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Archive for the ‘Le storie dei laboratori’ Category

I bambini, riescono sempre a sorprendermi e ad incantarmi.
Quattro storie di animali con i laboratori, quattro gruppi di cinque anni, con i loro nomi fantasiosi, due amichette hanno voluto avere lo stesso nome, e non, c’è chi ha persino deciso di chiamarsi Bo’. Con le loro soluzioni ovvie e quelle inattese, come cantare una ninna nanna come arma, con il loro bisogno di un personaggio cattivo o di un problema per coinvolgersi, per scoprire che sono chiamati a compiere una piccola grande impresa e così divertirsi. E con la loro voglia di partecipare, anche quando non tocca a loro, accontentandosi magari di fare l’iceberg o la vaschetta per il mangime..

Nel bosco di Trenciatreccia

Nel bosco di Trenciatreccia  tornarono all’inizio della primavera due piccole rondini Rosaspina e Luccichina, ma quando cercarono il loro solito nido che usavano gli altri anni ecco che lo trovarono occupato da un grosso gufo di nome Giallino.
-Ehi! Questo nido è nostro!- esclamarono forte tanto che anche la pappagallina Bianca e la cignetta Odette vennero a vedere cosa stava succedendo.
-Ma ora ci sono io!- rispose un po’ arrabbiato Giallino.
-Non litigate- disse Bianca –Ho trovato un nido vuoto che potrete usare e insieme ad Odette le due rondinine andarono a vedere il nuovo rifugio.
Ma nessuno sapeva che durante l’inverno il cattivo Corvo Nero aveva scavato sotto quel nido un grosso buco e quando le quattro uccelline vi si posarono sopra finirono giù giù attraverso una galleria sottoterra sotto il tronco di un grande albero.
-Aiuto! Aiuto!- cominciarono tutte insieme a gridare.
L’aquilotto Riccio Spinoso che volava alto proprio lì sopra si abbassò perché gli era sembrato di sentire gridare aiuto, ma non si riusciva a capire, non si sentiva bene.
Il merlo Bo’ prese allora dei binocoli e guardava guardava per tutto il bosco, ma il buco sotto il tronco e sottoterra da fuori proprio non si riusciva a vedere e così si continuava a sentire gridare aiuto senza riuscire a vedere niente.
-Stiamo tutti zitti!- propose allora il cigno Tommy e così in tutto il bosco di Trenciatreccia ogni uccello smise di cantare e scese un gran silenzio.
-Aiuto! Siamo qui sotto! Aiutateci!- riuscirono allora a sentire bene questa volta e capirono da quale punto del bosco arrivavano le voci.
Tutti quanti si misero scavare e anche le rondinine, la pappagallina e la cignetta sentendo le voci fuori si misero a spostare con i loro piccoli artigli e con il becco la terra e i sassi e finalmente si aprì un buco e tutte poterono uscire.
Che ringraziamenti per gli amici che le avevano liberate! E che bella festa si fece quel giorno nel bosco di Trenciatreccia!

 

Nel mare Oceano

La balena Gelsomina fa grosse bolle con la sua enorme bocca: è la campanella del mare Oceano nella scuola marina che avverte che la lezione sta per iniziare.
Oggi sarà una giornata davvero speciale, gli scolari faranno una gita al relitto del vascello fantasma, si chiama così perché si racconta che dentro il vecchio e mal ridotto veliero ci vivano i fantasmi, ma nessuno i ha mai visti.
Il tratto di mare dove bisogna passare si trova davanti ad un’alta scogliera  ed è così profondo che non si vede niente, l’acqua è scura scura, così gli scolari nuotano vicino alla maestra Gelsomina, l’enorme balena.
Ecco Tom e Tom-e-jerry, due squali un po’ birichini, ma coraggiosi e Vittorio, più calmo e poi gli altri.
Finalmente, arrivano e per primi si infilano nel relitto i due minuscoli cavallucci marini dallo stesso nome Anastasia e Anastasia, ma subito le acque si agitano! Non si tratta di fantasmi però, ma di una piovra gigante che cattura i due minuscoli cavallucci e minaccia che non li lascerà andare a meno che gli altri non le portino la perla gigante. Allora i tre squali, aiutati dagli altri loro compagni Rosa, Bo’ e Aurora, tre coraggiosi delfini, vanno a cercare la perla gigante nelle acque profonde vicino al relitto mentre la maestra Gelsomina resta vicino al vascello a sorvegliare.
Eccola! Ci sono riusciti! L’hanno trovata! La perla viene subito portata alla piovra gigante, ma quella che fa? Si rimangia la promessa e dice che non vuole restare da sola e non libera Anastasia e Anastasia.
Eh no! Così non si fa! Le promesse vanno mantenute, tutti si arrabbiano e cominciano a mostrare i denti e dare musate, persino la balena Gelsomina. Tanto che alla fine la piovra cede e libera i due cavallucci e tutti possono tornare a casa.
Mamma mia che gita movimenta!

