ai bambini, magari adattandole, per sviluppare la loro autonomia, stimolare la creatività, allargare gli orizzonti.
Ho sistemato anche un diario delle storie, mettendo anche i commenti, come sono nate, a cosa sono servite.
Non ce l’ho fatta a rileggerle tutte, ma le storie nate nei laboratori proprio non me le ricordavo, così le ho prese e riscoperte una per una. E devo dire che sono proprio belle e che alleggeriscono il cuore. Chissà forse con tutte le altre deciderò di farne un nuovo libro: “Storie per diventare persone contente”…

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Ieri anche se è iniziato l’Avvento, con i miei bambini del catechismo abbiamo parlato di Noè e allora mi è tornata alla mente la mia storia della goccia. Lo so che è vecchia e che certo molti qui l’avranno già letta, ma ripensarci mi ha portato tanti ricordi dolci, posso?

Storia della goccia
C’era una volta una piccola goccia che usciva da un rubinetto che perdeva, se ne stava lì attaccata e non andava né su né giù. Non si divertiva e non era per niente soddisfatta di quella posizione “Vorrei uscire da qui, conoscere terre nuove e trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
Mentre era lì che rifletteva arrivò davanti alla finestra la Fata del Vento. La minuscola Fata del Vento viaggiava nel cielo sopra un minuscolo cocchio trainato da una lumachina dorata che lasciava una minuscola scia di polvere dorata là dove lei passava. La lumachina aveva fiutato un desiderio da esaudire, le lumachine dorate possono riconoscere i desideri nell’aria anche se si trovano molto distanti.
La goccia quando la vide la chiamò subito: “Fata del Vento ti prego, puoi aiutarmi? Voglio uscire da qui e andare a conoscere terre nuove e trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
La Fata rispose: “Posso trasportarti con il mio soffio e lasciarti dove tu desideri”.
Allora la goccia salutò il rubinetto e si preparò a partire.
Un soffio leggero, ma continuo la trasportò fuori dalla finestra e oltre, sopra i tetti e le strade. La goccia guardava giù, vide un largo prato verde e se ne innamorò.
“Qui!”, esclamò, “Qui andrà bene!”
La Fata la depose su un filo d’erba accanto a una goccia di rugiada proprio mentre passava di lì una coccinella.
“Grazie Fata del Vento!”, salutò cortesemente la goccia, ma la Fata era già ripartita, trainata dalla lumachina attratta da nuovi desideri che affioravano qua e là. Trascorse dei giorni felici la goccia immersa in quel verde di cui si beava, ma piano piano ci si abituò e cominciò a desiderare nuovi colori e nuove terre.
Arrivò allora la Fata del Sole, che la sua lumachina dorata aveva sentito il desiderio e si avvicinò al filo d’erba dove la goccia si trovava.
“Fata del Sole”, subito si fece avanti la piccolina, “Puoi aiutarmi? Desidero tanto trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
La Fata del Sole rispose: “Posso trasportarti in cielo col mio calore e farti arrivare fino a una nuvola”.
“Va bene”, rispose la goccia e salutati il filo d’erba e la coccinella si preparò a partire.
Un calore tenue ma continuo la rese leggera leggera e così iniziò a salire e si ritrovò in mezzo a una nuvola, insieme a milioni di gocce uguali a lei.
“Grazie Fata del Sole”, salutò cortesemente, ma anche lei era già volata via.
Adesso vedeva tutte le sfumature dal bianco, al grigio fino al nero di tutte le nuvole che incontrava e ne restò affascinata.
Ma dopo un po’ di tempo anche questi colori cominciarono a sembrarle sempre gli stessi e cominciò a desiderarne ancora di nuovi e nuove terre.
Allora lo vide, il posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice e desiderò con tutta se stessa di raggiungerlo.
Subito arrivò la Fata della pioggia e la goccia subito le chiese se poteva aiutarla ad arrivarci. La Fata poteva trasportarla con la pioggia, ma non sarebbe stato sufficiente. Il suo desiderio era però così ardente che lo sentirono anche le lumachine della Fata del Vento e della Fata del Sole che giunsero lì sulla nuvola.
La Fata della Pioggia fece piovere la piccola goccia, la Fata del Vento la trasportò col suo soffio fino all’orizzonte e la Fata del Sole la sollevò e la fece risplendere col suo calore e così la piccolina si ritrovò nel luogo che aveva visto: una miriade di colori che tante piccole gocce come lei creavano stagliandosi contro l’azzurro del cielo.
La goccia si sentì finalmente a casa e quando si girò per ringraziare le sue amiche fate vide che tutte e tre si inchinavano a salutare il grande Padre Arcobaleno.
Ed è lì che lei si trova ora e vive felice e anche tu potrai vederla e gioire insieme a lei ogni volta che davanti a te incontrerai il grande arco colorato dell’arcobaleno.