 

La storia della fattoria

In una bella fattoria vive un grande cavallo marrone di nome Rock che se ne va sempre a fare lunghe passeggiate al galoppo. Intanto il gatto Bianco fa finta di dormire, ma in realtà osserva il pulcino Piu Piu che va  a trovare il suo amico, il maialino Tachi, perchè vorrebbe mangiarselo. Ecco, ci prova, gli si avvicina, ma la cagnolina Roberta sempre all’erta e di guardia abbaia forte e gli corre dietro. Così mentre il gatto rincorre  Piu Piu, il cane rincorre il gatto e anche Tachi si agita e in quel mentre arriva Rock e vede che anche quel giorno le cose vanno come al solito.
Ma in quel momento si alza una grande bufera di vento e soffia e soffia che tutti si devono tenere per  non volare via e si attaccano allo steccato, ma anche quello vola via e persino la vaschetta del mangime chissà dove se ne va. Infine si alza un così gran polverone che nessuno vede più niente.
Quando tutto si calma gli animali cominciano a mettere in ordine, ma dov’è Piu Piu? Dove si è nascosto?
-Sono quassù!- si sente ad un certo punto la vocina del pulcino. Gi animali alzano la testa: Piu Piu è finito, lui così leggero, sopra una nuvola che se ne sta proprio sopra la fattoria.
Bisogna farlo scendere! Ma come si fa ad arrivare fino alla nuvola?
Decidono tutti insieme di fare una grande torre, sotto si mette Rock il cavallo che è il più forte e anche il più alto e poi su su tutti gli altri animali, ma non basta!
Allora si prendono pezzi della fattoria, lo steccato, anche la vaschetta del mangime e insomma alla fine Piu Piu con un saltino riesce a scendere da lassù.
Evviva! Sono di nuovo tutti insieme. Che gran festa, prima di ricominciare a rincorrersi..

 

La storia dei ghiacci

C’era una volta un mare ghiacciato con due iceberg, uno molto grande e uno più piccolo, intorno ai quali nuotavano giocando a nascondino tre pinguini di nome Rocco, Andrea e Alice che dovevano farsi prendere da una grande e magnifica balena di nome Francesco.
I quattro amici si divertivano tutto il giorno e i due iceberg erano proprio perfetti per nascondersi.
Soltanto che un giorno la balena prese male le misure e rimase incastrata, non riusciva più ad uscire e neanche a muoversi.
-Aiuto! Voglio uscire! Ho fame!- cominciò a sbraitare tutta arrabbiata.
I te amici provarono a liberarla con tutte le loro forze, ma come facevano tre piccoli  pinguini a spostare quell’enorme balena?
Intanto dovevano anche portarle del cibo perché con quella gran pancia vuota Francesco non poteva proprio stare.
Finalmente ecco un’idea,  lì vicino a dove loro nuotavano, avevano visto un giorno un igloo, una casa di ghiaccio, dove era vissuto per un po’ un pescatore, magari lì c’era qualcosa di adatto per liberare Francesco. E infatti trovarono una vecchia ascia, la portarono dove stava la balena e cominciarono a spezzettare gli iceberg.
Ma rompendo tutto quel ghiaccio ecco che spuntò una piovra, rimasta intrappolata anche lei, la quale senza tanti complimenti e discorsi si prese i pinguini e se li portò via in una caverna.
La balena subito cercò anche lei allora di liberare i suoi amici, ma quella brutta piovra gli spruzzava addosso l’inchiostro che le faceva bruciare gli occhi e così tutto diventava difficile.
I pinguini furbi però si  misero a cantare tante volte la ninna nanna: -Ninna o ninna o, questa piovra a chi la do, ninna o ninna o questa piovra a chi la do- finchè non riuscirono a farla davvero addormentare.
Poi sottovoce chiamarono la balena e lei molto silenziosamente riuscì a farli uscire e a liberarli. L’avrebbero sistemata loro! Spostarono di nuovo gli iceberg e i pezzi di ghiaccio in modo che la piovra non potesse di nuovo uscire.
Certo lei a quel punto si svegliò, ma non poteva più fare niente, quella dispettosa!
I quattro amici gli fecero marameo e se ne andarono a giocare un po’ più in là.

 

 

 

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Dopo aver fatto piovere pioggia rosa e aver fatto incontrare agenti segreti con cavalieri templari, dopo aver mangiato la bambina pastasciutta e aver volato su elicotteri supersonici, al laboratorio di sabato è arrivato il momento di disegnare, che non si poteva proprio aspettare più. Così dal disegno di un folletto è partita l’ultima storia.