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I figli, li vediamo grandi o piccoli spesso a prescindere da come realmente sono. Chi avrebbe pensato che mio figlio insieme ad un suo amico a dieci anni suonati avrebbe ancora ascoltato e apprezzato, durante la merenda, una delle storie del mio libro? Eppure quando le raccontavo era piccino, ma in fondo sua sorella, altrettanto presa, era più o meno come lui ora..

“Storia della galleria (contro la noia mentre si viaggia)
Quando il viaggio è lungo e l’abitudine alle storie ormai consolidata, per trovare qualche elemento nuovo occorre trasformare il viaggio stesso in un’avventura che scacci la noia, e in un lungo tragitto è difficile non attraversare neanche una galleria…

STORIA DELLA GALLERIA

C’era una volta una famiglia che stava facendo un bel viaggio con la propria macchina e tutti erano contenti perché andavano in vacanza ed era una bella giornata con il cielo azzurro e il sole che splendeva in mezzo a qualche piccola nuvoletta bianca bianca.
Arrivarono ad un certo punto all’imbocco di una galleria e mentre procedevano, aspettando di rivedere la luce, si resero conto, quando finalmente ne uscirono,  che il tempo era improvvisamente cambiato. Il cielo era scuro e rossastro, come se fosse scesa improvvisamente la notte  e un odore molto acuto e cattivo filtrava attraverso le bocchette. Non c’erano più neanche le altre macchine e neanche le strisce e i cartelli ai lati della strada, che anzi non sembrava proprio per niente una strada. Il babbo spense il motore. Sentirono uno strano brontolio, ai lati si intravedevano strane montagne senza cielo sullo sfondo: tutto nero.
Scesero dalla macchina. Il terreno era caldo ed elastico e anche un po’ umido.
Dove erano finiti? Un vulcano? Una grotta? Un sotterraneo?
Sentirono dei movimenti e ogni dubbio svanì: erano finiti nella pancia di un drago. Doveva essersi addormentato a bocca aperta proprio davanti all’imbocco della galleria mentre loro ne stavano uscendo e ora si stava svegliando.
Salirono in macchina, chiusero le sicure e si  misero le cinture, dovevano scappare da lì.
Il padre mise in moto e per fortuna le ruote camminavano bene sulla pancia, gola o quello che era. Ma evidentemente ora che il drago era sveglio li sentiva. Cominciò a tossire, come quando mangiando ci va qualcosa di traverso e in effetti era proprio così!
Grandi scossoni sbattevano la macchina qua e là, riuscivano comunque a procedere ogni volta che il drago smetteva di tossire e poterono così percorrere quella incredibile autostrada. Finalmente in lontananza apparve il cielo azzurro che non era svanito, ma soltanto scomparso dalla loro vista, finiti com’erano dentro quella enorme creatura.
Lì davanti però apparvero anche i denti, o zanne che fossero, grossi come colonne attraverso i quali la macchina sarebbe dovuta passare per uscire fuori senza essere, diciamo così, masticata.
Ma l’azzurro del cielo li guidava e il desiderio di raggiungerlo era così forte che il padre lanciò la macchina a tutta velocità. Il gran rumore provocò così tanto fastidio al drago che pensò bene di sputarli spingendoli con la sua lingua grossa come un’onda scura e gigantesca.
Si ritrovarono fuori e la luce del sole li abbagliò tanto che non riuscirono a tenere gli occhi aperti.
Quando finalmente poterono guardarsi intorno si accorsero che erano fermi, il motore spento, adagiati sopra una nuvola. Non cadevano, non salivano, non andavano né avanti né indietro, semplicemente sostavano lì sopra, come se si fossero fermati ad una piazzola, del drago non c’era traccia, si apriva davanti a loro una distesa immensa di azzurro come mai vista prima.
Non ebbero il coraggio di scendere dalla macchina, perché anche se la nuvola teneva chissà cosa sarebbe potuto succedere alla superficie umida e opaca al contatto dei loro corpi.
Si guardarono intorno proprio come se si trovassero a volare su un aereo, ma capivano che le somiglianze finivano qui.
Non sapendo veramente cosa fare, aspettando l’arrivo di un’idea, tirarono fuori i panini e fecero merenda. Per il momento potevano essere contenti di essere usciti dalla pancia del drago e rallegrarsi per l’incredibile vista. E godersi la merenda.

Qui finisce la storia, o almeno questa parte. Qualche volta è utile imparare la pazienza e accontentarsi di quello che si ha, restando sospesi sulla fine di un racconto o sopra una nuvola.”

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Scrivendo una puntata per la mia rubrica alla radio ho ripreso una delle storie del mio libro, quella che inventai, inutilmente devo dire, per invogliare i miei disordinatissimi figli ad essere ordinati. Mi sono accorta che non l’ho ancora messa nel blog. Eccola qua, magari con i vostri funziona..

Storia di Michelino

Michelino era un bambino tanto tanto disordinato, che giocava con tutte le sue cose sparse dappertutto, e anche se la mamma gli diceva di sistemare, lui non metteva mai in ordine.
Un giorno se ne stava in mezzo a tutti i suoi giochi, quando gli cascò il suo primo dentino. Chiamò subito a voce alta la mamma per farglielo vedere, ma la mamma era un po’ indaffarata e gli disse di aspettare un momento. Michelino appoggiò il dentino e continuò a giocare. Dopo pochi minuti arrivò la mamma per vedere il dentino
-Allora Michelino, fammi vedere la bocca- gli disse. – ora bisogna mettere il dentino sotto il cuscino così stanotte vengono i topini e ti portano un regalino-.
-Mamma, non lo trovo!- disse Michelino tutto spaventato. Non si ricordava dove lo aveva appoggiato mentre giocava, non aveva fatto molta attenzione e ora chissà quante cose aveva spostato nel frattempo. La mamma un po’ lo brontolò, ma Michelino era così triste che non gli disse granché e continuò a cercare anche lei. Non ci fu niente da fare, il dentino non si trovò e a Michelino toccò andare a dormire senza averlo messo sotto il cuscino.
-Mamma, speriamo che riescano a trovarlo i topini- disse tutto sconsolato e si addormentò.
Nella notte ecco due topini pronti per prendere il dentino da portare alla Regina dei Topini dei denti da latte, che così avrebbe scelto il regalo da mettere sotto il cuscino di Michelino.
-Ehi! Non c’è niente qui sotto!- disse il primo topino, che era un maschietto.
-Non è possibile!- disse il secondo topino, che era una femminuccia. Ma possibile o impossibile che fosse, il dentino non si trovava. Allora si guardarono intorno e vedendo il gran disordine in cui si trovava la stanza intuirono cos’era accaduto.
-Proviamo a guardare qui intorno, magari lo ha perso in mezzo a tutte queste cose.-
E così cercarono dappertutto, ma il dentino non spuntava. Alla fine la topina disse che era meglio andare a parlare alla Regina. Il topino, prima di ripartire, voleva salire dentro una delle macchinine di Michelino.
-Solo un giretto e poi andiamo.-
E cosa trovò il topino dentro la macchinina? Proprio il dentino che Michelino aveva appoggiato lì, mentre giocava, soprappensiero, e non gli era proprio venuto in mente di guardarci dentro.
-Eccolo! Era qui!- gridò il topino -Andiamo!- e partirono subito per andare dalla Regina. La quale mandò un regalo davvero speciale per Michelino. Quando la mattina Michelino si svegliò si accorse subito che c’era qualcosa sotto il cuscino.
-Mamma! L’hanno trovato!- chiamò tutto emozionato. Ma quando alzò lo sguardo rimase a bocca aperta e anche la mamma appena entrò. La sua stanza era completamente cambiata, tutti i giocattoli erano in ordine dentro tanti contenitori allegri e colorati. La camerina sembrava più grande e bella, come non aveva mai visto prima. E sotto il cuscino? Michelino trovò tante etichette adesive colorate di macchinine, costruzioni, robot, soldatini, e così via da attaccare sui contenitori.
-Messaggio ricevuto- disse ad alta voce pensando alla Regina dei Topini dei denti da latte e da quel giorno imparò ad essere ordinato e a trovare da solo le cose.
(Lui, nel mondo delle favole…)