Il sogno della principessa
Una bambina si addormentò un pomeriggio e sognando si ritrovò in un luogo scuro scuro dove non si vedeva niente, quando ecco una lucina, lontana lontana iniziò ad illuminarle la strada.
Riuscì così ad arrivare sotto un grande albero. Proprio lì accanto si trovava un folletto che aveva acceso un grande fuoco, -Cosa fai?- chiese allora la bambina.
-Sto cercando di riportare a casa la principessa del Regno dei Ghiacci che si è perduta, ho acceso per questo il fuoco- rispose il folletto.
-Ma allora devo essere io, mi sono persa!- rispose la bambina.
-La regina dei Ghiacci in realtà non si è accorta di niente perché sta facendo una torta ed è convinta che la sua bambina se ne stia dormendo nella sua stanza- aggiunse il folletto.
-Ti prego folletto, aiutami a tornare dalla mia mamma!- rispose allora la bambina, presa da una grande nostalgia della sua mamma.
-Non ti preoccupare, ti guiderà Alessandro, un mio amico agente segreto. Segui quello- e indicò un grosso uccello rosso.
-Oh! Un uccello, che bello!- rispose la bambina.
-Non ti far confondere, non è vero, si tratta in realtà di uno dei tanti congegni di Alessandro, lui lo sta controllando dal suo jet, ti condurrà al castello della regina, vai tranquilla.-
Ma mentre si stava incamminando ecco che passò di lì Robin Hood che scambiò il congegno per una buona cena per i suoi compagni della foresta e con la sua mira infallibile lo trafisse con una freccia.
-Accipicchia! E ora come si fa?- si domandarono il folletto e la bambina. Ma in quel momento atterrò Alessandro col suo jet e arrivò Robin Hood per prendere la sua preda. Allora decisero tutti insieme di mandare il famoso arciere fino al castello su al Polo Nord ad accompagnare la principessa.
Ma poiché il ghiaccio impediva di camminare alla bambina, venne chiamato un imponente orso bianco che caricò la bambina e la condusse, sotto la guida di Robin, al castello. La regina del Regno dei Ghiacci quando scoprì che la sua bambina non era a dormire, ma neanche più perduta, fu così contenta che invitò Robin e l’orso a mangiare la sua buona torta. Arrivarono allora anche il folletto e l’agente segreto Alessandro per festeggiare tutti insieme, quando nel bel mezzo della festa ecco che la bambina interruppe il suo sogno. Qualcosa l’aveva svegliata: un buon profumo, la sua mamma in cucina aveva appena preparato una torta.

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Vorrei, o almeno avrei voluto, che questo mio spazio potesse rappresentare per me innanzitutto un piccolo porto sicuro, quel luogo dove trovare una parola semplice di saggezza, quella capacità di infondere sicurezza e tranquillità, la stessa che spesso mi riempie dopo aver lasciato che le storie e le parole si compiano dentro e fuori dalla mia testa.
Ma non sono così forte e serena, mi scoraggio, mi spavento, mi condanno e non sono all’altezza della gioia che vorrei provare e trasmettere.
Mi ritrovo a distanza di dieci giorni dalla fine di un mese tanto intenso e con un finale tanto spiazzante, a non saper dove trovare la forza di recuperare, di riflettere, elaborare ed andare oltre.
L’ultimo, proprio l’ultimo laboratorio dei cinque, un record per me, fatti in un mese, è andato male. Per la prima volta non è uscita nessuna storia, l’incanto non si è creato e io mi sono sentita responsabile e impotente allo stesso tempo, in colpa e incapace.
Cosa si fa quando ci si sente scoraggiati?
Una storia era emersa nel disastroso laboratorio, inventata però solo da me che non riuscivo soprattutto a coinvolgere un bambino che disturbava e che invece in quel momento si era fermato ad ascoltare. Ma non riuscii lì a finire la storia, ero scoraggiata o spaventata, ancora non lo so bene. Proverò a finirla ora, magari comprenderò quale poteva essere in quel momento la soluzione per uscire da quella tristezza e pesantezza che ci aveva avvolti tutti e forse riprenderò un po’ di fiducia in me stessa, in questa non giovane eppure inesperta e insicura psicologa colorata.