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Quest’anno ancora non ho mai parlato del Natale, ma perchè mi sono sfogata scrivendo le puntate per la mia rubrica alla radio. La prima: è iniziato il periodo natalizio è già ascoltabile , ma la seconda, andata in onda ieri, che mi piace molto, ve la trascrivo in anteprima. Chi mi legge riconoscerà tra le mie natalizie, la storia finale Biglietto di Natale.

“Siamo in Avvento, è iniziato il mese di dicembre, abbiate pazienza, Natale e le feste per me sono così, non posso tacere e farne a meno, non parlerò d’altro fino ad anno nuovo. Quindi fatevene una ragione!
Eccoci qua, finalmente il periodo che tutti aspettiamo e temiamo. Si, ne abbiamo anche paura, perché se non si riesce ad essere felici a Natale ci sentiamo tutti un po’ più tristi e incapaci, delusi da noi stessi, come bambini che scartano un regalo senza entusiasmo: se non ci riusciamo a Natale, quando mai sapremo godere di quello che ci circonda e la vita ci propone?
Io sono da sempre tra quelle fissate e che amano il Natale e riescono comunque a goderne e certo per questo, essere diventata mamma e aver avuto per anni due Gesù Bambini in giro per casa ha contribuito non poco. Ma devo dire che per poter essere felici per le feste che si avvicinano bisogna ricordarsi innanzitutto che il Natale è una festa religiosa, un’occasione spirituale, comunque la si voglia considerare. E il buio, la stagione e la natura sospesa, arrivano e sono lì per noi, per fermarci, per guardare le cose, almeno una volta, da una diversa prospettiva, dall’alto, ricordare che siamo piccoli, limitati e temporanei. La fine e il nuovo inizio rappresentano il momento giusto per staccare dagli affanni quotidiani e ridare spazio all’armonia, alle cose che contano veramente, quelle che durano. C’è una Luce che nasce, sia che la si veda come quella dell’anno che riparte, delle giornate che si riallungano, o del Natale cristiano, di Dio, del Signore che nasce in mezzo a noi. E’ lì, che bisogna andare a cercare il motivo per gioire, per ritrovare la capacità di guardarsi dentro, ed essere grati di tutti i doni che continuamente riceviamo. Allora i beni materiali, i regali, le cene, le feste, gli abiti e le luci scintillanti, che da soli sono ingombranti, vuoti e senza senso, diventano preziosi, perché tornano al loro posto, quello di strumenti, mezzi per festeggiare la vita, il dono, la Luce preziosa senza la quale non si può vivere, sia che sia quella fisica che illumina le nostre giornate che quella spirituale che illumina le nostre anime.
E la gioia quando è quella profonda, quella che illumina nel profondo, vuole essere condivisa e trasmessa, ai nostri figli per primi, e a chi ci circonda. Ecco che fare, acquistare o preparare regali non diventa più soltanto un dovere o un passatempo, ma un bisogno, un desiderio del nostro cuore. Che anche così diventa più caldo, più pieno, finalmente contento, come in questa mia piccola storia che vi dedico.