La storia del villaggio
Nonostante fosse giorno di festa, quel giorno al villaggio erano tutti tristi. Nessuno aveva voglia di ridere o scherzare perchè i bambini non volevano giocare e nella piazza si trovavano solo facce spente  e musi lunghi.
Nessun ragazzino aveva il coraggio di giocare perchè sarebbe potuto arrivare lui, il principino.
E nessun ragazzino poteva così opporsi, od escluderlo, nè batterlo, nè essere se stesso perchè lui, il piccolo figlio del re che dal suo alto castello sovrastava il villaggio, quando scendeva giù in piazza annunciando che voleva giocare si portava dietro le sue guardie personali e tutto il suo orgoglio e minacciava chiunque lo contrariasse di far tagliare la testa a lui e a tutta la sua famiglia. Da allora tutti i giochi si erano sciupati. E il bello è che anche lui, il principino, non era contento, sentiva il bisogno di giocare, si sentiva solo e voleva degli amici, ma non sapeva come fare. Non gli restava che starsene alla finestra della sua pienissima stanza a guardare giù, fin quando il desiderio lo portava ad uscire per unirsi a quei giochi che da lassù sembravano bellissimi, per poi tornarsene, dopo che niente era andato come lui aveva creduto e desiderato, desolato e solo di nuovo alla sua finestra.
Tutti così erano infelici, ma nessuno sapeva cosa fare.
Finchè un giorno la figlia del fabbro del villaggio decise di fare un tentativo. Aspettò che arrivasse il principino in una delle sue odiate visite e quando già la situazione stava diventando pesante e i giochi sempre più faticosi lei si fece avanti e propose ai bambini di raccontare loro una storia e senza chiedere permessi facendo però un profondo inchino al principe iniziò a raccontare.
“C’era una volta un grosso mostro che aveva sempre fame e che mangiava i pensieri delle persone perchè quello era il suo cibo. Quando incontrava le persone gli bastava girargli intorno e trovava il punto da cui uscivano i pensieri, dalla testa, dagli occhi, dalle mani, dalle orecchie, dalla bocca, certe volte dai piedi. Allora si avvicinava e apriva la bocca e i pensieri gli arrivavano dritti alla pancia.  Per quanti ne mangiasse e la pancia gli crescesse continuava però ad avere fame e non poteva mai fermarsi a riposare, doveva cercare nuovi pensieri. Le persone una volta che venivano loro così rubati i pensieri, reagivano in modi diversi, c’era chi diventava distratto, chi si sentiva alleggerito e allegro, chi invece triste o addirittura spaventato, fino a quando non ne formulavano di nuovi, allora diventavano di nuovo se stessi e la caccia ricominciava. Ovviamente questo mostro non poteva essere visto, così tutti erano convinti che fosse normale cambiare certe volte così repentinamente d’umore e trovarsi così vuoti, senza pensieri.
Un giorno il mostro aveva così tanta fame che si ritrovò in mezzo ad un gruppo di bambini molto tristi seduti in una piazza che non giocavano e anche se lui preferiva i pensieri degli adulti che erano più grossi e saziavano di più, si decise a mangiare quelli di quei bambini. E fu così che fece una grande scoperta. Quando quei bambini si ritrovarono senza quei loro pensieri tristi si guardarono tutti intorno e poi si presero per mano. Poi senza dire niente si girarono e aprendo il cerchio misero il mostro in mezzo e iniziarono a girargli intorno sorridendo. Potevano vederlo! Era la prima volta che gli capitava e non sapeva se esserne contento o spaventato, poteva essere pericoloso? Pian piano i bambini cominciarono a cantare una canzone e il mostro non potè fare a meno che mettersi a ballonzolare finchè, piano piano si avvicinò al cerchio e si mise al posto di una bambina che si spostò invece nel centro iniziando lei a ballare a sua volta. E così fecero questo nuovo gioco e il mostro scoprì che per la prima volta da tanto, non si ricordava neanche da quanto, non sentiva fame. Aveva scoperto che i pensieri lo saziavano per pochi minuti, mentre i giochi dei bambini lo riempivano e lo facevano sentire ben nutrito. Così da quel giorno i bambini del villaggio aspettavano il mostro che si presentava, all’inizio timido e timoroso poi sempre più entusiasta e allegro per nutrirsi dei loro giochi e quando venivano loro pensieri tristi sapevano che lui se li sarebbe mangiati aiutandoli così a ritrovare la voglia di giocare. Così poi loro, in cambio, giocando, avrebbero aiutato lui.  Da quel giorno quel mostro non si allontanò più da quel villaggio e da quei bambini che inventarono per lui tanti e tanti giochi.”
Dopo aver finito la storia la fanciulla guardò i bambini del villaggio e disse, come parlando tra sè -Chissà se ci sarà anche qui in giro un mostro mangia-pensieri magari anche lui invisibile, ma con una gran fame? Proviamo a giocare? Così può darsi che arriverà!-
E i bambini, curiosi di vedere il mostro, superarono la loro tristezza e ritrovarono la forza di provare a giocare, anche il principe. Ma questa volta quando, al solito, iniziò a disturbare il gioco con le sue richieste la fanciulla lo rimproverò dicendogli seria, ma non intimorita -No maestà, bisogna seguire le regole, altrimenti il gioco non viene bene e nessun mostro verrà-.
Fu in questo modo che finalmente anche il principe imparò a giocare e anche se mai nessun  mostro si presentò nella piazza da allora l’allegria tornò in quel villaggio e tra tutti i suoi bambini, poveri o principi che fossero.

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Anche se purtroppo son passati i giorni e un po’ forse l’ho dimenticata, ecco qua la storia del secondo laboratorio a Colla Val d’Elsa in Biblioteca.
Alcune persone erano nuove, altre al secondo incontro, come la bambina, e non è la prima volta che capita, che ha voluto ripetere il suo personaggio e ha fatto di nuovo il pesce-palla, anche se alla fine è stata trasformata in damigella e regina, niente meno che moglie del magnifico re Artù, un bambino di sei anni, mentre una mamma strega Pasticciona aveva la figlia di quattro a un altro bambino di sei al suo seguito. Un’altra mamma ha voluto fare una sedia magica e che dire di quel simpatico orsetto? Lei è l’altra operatrice, ma dentro e fuori della storia mi sa che è quella che si è divertita più di tutti, non ha voluto neanche fare la damigella per continuare ad andarsene in giro a saltellare..

L’orsetto ballerino
Un piccolo pesce-palla si ritrovò un giorno a nuotare vicino a un pescecane che senza tanti complimenti lo vide, lo raggiunse e se lo mangiò in un sol boccone, si mise a galleggiare nelle acque basse vicino alla riva per digerire, come il lupo di Cappuccetto nel letto della nonna. Al pesce-palla, che era ancora vivo perchè il pescecane se l’era mangiato intero, non rimase che gridare -Aiuto! Aiuto! Aiuto!-sperando che qualcuno lo sentisse.
Ed ebbe proprio fortuna perchè proprio in quel momento passava lì a farsi un passeggiatina sulla riva un orsetto che si avvicinò saltellando e che sentì subito quella vocina senza capire da dove venisse, ma se diceva aiuto andava certo ascoltata.
-Chi sei?- chiese dunque l’orsetto.
-Sono un pesce-palla, sono dentro la pancia di un pescecane che mi ha mangiato, liberami, per favore!- rispose il piccolino.
Ma l’orsetto non aveva idea di come fare per liberare il pesce e così pensò di andare a chiedere aiuto.
-Torno presto, vado a cercare aiuto!- gli disse e si allontanò.
Se ne corse dalla strega Pasticciona, una strega sua amica che viveva nel suo stesso bosco insieme ai suoi due aiutanti, due simpatici maghetti apprendisti. Nonostante il nome la strega era abbastanza brava, quando non combinava appunto qualche pasticcio e poi era sua amica, certo lo avrebbe aiutato.
-Liberare dalla pancia di un pescecane, so come si fa!- esclamò la strega Pasticciona, -ma occorrono alcuni ingredienti: la spada di re Artù e una sedia magica.
Il bravo orsetto senza pensarci due volte se ne partì subito alla volta di Camelot, il castello di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda e facendosi accogliere a corte riuscì a presentarsi davanti al re.
Re Artù però non ero certo disposto a cedere la sua spada, ma neanche il tipo da lasciare qualcuno in pericolo, così si fece accompagnare dall’orsetto fino all’antro della strega Pasticciona per aiutare lui stesso il piccolo pesce-palla. La strega nel frattempo aveva trovato anche la sedia magica, lei se ne intendeva di queste cose e sapeva dove andare a cercare, e potè preparare un filtro, grazie anche alla spada del re che serviva per miscelare gli ingredienti, che andava versato sopra il pescecane, il pesce-palla sarebbe stato immediatamente liberato. Per arrivare fino al pescecane, in mezzo al mare, la strega trasformò la sedia magica in un piccolo vascello, pronto a navigare, ma re Artù, che teneva in mano il filtro da versare sul grosso pescecane, non aveva idea di come fare per governare la piccola imbarcazione in mezzo alle onde. Ma con la strega Pasticciona non c’era nessun problema, prese l’orsetto e lo trasformò in Braccio di Ferro, il famoso marinaio che salì subito sul vascello e così i due eroi partirono.
Il pescecane si era allontanato, ma il piccolo pesce-palla continuava a gridare aiuto a più non posso e così ben presto lo raggiunsero, re Artù verso il filtro e subito il pesce-palla si ritrovò a nuotare libero mentre quel grosso mangione rimase come tramortito.
Il vascello si avviò allora verso la riva con il piccolo pesce che guizzava felice qua e là, quando si alzò un forte vento e si scatenò una tremenda tempesta. Per fortuna Braccio di Ferro sapeva il fatto suo e riuscì così a riportare re Artù a riva sano e salvo. Il pesce-palla non volle separarsi dalla compagnia dei suoi salvatori e così fu portato dentro una grossa vasca fino a Camelot dove venne messo sul fossato che circondava il castello. Anche la strega Pasticciona fu invitata con i suoi aiutanti alla grande festa organizzata per il ritorno del re a corte e la sedia magica-vascello fu trasformata, con sua grande soddisfazione, dalla strega in un nuovo e favoloso trono per Artù.
Il re propose allora all’orsetto-Braccio di Ferro di farsi trasformare in damigella dalla strega e di diventare così la sua sposa e la sua regina. Ma una volta trasformato l’orsetto non è che si trovò molto soddisfatto nelle vesti di fanciulla, preferiva tornare a saltellare per il suo bosco e poichè non è che fosse diventato una gran bellezza anche il re ne fu lieto e la strega lo ritrasformò in orsetto. A quel punto la strega Pasticciona, con molta saggezza, trasformò in fanciulla il piccolo pesce-palla che diventò una fanciulla così bella e aggraziata da ricordare una sirena.
La corte, finalmente soddisfatta, si avviò in corteo verso la sala del ballo, il re e la fanciulla-pesce-palla in testa, la strega Pasticciona con gli aiutanti al seguito e a chiudere saltellando, proprio come un orso ballerino, il simpatico e generoso orsetto.

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Quando giovedì pomeriggio mi sono trovata a presentare il mio laboratorio nella biblioteca per ragazzi di Iglesias, sono arrivata a contare 39 persone tra genitori e bambini, a quel punto ho smesso di contare, mentre qualcun altro ancora stava entrando. Che dirvi? Quando ci sono i bambini non riesco proprio ad agitarmi, ho seguito la corrente in quel mare agitato di vita, in mezzo al quale ho navigato entusiasta e commossa.
La prima storia ha preso forma con uno stuolo di piccoli della materna che hanno voluto, dopo il primo che l’ha detto, anche loro fare la moto magica, meno l’ultimo che faceva invece magica sì, ma una piccola automobile. Il mo amico ha fatto Barbanera, mentre la sua figlia maggiore, innamorata di Ariel, è stata una titubante sirenetta. Poi avevamo una piccolissima strega Nocciola con gufo mamma al seguito, una delle tante mamme e babbi fantastici che ho incontrato.
La storia la dedico alle figlie del mio amico, alla sirenetta e alla sua vivacissima sorellina, che hanno svolto per me in quei giorni con la loro spontaneità e allegria il ruolo di figlie supplenti, compresi baci e abbracci.