E così anche quell’anno era arrivato Natale.
Un Natale povero povero, senza addobbi e senza regali, pacchetti e fiocchi.
Me ne stavo triste davanti all’albero spoglio e le lacrime mi rigavano le guance.
Un soffio gelido entrò nella stanza e quando mi girai proprio lì davanti a me stava Babbo Natale.
“Il mio albero è spoglio” dissi.
Lui si avvicinò e con le sue manone mi sfiorò le guance. Le sue dita si bagnarono delle mie lacrime e con queste sfiorò il mio albero.
Ed ecco i rami si illuminarono tutti e cristalli di neve e fiori candidi come luce spuntarono ovunque.
Ma ero ancora senza doni. “Cosa regalerò?” Gli chiesi ancora.
Lui mi guardò sorridendo e uscì.
Così non mi resta che donarvi questa piccola storia.”

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Al corso di scrittura fantasy con Silvana De Mari abbiamo dovuto scrivere anche un racconto su una strega, un personaggio tipico delle realtà fantastiche, che si porta dietro un enorme dramma. Il dramma della nostra impotenza e il nostro bisogno di controllare le nostre vite e di dare la colpa e vendicarci su qualcuno quando non ci riusciamo. E il dramma di noi donne quando abbiamo conoscenze che ci permettono di sfuggire dal controllo del potere degli uomini, un potere che ha creato un mondo ingiusto, dove il medioevo prosegue e la vita delle donne continua a non avere valore. Non avrei mai voluto, ma dedico questa storia alle donne di Barletta, non posso fare altro per loro, per tutte e tutti noi segnalo questa iniziativa, perchè il mondo possa davvero diventare migliore  http://noppaw.org/

Il fuoco

“Sbarre squadrate davanti agli occhi, la cella in cima alla torre spazia sulla valle e lontana, a riquadri, posso vedere la mia casa, ne distinguo il tetto, ma il fumo dal camino non esce più. Cosa sarà stato dei miei figli? Certo non sono più lì.
Non è male stare quassù, lontano dalle grida, dagli insulti, dalle risate cattive e dalle allusioni a quello che sarà di me, del mio corpo, della mia vita, che è finita questa mattina quando alle prime luci dell’alba sono venuti a prendermi, strappandomi ai miei figli.
Non è male quassù, vicino alle nuvole, vicino al cielo,  a riquadri, ma sempre immenso, sempre infinito e sempre imperscrutabile: dove saranno? Fuggiti nel bosco? O gli avranno portati in qualche casa, dove poter crescere sudandosi ogni boccone, ogni notte passata per terra, ma al riparo e al sicuro, i dannati figli della strega? Resteranno vivi? Se vedessi il fumo nel camino, un filo alzarsi e muoversi al vento leggero di questa estate infinita. Ma tutto resta immobile, tutto tace.
Non so dove altro guardare, cos’altro aspettare, un filo di fumo, un fuoco che dia calore e cibo, che mi dica che che una parte di me vivrà, che loro saranno, che dovrò sopportare solo la mia di morte, l’aria densa di fumo e il calore insopportabile. Per loro questo cielo azzurro, un cielo senza riquadri, un’aria pulita, un sole che scalda, un fuoco familiare e amico, un fuoco buono che dia loro la vita, per affrontare domani il fuoco cattivo e formidabile che si prenderà la mia.”