“Nel bosco magico

In mezzo ad un bosco una mattina all’alba un piccolo gufo se ne svolazzava in mezzo agli alberi. Era un gufo qualsiasi? Macchè! Si trattava di un gufo magico, niente meno che l’aiutante della famosa strega Nocciola che viveva all’estremità del bosco e che trovava questo luogo troppo verde e luminoso, colorato e profumato, ma d’altronde lì era casa sua. Il gufo svolazzando qua e là ad un certo punto vide qualcosa muoversi tra gli alberi, guizzare veloce e via. Dopo poco, ecco di nuovo il guizzo e via.  Guarda che ti riguarda, il gufo capì di cosa si trattava: minuscole e coloratissime moto se ne scorrazzavano in mezzo agli alberi e anche una piccola macchina, che seguiva veloce gli altri. Ma la cosa davvero grave, si accorse il gufo, che aveva anche un nome, Ciccio, era che le moto e la piccola macchina lasciavano sul prato una scia di polvere luccicante che usciva dai tubi di scappamento che toccando il terreno si trasformava tutta in fiori colorati. Dovete sapere infatti che si trattava di moto e macchine magiche, le quali usano come carburante la polvere di stelle che invece che inquinare produce questo strano effetto là dove passa.
-Mamma mia- pensò Ciccio -cosa dirà strega Nocciola se vedrà tutti questi nuovi fiori e sentirà tutto il profumo con cui stanno riempiendo il bosco? Andrà su tutte le furie, devo volare subito ad avvertirla!- e se ne partì in tutta fretta.
Infatti strega Nocciola si arrabbiò che nemmeno, e senza perder tempo mandò subito Ciccio a chiamare il famigerato e cattivissimo pirata Barbanera perchè venisse subito a distruggere tutte quelle terribili moto e quella macchina che osavano riempire tutto di fiori.
Ciccio volò e volò e ben presto arrivò in vista del vascello pirata di Barbanera, spiegò in fretta chi lo mandava e perchè.
Ma per fortuna nei paraggi nuotava una simpatica sirenetta che si rese subito conto che Ciccio non era un gufo qualsiasi e così senza farsi vedere riuscì ad ascoltare tutte le sue parole e le richieste che fece al pirata.
Non c’era un minuto da perdere, la sirenetta mandò un messaggio ad un suo amico ranocchio. Perchè proprio a lui? Perchè anche questo non era un ranocchio qualsiasi, ma niente di meno che l’aiutante della fata dei sogni che viveva all’altro capo del bosco magico.
La fata non era per niente d’accordo con le opinioni della strega Nocciola su come doveva essere il luogo che dovevano condividere e infatti discutevano spesso e non erano per niente buone vicine.
Il ranocchio avvertì la fata: bisognava fare qualcosa per proteggere le piccole creature magiche che se ne scorrazzavano ignare in mezzo agli alberi. Dovete sapere che la fata dei sogni aveva sì una bacchetta magica, ma che in quel periodo funzionava a sprizzi e un po’ sì e un po’ no, chissà se sarebbe bastata per contrastare il cattivissimo pirata?
Con la bacchetta la fata provò una magia per rendere le moto e la piccola macchina invisibili, ma quella faceva un po’ sì e un po’ no e riuscì a farle scomparire solo per metà, così, anche se mezze sì e mezze no, le creature sarebbero state certo perfettamente visibile agli occhi di Barbanera, che già si sentiva avvicinare. Che fare?
Il ranocchio aiutante ebbe per fortuna un’idea, si ricordò che sua nonna gli aveva raccontato un giorno che il pirata aveva un solo punto debole, il ricordo della mamma che, quando era ancora un bambino e non ci pensava nemmeno a diventare pirata, gli cantava la ninna-nanna per farlo addormentare. Ma non sapeva, la nonna ranocchia, di quale ninna-nanna si trattasse. Comunque la fata e il suo aiutante cominciarono a cantare tutte le canzoncine per dormire che conoscevano, (beh, ne abbiamo cantata una sola..) sperando che in mezzo ci fosse stata anche quella giusta.
Ebbero fortuna o forse sarebbe andata bene una ninna-nanna qualsiasi, comunque, fatto sta che il cattivissimo pirata si fermò ad ascoltare e si dimenticò il motivo per cui era arrivato fin là. Dopo un po’ gli prese la commozione e cominciò ad avere gli occhi lucidi e a starnutire e insomma, lui che non era abituato a piangere e a commuoversi, pensò di essersi preso in quello strano bosco un raffreddore e senza pensarci su se ne tornò al suo vascello e si mise ben coperto nel suo letto.
Alla strega Nocciola non rimase che ammettere che per quella volta aveva perso la sfida e accettare i nuovi abitanti del bosco, con tutti quei loro fiori e profumi. Però, per consolarsi, volle prendere un tè con pasticcini e pretese che la fata dei sogni le facesse compagnia.
La fata non era certo entusiasta di un tè a base di acqua di fango bollente servita insieme ad occhi di drago caramellati e ossa di pipistrello zuccherati, ma, per amor di pace nel bosco magico, per le moto e la piccola macchina appena arrivati, a malincuore, accettò.”

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Vi racconto del laboratorio di sabato. Come ho detto eravamo due mamme, anzi quattro perchè anche io e Francesca lo siamo, e due bambini un maschio di quattro  e una femmina di otto.
Quando ho chiesto che tipo di storia e personaggio ognuno voleva fare è venuto fuori -Zorro!- il nostro unico maschio, il pirata Barbanera la sua mamma, un piccolo riccio del bosco  e un pesce-palla del mare l’altra mamma e la figlia e una bacchetta magica Francesca, l’altra operatrice. Io, al solito, ero l’incantatrice. Come mettere insieme il tutto, una storia con Zorro, che parlasse di pirati , di animali del bosco, di pesci del mare e di oggetti magici? Be’, ci siamo dati da fare.
Zorro e la bacchetta
Un giorno Zorro attraversa un bosco al galoppo col suo cavallo Tuono,Tornado-Fulmine (non ricordavamo bene il nome) quando vede per terra una bacchetta magica che sprizza tante scintille rosse. Scende per prenderla, ma in quel momento passa velocissimo un piccolo riccio che afferra la bacchetta e scappa via. Allora Zorro parte a rincorrere il riccio che desiderava tanto trasformarsi in uno scoiattolo. Subito l’animaletto prova con la bacchetta magica, ma la magia non gli riesce bene e si trasforma in una leggiadra damigella.  E subito di lì passa il pirata Barbanera che senza tanti discorsi prende la damigella e la rapisce con tutta la bacchetta e la porta sul suo veliero. Zorro un po’ per la damigella, un po’ per la bacchetta vuole salvare la ragazza, ma quando arriva sulla spiaggia non sa come raggiungerli. Per fortuna passa di lì un piccolo pesce-palla che si offre di andare a prendere la bacchetta. La fanciulla, pur rinchiusa nella stiva (fatta con una fila di seggioline) riesce a lanciare da un buchino la bacchetta al pesce-palla che riesce così a portarla a Zorro. Con la bacchetta il famoso spadaccino costruisce un ponte (sempre le seggioline) con cui può raggiungere dalla spiaggia l’imbarcazione e riesce a liberare la fanciulla che veloce si riprende la bacchetta, mentre Barbanera e Zorro si trasferiscono a duellare sulla spiaggia. La fanciulla riprova a trasformarsi, ma tutto quello che riesce a fare è diventare una grossa pietra che va a finire sul fondo del mare. Per fortuna arriva il pesce-palla che raccoglie la bacchetta e trasforma la pietra in un pescespada. Allora i due pesci raggiungono i duellanti e il pescespada si inserisce nel duello. Il pesce-palla vuole farli smettere, ma loro non lo sentono nemmeno, prende allora ancora una volta la bacchetta e fa venire una grossa ondata che inzuppa bene bene i tre duellanti. A quel punto Zorro e il pirata Barbanera (che era davvero raffreddata!) cominciano a starnutire e non riescono più a combattere, devono subito prendere una bella tazza di latte e miele e mettersi a letto. Il pescespada e il pesce-palla invece se ne vanno contenti a nuotare. E la bacchetta? Quella furbacchiona rimane sulla spiaggia ad aspettare che passi qualcun altro per poter vivere nuove avventure.

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Ecco una delle storie del laboratorio di Fiuggi, nata mentre un babbo iena e mamme leoni, gufi e giraffe, cercavano di sentirsi, con un unico bimbo leone che partecipava, in mezzo ad una foresta di figli in movimento.