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Tra il caldo, inizio scuola e attività varie, stamattina guardo fuori dalla finestra ed ecco che mi accorgo che è iniziato l’autunno, che le vacanze e l’estate sono finite. Ma io non mi arrendo, sono ancora lassù nel castello incantato, eccovi allora l’ultimo “compito” da fare, una fiaba con cui abbiamo concluso il corso. Ero seduta davanti ad un camino, una pagina di giornale accanto riportava questa frase “Come si costruisce una principessa”. Mi è arrivata questa piccola storia che è anche il mio augurio a tutte e tutti voi, principesse e principi, per questa nuova annata che si sta aprendo davanti a noi.

Piccola fiaba

Spuntò dal mattone del camino affacciandosi guardingo e subito rimase estasiato dalle scintille che il ciocco scoppiettante spruzzò tutto intorno cadendo sulla brace. Io rimasi immobile con gli occhi socchiusi, facendo finta di sonnecchiare, che è poi quello che stavo facendo realmente. Non mi stupii di vederlo lì, mia madre mi aveva detto che qualcuno sarebbe venuto in mio aiuto, quando le avevo chiesto -Come si costruisce una principessa?-.
Non c’era altro da fare, se volevo salvare il castello, i cavalieri non si sarebbero accontentati di una castellana, se pur gentile e affascinante, non avrebbero rischiato le loro vite per difendere dal drago la nostra piccola eppure imponente dimora, che dall’alto del monte dove svettava era diventata la preda più facile, o forse la più visibile, per la devastante creatura. Non si sarebbero giocati l’onore e soprattutto la testa per meno di una che non fosse coronata: doveva essere una principessa, non meno di una principessa a chiamarli. E non si sarebbero lasciati incantare tanto facilmente, mi aveva detto mia madre.
Be’ il fisico c’era, il visino dolce anche, coi modi potevo cavarmela, la materia prima quindi non mancava e i gioielli e i vestiti pure, che non ce la passavamo male, però..
-Come si costruisce una principessa?- avevo chiesto a mia madre. -Avrei dovuto dormire su venti materassi e trovarli scomodi per convincerli?-
Lei non esitò, ti verrà un aiuto, mi aveva risposto. Così mi ero messa davanti al camino ad aspettare e, infatti, ecco da dietro il mattone il piccolo bruco con occhi grandi ed espressivi e, non so come e con quale bocca, sorridente.
Avendo totale fiducia in mia madre e non essendo comparsa altra anima, ammesso che i bruchi ne abbiano, viva, fui certa che l’aiuto sarebbe arrivato da lì.
Il bruco scivolò oltre il camino e si avvicinò al baule colmo di abiti e gioielli. Fino a lì ci arrivavo, dovevo cambiarmi, vestirmi, “agghindarmi” e così feci. Ma sarebbe bastato? Il bruco si spostò, e io con lui, si avvicinò allo specchio, ne percorse il bordo e si fermò sulla cima, intento a guardarmi.
“Ci siamo” pensai, “ho capito. Devo imparare ad avere modi regali, il portamento, le movenze, gesti principeschi”. Così cominciai ad andare avanti e indietro guardandomi nello specchio e guardandolo. Sorridevo, ma non troppo, cenni leggeri di sufficienza, con la testa, come quelli di chi è abituata solo e sempre a dare ordini e già quello fosse una fatica, quasi un fastidio. Ma il bruco abbassava gli occhi. Non andava, non funzionava, fingevo, recitavo, facevo la principessa, ma non lo ero.
Allora mi guardai allo specchio, concentrata, mi vidi coi vestiti, col diadema, la collana e dietro e dentro c’ero io. E mi scoprii uguale eppure diversa, ero bella, mi piacevo, mi piacevo davvero, un sorriso pieno, spontaneo questa volta, mi salì sulle labbra.
Respirai, feci una giravolta contenta, ero io, ero una principessa, ero la principessa, la regina della mia vita. Guardai il bruco, soddisfatta e sorridente, feci una piccola riverenza. Lui spalancò gli occhi, formò una strana spirale, la attorcignò sempre più stretta, “si romperà!” pensai.
E infatti si ruppe e una farfalla uscì.
Con lei che mi svolazzava intorno mi avviai verso il salone, pronta ad accogliere i miei valorosi ospiti.

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