Nella savana ai bordi della foresta la stagione delle piogge era arrivata e finalmente il piccolo ruscello diventò un fiume vero, dove si poteva non soltanto abbeverarsi, ma anche bagnarsi e rinfrescarsi. Gli animali arrivarono al tramonto per trascorrere le ultime ore della giornata a bere e sguazzarci dentro.
Ma per quanto l’acqua fosse abbondante dopo i primi bagni tutto il fiume diventò torbido e gli ultimi arrivati trovavano sponde fangose e melma ad accoglierli.
Un gufo, una giraffa, una iena e due leoni arrivarono insieme sulla riva e nessuno si decideva ad entrare per paura della reazione degli altri. Il primo a parlare fu il più grande dei due leoni che affermò -io sono il più forte quindi ho diritto ad entrare io per primo nell’acqua.-
Il secondo leone lo guardò fisso negli occhi, senza dire nulla, con aria minacciosa. Il gufo cominciò a svolazzare sopra, la giraffa guardava lontano all’orizzonte, facendo finta di niente dalla sua grande altezza, senza perdersi però neanche una parola. La iena invece si mise a ridacchiare -ma pensa che fatica che farete ogni volta a decidere chi è il più forte tra voi e poi a tenere a bada tutti noi!-
-Dobbiamo trovare una soluzione!- affermò sicura e decisa la giraffa e nessuno trovò questa volta da ridire.
­-Io so a chi dobbiamo chiedere- rispose a questa proposta il gufo -dobbiamo andare dalla scimmia saggia, la magnifica, che abita nel folto della foresta, là dove nasce il sole, bisogna cercarla sempre in quella direzione.-
Decisero di partire tutti quanti insieme la mattina dopo il sorgere del sole per non perdersi nel folto della foresta, che a dir la verità li spaventava non poco e dove nessuno di loro avrebbe trovato da solo il coraggio di entrare.
Al sorgere del sole dunque erano già lì tutti pronti e senza dire niente il primo leone si avviò in mezzo agli alberi ombrosi, seguito dalla iena e dalla giraffa, mentre il gufo li seguiva svolazzando sopra e il secondo leone chiudeva la fila.
Andando sempre più avanti si addentrarono tanto che non riuscivano a vedere più il chiarore della savana assolata alle loro spalle che era la loro casa.
Cominciarono a provare una strana inquietudine e ad un punto così folto in cui non si intravedeva neanche il più piccolo raggio di sole si sentirono persi e spaventati.
Il gufo -aspettate- disse e scomparve alla vista degli altri.
-Se ne è andato!- pensarono in silenzio, senza dirselo, gli animali. In realtà era soltanto volato a cercare la luce del sole oltre i rami e le foglie fino al cielo azzurro.
Dopo pochi attimi ridiscese sicuro, dopo aver visto il sole, della direzione da prendere, così, fidandosi di lui tutti ripresero il cammino.
Andarono avanti per un bel po’ e ormai erano convinti che dovevano esserci, ma non sapevano come trovare la scimmia saggia, non sapevano come era fatta la tana di una scimmia, quando la giraffa vide sui rami alti delle bucce di banane lasciate qua e là e si rese conto che quello doveva essere il posto.
-Fermiamoci- disse ai suoi compagni.
Appena pronunciate queste parole ecco che un paio, due tre e poi moltissime paia di occhi spuntarono dai rami e da dietro le foglie e ne furono ben presto circondati.
Erano scimmie e cominciarono a ridere e a prendere in giro quella strana accozzaglia di animali così diversi tra loro e non li ascoltavano e neanche sentirono la loro richiesta di poter parlare con la scimmia saggia, la confusione aumentava di minuto in minuto.
Avevano fatto tutto quel viaggio per nulla?
Un doppio ruggito irruppe su quel chiacchiericcio e la confusione lasciò il passo ad un silenzio intimorito, ma anche rispettoso: su una coppia di leoni arrabbiati c’era ben poco da scherzare.
Una delle scimmie allora si fece avanti chiedendo che cosa volevano. Il gufo rispose per tutti, volevano vedere la scimmia saggia, la giraffa spiegò invece che avevano bisogno di un suo consiglio.
La scimmia proseguì -per parlare con la scimmia saggia dovrete superare tutte noi scimmie, ci piace scherzare, prendere in giro e fare smorfie, chi vuole arrivare fino a lei, la magnifica, deve oltrepassarci tutte e resistere, può ridere, ma non deve arrabbiarsi, altrimenti finirà col tornare indietro, non si deve scoraggiare, non deve prendersela e scappare via e potrà così arrivare da lei. E tenete conto che a nessuno di quelli che vengono qui diciamo questa cosa.. E rivolse uno sguardo timoroso ai due leoni-.
-Andrò io- si offrì la iena, -cosa volete sia per me stare in mezzo agli scherzi, ridere non è un problema, è nella mia natura, potere dire e fare quello che volete, non mi fermerò nè tornerò indietro-. Gli altri animali suoi compagni annuirono e lei partì.
Arrivò col mal di pancia e le lacrime agli occhi per le gran risate, per niente mortificata, e senza esitazioni potè raggiungere il grande albero sotto il quale, appesa per la coda stava una scimmia minuta che lo guardava dritto negli occhi, non ebbe dubbi, era lei.
-Cosa vuoi, cosa siete venuti a cercare fin quaggiù nel mio territorio?- chiese subito.
-Sono venuto con i miei compagni a chiederti consiglio per decidere chi per primo può accostarsi alle acque fresche e cristalline del nostro fiume- rispose la iena.
-Voglio parlare con tutti voi insieme- rispose la scimmia saggia e subito alcune scimmie partirono attraverso gli alberi a chiamare gli altri animali.
Quando furono arrivati la scimmia li guardò tutti e cinque osservandoli in silenzio. Poi parlò loro.
-Come avete trovato il coraggio di entrare nella foresta scura e folta?- chiese.
-Io sono entrato per primo- disse il primo leone.
-Come avete fatto ad arrivare fin qui? Come avete fatto a non perdervi nel folto della foresta?- chiese di nuovo.
-Io ho volato sopra le fronde degli alberi per seguire il sole e non perdere la direzione- rispose il gufo.
-E come avete scoperto in quali alberi noi viviamo?- di nuovo domandò.
-Io ho visto le bucce di banane sulle cime degli alberi- rispose questa volta la giraffa.
-E come avete fatto a zittirle e a farvi dire dalle scimmie come trovare me?- di nuovo la magnifica.
-Abbiamo ruggito- rispose il secondo leone.
-E tu certo non hai avuto paura di ridere fino a dimenticarti chi sei- affermò senza esitare la scimmia saggia guardando la iena che annuì.
-Insieme ci siete riusciti, non ho proprio niente da insegnarvi- e se ne salì in cima all’albero dietro le foglie.
Gli animali rimasero fermi sotto l’albero pensosi, non si erano resi conto che avevano lavorato insieme, si erano adoperati ognuno per sè, ma anche per gli altri, e trovare una soluzione era stato più importante che decidere chi avesse avuto l’idea, chi fosse stato più forte o più importante.
E durante tutto il viaggio non avevano avuto neanche un po’ di sete.
Insieme, nello schieramento a cui si erano ormai abituati,  ripresero il cammino per tornare alla savana e al loro fiume.

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